da "MONDO SOMMERSO" / Febbraio 1989

IL RELITTO DI PUNTA LICOSA

LA NAVE DI CAIUS PROCULUS


Come spesso avviene, anche il ritrovamento di questa nave
affondata circa duemila anni fa è stato fortuito. Si deve a un pescatore
della zona, che ha agganciato a uno dei suoi filaccioli un'anfora appartenente
al carico. Poi, sommozzatori del Cesub hanno effettuato una ricognizione sul relitto.

Testo di Guido Picchetti.
Foto di Guido Picchetti e Brigitte Cruckshank

ncora una volta il ritrovamento fortuito di un'anfora ha rivelato l'esistenza di un .relitto di un'antica nave da carico greca o romana. Il fatto si è verificato al largo di Punta Licosa, sull'estremità meridionale del golfo di Salerno. Qui, dall'isolotto che della stessa punta porta il nome, si estende per svariati chilometri verso il largo una specie di promontorio sommerso che funge da vero e proprio spartiacque. Lungo e al di sopra di esso, le correnti dominanti stagionali, tipiche di quest'area del Tirreno, assumono velocità notevoli, rendendo incerti, e a volte pericolosi, sia l'immersione che l'ancoraggio e la navigazione, specie se non affrontati con mezzi adeguati alle condizioni meteo del momento.

Fu in questa zona che, circa tre anni fa, un pescatore del luogo, salpando i suoi filaccioli per la pesca delle cernie, si trovò ad aver agganciato casualmente un'anfora. Ed era quasi riuscito a tirare in barca la sua preda inconsueta, quando l'anfora si sganciò ricadendo sul fondo. Ma Pasquale, questo il nome del pescatore, aveva fatto in tempo a vedere che non si trattava del solito coccio abbandonato: l'anfora era intera, e la sua presenza in una zona così distante dalla costa probabilmente indicava che, sul fondo sottostante di una trentina di metri, c'era qualcosa di ben più importante di una semplice anfora. Tornato a terra ne parlò a due suoi amici subacquei, Pino Di Luccia e Gabriel Piccirilli, soci del Cesub, un vecchio circolo di attività subacquee che ha la base a Santa Maria di Castellabate e che da oltre vent'anni opera appunto nella zona di Punta Licosa con vari interessi, non ultimo quello archeologico.

Quello archeologico d'altro canto non è per il Cesub un interesse immotivato, considerata la presenza sui fondali circostanti di numerosi reperti archeologici. Qui, sulla costa c'era un tempo una fiorente colonia di origine greca, Leucosia appunto, i resti del cui porto sono chiaramente visibili a lato dell'attuale porto peschereccio-turistico di San Marco di Castellabate. E tutta la zona era anticamente frequentata da commercianti greci e romani, che venivano qui con le loro navi a rifornirsi di olio e di altre preziose derrate alimentari.

Numerosi reperti, appartenuti probabilmente a queste antiche onerarie, sono stati recuperati negli anni passati sui fondi antistanti dai subacquei soci del Cesub; oggi possono essere ammirati presso la sede del vicino museo di Paestum, dove alcuni furono a suo tempo trasportati, o in massima parte presso la stessa sede del sodalizio cilentano, dove giacciono attualmente depositati in bella mostra, come all'interno di un prezioso e originale antiquarium.

Tra i reperti giacenti presso la sede del Cesub, di particolare interesse, è una ricchissima serie di ceppi in piombo di antiche ancore greche e romane, la maggior parte dei quali impreziositi

Come spesso avviene, i ritrovamenti subacquei di antichi relitti si devono al caso. Questo della nave di Proculus, in particolare si deve a un pescatore che ha agganciato con uno dei suoi filaccioli una dalle anfore del carico.

Oltre alle anfore, sul relitto sono stati trovati pezzi di tubi di piombo e ceppi di ancore. Il relitto è di una nave oneraria greca o romana, e giace a notevole
distanza dalla costa.

da sigle e numeri romani incussi, che fanno presupporre la loro appartenenza a un'antica flotta militare costretta da chissà quale causa a tagliare in tutta fretta gli ormeggi davanti a Leucosia, abbandonando sul fondo le pesanti ancore in piombo in dotazione alle navi. Su uno dei ceppi depositati presso le sede del Cesub, c'è addirittura in rilievo una scritta misteriosa, che appare ripetuta sui due bracci del reperto: "CAQUILLIPROCULI". Che sia il genitivo possessivo del nome del comandante dell'antica flotta militare, certo Caius Aquillius Proculus, che quasi duemila anni fa decise di ancorare le sue navi in rada davanti all'antica Leucosia? È quanto pensano alcuni studiosi, riferendo che nel 90 d.C. ci fu appunto un console romano con tale nome. Discendeva da una ricca famiglia di rango senatorio, molto nota nella Roma imperiale del primo secolo dopo Cristo, e divenne tra il 103 e il 104 d.C. persino proconsole d'Asia.

