da "MONDO SOMMERSO" / Dicembre 1974

 

 

ENZO MAIORCA

LE DIECI GIORNATE DI SORRENTO
3° parte


Dopo il diario giornaliero del record  mondiale di discesa in apnea a -87 metri,
conquistato da Enzo Maiorca  a Sorrento nel settembre del 1984,
che ben ne descrive le difficoltà superate per conquistarlo, 
ecco  a seguire, in questa terza parte del servizio,
il testo integrale della seconda delle due interviste che Enzo Maiorca
mi concesse prima e dopo la sua sofferta impresa, e che per questo ancora
ringrazio, ma  anche e soprattutto per la cara amicizia di cui da tempo mi onora.

Servizio
 di Guido Picchetti

INTERVISTA A MAIORCA:
dopo ...

guido picchetti
interroga il campione
domenica 29 Settembre, un giorno
dopo la discesa a 87 metri


D. - Enzo, con la misura di 87 metri raggiunta ieri, ti sei riconfermato primatista mondiale di immersione in apnea. Confermi ancora una volta quanto già mi dicesti venerdì scorso, che, cioè, si è trattato del tuo ultimo tentativo?
R. - Confermo senz'altro.


D. - Pensi che la misura da te ieri raggiunta possa essere superata? E vedi anche un motivo perché ciò avvenga un domani?
R. - Io penso senz'altro che, se qualcuno ci si mette, la mia misura potrà essere superata. Però a questo proposito voglio raccontarti un episodio che mi è capitato proprio qui a Sorrento; un episodio curiosissimo, che ti voglio riportare, perché è veramente sintomatico. Un certo Luca, un ragazzo distinto, a modo, che tu forse conosci, si è avvicinato a me giorni fa mentre passeggiavo per Sorrento e m'ha detto in tipico dialetto partenopeo: «Né, Maiorca, che facimmo? Pazziamme?». «Ma perché?» rispondo, non avendo capito. «Perché mi dice che giochiamo?». Dice: «Sì, perché per raggiungere questi 90 metri ci sta mettendo tutto questo tempo. Io faccio il corollaro e a 90 metri ci vado quando voglio». «Con l'autorespiratore?» faccio io. « No, no, no... Io ci vado in apnea». «Ma per quale motivo», ribatto, «non si rivolge allora alla Federazione per farsi omologare una sua prova? ». «A me lo sport non importa», mi fa. Ora il succo del mio discorso è questo. Tu capisci che non posso correre dietro a tutti quelli che asseriscono di essere stati a profondità rilevanti. Cominciamo a stabilire una cosa. La Federazione Italiana Pesca Sportiva ha stilato un regolamento. Ha mandato all'organizzazione un telegramma visto da me, con cui riconosce i record come primati sportivi. Ha mandato un altro telegramma all'organizzazione nominando dei giudici federali nelle persone di Claudio Ripa e Franco Nanni. Quindi si tratta di una prova sportiva a tutti gli effetti. Comincerò a prendere in considerazione eventuali altri record quando si tratterà di prove sportive regolarmente omologate da ufficiali di gara, del resto come capita in tutti gli sport. Perché chiunque, al limite, può dire di essere stato a 150 metri e nessuno lo può smentire.

D. - La tua prova di record, sebbene coronata da successo, a mio giudizio soprattutto per lo stato di tensione psicologica cui ti avevano portato le avversità di ordine tecnico e meteorologico di questi ultimi giorni, è stata drammatica. So che è difficile e niente affatto piacevole rivivere certi momenti. Ma potresti ugualmente provare a descrivermi gli attimi che hanno preceduto la tua perdita di conoscenza, le sensazioni che hai provato, i pensieri che ti sono passati per la mente?
R. - L'ultima cosa che ricordo è questa. Sui 30 metri... parlo della risalita, perché la discesa è avvenuta senza fasi di drammaticità; anzi direi è stata estremamente semplice, non complicata da niente; anche se i primi 30 metri erano costituiti da acqua sporca, da 30 metri in poi ci si vedeva bene; non c'era corrente, si stava bene sott'acqua; non c'era neanche un gran che di freddo. In risalita, dicevo, sui 30 metri il colonnello, uno dei miei sommozzatori di soccorso, mi ha dato il solito « urlo del leone », un urlo con il quale appunto mi avvisa che sono a 30 metri. Io ho sentito perfettamente quell'urlo e mi sono tappato le narici, perché solitamente a quella quota comincia a entrarmi acqua nel naso, forse a causa della brusca depressione. Invece proprio ieri, non ti so spiegare il motivo, l'aria mi premeva dall'interno contro le narici; quindi sono stato costretto ad allentare leggermente la pressione delle dita sulle narici stesse: l'aria è fuoriuscita, ma è entrata poi evidentemente acqua. Inoltre il primo atto che ho compiuto in superficie, da lucido, non è stato la espirazione, è stato l'inspirazione. L'acqua ha così invaso i miei polmoni, avrà spaccato qualche alveolo polmonare, qualche capillare, e quindi la schiuma sanguigna è giusti-ficatissima.

