da "MONDO SOMMERSO" / Estate 1972

 

CHE BRAVI I BAMBINI SOTT'ACQUA !

testo e foto  di Guido Picchetti

L'interesse verso il mondo che ci circonda e le innumerevoli forme di vita che in esso si manifestano è un dono prezioso a ogni età. Può rendere attraente e piena una nostra giornata, o dare addirittura uno scopo a tutta un'esistenza. Ma è indubbio che nei giovani è più avvertibile un simile interesse. La miglior prova è il gioco dei «perché» che un ragazzo, o anche un bambino, è capace di sollevare con chi ha la pazienza di seguirlo e di appagare le sue naturali curiosità.

Per questo l'immersione, più di ogni altra attività fisico-sportiva, è in grado di attirare un ragazzo. In essa ci sono alcuni elementi — il fascino della scoperta, il senso dell'ignoto — che, sempre presenti anche in una semplice immersione nelle acque sotto casa, sono tali da sedurlo una volta per tutte. L'impegno fisico che tale attività richiede, il freddo stesso che anche nelle giornate più calde interviene a limitare nel tempo una qualunque immersione, sono altri elementi che contribuiscono a tenere sempre più viva la passione subacquea. Proprio grazie al freddo, ad esempio, è difficile che il ragazzo possa «saziarsi» durante un'immersione. La volta seguente le condizioni ambientali dell'immersione saranno mutate e quindi l'interesse del minore sarà rinnovato. Come pure a causa del freddo patito durante le lunghe ore trascorse in acqua le pur piacevoli sensazioni che l'immersione saprà offrirgli saranno indubbiamente sofferte; proprio per questo maggiormente apprezzate e, come spesso accade in questi casi... senza necessariamente sconfinare nel masochismo, tali da legarlo ancor più tenacemente alla pratica della subacquea.


Ma come vedono i grandi l'attività subacquea svolta dai loro figlioli al mare nelle calde giornate d'estate? Purtroppo, dobbiamo dirlo, non sempre i «grandi ...» vedono le cose in modo cosciente e responsabile. Vi sono genitori che sono piuttosto portati a sottovalutare i pericoli che la «spontanea» attività subacquea dei figlioli può comportare, e altri genitori che, all'opposto, sono estremamente timorosi verso questa pratica sportiva, esagerandone i rischi oltre il dovuto. Come sempre, il giusto è nel mezzo.  La pratica subacquea, infatti, per quanto semplice e elementare possa essere, non è scevra da pericoli per chi vi si dedichi privo di ogni nozione in proposito. Una rottura del timpano, tanto per dirne una, è un incidente che può facilmente occorrere a un ragazzo che, sull'esempio dell'amico sceso a 5-6 metri senza alcuna evidente manovra di compensazione, si avventuri alla stessa profondità cercando stoicamente di resistere al senso, di pressione prima e di dolore poi, che sente nelle orecchie durante la discesa. Ma forse l'amico non avverte alcuna necessità di compensazione grazie alla pervietà delle sue tube, o perché gli riesce di compensare, senza neppure rendersene conto, con una semplice deglutizione. Il nostro ragazzo, invece, avrebbe bisogno di un'energica manovra di Marcante-Odaglia, cioè di stringere il naso con le dita e spingere con la lingua l'aria in alto all'interno delle orecchie. Solo così passerebbe il dolore e con esso ogni pericolo di un incidente ai timpani. Ma nessuno glielo ha detto, né l'amico che, beato lui, non ha necessità di saperlo, né i genitori, che nella loro ignoranza dei problemi sub non possono certo immaginare che già nei pochi metri raggiun-


gibili dalle prime timide apnee del loro figliolo possa celarsi un simile rischio. La stessa ignoranza di base è causa dell'atteggiamento opposto. Mi basti citare un episodio. Tempo fa un padre, a proposito dell'uso degli autorespiratori da parte del suo ragazzo, mi espresse il timore che la respirazione in immersione con l'ARA avrebbe potuto far male al figliolo a causa dello «strano gas» contenuto nelle bombole. Ignorava, evidentemente, che lo «strano gas» del comune autorespiratore non è che aria, un'aria che nella maggior parte dei casi è molto, ma molto più pure di quella che solitamente respiriamo nelle nostre città.

