NB. - E' preistoria !!! Si tratta
infatti del mio primo articolo, scritto lo stesso anno in cui diedi vita al
Centro Subacqueo di S.Maria
di Castellabate, il cosiddetto CESUB. E il pezzo fu da me scritto e inviato a Mondo
Sommerso affinchè lo pubblicasse,
con il segreto e immodesto scopo di farmi conoscere nell'ambiente subacqueo
nazionale, favorendo così lo sviluppo del
Centro Subacqueo
appena nato (... allora la caccia subacquea
non era assolutamente all'indice come oggi ...).
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STORIE D'ESTATE LA TESTATA DELLA RICCIOLA Dietro una piramide che s'ergeva dal fondo, una sorta di falce di luna s'aggirava lentamente: capii che c'era da vedersela con un avversario eccezionale
testo di Guido Picchetti |
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DECINE e decine di occhiate, alcune di
quasi due palmi, mi sfrecciavano intorno; ma le cernie, queste benedette
cernie, dov'erano andate a finire? Le avevo cercate dappertutto in quei tre
giorni: sulla piattaforma a Sud del portìcciolo di Ventotene, una vasta zona
di quasi 3 chilometri quadrati che ci aveva dato grandi soddisfazioni gli
anni precedenti (i suoi limpidi fondali intorno ai 20 metri ci permettevano
di pescare "a vista", immergendoci cioè soltanto dopo avere avvistato la
preda); poi, con una serie di immersioni profonde, eccoci a "fora li
Sconcigli", un susseguirsi di salti di incomparabile bellezza, che dai 20
metri scendono fin'oltre i 60, immersioni oltretutto favorite da una
visibilità stupenda. Ma anche dopo queste ultime, solo altre due bestie (e
la maggiore di poco oltre i 10 kg.), si erano aggiunte alle prime due sui 5
kg. Le cernie sembravano emigrate in massa. Solo alla "Molara di fora", un
gruppo di scogli col sommo sui 20 tra Ventotene e S. Stefano, ne avevo viste
parecchie; solo viste però. E la ragione di questo credo di conoscerla. Lì,
nel '61, avevo individuato il relitto di un'antica nave oneraria, romana o
etrusca non saprei: varie decine di anfore ancora intatte, dopo essere
rotolate lungo i fianchi della secca, erano rimaste per oltre due millenni
nascoste tra gli scogli e la sabbia, mentre il loro contenuto si era andato
lentamente trasformando in una specie di poltiglia, che però, per la
presenza di un'alta |
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na speranza era rimasta a me ed ai miei amici al fine di poter aumentare il carniere e renderlo un po' più degno delle 80 miglia di mare aperto che ci saremmo trovati ad aver percorso al nostro rientro a casa: S. Stefano, l'isolotto del penitenziario. Avevamo saputo infatti, che era divenuto molto difficile avere dal nuovo direttore il permesso di poter pescare vicino ad esso, e ciò per la pesca ci faceva sperare bene, purché fossimo riusciti anche noi ad ottenerlo. Poco prima dell'ora stabilita per la partenza era giunto il sospira- |
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to permesso, ed ora ero lì con l'ultimo bibombola sulle spalle, il più pesante ma anche il più capace (quasi 28 Iitri). Il pesce c'era e molto. Si vedeva che non era spaventato, ma non era quello che cercavo. Eppure due anni prima in quello stesso luogo, la parete sud dell'isolotto, avevo visto decine di cernie avviarsi verso il fondo della ricaduta e scomparire tra i massi; allora non avevo voluto seguirle: era inutile sprecare aria oltre i 30 metri quando potevo trovare le stesse bestie sui 20. Stavolta però era diverso; le avrei seguite dovunque. Lo spettacolo di vita sottomarina che mi circonda è magnifico: occhiate, saraghi, tutti di eccezionale grandezza, entrano e escono tra gli scogli invitandomi a seguirli. Lo faccio, ma è inutile; le tane sono tutte vuote, solo qualche bel corvo ondeggia in trasparenza, ma non mi lascio tentare, non voglio perdere tempo con essi. Avanti, ancora avanti, cercando di cogliere tra quello sfarfallio argentato l'ombra scura di qualche cernia. Ma