Ma a questo interrogativo posto dai ritrovamenti del Cesub, che ancora oggi attende una risposta certa (se mai potrà averla), stanno per aggiungersene parecchi altri. Come quelli suggeriti dal relitto di Punta Licosa che l'anfora di Pasquale, ma soprattutto le pazienti e lunghe ricerche subacquee successivamente condotte nella zona da Gabriel Piccirilli e Pino Di Luccia, e durate oltre tre anni, hanno consentito di formulare. Sono domande sull'origine dell'antica oneraria, sui suoi traffici, sulle abitudini dei suoi marinai, cui si potranno dare risposte giuste e complete se i lavori di scavo e di recupero verranno condotti con le moderne e appropriate tecniche che l'archeologia marittima mette oggi a disposizione dei ricercatori. Occorre però intervenire al più presto, prima che i reperti più allo scoperto sul fondo vengano trafugati da subacquei senza scrupoli, a caccia del solito "trofeo sommerso".

Il Cesub ha denunciato il ritrovamento alle autorità competenti, e attende risposta. Nell'occasione si è anche dichiarato disposto a collaborare alle ricerche con i suoi sommozzatori, impegnandosi nel frattempo a un'opera di custodia del relitto. In verità, per quest'ultima non si tratta di un'opera facile, considerata la lontananza dalla costa dell'area interessata; lontananza che se da una parte già protegge di per sé il relitto, non esclude tuttavia la possibilità di un ritrovamento altrettanto fortuito da parte di subacquei malintenzionati, seguita da depredamenti che potrebbero facilmente sfuggire all'attenzione di chiunque.

Attualmente il relitto più che vederlo lo si intuisce. Sparse su un fondo di posidonie, ci sono infatti quattro o cinque grosse chiazze di sabbia ricoperte di anfore, in gran

parte rotte. Ma sui bordi di queste aree sabbiose scoperte si vedono chiaramente le anfore infilarsi integre sotto l'alto letto di posidonie, formatosi successivamente al naufragio. È uno strato di detriti vegetali alto una cinquantina di centimetri, forse più, che dovrebbe aver protetto e conservato ottimamente attraverso i secoli tutto ciò che allora andò a fondo insieme alla nave. Tra le posidonie, i subacquei del Cesub hanno anche rinvenuto uno dei ceppi in piombo delle ancore in dotazione all'oneraria. Si tratta di un ceppo mobile, del tipo senza cassetto. Sui bracci ci sono alcuni bolli in rilievo che potrebbero forse consentire l'identificazione del proprietario della nave. Questa, se si considera la lontananza della costa, che esclude ogni possibilità di urti o incagli sul fondo, deve essere affondata probabilmente  dopo essersi rovesciata per la forza del mare.  Le anfore trovate sul fondale, sia rotte che

Sul relitto della cosiddetta nave di Proculus (così denominata da una scritta rilevata su uno dei ceppi di piombo, che recita appunto "Caquilliproculi"), sono
scesi per effettuare alcuni rilevamenti i sommozzatori
del CESUB, un vecchio circolocon base a S.Maria di Castellabate. la cui attività si svolge da oltre vent'anni nella zona di Punta Licosa, al largo della quale è stato rinvenuto il relitto.

sane,  risultano tutte vuote: evidentemente trasportavano olio o vino. Sembrano appartenere al tipo cosiddetto greco-italico, largamente usate tra il quarto e il secondo secolo a. C. Tra le posidonie i subacquei hanno rinve-nuto anche delle tubazioni in piombo, probabilmente pezzi del-l'armamento dell'antica nave. Ma quante altre cose nasconde la spessa coltre di posidonie sotto cui il relitto di Punta Licosa ha dormito così a lungo, fino a che un certo Pasquale non è capitato a pescare da quelle parti?

Le anfore trovate sul fondo dove giace il relitto sono risultate tutte vuote. Evidentemente contenevano liquidi, quali olio o vino, andati dispersi in mare. Sembrano appartenere al tipo detto greco-italico, usato tra il quarto e il terzo secolo A.C.

 
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copyright Guido Picchetti - 11/8/2009