Certo, non possiamo pretendere che i genitori seguano corsi di immersione per poter guidare consapevolmente i figlioli attratti dall'attività subacquea. Tuttavia è necessario che essi si rendano conto che questa pratica non può mai essere un'attività fisica «spontanea» quale, ad esempio, la corsa o i salti. Immergendosi anche soltanto a pochi metri, l'uomo, ragazzo o adulto che sia, viola un ambiente a lui naturalmente estraneo. Per potervisi introdurre, muovere, e uscirne senza spiacevoli conseguenze non basta essere fisicamente dotati o animati da volontà e entusiasmo. Al limite, direi anzi che tali fattori possono rivelarsi controproducenti, poiché inducono a una maggiore confidenza con il nuovo ambiente, confidenza che può rivelarsi essa stessa causa di incidenti.

E' necessario invece far tesoro delle esperienze di coloro che prima  di noi  hanno  aperto  la  porta  su questo nuovo mondo,

E' evidente, in queste  due foto a lato, la dif-ferenza di atteggiamen-to dalla prima immer-sione alle successive. Nella prima foto il bambino, alla sua prima immersione in mare, è ancora timoroso della nuova esperienza e del-l'ambiente a lui estra-neo, ed è manifesta-mente ancora teso e contratto. A destra
(quinta immersione)
l'atteggiamento è molto più disinvolto e il tono muscolare rilassato.

rendendo con i loro studi, le loro osservazioni e, perché no?, con i loro sacrifici, l'attività subacquea una delle più sicure tra le tante svolte dall'uomo sportivo moderno. Al giorno d'oggi, con  un'adeguata  preparazione teorica  e  pratica,  e oppor-tunamente guidati, l'attività subacquea, sia in apnea che con gli ARA, è un'attività scevra da grossi rischi, molto meno pericolosa di alcuni sport di massa che pure vanno per la maggiore (sci o ciclismo). A tali condizioni diventa anzi una pratica sportiva adatta a ogni età, una volta accertata, dal punto di vista medico, la perfetta integrità fisica. Ben preparate, le persone di una certa età sapranno compensare con il proprio raziocinio le eventuali deficienze di resistenza e di acquaticità che potrebbero porle in difficoltà in alcune situazioni ambientali. I giovani, d'altro canto, finanche i giovanissimi di 5-6 anni, potranno ricevere da una tale attività, svolta sotto una guida intelligente ed esperta, benèfici stimoli a contenere la propria naturale esuberanza.

Contrariamente a ciò che molti pensano, è proprio l'apnea che per i giovanissimi presenta alcune incognite. Non tanto per i pericoli insiti nell'immersione in apnea di per sé, quanto per le sollecitazioni che, secondo alcuni medici, potrebbero provocare su un organismo ancora in via di formazione apnee troppo prolungate e ripetute sotto sforzo.  E' questa  la ragione per cui normalmente si richiede per l'agonismo subacqueo in apnea un'età minima di 16 anni. Invece un'attività subacquea con l'ARA praticata in piscina, o anche in mare a profondità limitate

e con le attrezzature moderne, non richiede un impegno fisico particolare ed è quindi realizzabile anche da un bambino senza particolari timori. Se rischi vi sono, essi sono legati piuttosto all'immaturità psicologica del bimbo, che potrebbe indurlo a non valutare esattamente le proprie capacità in rapporto alle situazioni in cui venga a trovarsi. Ma ritengo si tratti di un timore esagerato. Per esperienza sono convinto che, se un bambino arriva a capire perché e come una certa situazione può provocare un incidente, ancora più istintivamente di un adulto egli saprà evitarla. Si tratterà di far nascere in lui una specie di riflesso condizionato al riguardo, ma se si riesce ad ottenere ciò in un adulto, possiamo essere certi che è cosa più facile in un giovane, in cui certi errati condizionamenti ancora non sono profondamente radicati.