D. - Date le alte quote cui si è giunti in queste prove di discesa in apnea, e considerato l'interesse che esse certamente rivestono per lo studio dei fenomeni di adattamento dell'organismo umano alla profondità, tra esperti è stata ventilata la possibilità di proseguire con tecniche diverse questi studi sull'apnea profonda, studi che sono stati già avviali proprio grazie alle prestazioni tue e di Mayol e di tutti quelli che vi hanno preceduto, da Bucher a Cantarelli, da Falco al greco Hagystatis (... anche a lui, per quanto questi poco creduti a suo tempo, dobbiamo qualcosa). Si tratterebbe di fare in questo modo: sistemare delle campane subacquee a elevate profondità, in cui l'apneista può rifugiarsi riprendendo a respirare, con miscele, se necessario, dopo aver raggiunto in apnea la quota fissata ed aver concesso ai medici specialisti il tempo per i controlli medici e le osservazioni scientifiche opportune. Cosa pensi di questi possibili tentativi di domani, prima di tutto, e poi saresti disposto a collaborare in tal senso con i medici che lo richiedessero?
R. - Onestamente no. Da un punto  di vista  strettamente scien-



Qui sopra:  a sinistra Bottesini al microfono,
prima del fattaccio.
A destra: la signora Maiorca.

tifico, sarebbe una cosa estremamente interessante, ma io mi sento l'individuo meno portato a questi esperimenti per carattere, per temperamento. Io, una prova del genere, dal punto di vista strettamente sportivo riesco ad affrontarla. Ma da un punto di vista puramente scientifico, no.

D. - Una prova come la tua, per quanto possa sembrare a prima vista merito esclusivo di una sola persona, eccezionale come te per l'appunto, sappiamo bene che difficilmente sarebbe possibile senza l'aiuto, I'assistenza, il conforto, l'amicizia, l'affetto, arriverei a dire, del gruppo che da anni ti affianca. Vuoi descrivermi i tuoi compagni, caratterizzandomeli uno per uno, in breve, per i lettori di Mondo sommerso?
R. - Sì. Primo, Nuccio Di Dato, detto il «Nano», è colui che mi fa l'assistenza in profondità. E' un tipo estremamente taciturno, di poche parole, molto serio, posato; bravissimo «bombolaro», tanto è vero che mi da in tutta tranquillità l'assistenza alle quote sui 90 metri cui siamo adesso giunti. Inoltre è colui che stabilisce il mio ruolino di marcia per quanto riguarda gli allenamenti. E' una sorta di negriero, perché riesce a imporsi in mille modi nei miei confronti per far sì che io mi attenga alle tabelle di marcia da lui preparate. Colui che mi fa l'assistenza a 40 metri è il colonnello Nino Valvo. Anche lui una persona molto seria, anche se, per l'aspetto molto gioviale, sembra più un goliarda che un colonnello dell'aviazione quale egli è. Ha una funzione importantissima, quella di accompagnarmi dalla quota dei 30 metri in superficie con il Fenzy. Siccome la mia tuta è estremamente spessa per facilitarmi nella discesa, egli non riuscirebbe a tenere la mia velocità di risalita soltanto pinneggiando, e quindi è costretto a una certa quota ad aprire il Fenzy per starmi affianco fino in superficie...

D. - ...in barba a tutte le regole di risalita...
R. - Per l'appunto. Questi è Nino Valvo. Dopo c'è Filippo La Giura. Mentre Nino Valvo è detto «Testazza», perché ha una testa dura realmente quanto il «Coccio», Filippo La Giura è detto «Figlione», perché è il «figlione» della comitiva, sempre in vena di scherzi, un po' matto, allegrone, ed è quello che mi fa l'assistenza a 30 metri, ma che da 30 metri si sposta fino a 50 nelle immersioni profonde. Dopo nel mio gruppo ci sono due pensionati, Giovanni Di Natale e Corrado Mortellaro, e sono quelli che mi fanno l'assistenza in superfìcie sulla barca. Hanno un compito estremamente delicato: sono quelli che mi mollano la cima e che mi consentono, quando lo ritengo necessario perché sono intasato per un minimo raffreddore, la sosta sul cavo della cima stessa. Controllano anche i secondi alle varie quote di 30, 40 e 50 metri.

D. - Ricollegandoci infine alla prima domanda, a partire dall'anno prossimo non ci sarà più l'appuntamento annuale con il record di Enzo Maiorca. Sono sicuro, comunque, che la tua indiscussa personalità e la tua eccezionale carica umana porteranno ancora in primo piano il tuo nome per iniziative come sempre collegate al mare. In questo senso, quali prospettive hai?
R. - Avevo già in programma in settembre di andare a frequentare il corso federale a Nervi di Duilio Marcante, proprio per conseguire il brevetto di istruttore federale e aprire una scuola subacquea a Siracusa, di cui si sente la mancanza. Quest'anno purtroppo non lo potrò più fare. Ma spero nel prossimo giugno di poter frequentare la scuola di Marcante, e conseguire questo benedetto brevetto che mi consenta di insegnare ai giovani secondo un sistema, il sistema federale, e non secondo il sistema mio, che può essere benissimo sbagliato, essendo un sistema estremamente empirico. Io mi ritengo, infatti, un autodidatta. Cerco di trasmettere ai ragazzi quello che io ho imparato magari a mie spese, ma che può essere anche sbagliato. Così, invece, potrò attenermi a dei canoni federali ben sperimentati.


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copyright Guido Picchetti - 14/6/2009