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NELL'ACQUARIO DI ALLAH
testo di Brigitte Cruickshank - foto di Guido Picchetti |
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Se Adamo ed Eva fossero stati subacquei, il loro Eden sommerso senza ombra di dubbio si troverebbe qui. E non fu per caso che Jacques Yves Cousteau intorno agli anni '60 scelse proprio questa zona per certi suoi esperimenti di permanenza sottomarina. Ci riferiamo alle ricche acque tropicali del Mar Rosso antistanti i 700 chilometri di costa desertica e assolata del Sudan. Acque rimaste vergini proprio perché questo litorale è così arido e difficilmente accessibile. E lo è sia da terra, a causa delle ostili montagne dell'altopiano nubiano che arrivano fino alla costa, sia dal mare, per la presenza di numerose fasce di barriera corallina che costituiscono un pericolo micidiale per la navigazione. |
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Nella regione esiste un unico porto che si possa definire commerciale, Port Sudan, dove fanno capo le poche avventurose imbarcazioni, maggiormente italiane, organizzate per offrire crociere in queste acque cristalline, pullulanti di vita. Ma raggiungere dall'Italia Port Sudan per imbarcarsi su uno di questi natanti per una breve ma indimenticabile vacanza subacquea, significa al tempo stesso intraprendere un viaggio non sempre scevro da motivi di perplessità. Gli indigeni mostrano pochissimo interesse per lo scorrere del tempo, anzi considerano la nostra preoccupazione per gli orari una forma acuta di nevrosi, dalla quale cercano di farci guarire trattando con estrema fantasia ogni cosiddetto programma! Questo significa che le partenze dei voli sono talvolta soggette a carnbiamenti apparentemente inspiega-bili, che possono consistere in un aereo che parta addirittura alcune ore prima del previsto. E occorre inoltre ricordare che la religione locale, l'Islam, prevede un periodo annuale di assoluto digiuno durante il giorno, il Ramadan, che sconvolge totalmente la vita normale, mandando a pallino ogni programma. Tutto ciò, d'altro canto, fa parte dell'avventura insita in un viaggio di questo genere, e non bisogna certamente per così poco desistere dall'intra-prenderlo. Affrontare qualche disagio pur di visitare questo paradiso sottomarino vale davvero la pena. Per rendercene conto seguiamo uno di questi viaggi... |
La prima tappa d'obbligo per i subacquei, poco distante da Port Sudan e ideale per una prima rilassante immersione a poca profondità, è sul relitto di una nave italiana autoaffondatasi nel 1940 per evitare di cadere in mani nemiche, l'Umbria. La nave è ormai totalmente incrostata da varie forme di corallo, a volute smerlettate e fantasiose che creano un netto contrasto con le sottostanti linee geometriche della struttura metallica. Sembra di tuffarsi in un acquario tropicale. I pesci sono talmente abituati a vedere questi strani esseri che scendono dall'alto accompagnati da rumorose scie di bolle d'aria, che non accennano minimamente a scappare. Basta togliersi il coltello da sub dalla fondina perché alcuni di essi ci vengano incontro curiosi. Forziamo le valve di un'ostrica e subito siamo travolti |
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Attirati da un bocconcino prelibato davan-ti all'obiettivo
della macchina fotografica, offerto con l'apertura di un'ostrica, vediamo
sopra un Pomacanthus maculosus e, sotto,
In basso, un primo piano di pesce pappagallo fotografato di notte mentre riposa sotto le madrepore, dei cui polipi di giorno si nutre. Infatti questo pesce è dotato di una potentissima mandibola che gli consente di addentare a morsi le dure formazioni coralline, ingoiando il tutto, per digerirne poi i soli animaletti costruttori delle colonie ed espellere il resto sotto forma di bianca sabbia corallina.
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da una nuvola di piccoli pesci a striscie bianche e nere. Sono detti comunemente damigelle, ma hanno un curioso nome scientifico, «Abudefduf». Si aggiunge al gruppo qualche pesce farfalla e c'è anche un bellissimo pesce angelo che ci osserva maestoso, ma tenendosi alquanto in disparte. Tutto d'un colpo arriva come una saetta un grosso e buffo Balistide, verde oliva zebrato di arancione, facendo scappare momentaneamente le dami-gelle. Sbaglia però obiettivo, prendendo di mira invece dell'ostrica il pollice del sub che si era gentilmente prestato a protendere il bocconcino prelibato! Ridiamo sott'acqua alla sua espressione stupita e mi rammarico di avere già finito la pellicola nella mia Nikonos: sarebbe stata una bella foto, anche se a spese del malcapitato. La ferita, tuttavia, non è certamente grave e l'episodio vale a di mostrare come qui, sull' Umbria, anche pesci solitamente timidi e riservati come i Balistidi non temano affatto la presenza umana. Bisogna semplicemente stare attenti a non mettere in evidenza bianche dita che possono essere facilmente confuse con l'esca che si vuoi loro offrire. |
La mattina dopo facciamo un'immer-sione
all'estremità nord del reef di Sanganeb, dove incontriamo i primi grossi
pesci: cernie di tutte le stazze scorrazzano qua e là tra i coralli; due
tartarughe pinneggiano con il loro andamento un po' goffo, apparen-temente
senza meta; un grande pesce napoleone ci osserva senza però avvicinarsi
troppo. A proposito di pesci napoleone, un giorno abbiamo pescato con la
lenza uno di questi bestioni, mentre cercavamo di catturare qualcosa di
buono per la cena. Pare che la loro carne non sia molto gustosa, per cui è
stato faticosamente liberato dall'amo e ributtato in mare. Prima però ho