La difficoltà che possiamo incontrare nell'addestramento dei giovanissimi è, piuttosto, a monte: nel riuscire, cioè, a far capire certi problemi tecnici e certi concetti che investono leggi e principi fisici di cui essi sono ancora completamente all'oscuro. Ma basterà trovare le parole adatte e, ancora meglio, il momento giusto. Sarà questa l'impresa più delicata e preziosa che l'istruttore di un «minisub» dovrà compiere, ma sarà solo questione di pazienza. Fortunatamente l'entusiasmo che anima il piccolo allievo gli verrà questa volta in aiuto, consentendo dei veri miracoli. Concetti teorici del tutto nuovi, le atmosfere, la saturazione, le pressioni parziali, prima o poi saranno  accettati  (con quali vantaggi  anche dal punto di vista

Non vi è esercizio di padronanza tecnica delle attrezzature d'immersione che sia fuori dalla portata del bambino.


Nella foto qui a lato: respirazione a due da fermo dapprima con maschera, poi, come nella foto qui sopra,   senza maschera. In questa foto si noti  l'estrema disinvoltura della bambina (5 anni) con la cintura di zavorra sulla spalla, durante questi esercizi di respirazione.



due  in movimento a mezz'acqua con bombola a braccio, ma senza masche-ra: è stata raggiunta ormai la com-pleta acquaticità.


Foto in alto a sinistra: esercizio di respi-razione a due con maschera in movimen-to, a mezz'acqua  con bombola a braccio.
Foto a sinistra  in basso:  respirazione a
scolastico è inutile dirlo).

Per questo è fondamentale che i nostri piccoli subacquei possano avvalersi di una guida responsabile e sicura. Potrà essere una scuola subacquea nel cui ambito esplicare una attività di gruppo, o soltanto un familiare paziente, già esperto subacqueo, che lo accompagni alla meravigliosa scoperta del mondo sottomarino.  Meglio  la  prima soluzione, 

Terminato il ciclo di addestramento in piscina, l'istruttore dovrà ravvivare l'en-tusiasmo dei minisub con periodiche immersioni in mare, quando le condizioni  meteo rendano l'immersione perfetta-mente sicura. La graduale conquista del mondo marino, con le sue mille meraviglie, è in effetti un grande momento per il nuovo minisub.

indubbiamente, grazie alla quale il bimbo si troverà a contatto di coetanei animati dagli stessi interessi e potrà meglio sviluppare alcune sue doti di carattere, quali l'altruismo e lo spirito di collaborazione, estremamente importanti in questa attività, anche ai fini della migliore sicurezza.

Il genitore subacqueo dovrà invece fare particolare attenzione a smorzare ogni complesso di superiorità che potrebbe sorgere nel piccolo allievo per questa pratica sportiva, certamente prestigiosa agli occhi dei compagni, elemento questo che invece potrebbe risultare dannoso inducendolo a strafare. Per i giovani minisub la preparazione all'immersione non ha una durata definita. Dobbiamo abituarci a considerare la stessa attività pratica, svolta in piscina o in mare, ancora e sempre un continuo addestramento. Anche durante una cosiddetta immersione «libera», in cui cioè non è prevista l'esecuzione di particolari esercizi, l'autocontrollo, la disciplina, la cura delle attrezzature, l'assistenza al compagni e lo spirito di gruppo sono elementi che devono essere costantemente richiesti all'allievo, e che debbono caratterizzare ogni momento dell'esercitazione. Si tratta di fattori che contribuiscono essenzialmente al buon andamento di un'immersione, ma che soprattutto favoriscono in modo determinante la formazione del giovane, incidendo profondamente sul suo carattere nel momento più favorevole della sua esistenza. Sarà un'impronta decisiva anche per la sua vita futura, che lo educherà al rispetto di sé e degli altri, nella ricerca del migliore autocontrollo nelle più diverse situazioni.

