da "MONDO SOMMERSO" / Luglio 1975

IL MARE E' MALATO ?

L'ONDA GIALLA


Ogni anno, infatti, e non solo d'estate, alcuni tratti del Mediterraneo
sono interessati da una proliferazione di alghe che allarma la moltitudine
dei bagnanti con i suoi effetti appariscenti anche se non nocivi all'uomo.
Ma il fenomeno, che ci auguriamo sia soltanto transitorio, potrebbe essere
un segno di malattia del mare, una malattia a carattere irreversibile.

Testo e foto di Guido Picchetti

urante la scorsa estate i bagni dei romani lungo le coste tirreniche l'Italia Centrale furono messi in pericolo a più riprese dalla cosiddetta «onda gialla». Verso la fine del mese di Giugno, infatti, le acque marine assunsero improvvisamente in vaste zone una sospetta colorazione bruno-giallastra. Le autorità costiere, subito messe in allarme, non sapendo a quali cause attribuire il fenomeno, e non essendo pertanto in grado di valutare quale pericolo rappresentasse per i bagnanti, ritennero opportuno vietare del tutto la balneazione, ogni qualvolta si faceva vedere la strana marea colorata.   

La stampa nazionale quotidiana dette ampio spazio all'avvenimento. All'inizio si fecero le più strane supposizioni. Si parlò di inquinamento da sali di bromo, per il forte odore emanato dalle acque giallastre e se ne attribuì la causa agli scarichi della zona industriale del litorale toscano intorno a Livorno, dimenticando che le correnti dominanti del medio Tirreno nel periodo estivo hanno un andamento più ascendente (da sud a nord), che discendente. Si parlò di fenomeni sismici sottomarini che avrebbero provocato la risalita dal fondo di fanghi di deposito, i quali miscelandosi poi con le acque superficiali, le avrebbero conferito quell'aspetto piuttosto repulsivo: c'entrava forse Scarlino? Si parlò persino dei danni che i sali presenti in quelle acque avrebbero potuto provocare nei motori delle imbarcazioni, e i patiti dell'a nautica furono invitati ad evitare accuratamente anch'essi l'onda gialla.Fu una storia che, arricchendosi delle più fantastiche congetture, durò parecchi giorni. I bollettini di guerra sull'avanzata dell'«onda», sorvegliata dall'alto nei suoi spostamenti dagli elicotteri della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, fecero a lungo regolare comparsa sui giornali del mattino, prima che un'analisi di un campione delle acque contaminate, effettuata presso un laboratorio scientifico della Capitale attrezzato per la bisogna, permettesse finalmente di avere una spiegazione certa e competente dell'origine del fenomeno. La famigerata «onda gialla» non era dovuta ad altro che ad una straordinaria concentrazione di alghe unicellulari brune: un fenomeno naturale quindi, fu detto da più parti, e di nessuna pericolosità per l'uomo.

E così dall'allarmismo più esagerato si passò in poco tempo al più diffuso disinteresse, accettando con supina rassegnazione quella manifestazione di sicuro disagio che il mare stava dando sotto i nostri stessi occhi: «tanto, è un fenomeno naturale... ». Ogni divieto  fu abolito,  ogni sorveglianza eliminata,  e i bagni

L'obiettivo fotografico documenta .gli effetti di un fenomeno di alterazione dell'ambiente marino che si manifesta con una colorazione bruno-gialiastra. Ogni anno, infatti, e non solo d'estate, alcuni tratti del Mediterraneo sono interessati da una proliferazione di alghe che allarma la moltitudine dei bagnanti con i suoi effetti appariscenti anche se non nocivi all'uomo. Ma il fenomeno, che ci auguriamo sia soltanto transitorio, potrebbe essere un segno di malattia del mare, una malattia a carattere irreversibile.

dei romani ripresero come e più di prima, con la sola differenza del colore delle acque in cui ci si immergeva, non più azzurre, ma brune.

