E' il secondo di due articoli su temi di
biologia marina, realizzati con la collaborazione del mio caro amico
Alessandro Branco, e pubblicati da "Mondo Sommerso " nel 1978 e nel
1979, anni in cui la
rivista usciva bimestralmente.
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LE PIRAMIDI SOMMERSE di Alessandro Branco - foto di Guido Picchetti |
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marina costruendo barriere artificiali di ripopolamento. Il problema di fondo, divenuto ormai un imperativo categorico, è sempre lo stesso: salvare il mare, proteggerlo dagli inqui-namenti, aiutarlo dove la natura si è mostrata più avara o dove la mano dell'uomo è stata più pesante del solito. Il mare è una presenza troppo evidente per far finta d'ignorarlo. Ricopre i tre quarti della superficie terrestre, è stato la culla di tutti gli organismi viventi, offre risorse alimentari teoricamente inesauribili. Nonostante ciò è sfruttato senza un minimo di programmazione, di organicità: rispetto all'agricoltura, vale a dire allo sfruttamento pianificato degli spazi emersi, la maricoltura è ancora indietro di secoli. Salvare il mare. Lo si ripete da anni, anzi da decenni. I discorsi e le grida d'allarme hanno già segnato il loro tempo. Ora bisogna agire: al più presto, prima che i mari del nostro pianeta, ed in particolare il Mediterraneo, divengano ricettacoli d'acqua maleodorante ed inerte. Agire, ma come ed in quale direzione? A prescindere dalla lotta all'inquinamento - requisito indispensabile perché l'elemento liquido possa offrire ancora un habitat tollerabile - è necessario creare delle zone che forni-scano le condizioni ideali per un ripopolamento ittico, nelle quali venga ricostruita artificialmente oppure sia in qualche modo favorita la formazione di tutti gli anelli della catena biologico-alimentare marina. Spieghiamoci meglio. Innanzitutto è doveroso operare una distinzione tra le due forme di protezionismo ambientale più comuni, cioè tra le zone di tutela biologica e le zone di ripopolamento. Le prime sono fondamentalmente aree da interdire alla pesca, permettendo un riposo biologico delle specie stanziali. Lo scopo che si prefiggono viene però frequentemente invalidato dalla usanza e dalla necessità di esercitare una pesca più intensa negli spazi limitrofi, per cui l'incremento di biomassa che si verifica nelle zone di tutela viene bilanciato e praticamente annullato. Le seconde, al contrario, generalmente costituite da substrati duri o barriere artificiali, trovano la loro ragion d'essere nel fenomeno del tigmotropismo animale. Studiato e codificato nel 1938 da Breder e Nigrelli, il tigmotropismo rappresenta l'at-trazione esercitata da substrati duri ed in genere da corpi solidi sommersi nei confronti dei pesci, ed è stato definito da questi studiosi come «il desiderio dei pesci di star vicino ad un oggetto solido». Ben noto ai pescatori sportivi e professionisti, ed a tutti i subacquei, il fenomeno del tigmotropismo ha decretato parte del successo delle barriere artificiali, parte in quanto l'efficacia delle barriere viene aumentata e completata tanto dall'impedimento che fisicamente esse costituiscono per la pesca a strascico, quanto dalla ricchezza di microfauna che vi trova un habitat favorevole negli interstizi appositamente creati. E le piramidi del Conero, di cui parlavamo all'inizio, rappresentano una felice realizzazione italiana di queste barriere artificiali. Comprese in uno dei 18 programmi finalizzati varati dal CNR, l'installazione delle Piramidi Sommerse del Conero è stata effettuata dal Laboratorio di Tecnologia della Pesca di Ancona tra luglio e novembre del 1974. Ogni piramide è formata da tre livelli di blocchi di calcestruzzo di forma cubica di due metri per lato, variamente sagomati e scavati per aumentare la super-ficie a disposizione degli organismi marini, e quindi offrire un valido substrato per le specie sessili e rifugi di varie dimen-sioni per le altre. Il primo livello è costituito da nove blocchi alla distanza di un metro circa l'uno dall'altro, il secondo da quattro blocchi posti sopra i primi in ordine sfalsato, in modo da formare gallerie e cavità sotto tetto, il terzo livello è composto da un solo blocco messo a cappello della piramide. Il tutto per un totale di dodici piramidi intervallate di 50 metri, con una superficie circoscritta di 29.760 mq e cosparsa di pie-trame di grossa pezzatura, ad una profondità media di 14 me- |
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I massi (foto grande) appaiono già
ricoperti di grossi mitili, |
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tri, in modo che l'ultimo blocco della piramide venga a trovarsi a sette metri e mezzo dal pelo dell'acqua. Di questa barriera artificiale fanno parte anche due vecchi battelli affondati, che con le piramidi e con gli altri relitti nelle vicinanze formano una retta ideale. A questo punto c'è da domandarsi perché la barriera sia stata calata proprio nell'Adriatico, e perché sia stata costruita con quella forma e con quel materiale. Per quanto concerne la scelta dell'Adriatico come banco di prova, i motivi sono strettamente legati alla morfologia del suo fondale. Le barriere artificiali, infatti, hanno il compito di rimpiazzare i substrati solidi nei luoghi che ne sono sprovvisti, vale a dire sui fondali prettamente sabbiosi, fangosi o detritici, in modo da fornire un valido appiglio alle forme sessili dello zooplancton e del fitoplancton, e per costituire inoltre una piattaforma alimentare sufficiente a soddisfare le esigenze di organismi sempre più grandi, avviando così una catena alimentare il cui ultimo anello è formato dalle specie commestibili per l'uomo. E' anche evidente che il fenomeno tigmotropico, caratteristico dei corpi solidi sommersi, risulta di maggiore intensità proprio là dove di substrati solidi ce ne sono pochi: l'Adriatico, può essere considerato un vero campione... La modesta profondità, poi, alla quale sono state poggiate le piramidi, garantisce un certo margine di sicurezza per i frequenti controlli e rilevazioni che gli studiosi effettuano con gli autorespiratori od in apnea. La forma ed il materiale delle piramidi, invece, sono stati determinati in base ad esperienze compiute da altri Paesi all'avanguardia nella maricoltura. Fino a qualche anno fa, le barriere artificiali erano formate quasi dovunque da carcasse di vecchie automobili accatastate alla rinfusa, ma col passare del tempo ci si accorse che i materiali ferrosi si sfaldavano nel giro di tre o quattro anni, e che le vernici adoperate per le carrozzerie avevano vita ancora |
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più breve, generando, con il loro deterioramento, un forte fattore inquinante. Il calcestruzzo ed il legno dei vecchi battelli sono risultati quindi i materiali più resistenti ed economici: in particolar modo il primo, per la sua estrema modellabilità iniziale e per la lenta corrosione alla quale è soggetto. E' certamente ancora troppo presto per ottenere una serie di dati che esaurisca in modo
completo e definitivo la sete di notizie che un esperimento del genere
comporta, ma quei pochi dati temporaneamente disponibili già da soli
lasciano intravedere risultati più che apprezzabili. Basti pensare, ad
esempio, che le facce esterne delle piramidi vantano una densità di mitili
di 70-100 kg al mq, per un totale calcolato per l'intera barriera di circa
200 tonnellate, e per una taglia media di 10 cm. Del quantitativo di pesce
catturato nei dintorni, invece, è difficile fino ad oggi fare una stima ragionata e
ponderata, in quanto influenzata da numerose variabili.
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Nelle foto in basso: altre immagini della
gran varietà di orga- |
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copyright Guido Picchetti - 5/5/2009