Nell'addestramento di un minisub possiamo distinguere quattro fasi. La prima comprende la cosiddetta acquaticità, cioè una serie di esercizi a corpo libero, che vanno dai percorsi di nuoto di superficie nei diversi stili ai recuperi di alcuni oggetti dal fondo della vasca, che forniranno l'occasione per perfezionare le tecniche di discesa, ossia le famose «capovolte». Saranno recuperi in apnea da fare senza sforzo. E senza sforzo andranno effettuate le prove della seconda fase, che comprende gli esercizi con maschera e pinne.

La terza fase prevede invece le esercitazioni con gli autorespiratori ad aria, impiegando degli apparecchi di ingombro proporzionato alle possibilità fisiche degli allievi: mono da 5 litri per i ragazzi da 7 anni; da 7 litri per quelli dai 7 ai 10 anni; 10 litri per quelli dai 10 ai 15 anni; da 12 litri per i più grandi. La quarta fase, infine, comprende alcune sporadiche immersioni in mare, effettuate con il fine principale di tener vivo l'interesse verso quest'attività, che potrebbe altrimenti isterilirsi agli occhi del ragazzo tra le quattro pareti nude della piscina.

Sono quattro diverse fasi di addestramento, con esercitazioni da realizzare con differente equipaggiamento. Ma è errato pensare che si tratti di fasi successive, da affrontare l'una dopo l'altra. Vero è piuttosto che nel corso della stessa seduta di addestramento vanno eseguiti esercizi delle varie fasi con intelligente gradualità. Sono esercizi che si integrano reciprocamente. Migliorare l'acquaticità, ad esempio, rende l'allievo più sicuro negli esercizi con gli autorespiratori, ma anche una maggiore padronanza degli ARA contribuirà a migliorare in modo sensibile il suo grado di acquaticità.

E' proprio questo il dato nuovo scaturito da alcune ricerche mediche avviate dal dottor Francesco Negro su alcuni piccoli allievi dei corsi per minisub del Centro Sportivo Aventino di Roma. Vediamo, in breve, di cosa si tratta. Tra gli esercizi della seconda fase previsti da questo ciclo di addestramento è compresa una prova di apnea da fermo di 30-40 secondi, che il minisub effettua zavorrato in un metro d'acqua senza alcuno sforzo, dopo opportuna ventilazione preparatoria. Nel corso di questa prova, per l'esattezza al quindicesimo secondo, il dottor Negro sottopone all'allievo una serie di elementari operazioni aritmetiche, che egli dovrà cercare di risolvere in immersione durante i venti secondi di apnea residui. Un test semplicissimo, che ha permesso già di accertare che la percentuale di errori o di operazioni incompiute durante la prova di apnea si è notevolmente ridotta dopo che l'allievo ha iniziato alcune esercitazioni della terza fase con gli autorespiratori ad aria. Tali esercitazioni hanno evidentemente migliorato l'acquaticità di base dell'allievo, conferendogli maggiore tranquillità e fiducia nelle prove di apnea.

Si può così smentire un altro luogo comune piuttosto diffuso, che cioè imparare a servirsi delle bombole porta neces-sariamente a un peggioramento delle proprie capacità d'im-mersione in apnea. Si verifica a mio giudizio, nella maggior parte dei casi, esattamente il contrario. E non solo nei giovani, ma anche nelle persone di età più avanzata, meno dotate e estremamente timorose dell'elemento liquido a causa dei propri limiti nel nuoto. Queste persone, una volta vista l'acqua «dal di dentro» grazie all'autorespiratore, riescono più agevolmente a superare i propri ingiustificati timori, e a migliorare sensi-bilmente la propria acquaticità di base.

