da " LEGA NAVALE " - Gennaio/Febbraio 1989

 

ECOLOGIA

UNA QUESTIONE DI EDUCAZIONE

 

 


Testo di  Brigitte Cruickshank, foto di GUIDO PICCHETTI

Sono sempre più frequenti le occasioni in cui sentiamo parlare o leggiamo della questione ecologica. Ciò vuoi dire che per fortuna si è arrivati ad una notevole sensibilizza-zione del pubblico verso questo importantissimo problema dei nostri giorni. Ma, di contro, altrettanto spesso chi lavora nel settore avverte una gravissima mancanza di educazione e rispetto nei confronti del nostro ambiente. In Italia dobbiamo infatti combattere una dura battaglia contro chi non vuole attenersi alle regole di civile convivenza per puro egoismo, per pigrizia o per semplice sciatteria. Avete mai notato la diligenza di una massaia che pulisce alla perfezione l'interno della propria casa, buttando fuori dalla porta per strada il risultato della sua opera? Anche se ciò non ci interessa in questa sede come esempio direttamente legato


Alcune razze si avvicinano ad una subacquea in addestramento (foto G. Picchetti).

all'ambiente mare, è comunque eloquente e sintomatico di una cattiva educazione (e se pur frutto di vecchie abitudini, non per questo meno tollerabile). Quella strada usata come pattumiera è di noi tutti, ed una elementare regola di «buon vicinato» dovrebbe essere quella di sporcarla ancora meno di quanto siamo liberi di fare con le nostre cose personali. Invece succede spesso l'opposto, come dimostrano i seguenti due esempi, strettamente legati al tema marino.

Il primo riguarda il Parco Marino di Miramare, a Trieste. Esso si estende su una zona molto circoscritta, ed i suoi confini sono ben segnalati con boe colorate. È una istituzione esistente già dal 1973, per cui non si tratta certo di una novità. Ciò nonostante, il personale addetto alla sua sorveglianza deve vigilare costantemente, altoparlante nella mano, per fare allontanare gli intrusi che si ostinano a voler passare all'interno dell'area protetta, alle volte con imbarcazioni veloci a tutto gas (i confini, incidentalmente, non vanno oltre i 200 metri dalla riva, per cui il passaggio a questi natanti per legge vi sarebbe comunque vietato!).

L'altro esempio riguarda invece la Riserva naturale di Lavezzi, che comprende l'arcipelago delle isole omonime a Sud-Est della Corsica. È una riserva marina che ricopre,  a  differenza  di  Miramare,  una

superficie piuttosto vasta per cui risulta più difficile da proteggere. E c'è naturalmente chi si approfitta della situazione. Il direttore della Riserva, in un incontro che risale all'agosto di quest'anno, mi ha dichiarato che l'ottan-ta per cento dei pescatori subacquei sorpresi in azione all'interno del Parco di Lavezzi sono italiani. Ignoranza? Non credo proprio. I limiti del parco sono segnalati su tutte le carte nautiche. No, secondo me si tratta sempre di quella mancanza di senso civico di cui dicevamo sopra. Una mancanza di senso civico lamentata con dolente frequenza anche da chi lavora nel campo dell'archeologia sottomarina, riferendosi alla sottrazione di reperti archeologici, per uso personale, per scopi di lucro.

Cosa si può fare di fronte a queste manifestazioni di inciviltà? Chi opera come me nel settore giornalistico può cercare di influenzare l'opinione dei lettori, ponendoli a conoscenza delle situazioni reali, ma spesso chi legge i giornali specializzati è già sensibilizzato ai problemi di salvaguardia del mare. E sono ben poche, purtroppo, le testate a più ampia circolazione disposte ad interessarsi a tali argomenti... A meno che non si tratti di notizie «bomba», vedi le cosiddette navi dei veleni. Chi opera come istruttore subacqueo può indirizzare tutti coloro che si avvicinano al mondo marino  a  farlo con il massimo

di rispetto, dimostrando agli allievi quan-to è più bello osservare ed, even-tualmente, anche fotografare la vita «in situ» che non prelevarla per soddisfare la propria mania collezionistica.

Quanti più subacquei saremo a pensarla così, tanti più saremo a vigilare anche sull'operato altrui sotto il livello del mare. E per fortuna quasi tutte le scuole sub hanno adottato ormai questo indirizzo... Tali scuole potrebbero avvalersi con profitto di audiovisivi «ad hoc» concepiti, ma, per quanto riguarda l'esperienza personalmente avuta in fatto di realizzazione di video subacquei di interesse naturalistico, debbo dire che in questo genere di attività ci si imbatte in notevoli difficoltà sia di produzione che di mercato.

Eppure i video realizzati da operatori sub, o attraverso i mass media o adoperati direttamente — come prima detto — nelle scuole, potrebbero essere degli eccellenti mezzi didattici da utilizzare ai fini di una migliore conoscenza dell'ambiente; e con essa (si spera) arrivare ad una più radicata coscienza civica in merito. Basti dire che le nostre reti nazionali televisive (sebbene da qualche anno abbiano cominciato a dare più spazio ai docu-mentari naturalistici) né commissionano, né realizzano in proprio dei lavori del genere.


Una immersione guidata durante un corso per sub

Cosa che invece succede già da diversi anni in Inghilterra, presso la BBC, o anche presso le TV nazionali del Canada e degli Stati Uniti, e più recentemente dell'Australia e della Nuova Zelanda.

Il messaggio è chiaro: serve, urgen-temente, una concertata campagna edu-cativa con l'intervento dello Stato e di chiunque possa, visto che la famiglia ha fallito in questo compito che doveva essere prevalentemente suo. Tutti gli sforzi degli enti preposti alla salvaguardia dell'ambiente e degli studiosi che lottano quotidianamente per arrestare il degrado saranno nulli se non si arriverà a costruire una giusta base di educazione al rispetto dell'ambiente e di vero senso civico: sentimenti che andrebbero inculcati a tutti i livelli di scuola, di televisione e di stampa nazionale.


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copyright Guido Picchetti - 11/6/2009