da "MONDO SOMMERSO" / Gennaio-Febbraio  1979

E' il secondo di due articoli su temi di biologia marina, realizzati  con la collaborazione del  mio caro amico
Alessandro Branco, e pubblicati da "Mondo Sommerso " nel 1978 e nel 1979, anni in cui la rivista usciva bimestralmente.

 

LE PIRAMIDI SOMMERSE

di Alessandro Branco - foto  di Guido Picchetti

Nei pressi di Ancona, poche miglia a sud-est del promontorio del Conero, da un fondale sabbioso di circa 14 metri s'innalzano dodici piramidi formate da blocchi di calcestruzzo. Un'incredibile scoperta archeologica? Una base di Ufo? Niente di così eccezionale. Più sempli-cemente,  o meglio  più  realisticamente, un tentativo del CNR per salvare la fauna


La barriera artificiale, calata su un fondale di una quindicina di metri, spinge la sua sommità fino a sette-otto metri dalla superficie. L'efficacia di questa costruzione
anche contro le «strascicanti» è dimostrata dalla presenza di una rete rimasta incagliata in cima ad una piramide. Sotto il titolo: il promontorio del Conero,
nelle cui acque si trova la barriera.

marina costruendo barriere artificiali di ripopolamento. Il problema di fondo, divenuto ormai un imperativo categorico, è sempre lo stesso: salvare il mare, proteggerlo dagli inqui-namenti, aiutarlo dove la natura si è mostrata più avara o dove la mano dell'uomo è stata più pesante del solito. Il mare è una presenza troppo evidente per far finta d'ignorarlo. Ricopre i tre quarti della superficie terrestre, è stato la culla di tutti gli organismi viventi, offre risorse alimentari teoricamente inesauribili. Nonostante ciò è sfruttato senza un minimo di programmazione, di organicità: rispetto all'agricoltura, vale a dire allo sfruttamento pianificato degli spazi emersi, la maricoltura è ancora indietro di secoli.

Salvare il mare. Lo si ripete da anni, anzi da decenni. I discorsi e le grida d'allarme  hanno già segnato  il loro tempo.  Ora bisogna agire: al più presto, prima che i mari del nostro pianeta, ed in particolare il Mediterraneo, divengano ricettacoli d'acqua maleodorante ed inerte. Agire, ma come ed in quale direzione? A prescindere dalla lotta all'inquinamento - requisito indispensabile perché l'elemento liquido possa offrire ancora un habitat tollerabile - è necessario creare delle zone che forni-scano le condizioni ideali per un ripopolamento ittico, nelle quali venga ricostruita artificialmente oppure sia in qualche modo favorita la formazione di tutti gli anelli della catena biologico-alimentare marina.

Spieghiamoci meglio. Innanzitutto è doveroso operare una distinzione tra le due forme di protezionismo ambientale più comuni, cioè tra le zone di tutela biologica e le zone di ripopolamento. Le prime sono fondamentalmente aree da interdire  alla pesca,  permettendo  un riposo biologico delle specie stanziali. Lo scopo che si prefiggono viene però frequentemente invalidato dalla usanza e dalla necessità di esercitare una pesca più intensa negli spazi limitrofi, per cui l'incremento di biomassa che si verifica nelle zone di tutela viene bilanciato e praticamente annullato. Le seconde, al contrario, generalmente costituite da substrati duri o barriere artificiali, trovano la loro ragion d'essere nel fenomeno del tigmotropismo animale.

Studiato e codificato nel 1938 da Breder e Nigrelli, il tigmotropismo rappresenta l'at-trazione esercitata da substrati duri ed in genere da corpi solidi sommersi nei confronti dei pesci, ed è stato definito da questi studiosi come «il desiderio dei pesci di star vicino ad un oggetto solido». Ben noto ai pescatori sportivi e professionisti, ed a tutti i subacquei, il fenomeno del tigmotropismo ha decretato parte del successo delle barriere artificiali, parte in quanto l'efficacia delle barriere viene aumentata e completata tanto dall'impedimento che fisicamente esse costituiscono per la pesca a strascico, quanto dalla ricchezza di microfauna che vi trova un habitat favorevole negli interstizi appositamente creati. E le piramidi del Conero, di cui parlavamo all'inizio, rappresentano una felice realizzazione italiana di queste barriere artificiali.

