da " NAUTICA " / Estate 1982

NB. - E' una serie di quattro articoli pubblicati da "Nautica" durante l'estate del 1982, rispettivamente sull'archeologia
subacquea, sulla speleologia subacquea, sull'acquariologia mediterranea, e sulle tecniche di immersione. Sono articoli che
certamente testimoniano nelle foto e nei testi i decenni trascorsi (quasi tre...), e anche il progresso tecnologico che si è avuto
nel settore dell'immersione sportiva. Ma che forse, proprio per tale ragione, conservano un certo interesse per
i subacquei di ieri, e anche di oggi, ricordando agli uni e agli altri come un tempo eravamo...

Formare in Italia una coscienza sottomarina

ALLA RICERCA DEL PASSATO

La diffusione dell'attività subacquea porta con sé, inevitabilmente, delle specializzazioni;
tra queste, di grande importanza la ricerca archeologica sottomarina. Ognuno sa che
il mare racchiude notizie di enorme interesse sulle civiltà trascorse; ma sinora le scoperte
sono state quasi del tutto casuali ed è praticamente inesistente un'attività coordinata
di ricerca. sia per la scarsezza di esperti in questo settore, sia per la mancanza di
strutture idonee e di collaborazione tra ricercatori ed autorità competenti.
La formazione di una coscienza archeologica sottomarina è nel
nostro Paese un problema all'ordine del giorno. (*)

testo e foto di Guido Picchetti 
 

Archeosub: un neologismo che vuole indicare il subacqueo impegnato nella ricerca archeologica in ambiente sommerso. Ma anche un neologismo che, diciamo la verità, nel nostro paese fa spesso storcere il naso ai massimi responsabili dell'archeologia ufficiale, i quali ritengono che lo spirito con cui un comune subacqueo si avvicina a un reperto archeologico non sia del tutto adeguato all'impegno che una seria azione di ricerca in questo campo necessariamente richiede.

In verità, se si considera quanto in questi ultimi venti anni è avvenuto nelle acque costiere italiane, grazie all'enorme diffusione dell'immersione con autorespiratore, non si può dire che quelle persone abbiano decisamente torto. A fronte di un ridotto numero di valide iniziative di archeologia sottomarina, da ascrivere con pieno merito ai subacquei, c'è da registrare purtroppo una diffusa e indiscriminata «caccia al coccio», che su quasi tutti i fondali italiani, ma principalmente in quelle regioni meridionali più ricche di vestigia sommerse, ha portato alla perdita di una quantità di reperti di grande interesse. Ed erano in massima parte reperti importanti, più che per il loro valore intrinseco (dalle nostre parti i galeoni spagnoli con i loro carichi d'oro non passavano), per le informazioni che sugli antichi usi e costumi ciascun reperto sarebbe stato in grado di dare, e tutti nel loro insieme, grazie anche ad ulteriori e più approfondite indagini nelle zone del loro ritrovamento.

È una situazione invero incresciosa, che non risulta abbia riscontro in altri paesi dell'area mediterranea, e che pone indubbiamente sotto accusa i molti subacquei italiani e stranieri che da anni si immergono nelle acque della nostra penisola a caccia di antichi reperti. Ma è proprio tutta colpa dei sub? O non lo è piuttosto di una legge antiquata, la n. 1089 del 1-6-1939 sulla tutela del patrimonio archeologico, una legge la quale, emanata quando l'attività subacquea si può dire ancora non esistesse, non è stata mai più aggiornata e, priva del relativo regolamento d'applicazione mai emanato, si serve addirittura di un precedente regolamento risalente al 1913? In fondo, quello stesso atteggiamento di sfiducia nei confronti dei sub, molte soprintendenze lo hanno anche nei riguardi di certi gruppi volontaristici che si dichiarano disposti ad operare in terraferma,  ma  il cui entusiasmo,  per quanto notevole,  non

m

Sopra: rilevamenti in immersione con lo scooter subacqueo; a lato il ceppo in piombo di un'ancora antica.