Anche qualcuna delle numerose interviste rilasciate dagli esperti in quei giorni favorì quest'atteggiamento alquanto superficiale. Infatti ci fu chi, per cercare di spiegare l'origine del fenomeno, (ma giungendo, forse involontariamente, a giustificarne l'ineluttabilità), accostò l'onda gialla alla «marea rossa» di biblica memoria; un fenomeno, questo, che ancora oggi periodicamente si manifesta in alcune zone del mondo, accompagnato talvolta da massicce morie di pesci, ma che ha la caratteristica di estinguersi da solo dopo qualche tempo.

Che l'onda gialla fosse almeno a prima vista meno pericolosa della famosa «marea rossa» è certo: niente pesci morti, al massimo qualche bollicina sulla pelle dei bagnanti più sensibili. Ma che, trattandosi di un fenomeno «naturale» fosse da accettare così, senza alcuna preoccupazione, beh, su questo non siamo assolutamente d'accordo. Qualunque fenomeno che si verifica in natura è un fenomeno « naturale ». Può essere un fenomeno positivo. Ma può anche essere un fenomeno negativo, tale cioè da comportare effetti dannosi, senza con ciò diventare «innaturale». Qualcosa di naturale ha provocato l'onda gialla, ma ciò non toglie che è necessario analizzare il fenomeno e vedere fino a che punto può essere pericoloso, non solo direttamente per l'uomo,  ma anche  e soprattutto per l'am-

Una gorgonia della specie «Eunicella verrucosa» interamente ricoperta dalle alghe unicellular! brune favorite dall'«eutrofizzazione». I polipi del gorgonario, normalmente estesi, non sembrano troppo risentire della presenza estranea
delle alghe; ma sarà proprio così?

biente marino, cui la vita dell'uomo è intimamente legata. E una volta note le cause e gli effetti, è doveroso cercare, se del caso, di eliminare le prime al fine di ridurne i secondi.

Permettetemi un piccolo passo indietro. Una quindicina di anni fa, intorno al 1960, ero solito fare le mie immersioni nella zona di Castellabate, sulla costa del Cilento. Allora i miei interessi subacquei erano rivolti principalmente verso la caccia subacquea, permessa in quegli anni ai sub anche se effettuata non in apnea. Le limpide acque del Cilento sono infatti particolarmente adatte ad una tale attività per le caratteristiche rocciose del fondo che favoriscono la presenza di numerose cernie e di altro pesce stanziale di buon peso. Ero solito cacciare insieme ad un gruppetto di amici salernitani. Usavamo l'Ara su una profondità in media di una trentina di metri. Battevamo a rotazione una zona assai vasta, che andava da Agropoli a Ogliastro, e fin fuori alle secche di Licosa, quelle secche che si estendono per una decina di miglia al largo della costa, con fondali ancora accessibili ai sub con autorespiratori.

Noi pescavamo tutto l'anno, estate e inverno, cercando, con la passionaccia che ci animava, di non perdere neppure una domenica. Si può dire che qualche buona preda a pagliolo difficilmente mancava, fuorché in un periodo dell'anno che purtroppo non ci era mai favorevole. Un periodo che capitava di solito verso la fine del mese di Agosto, nel momento di maggiore calura, e che i pescatori della zona conoscevano bene e chiamavano il periodo dell'«acqua morta».


Nel nostro gruppo avevamo imparato a conoscerne i segni sul fondale, e quando li notavamo non ci facevamo più illusioni sull'esito della battuta. Erano segni piuttosto evidenti, specialmente per chi, come noi, conosceva bene la zona. Improvvisamente si aveva come una specie di nevicata sul fondo, che ricopriva di una strana bambagia bruna tutti i diversi organismi sedentari (gorgonie, briozoi, spugne, etc.) che crescevano lungo i pendii rocciosi. Le acque stesse, per quanto calme da più giorni, perdevano la caratteristica limpidezza, e, fatto per noi più importante, tutti i pesci scomparivano dalla zona.