Comprese in uno dei 18 programmi finalizzati varati dal CNR, l'installazione delle Piramidi Sommerse del Conero è stata effettuata dal Laboratorio di Tecnologia della Pesca di Ancona tra luglio e novembre del 1974. Ogni piramide è formata da tre livelli di blocchi di calcestruzzo di forma cubica di due metri per lato, variamente sagomati e scavati per aumentare la super-ficie a disposizione degli organismi marini, e quindi offrire un valido substrato per le specie sessili e rifugi di varie dimen-sioni per le altre. Il primo livello è costituito da nove blocchi alla distanza di un metro circa l'uno dall'altro, il secondo da quattro blocchi posti sopra i primi in ordine sfalsato, in modo da formare gallerie e cavità sotto tetto, il terzo livello è composto da un solo blocco messo a cappello della piramide. Il tutto per un totale di dodici piramidi intervallate di 50 metri, con una superficie circoscritta  di 29.760 mq  e cosparsa di pie-trame di grossa pezzatura,  ad una profondità media  di 14 me-

Le barriere artificiali all'estero
                                                    di Guido Picchetti

Negli Stati Uniti, le barriere artificiali sono state utilizzate fin dal 1830, anche se per necessità modeste e con superfici piuttosto ristrette. Le prime barriere di una certa consistenza vennero realizzate solo nel 1935 al largo di Cape May, nel New Jersey, e più tardi, nel 1950, al largo di Long Island, nello stato di New York, lungo le coste della California e dell'Alabama. Da allora, fino al 1974, il governo degli Stati Uniti ha ininterrottamente finanziato le ricerche scientifiche in materia, e tuttora fornisce assistenza e consulenza tecnica ai gruppi interessati alla costruzione delle barriere sommerse. Curioso è il movente che ne ha favorito la proliferazione negli Stati Uniti. L'interesse biologico ed alimentare, infatti, è sopraggiunto solo in un secondo tempo, mentre le prime pressanti richieste di ripopolamento sono venute piuttosto dalla pesca sportiva...

Pure in Australia le barriere artificiali hanno raggiunto oggi un discreto livello di diffusione, ma soprattutto nelle acque interne, in quanto il reef corallino che si estende lungo le coste settentrionali del Paese già assolve egregiamente, se protetto, la sua funzione ripopolatrice. Nel lago Macquarie sono state costruite ben quattro barriere artificiali, di cui una, e precisamente quella sul Canale Swansea, composta da 22 piramidi di 30 copertoni di auto ciascuna, disposte a ferro di cavallo a 9 metri di profondità.

Un cenno del tutto particolare merita, infine, il Giappone per i suoi meriti pionieristici nel campo della maricoltura. Questo Paese è stato infatti il primo a sentire l'impellente necessità di un più razionale sfruttamento delle risorse marine, essendo tradizionalmente legato nell'alimentazione ai prodotti del mare, quasi sempre presenti nei più famosi piatti nipponici. Particolarmente interessante, a tale proposito, l'allevamento e la protezione dei giovani tonni negli atolli del Pacifico. Partendo da alcuni riproduttori prigionieri, i tonni vengono seguiti e curati dallo stadio larvale finché raggiungono taglie alle quali la mortalità naturale si riduce a livelli insignificanti, vengono allora liberati in mare aperto e ripescati successivamente con i sistemi tradizionali quando la loro taglia diventa ottimale per la commercializzazione.

Quantitativamente e qualitativamente significante è anche l'esperienza compiuta dai giapponesi in materia di barriere artificiali. I biologi nipponici, nel corso delle loro prime ricerche sulla funzionalità delle barriere, avevano notato che, se nella costruzione vengono usati solo materiali di grossa pezzatura, quali ad esempio dei grossi massi, tutti quei piccoli invertebrati che sono attratti dalla barriera e che costituiscono di norma il plafond alimentare dei pesci più grandi, vengono rapidamente decimati con il risultato di un automatico abbandono della zona da parte dei pesci. Per questo oggi i giapponesi, quando intendono incrementare il potenziale ittico di una zona, calano sempre due tipi di barriere artificiali. Il primo, chiamato tsukiiso, è costituito in prevalenza da blocchi di calcestruzzo simili a quelli che formano le piramidi del Conero, ed ha il compito di ricreare l'habitat ottimale per la riproduzione e lo sviluppo delle alghe e dei piccoli invertebrati. Il secondo tipo, chiamato gyosho, è formato da un insieme eterogeneo di oggetti, di vecchi battelli, di giunco ed ancora di blocchi di calcestruzzo, ed è in grado di offrire le condizioni più adatte alla riproduzione ed allo sviluppo dei pesci di maggior valore nutritivo e commerciale.