Sopra e a lato : i bellissimi colori dl un coccio d'anfora appena rinvenuto da un sub.
 

In basso alcuni reperti
rinvenuti nel corso di  ricerche subacquee condotte nel lago
di Albano

può certo supplire in materia archeologica all'inesperienza. Ma nei confronti di chi si dedica alla ricerca sottomarina, quella sfiducia è resa ancora più probabile dalla fama di «cacciatore» che, per vizio di origine, ogni subacqueo si porta dietro, anche quando da anni ormai ha appeso il fucile subacqueo al chiodo; oppure, come è frequente nelle giovani leve di sub, non ha mai impugnato un'arma, trovando ben più valide occasioni di appagamento alla passione subacquea in attività che con la «caccia subacquea» nulla hanno a che spartire.

Ma tant'è: per la maggior parte della gente ogni sub è sempre un «pescatore subacqueo», anche se lo si vede impegnato a rilevare il fondale con complicate apparecchiature, a volte da lui stesso realizzate, o a documentare con costose fotocamere particolari ambienti sottomarini. E come si può accordare fiducia a un «pescatore subacqueo» in tema di ritrovamenti archeologici, quale che sia l'entusiasmo che lo muove?

m

Sopra a destra: su un sasso usato come ancora sono ancora visibile i segni scavati dei legacci, a sinistra un anello di piombo di uso ancora dubbio


Eppure tra la ricerca archeologica sulla terraferma e quella in ambiente sommerso esistono, proprio in virtù della legge attualmente operante, delle differenze che consiglierebbero, a chi ha a cuore la tutela del patrimonio archeologico nazionale, l'assunzione di un diverso atteggiamento, da parte dei veri archeologi, nei confronti dei sub che per passione o per spirito di avventura si dedichino alla paziente ricerca di segni del passato sul fondo del mare. Sulla terraferma, infatti, e gli archeologi lo sanno bene, è senz'altro preferibile che le antiche vestigia sepolte restino ancora nascoste, anziché essere tratte alla luce senza garanzie di metodo. E la protezione di un sito archeologico a terra può essere facilmente realizzata e protratta, fino a che si rendano disponibili gli esperti capaci di operare con le tecniche appropriate e necessarie per far «parlare», nel modo più completo, i resti via via portati alla luce. Sott'acqua, invece, il reperto archeologico nella maggior parte dei casi è frutto di un ritrovamento fortuito, ed è difficile che il subacqueo, se non è consigliato e ben guidato, sappia valutare l'importanza dell'oggetto da lui rinvenuto al di là del suo immediato significato, àncora o anfora che sia. La legge d'altro canto è dalla sua. Trattandosi di un reperto apparentemente isolato sul fondo del mare, ed essendo pertanto difficile, se non impossibile, garantirne  la custodia senza rimuoverlo, come la legge espressamente richiede, se ne effettua il recupero in base all'art. 48 della stessa legge n. 1089. Se poi a questa possibilità di azione che, come si vede, la legge offre ai sub (quale reperto, una volta portato a terra, può non essere dichiarato isolato o non custodibile a dovere, anche se proveniente da un giacimento più ricco e ben individuato ?), se a questa possibilità, dicevamo, si aggiunge poi che per la ricognizione ed il rilevamento topografico e fotografico di un fondale, senza però modificarne lo stato e senza rimuovere alcun oggetto, non è necessaria alcuna autorizzazione in qualunque specchio d'acqua, interno o esterno che sia, ben si comprende come la ricerca archeologica subacquea offra davvero ad ogni subacqueo la possibilità di impegnarsi senza remore in una attività indubbiamente ricca di fascino, e capace di offrire validissime giustificazioni alle peregrinazioni sottomarine, che rappresentano sempre il fine principale di ogni subacqueo.