Ricordo  ancora  che i pescatori evitavano in quei giorni di calare le reti, ben sapendo che le avrebbero ritirate senza pesci, ma al tempo stesso estremamente pesanti, tutte ricoperte di viscide alghe maleodoranti. Fortunatamente il periodo dell'«acqua morta» non durava a lungo, una quindicina di giorni al massimo. La prima brusca mareggiata ne segnava la fine, ripulendo i fondali e restituendo ad essi la primitiva bellezza, e alle acque la trasparenza abituale. Si trattava in fondo di un fenomeno di limitata importanza, che gli stessi pescatori accettavano come un fatto normale, senza alcun allarmismo. Eppure oggi viene da chiedermi se già quello non fosse il primo sintomo di ciò che sarebbe poi avvenuto nel nostro mare negli anni seguenti e che avremmo avuto modo di constatare tutti, più o meno direttamente.

Qualche anno più tardi spostai la mia zona di immersioni nelle acque della Penisola Sorrentina. Il fenomeno dell'«acqua mor-ta», che pure annualmente continuava a verificarsi, non richiamò  in  modo particolare  la mia attenzione.  Fino  a tre, quattro anni fa (intorno al 1970, ndr), allorché cominciai a notare un fatto strano: la comparsa dei soliti fiocchi di bambagia bruna sui fondali durante l'anno diveniva via, via più abbondante e non si limitava più a pochi giorni di Agosto, ma si protraeva per periodi sempre più lunghi. Una nevicata non faceva in tempo ad esaurirsi e a scomparire dal fondo,  che un' altra ad essa si sovrapponeva,  celando  quasi in conti-

Anche a maggiore profondità, i rami di un altro gorgonario, la rossa « Paramuricea chamaeleon »,
sono tutti invischiati di filamentose alghe brune,
uno spettacolo non piacevole a vedersi.

Un enorme ammasso di alghe filamentose copre i rami delle gorgonie e ogni altro organismo marino sedentario. Causa principale di questo fenomeno è l'eccessivo apporto di sostanze nutritizie e la conseguente «eutrofizzazione» che favorisce la sovrapproduzione di «fitoplancton». È la stessa causa della famigerata «onda gialla», che durante la scorsa estate mise in pericolo i bagni dei romani.

nuazione allo sguardo gorgonie e altri organismi marini, e conferendo uno spiacevole aspetto spettrale a tutto l'orizzonte subacqueo, un aspetto che forse è più noto a chi è solito immergersi nelle acque stagnanti dei laghi, ma che poco o nulla ricorda dei panorami sottomarini che tanto ci affascinano.

Nel 1973 il fenomeno lungo la Penisola Sorrentina cominciò a manifestarsi nel mese di Maggio e si protrasse, sia pure variando d'intensità, fino ad Ottobre inoltrato. Tutti coloro che erano soliti immergersi in quelle acque ebbero modo di notarlo. Ma mi colpì il fatto che alcuni subacquei di Reggio Emilia, venuti a trovarci a Sorrento, riferirono di aver osservato in quegli stessi mesi un'analoga nevicata bruna sui fondali delle Cinque Terre. Altre segnalazioni del genere mi vennero da amici immersisi altrove lungo le coste italiane. Si trattava quindi di un fenomeno niente affatto circoscritto, anzi già abbastanza esteso, e, quel che è peggio, che si andava sempre più allargando,  come  mi confermò  l'episodio  riportato proprio

quell'estate dalla stampa nazionale delle reti colme di alghe brune tirate su in più occasioni dai pescatori dell'Adriatico.

La scorsa estate abbiamo poi avuto l' «onda gialla». Ma tutti i subacquei del napoletano potranno confermare come proprio lo scorso anno la bambagia bruna avesse fatto già a Gennaio, Febbraio la sua comparsa sui fondali del Golfo, e come da allora non avesse più smesso di ricoprire i rami delle gorgonie, fino ad inverno inoltrato. Esiste evidentemente un rapporto tra l'«acqua morta» e quelle manifestazioni più vistose, sul tipo dell'«onda gialla», che sempre più spesso vengono segnalate, specie nel periodo estivo, in diverse zone del nostro mare.