Ma come  dobbiamo  regolarci  per le caratteristiche di durata e

di profondità delle immersioni con l'ARA dei nostri minisub? E' una domanda che spesso mi sento rivolgere. Dare una risposta non è facile, in quanto gli stessi medici ancora non ci hanno saputo dire molto in merito alle immersioni con l'ARA dei più giovani. Non sappiamo, a esempio, se i tempi medi di saturazione dell'organismo di un bambino, a causa della differente composizione percentuale dei tessuti, sono diversi da quelli di un adulto, e se vanno conseguentemente modificati i tempi di immersione alle varie quote. Oppure se vi sono dei limiti di profondità da osservare per la viscosità dell'aria compressa alle maggiori quote per il maggiore sforzo respiratorio che potrebbe derivarne. In base alla mia esperienza tuttavia, nelle immersioni con l'ARA che ho avuto modo di effettuare a profondità limitate con alcuni miei piccoli allievi, se una differenza ho notato tra un adulto e un bambino, è a tutto vantaggio di quest'ultimo. E riguarda in particolare la maggiore facilità con cui il bambino riesce a controllare il suo equilibrio idrostatico grazie alla capacità dei suoi volumi polmonari, che, seppure minore in valore assoluto rispetto all'adulto, è di gran lunga maggiore ove lo si rapporti al suo volume corporeo. E' un elemento che conferisce al bambino fin dall'inizio un'estrema naturalezza in acqua, e lo avvantaggia notevolmente rispetto ali' adulto, negativamente condizionato, inoltre, da anni e anni di respirazione superficiale. Per quanto poi riguarda in particolare la profondità, direi che non vi è alcuna necessità di superare i limiti di prudenza dettati dal normale buonsenso che chiunque intenda assolvere le delicate funzioni di istruttore subacqueo dovrebbe pur avere. Se un bambino raggiunge con facilità in apnea i 5-6 metri, è questa la profondità mediamente consigliabile per le sue sporadiche immersioni guidate in mare con l' ARA. E' una profondità più che sufficiente per ravvivare i suoi entusiasmi, per accendere i suoi interessi, per suscitare la sua curiosità.

Più accessibile il continente liquido

Il tempo di permanenza dell'uomo nel mondo sottomarino sembra, grazie alle esperienze di Maiorca e di Mayol, allungarsi oltre i dati concessi dalla fisiologia sperimentale. La tecnica sta preparando un futuro sempre più lungo di vita sottomarina, sostituendo le miscele all'aria fino ad ora respirata nelle bombole. Una parola tende tuttavia a dividere l'uomo dal suo ideale ritorno nel mare: l'acquaticità. Quella sensazione di sentirsi liberi in un elemento che non è il proprio, verso il quale, pur mantenendo un riverenziale rispetto, si deve assumere una progressiva confidenza.

Le ricerche sui minisub, iniziate in maniera quasi artigianale, hanno portato a conclusioni più ottimistiche del previsto. E' stato esaminato con semplici test psichici il comportamento dei minisub in varie fasi della loro preparazione in piscina. Queste ricerche sono sembrate particolarmente stimolanti, data l'età media dei soggetti, oscillante tra i sette e gli otto anni. Semplici calcoli aritmetici (addizione, sottrazione, moltiplicazione) e test alfabetici hanno permesso di determinare fin dal primo momento il differente grado individuale di acquaticità e di padronanza dell'elemento. La risoluzione dei test diveniva più pronta e con minor margine d'errore dopo un certo numero standard di esercitazioni successive di tecnica subacquea, a conferma di una maggior padronanza del nuovo ambiente.

Test più complessi hanno portato i subacquei al prolungamento dell'apnea (in certi casi fino al raddoppio dei tempi) grazie alla «distrazione» procurata dal tentativo di risolvere sott'acqua i test preparati. Questi risultati incoraggianti spingono a proseguire nel dominio sconosciuto della psicologia subacquea, nel tentativo di rendere in ogni modo (anche dal punto di vista dell' «acquaticità mentale») accessibile a chiunque il continente liquido, nel quale forse vivremo il nostro prossimo futuro.


In piscina il minisub risolve in apnea alcuni
semplici quiz aritmetici, che il medico gli
sottopone periodicamente per valutare il
progredire dell' acquaticità


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copyright Guido Picchetti - 4/5/2009