Mezzi e sistemi di ricerca

Il ritrovamento fortuito di un reperto archeologico sott'acqua viene, quasi sempre, effettuato da quel subacqueo che più degli altri ha l'occhio allenato a riconoscere sul fondale naturale, più o meno omogeneo, quei segni particolari che caratterizzano l'artificialità di un oggetto nascosto tra le asperità del fondo. Altre volte, invece, il reperto può essere frutto di una ricerca sistematica, condotta con metodo da gruppi di sub affiatati e ben organizzati. La ricerca di gruppo, tuttavia, rappresenta di solito una fase successiva al primo rinvenimento casuale, ed è la fase che esalta la vera ricerca archeologica subacquea; un lavoro di équipe, lungo e paziente, che, se ben condotto su premesse valide e con mezzi adeguati, non può mancare di dare i suoi

m

CIRCOLARE DEL MINISTRO PEDINI RELATIVA ALL'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA
MINISTERO PER I BENI CULTURALI E AMBIENTALI

Gabinetto - Roma 6-8-1977
A tutti i Soprintendenti Archeologici
Oggetto: Ricerche archeologiche subacquee.

L'interesse crescente rivolto da enti, istituzioni e privati cittadini alla ricerca ed alla prospezione di giacimenti archeologici subacquei - in difetto di strutture tecniche idonee e specialmente attrezzate in seno all'Amministrazione - è fenomeno da seguire col più grande interesse, anche per i suoi positivi significati di partecipazione sociale nell'ambito di attività del Ministero.

Premesso che il patrimonio archeologico sommerso nelle acque interne ed entro i limiti delle acque territoriali è assoggettato alia stessa disciplina vigente per i beni archeologici sepolti, è ovvio che le attività di ricerca rivolte a quel patrimonio da parte di privati sono regolate dagli artt. 45, 46, 48, 49 della legge 1-6-1939, n. 1089 e dalle successive normative emanate in materia.

Ferma restando la diretta competenza dei ministro per i Beni Culturali e Ambientali in materia di concessioni di scavo a terzi — ai sensi della normativa richiamata e con le forme da questa fissate - si rappresenta il vivo interesse del Ministero stesso a che le SS.LL. avendone la facoltà autorizzino enti, istituzioni e privati all'effettuazione di prospezioni e ricognizioni subacquee, ove esistano adeguate garanzie di professionalità e di affidabilità, e, ove possibile, sotto un adeguato controllo di personale dipendente dall'Amministrazione. Lo stesso varrà anche per recuperi che presentino caratteri di inderogabile urgenza e per i quali - comunque - le SS.LL. potranno utilmente chiedere in aggiunta all'opera prestata da Enti e privati, anche l'appoggio di militari sommozzatori dipendenti dall'Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza.

Si invitano altresì le SS.LL. ad organizzare la diretta conduzione di ricerche subacquee con l'assistenza di istituzioni, enti e privati estranei all'Amministrazione tenendo presente che il coordinamento scientifico e, in ogni caso, il controllo di tali attività di ricerca può validamente essere affidato a funzionari e dipendenti dell'Amministrazione, che attualmente siano comunque in grado di controllare le attività subacquee, anche non facenti strettamente parte dell'organico della Soprintendenza territo-rialmente competente.

Si sollecitano, inoltre, le SS.LL. a sottoporre a questo Gabinetto i casi di perplessità in cui la loro decisione a favore delle concessioni in parola presentasse aspetti particolari.

Per costituire fin d'ora una specifica documentazione di base, le SS.LL. sono invitate a far pervenire a questo Gabinetto ed al competente Ufficio Centrale i dati in loro possesso circa le prospezioni, le ricognizioni e gli scavi subacquei, comunque e da chiunque effettuati nel territorio di giurisdizione a decorrere dal 1965, fornendo i dati essenziali per la localizzazione, una breve descrizione dei risultati acquisiti, l'indicazione di quanti hanno operato su ogni singolo contesto e una valutazione sulle possibilità di ulteriori indagini nel sito di cui si tratta.