Ma quale la spiegazione di questi fenomeni? Se per molti di noi essi possono risultare strani e misteriosi, non è certo così per i biologi marini che ne conoscono abbastanza bene l'origine. Essi sono la conseguenza della cosiddetta «eutrofizzazione», un processo che, favorito da situazioni ambientali anomale, può instaurarsi in acque lacustri o marine in modo più o meno duraturo, e che comporta uno sviluppo smodato del «fìtoplancton», uno dei principali anelli della catena alimentare che regola tutta la vita acquatica.

Quello del «fìtoplancton» è un anello importante, ma estrema-mente delicato. È uno dei primi anelli della catena, legato a monte con le sostanze nutritizie di base che provengono sia dagli scarichi costieri che dalla decomposizione degli altri organismi  acquatici  (nitriti,  nitrati  e  altri sali  minerali); e a

 La scorsa estate, in coincidenza con la comparsa dell'«onda gialla», la presenza delle alghe brune sui fondali della Penisola Sorrentina si è protratta molto più a lungo che negli anni precedenti. Una «nevicata» giallastra sui fondali non faceva
in tempo ad esaurirsi che già un'altra si sovrapponeva ad essa.

valle con lo « zooplancton » che appunto del «fìtoplancton» essenzialmente si nutre. Un eccessivo apporto di sostanze nutritizie da un lato, e la presenza di una ridotta quantità di «zooplancton» dall'altro (in grado di consumare e utilizzare questa abbondanza di «fitoplancton»), sono i due principali fattori che provocano l'«eutrofizzazione».

Etimologicamente la parola «eutrofizzazione» vuoi dire «eccessiva ricchezza». Ma è una ricchezza che si manifesta in modo distrofico, con una abnorme produzione di «fitoplancton». È un fenomeno indubbiamente naturale, che già si è avuto modo di osservare in altre parti del mondo. E si sa che non è mai un fenomeno troppo positivo, in quanto denuncia una evidente alterazione dell'equilibrio biologico delle acque in cui si manifesta. Ma, specie se così ripetuto e costantemente in aumento, come in questi ultimi tempi nel Mediterraneo, diventa un chiaro indice di pericolo, che non può e non deve assolutamente lasciare indifferenti.

In natura, infatti, lo sviluppo esagerato di una specie va sempre a danno di altre. Nel nostro caso, questa costante sovrabbondanza di fitoplancton non favorisce affatto la presenza e lo sviluppo dello «zooplancton», come si potrebbe pensare, ma, rispettando la cosiddetta teoria «dell'esclusione degli animali», è causa addirittura del suo allontanamento, per
l'effetto repulsivo che certe sostanze emesse dal «fitoplancton» hanno sugli animali marini, e non solo su quelli planctonici. In altre parole, come avevamo potuto notare anche noi subacquei nei periodi di «acqua morta», gli animali marini evitano le acque troppo ricche di «fitoplancton», contribuendo in questo modo anch'essi a rompere irreparabilmente quella catena alimentare che è alla base di tutta la vita del mare.

In condizioni particolarmente favorevoli il «fitoplancton» è capace di raddoppiare il proprio peso organico in appena 24 ore, con una velocità di gran lunga superiore a quella delle piante terrestri. In questi ultimi anni lo sviluppo del «fìtoplancton», legato all'eutrofizzazione è divenuto sempre più massiccio, manifestandosi nel mare a tutte le quote alle quali, grazie alla luce, è possibile la vita di quelle alghe unicellulari che lo compongono. All'origine del fenomeno, come si sa, c'è l'incremento degli insediamenti urbani costieri, con il maggiore
apporto di sostanze nutritizie che ne deriva; ma c'è anche da chiedersi se non abbiano contribuito a questo rapido aumento dell'eutrofizzazione proprio tutti quegli impianti di depurazione che sempre più numerosi stanno sorgendo in questi ultimi tempi lungo le nostre coste.