nulla, non so più cosa pensare. Eppure, è proprio questo il posto. Decido di puntare verso il largo, chissà non sia meglio Mi tengo a mezz'acqua sui 23-24 metri guardando il fondo una decina di metri sotto di me che si va lentamente trasformando: i massi si rarefanno in un campo di posidonie, ma continuo ad andare avanti, dovrà pur esserci un'altra parete, un'altra ricaduta. Ed eccola finalmente una parete, ma non è verso il basso: è un grosso scoglio isolato, una specie di piramide che si erge dal fondo per una quindicina di metri. Lo intravedo nel blu davanti a me come un'enorme massa scura. Ma cos'è lì di lato? Una macchia argentata, come una falce di luna si muove lentamente, gira intorno allo scoglio e scompare alla mia vista. Cosa sarà? Uno squalo? Non credo, più facilmente si tratta di una ricciola, ma se così, è una bestia enorme. Sono ancora distante una decina di metri e mi avvicino lentamente. Uno sguardo all'attrezzatura: ho un fucile nuovissimo con arpione stellare; purtroppo al pallone è sagolato il fucile e non l'asta, ma ormai è tardi per rimediare... Arrivo alla parete, giro piano piano l'angolo e finalmente la vedo: è lì poco distante, bellissima, la più grande e più bella ricciola che abbia mai visto; si va lentamente allontanando, scivolando quasi, con una morbidezza di movimenti che incanta. E' uno spettacolo magnifico. Sarà lunga oltre due metri. E quanto peserà? 60, 70 chili? Resto dove sono, immobile. E' inutile seguirla, so che dipende tutto da lei. Si sta ancora allontanando, tra poco scomparirà nell'azzurro... Ma no, ecco gira. Il rumore dell'erogatore ha forse attratto la sua attenzione e punta senza fretta su di me. Ho il braccio che impugna il fucile teso davanti a me, aspetto che la ricciola mi giunga a tiro e si giri sul fianco. So dove sparare per meglio fermarla. Ma cosa fa? E' quasi a tiro ormai e continua a venirmi di fronte! E se improvvisamente girasse e filasse via a grande velocità? Non posso più aspettare: via! Allungo ancor più il braccio e sparo mirando sull'enorme testone. Presa! Rimane immobile. L'arpione le è penetrato completamente nell'occhio destro, forse l'ha fulminata. Recupero velocemente la sagola, arrivo a prendere l'asta, avvicino una mano alla bestia che mi sembra ancora più grossa, quand'ecco d'un tratto che la ricciola comincia a dibattersi furiosamente. Cerco di tenere forte l'asta, di non farmela strappare di mano ma la sento piegarsi, torcersi tutta sotto le potenti sferzate. Improvvisamente torna la calma. La ricciola è libera e si allontana lentamente, con l'occhio pendente dall'orbita.... Cosa posso fare per catturarla? Ricaricare
il fucile? Impossibile con l'asta conciata a quel modo. Tornare su, prendere
un altro fucile? E nel frattempo essa dove sarebbe arrivata? La seguo con le
lacrime agli occhi mentre i pensieri più strani passano per la mia mente. Se
provassi ad afferrarla per la coda? Ci provo: un solo piccolo movimento del
suo corpo ed è già a qualche metro di distanza. E' stordita, cieca da un
occhio, ma tutt'altro che vinta. La vedo urtare contro la parete dello
scoglio e puntare verso il largo. Continuo a seguirla da presso, mentre
rabbia, disperazione e mille altri sentimenti si agitano in me. L'asta
ricurva pende ancora dalle mie mani. Le sono sempre dietro, vedo ogni
movimento del suo magnifico corpo, la vedo respirare, vedo le sue enormi
branchie aprirsi e richiudersi ritmicamente... Mi avvicino al suo fianco;
infilo l'asta ricurva nella branchia fino a farla uscire dalla bocca e ne
afferro rapidamente l'estremità ! E' avvenuto tutto in un attimo, non so
neppure io come. Essa non sembra ancora essersi accorta di ciò che è
successo, ma ecco nuovamente si risveglia... Stavolta però è diverso; ogni
suo movimento, per quanto violento, è inutile: non mollo la presa e comincio
a risalire... |
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copyright Guido Picchetti - 17/5/2009