Per il conseguimento del medesimo intento, si reputa necessario che da parte delle Soprintendenze vengano segnalati a questo Ministero i nominativi di funzionar! e dipendenti personalmente e attualmente in grado di svolgere attività subacquea, nonché i nominativi di enti, organizzazioni e privati particolarmente qualificati sotto il profilo professionale ed affidabili nel caso di intervento. Contestualmente le SS.LL. vorranno infine segnalare ogni dato in loro possesso - comunque assunto - circa l'esistenza, trascorsa o presente, di attività di recupero illecito nelle acque territoriali di loro giurisdizione.

f.to M. PEDINI

risultati. Ma quali sono questi mezzi per la ricerca archeologica subacquea? I più vari. Sono tanti e così diversi, che è difficile qui in poche righe descriverli tutti. Alcuni permettono direttamente dalla superficie di indagare sul fondale. L'ecografo scrivente, ad esempio, con cui è possibile rilevare improvvisi e sospetti rialzi sui pianori sabbiosi (relitti in parte ricoperti dai sedimenti?) o, ancora più utile, lo straordinario «Side-scan-sonar», una modernissima apparecchiatura i cui sensori, trainati da un natante, permettono di ricavare addirittura una specie di mappa del fondale attraversato dal mezzo, con il rilievo dettagliato di tutti gli oggetti emergenti dal fondo su due ampie fasce laterali alla direttrice di marcia del natante. Di qualche aiuto può essere anche la fotografia aerea, ma subordinatamente a certe condizioni ambientali di cui non sempre si può disporre.

Per quanto riguarda invece i mezzi di ricerca utilizzabili direttamente dall'uomo in immersione, dobbiamo distinguere tra quelli per la fase preliminare di ricerca a vasto raggio, e quelli richiesti invece da un'indagine più approfondita nei punti di maggiore interesse. Tra i primi, adatti ad un uso individuale, ricordiamo l'ala subacquea, con la quale un buon subacqueo al traino di una barca a motore riesce ad esplorare, in poco tempo ed abbastanza agevolmente, sia in apnea che con autorespiratore, ampi tratti di fondale fino ad una trentina di metri di profondità. Oppure i più moderni «scooter» subacquei (dei semoventi azionati da batterie elettriche) che, pur rispondendo allo stesso scopo dell'ala subacquea, permettono, con la loro autonomia e la loro discreta velocità, l'esplorazione diretta dei fondali senza alcuna dipendenza dalla superficie. Tuttavia, affinché la ricerca preliminare sia efficace e non dispersiva, è opportuno che essa venga condotta, pur con i mezzi suddetti, non a caso, ma secondo certi sistemi che diano la garanzia di scandagliare senza ripetizioni o lacune, la zona sommersa che interessa. A tale scopo ci sono vari sistemi da adottare, e un valido esperto di ricerca archeologica subacquea, l'ing. Alessandro Fioravanti, in un suo volumetto edito dai Gruppi Archeologici d'Italia sulla tecnica archeologica subacquea, ce li illustra dettagliatamente.

m

Il sistema più semplice ed economico è quello del «tracciato», che prevede la suddivisione della zona di interesse in tanti rettangoli da esplorare in successione, una volta impiantato con boe e corpi morti il campo che li comprende. C'è poi il sistema della «sciabica» che, con il traino di barche a motore, permette l'esplorazione di zone più ampie, oppure quello della «chiocciola», che consiste in una serie di percorsi circolari da compiere facendo riferimento a «centri» opportunamente determinati. Una volta individuata la zona più ristretta su cui la eventuale presenza di certi reperti consiglia di approfondire la ricerca, si procederà allora al cosiddetto «rilevamento di dettaglio».