avuto la possibilità di osservarlo da vicino: ogni lisca della sua livrea
sembrava un gioiello di argento finemente lavorato a smalto, nei toni più
luminosi della scala dei turchesi, degli azzurri e dei verdi. Che splendore! |
adibite in tempi antichi al commercio delle spezie. Il nome di Sha'Ab Rumi è noto in particolare tra oceanografi e studiosi del mare in quanto fu questo il posto scelto nel '63 da Cousteau per uno dei primissimi esperimenti realizzati al fine di stabilire per quanto tempo e in quali condizioni l'uomo è in grado di vivere sotto il mare. Nel giugno di quell'anno, con il progetto chiamato «Precontinente II», il comandante fran-cese portò a termine con successo un programma in cui, per la prima volta, cinque sommozzatori vissero per un mese respirando aria compressa nella base subacquea sistemata a 10 metri di profondità, e chiamata «Stella di mare» per la disposizione a raggiera dei vari ambienti in cui operavano e vivevano i subacquei. Nello stesso periodo, altri due sommozzatori trascorsero una settimana a meno 25 metri, respirando invece una miscela di elio e ossigeno e dimostrando così che l'uomo può adattarsi non solo a vivere, ma anche a lavorare proficua-mente sul fondo della piattaforma con-tinentale. Un inconveniente comunque si manifestò nello svolgersi dell'espe-rimento: al termine delle prime due setti- |
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mane di permanenza nella «Stella di mare», volendo festeggiare l'evento con lo champagne, i sub francesi rimasero piuttosto delusi nel constatare che l'abituale esuberanza dello spumante non ce la faceva a vincere la sovrappressione ambientale all'interno dell'habitat subac-queo! Oggi di quella struttura metallica si possono ancora vedere alcuni elementi fissi rimasti in loco dopo gli esperimenti. Sono ormai totalmente incrostati da coralli ed alcionari, e popolati da pesci tropicali, ma sono ancora ben rico-noscibili, costituendo un affascinante diversivo per le immersioni su questi fondali. |
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Sui fondali del Sudan sono
frequenti gli incontri con gli squali di vari tipi. |
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Fa un certo effetto passare sotto le arcate metalliche, adornate a festoni da alcionari delicatamente colorati, di quel che fu il garage «umido» dei semoventi subacquei dell'equipe di Cousteau, pensando soprat-tutto a chi trascorse un mese là sotto. La ricchezza della vita ittica qui mi stravolge: non so più dove puntare gli occhi e per guardare meglio mi dimentico quasi di avere la macchina fotografica. Un sub del nostro gruppo vuole fotografare gli squali che
in mattinata abbiamo visto aggirarsi ad una decina di metri di distanza, lì
dove il pianoro strapiomba nel blu. Torniamo giù nel pomeriggio con un bel
bottino di barracuda espressamente pescati in meno di cinque minuti da
Mohammed. |
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I pescicani che prima passeggiavano,
passando come ombre maestose che intravvedevamo al di là della foresta di
coralli a frusta delimitanti il pianoro, si avvicinano ora senza affrettarsi
quando uno degli sfortunati barracuda viene spezzato a metà e sventolato
nell'acqua per attirarli. Arriva dal nulla una fitta nuvola di neri pesci
chirurgo, che si butta sull'esca. Questa sfrontatezza è la molla che fa
scatenare i pinna-bianca, che si avvicinano maggiormente, eleganti e
minacciosi insieme, compiendo virate sempre più strette, finché frenetici si
avventano sulla preda da noi abbandonata sul fondo. Ad un certo punto di
squali ne conto ben dodici, quasi tutti raggiungono i due metri di
lunghezza. Non mi vergogno di dire che tutti noi ci stringiamo con la
schiena contro la parete che scende sul pianoro. Lo spettacolo è davvero
affascinante, ma meglio non rischiare troppo. In due giorni che siamo qui non abbiamo visto cenno di vita umana: questo paradiso sottomarino è tutto nostro. Salpiamo di nuovo l'ancora diretti questa volta verso sud. Mohammed corre come un acrobata verso l'estremità del bompresso per guidare la Felicidad attraverso il canale di uscita dal reef. I delfini che vivono abitualmente nello specchio d'acqua racchiuso tra i coralli, hanno sentito le pulsazioni ritmiche del nostro motore e arrivano saltellando gioiosi sull'acqua. La barca comincia a prendere velocità e loro sembrano non chiedere di meglio, mettendosi a giocare davanti alla prua. Restiamo con gli occhi incollati all'acqua cristallina che scorre sotto di noi per seguire le loro eleganti e perfette evoluzioni. I delfini più grandi presto rientrano alla base, ma i piccoli rimangono a farci compagnia, lasciandoci alla fine con evidente riluttanza. Proseguendo la nostra rotta verso sud-est, i giorni passano veloci tra mare e immersioni. Sorpassiamo infine Sha'Ab Amber e spunta all'orizzonte una fascia bianca. È Seil Ada Kebir, che tradotto significa «Casa delle tartarughe». faticosamente salite dal mare per deporvi le uova. Si sta alzando un tantino il mare |
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Sopra: alcuni momenti della vita di
bordo del Wandu di Gianni Mandarino, |
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e decidiamo di comune accordo di rientrare a Port Sudan per passare l'ultimo giorno a terra. C'è chi vuole girare i mercati alla ricerca delle coloratissime stoffe così amate dal popolo africano, e di oggetti di avorio e di argento lavorati in tipico stile arabo. Io invece decido di affrontare il sole cocente per |
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copyright Guido Picchetti - 10/6/2009