Il battello-appoggio dei sommozzatori del Laboratorio di Tecnologia della Pesca di Ancona, incaricati di rilevare periodicamente dati e campioni sulla barriera. A destra: in assenza del galleggiante che segnala la barriera al largo del Conero (foto in alto) e che il mare o le navi di passaggio
possono strappare, bisogna cercarne la posizione  con l'ecoscandaglio (foto in basso).

 I massi (foto grande) appaiono già ricoperti di grossi mitili,
su molti dei quali si sono insediati altri organismi marini.

tri, in modo che l'ultimo blocco della piramide venga a trovarsi a sette metri e mezzo dal pelo dell'acqua. Di questa barriera artificiale fanno parte anche due vecchi battelli affondati, che con le piramidi e con gli altri relitti nelle vicinanze formano una retta ideale.

A questo punto c'è da domandarsi perché la barriera sia stata calata proprio nell'Adriatico, e perché sia stata costruita con quella forma e con quel materiale. Per quanto concerne la scelta dell'Adriatico come banco di prova, i motivi sono strettamente legati alla morfologia del suo fondale. Le barriere artificiali, infatti, hanno il compito di rimpiazzare i substrati solidi nei luoghi che ne sono sprovvisti, vale a dire sui fondali prettamente sabbiosi, fangosi o detritici, in modo da fornire un valido appiglio alle forme sessili dello zooplancton e del fitoplancton, e per costituire inoltre una piattaforma alimentare sufficiente a soddisfare le esigenze di organismi sempre più grandi, avviando così una catena alimentare il cui ultimo anello è formato dalle specie commestibili per l'uomo. E' anche evidente che il fenomeno tigmotropico, caratteristico dei corpi solidi sommersi, risulta di maggiore intensità proprio là dove di substrati solidi ce ne sono pochi: l'Adriatico, può essere considerato un vero campione...

La modesta profondità, poi, alla quale sono state poggiate le piramidi, garantisce un certo margine di sicurezza per i frequenti controlli e rilevazioni che gli studiosi effettuano con gli autorespiratori od in apnea. La forma ed il materiale delle piramidi, invece, sono stati determinati in base ad esperienze compiute da altri Paesi all'avanguardia nella maricoltura.

Fino a qualche anno fa, le barriere artificiali erano formate quasi dovunque da carcasse di vecchie automobili accatastate alla rinfusa, ma col passare del tempo ci si accorse che i materiali ferrosi si sfaldavano nel giro di tre o quattro anni, e che le vernici adoperate per le carrozzerie avevano vita ancora


Foto sopra: tra i massi della costruzione sommersa vi sono
ampi interstizi, favorevoli al ripopolamento ittico delle
specie più pregiate.

Foto sotto: sulle piramidi più vicine al fondo si trovano
 numerosi spirografi.

più breve, generando, con il loro deterioramento, un forte fattore inquinante. Il calcestruzzo ed il legno dei vecchi battelli sono risultati quindi i materiali più resistenti ed economici: in particolar modo il primo, per la sua estrema modellabilità iniziale e per la lenta corrosione alla quale è soggetto.

E' certamente ancora troppo presto per ottenere una serie di dati che esaurisca in modo completo e definitivo la sete di notizie che un esperimento del genere comporta, ma quei pochi dati temporaneamente disponibili già da soli lasciano intravedere risultati più che apprezzabili. Basti pensare, ad esempio, che le facce esterne delle piramidi vantano una densità di mitili di 70-100 kg al mq, per un totale calcolato per l'intera barriera di circa 200 tonnellate, e per una taglia media di 10 cm. Del quantitativo di pesce catturato nei dintorni, invece, è difficile fino ad oggi fare una stima ragionata e ponderata, in quanto influenzata da numerose variabili.

 

Nelle foto in basso: altre immagini della gran varietà di orga-
nismi, fra cui le ostriche, che si sono insediati sulla barriera


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copyright Guido Picchetti - 5/5/2009