È una domanda un po' amara, ma che è doveroso fare per una migliore ricerca della verità. Questi impianti di depurazione infatti sono sorti allo scopo di evitare i gravi inconvenienti di ordine sanitario (e anche estetico) derivanti dall'immissione diretta in mare dei rifiuti urbani, ma possono involon-tariamente aver favorito una migliore utilizzazione da parte del «fitoplancton» delle sostanze nutritizie derivanti dai processi di ossidazione e di disintegrazione dei rifiuti trattati. Infatti i prodotti finali di questi impianti vengono solitamente immessi in mare attraverso condotte sottomarine che scaricano a una certa profondità piuttosto  al largo della costa. Il flusso di liqua-

mi che fuoriesce dall'estremità della condotta sommersa, a causa della differenza di temperatura esistente con l'ambiente circostante e anche del minore peso specifico dell'acqua dolce che viene scaricata con i liquami, tende generalmente a risalire e a disperdersi verso la superficie, favorendo così (grazie anche al gioco delle correnti superficiali) la migliore diffusione nel «milieu marin» delle sostanze nutritizie in esso contenute, a tutto profitto del «fitoplancton».

Se questo è vero, come sembra, si rende necessaria una regolazione a monte del flusso dei nutrienti, con opportuni interventi sugli scarichi ed eventuali controlli sulle sostanze immesse nell'ambiente marino. È questo infatti uno dei sistemi suggeriti dagli studiosi per combattere l'eutrofizzazione: forse il più efficace e il più facilmente realizzabile. Altri sistemi, tra cui ad esempio quello di sfruttare questa «ricchezza», prelevando l'eccesso di «fitoplancton» per immetterlo in zone di mare che ne siano prive (favorendo così lo sviluppo di «zooplancton»), o quello del controllo chimico dell'eutrofizzazione, con interventi diretti sul fosforo presente nel «fitoplancton», sono sistemi che, se pure già sperimentati favorevolmente in qualche occasione, lasciano a quanto pare ancora perplessi gli studiosi sui risultati e sulle effettive possibilità di applicazione in un ambiente così vasto, quale è quello marino.

È fuor di dubbio, comunque, che è necessario agire. Come disse a Livorno il Prof. Genovese dell'Istituto di Idrobiologia di Messina durante l'ultimo Congresso di Biologia Marina, trattando appunto del problema dell'eutrofizzazione, al punto cui si è giunti non ci si può continuare a fidare dei poteri auto-difensivi del mare. L'uomo deve intervenire per ristabilire quell'equilibrio biologico che ha in ogni modo contribuito a sconvolgere. È necessario perciò un attento studio sugli effetti degli scarichi immessi in mare dai diversi impianti di depurazione. Ad esso dovrà forse seguire una opportuna regolamentazione, perché non è detto che l'aver reso meno evidenti i rifiuti umani, riducendoli ai composti essenziali, abbia eliminato gli effetti nell'ambiente marino destinato a riceverli, positivi o negativi che siano.

Ma anche altre iniziative saranno doverose, se vogliamo davvero salvare il nostro mare, a tutti i livelli e nei più diversi settori. Nel mare infatti non ci sono barriere, e, se oggi esso mostra chiari segni di sofferenza, si può dire che ognuno di noi ha la sua parte di colpa. Dobbiamo prendere attenta coscienza e cercare, ciascuno nei limiti delle proprie possibilità, di rimediare.

Auguriamoci frattanto che l'«onda gialla», il segno più evidente di malessere che il nostro mare ci abbia dato in questi ultimi tempi, sia stato soltanto uno squilibrio temporaneo, provocato da un impatto improvviso e eccezionale di sostanze nutritizie, e che i meccanismi di autoregolazione esistenti nel mare valgano a ripristinare le condizioni di equilibrio tra i diversi anelli della catena della vita marina. È una speranza su cui è bene non fare troppo affidamento, ma la sola che ci possa confortare in mancanza di concrete prospettive di intervento a favore del nostro «mare che muore».

 
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copyright Guido Picchetti - 10/8/2009