Si tratta in pratica di «fotografare» la zona nel modo più completo possibile e con tutti i mezzi a disposizione. Non solo quindi con le fotocamere subacquee, da impiegare in modo da poter poi ricostruire, unendo le singole foto, l'intera mappa fotografica della zona, ma anche con tutti gli apparecchi di misura e di rilievo che si conoscono (livelli, bussole, fettucce metriche ecc.) e, all'occorrenza, ancora con carotieri e rilevatori di metalli nascosti e con gli altri strumenti particolari che la stessa particolare situazione potrà far escogitare. Nulla di codificato, quindi, se non l'esigenza di raccogliere più dati certi possibile, da portare all'attenzione degli archeologi prima di procedere a qualunque iniziativa di rimozione o di scavo. Infine il recupero e lo scavo. Per il recupero ci sono, ben noti ai sub, i cosiddetti «palloni di sollevamento» o «paracadute». Gonfiati di aria sul fondo, permettono di riportare in superficie qualunque peso. Per lo scavo, invece, ricordiamoci anzitutto che discrete quantità di sabbia e sedimenti possono essere facilmente rimosse servendosi della sola mano, agitandola come per sventolare appena al di sopra del fondo. Per asportare maggiori quantità di materiali di fondo si ricorrerà invece alla classica «sorbona», che per praticità potrà essere alimentata direttamente sul fondo con una bombola di autorespiratore collegata all'imboccatura della sorbona con un riduttore di pressione; oppure alla più nuova «lancia idraulica», che, sfruttando l'impulso di un complesso pompa compressore sistemato in superficie sul mezzo appoggio, permette di inviare un potente getto di acqua a pressione sui sedimenti da rimuovere e di allontanarli contemporaneamente dalla zona di scavo.

 
Dove e cosa cercare

In Italia le zone sommerse di interesse archeologico non mancano certo, sia nei laghi che lungo i litorali costieri. Unica differenza tra mare ed acque dolci, il differente grado di conservazione dei reperti che si può riscontrare nei due ambienti. Nel mare, solo la terracotta ed alcuni metalli più pesanti conservano una buona integrità, mentre il legno riesce a resistere al tempo solo se ricoperto da strati di sabbia fine. In acque dolci, invece, i metalli si conservano tutti abbastanza bene, come pure il legno, che tende addirittura a fossilizzarsi, in acque tranquille, per mancanza di ossigeno.

Come si è detto, è di solito il primo ritrovamento fortuito che induce alla ricerca di altri reperti. Ma se sfortunatamente esso non c'è stato, una ricerca archeologica subacquea può essere ugualmente avviata, con buone probabilità di successo, basandosi principalmente sulle caratteristiche dei luoghi d'immersione, riferite naturalmente ai tempi andati. Località costiere oggi abbandonate o poco frequentate, furono in passato punti di grande traffico e possono riservare piacevoli sorprese ai ricercatori più attenti e fortunati. Presso le secche al largo o i pericolosi scogli isolati possono nascondersi importanti relitti, e uno studio delle correnti e dei venti dominanti nella zona può essere utile a favorire il ritrovamento. Nelle anfrattuosità di questi fondali e di certe anse costiere più riparate dai venti, si potranno trovare facilmente le tracce dei frequenti ancoraggi qui avvenuti nelle varie epoche; dai resti in piombo di antiche ancore di epoca greca e romana (ceppi e contromarre), alle più rudimentali ancore in pietra di tipo trapezoidale a tre fori; dal semplice sasso con l'incavo a croce per il legaccio, un tipo di àncora semplice ancor oggi impiegata da certi pescatori, alla misteriosa «ciambella» di pietra, sul cui esatto impiego non tutti gli esperti sono d'accordo. Altre località di indubbio interesse per l'archeosub, sono quelle aree un tempo all'asciutto e ricche di vita e oggi, per motivi naturali (bradisismi e maremoti), in parte o del tutto sommerse.

m

 


Ricordiamo, ad esempio, Amalfi, Pozzuoli, Ventotene e alcuni laghi dell'entroterra laziale, come il lago di Bolsena. Qui, lo scavo paziente e ben organizzato può far riportare alla luceresti interessanti delle antiche civiltà e molti degli oggetti d'uso dei nostri antenati. Naturalmente di tali oggetti, come di tutti i reperti subacquei di interesse storico, è proprietario a norma di legge lo stato, a meno che non si possa dimostrare di avere effettuato il recupero al di fuori delle acque territoriali italiane. Una cosa abbastanza difficile, stante anche il recente ampliamento dei limiti territoriali. Ogni reperto recuperato in base all'art. 48 della legge 1089 va quindi consegnato alle autorità che sul luogo di sbarco rappresentano lo Stato: Capitaneria di porto, CC o Guardia di finanza. Queste, dal canto loro, debbono provvedere a stilare il relativo verbale di rinvenimento, necessario per la doverosa corresponsione del cosiddetto «premio di recupero» a coloro che l'hanno effettuato. Tale premio, stabilisce la legge, non può superare un quarto del valore dell'oggetto recuperato. La sua corresponsione agli aventi diritto, una volta espletate le dovute formalità, avviene abbastanza regolarmente a cura della Soprintendenza di zona, con l'unico inconveniente che l'entità del premio viene stabilita in base ad una stima che fa la stessa Soprintendenza e che non tiene affatto conto dei prezzi correnti che l'oggetto può avere su certi mercati, che, per quanto illeciti, pur sempre esistono. Così può avvenire che il valore attribuito ad un'anfora integra dall'esperto della Soprintendenza (in fondo non si tratta altro che di un barile dell'antichità!) sia di L. 25.000 circa, con un premio di recupero spettante al rinvenitore non superiore a L. 7.500 (per giunta al lordo di tasse e spese postali!. Una somma davvero esigua; esigibile per giunta quando arriverà il mandato, contro un valore medio sul mercato clandestino della stessa anfora di circa 200.000 lire, in contanti pronta cassa. Ciò nonostante, sono numerosi i subacquei che, rifuggendo la tentazione del facile guadagno offerto da questo illecito commercio, preferiscono seguire la via legale della consegna del reperto alle autorità preposte e conquistare la loro fiducia, anche mediante complete relazioni a corredo dei rinvenimenti effettuati. Ed è su questa via che si sono avviate, tra Soprintendenze e archeosub, proficue collaborazioni di ricerca in molte regioni italiane, alcune delle quali hanno portato a risultati di grande rilievo; risultati che, per la dimostrata deficienza di strutture tecniche idonee in seno all'amministrazione centrale, mai e poi mai avrebbero potuto essere raggiunti.  Lo ha riconosciuto  lo stesso ministro per i Beni

Sotto a sinistra dall'alto in basso: un'antica anforetta usata probabilmente come portaprofumi e, accanto,  un'ancora rudimentale in pietra; antiche lucerne  provenienti da Pozzuoli; anelli in piombo di diverso diametro, adoperati per disincagliare gli ami, in uso ancor oggi. A destra, un sub con un orcio e un piccolo ceppo di piombo

Culturali e Ambientali in una sua circolare dell'agosto dello scorso anno, indirizzata a tutti i soprintendenti proprio in tema di archeologia subacquea. È una intelligente circolare che apre, finalmente, nuove prospettive alle attività di quanti sono interessati alle ricerche subacquee, per l'espresso invito ad organizzare, in piena collaborazione tra Soprintendenze e gruppi subacquei, la conduzione di ricerche subacquee ovunque se ne ravvisi la opportunità, e ad indicare nel contempo quei siti che, per i precedenti risultati acquisiti, siano meritevoli di ulteriori indagini da affidare ad enti, organizzazioni e privati particolarmente qualificati sotto il profilo professionale.

Bibliografìa essenziale:
George F. Bass - Archeologia sub - Mursia Editore, 1974.
R. Battaglia - Archeologia subacquea - Edizioni ERI, 1975
A. Fioravanti - Tecnica archeologica subacquea-Ediz. Gruppi Archeologici d'Italia, 1971 F. Dumas e altri autori - Sotto gli oceani, voi. Ili - Ediz. Ferrai Ginevra, 1976


(*) nota introduttiva a cura della redazione di "Nautica"
 
   torna alla "Homepage"

al secondo articolo della serie

torna a " fotogiornalismo "

copyright Guido Picchetti - 27/4/2009