da "IL SUBACQUEO" / Luglio 1995

NB. - E' l'ultimo dei servizi speciali realizzati per "Il SUBACQUEO", da me coordinato in occasione del 26° Congresso  della Società Italiana di Biologia Marina  svoltosi a Sciacca nel Maggio del 1995. A seguire con me i lavori di quel Congresso, sia come soci ma soprattutto come appassionati di mare, c'erano anche due cari amici, Eleonora De Sabata e Vincenzo Di Martino, con i quali in quell'occasione ci suddividemmo il compito di riferire ai lettori  della rivista (cui tutti e tre collaboravamo) in merito ad alcuni dei tanti  temi di grande attualità che in quel congresso vennero  dibattuti dagli esperti relatori. Nella speranza  che nessuno  si di-spiacerà troppo di questo generale "Amarcord", per completezza d'informazione riporto qui, suddivisi in in due parti, tutti i contributi che noi tre demmo a quel servizio speciale de "IL SUBACQUEO", che fu anche arricchito da alcune foto di altri due amici esperti fotosub, Angelo Giampiccolo e Roberto Rinaldi.

Nella 1° parte:

Nella 2° parte:


foto  Angelo Giampiccolo


MEDITERRANEO 2000

di Vincenzo Di Martino, Eleonora De Sabata, e Guido Picchetti

Foto di Eleonora De Sabata, Vincenzo Di Martino,
Angelo Giampiccolo, Guido Picchetti,
e Roberto Rinaldi

  

2° parte

TONNARE E PELAGICI
di Eleonora De Sabata

II terzo tema affrontato nelle ultime due giornate di congresso riguardava «Tonnare e grandi pelagici»: un argomento quasi d'obbligo vista la vicinanza di Sciacca con le ultime due tonnare siciliane ancora attive, quelle di Favignana e di S. Cusumano. Due giornate intense in cui i biologi hanno parlato di tonno rosso, di alalunga e di pescespada, tre specie che rivestono un'enorme importanza economica. Molte comunicazioni hanno riguardato in particolare il tonno rosso, al centro di un giro d'affari miliardario: ma prima di vedere quali sono state le novità annunciate nel congresso, è necessario fare un passo indietro, e andare a conoscere meglio il nostro tonno gigante. Il tonno rosso appartiene alla specie Thunnus thynnus. È il più grande pesce «osseo» del mondo e può raggiungere i tre metri di lunghezza per 700 kg di peso.

Nonostante  la sua  importanza  economica,  ancora  molte zone

In alto, un fondale sommerso delle isole Filippine. Il «Mare Nostrum» sta vivendo un fenomeno di tropicalizzazione, evi-dente sia nell'innalzamento della temperatura che come presenza di specie animali e vegetali.

d'ombra avvolgono la biologia di questo pesce. Di certo si conoscono le due aree di riproduzione: nel Golfo del Messico e in Mediterraneo. Durante il periodo riproduttivo i tonni si riuniscono in grandi branchi, ed è per rispettare questo appuntamento che intraprendono lunghe migrazioni seguendo le stesse rotte da secoli: ad attenderli sono i pescatori che, forti delle conoscenze tramandatesi di padre in figlio, conoscono alla perfezione tempi e luoghi dove intercettare i pesci. In Mediterraneo la riproduzione avviene per lo più nel Tirreno, fra Sardegna, Sicilia e la Penisola, e ha luogo a più riprese a partire dai primi di giugno.

Il tonno gigante ha carni ottime: così dicono i giapponesi, patiti del «sashimi toro», la carne cruda di tonno, per il quale sono disposti a spendere fortune. Il loro interesse per i tonni nostrani è tale che praticamente tutto il pesce catturato nei nostri mari, appena sbarcato, prende direttamente l'aereo per l'Oriente. D'altronde il giro d'affari è enorme: un chilo di tonno rosso, pagato ai pescatori siciliani 7-8.000 lire, viene venduto al dettaglio in Giappone a cifre non lontane dai 1.000 dollari! Ed è proprio il mercato giapponese a dettare legge ovunque: l'80% del tonno pescato nel mondo è venduto direttamente nel paese del Sol Levante.

Da alcuni anni si è tentato di allevare il tonno rosso in cattività. Il punto  della  situazione  l'ha fatto  a Sciacca  il professor Dou-

menge, direttore del Museo Oceanografico di Montecarlo, che ha illustrato gli esperimenti di Canada, Australia, Spagna e, naturalmente, del Giappone: esperimenti coronati in larga parte dal successo. Perché allevare questi giganti in gabbia si può, e vi si riesce tanto bene che già dal 1979 per la prima volta si sono riprodotti in allevamento, emettendo oltre 1.600.000 uova. Certo i problemi non mancano: e iniziano subito, sin dalla cattura a mare dei primi esemplari con i quali iniziare l'allevamento. Il tonno è delicatissimo e non deve essere eccessivamente stressato, altrimenti produce una quantità di acido lattico nei muscoli che lo porta rapidamente alla morte.

I tonni consumano tantissimo: per farli crescere bene è necessario nutrirli in ragione di 10 chili di mangime (sardine, sugherelli, cefalopodi) per ogni chilogrammo di peso corporeo; in inverno il fabbisogno energetico cresce ancora: 17 chili di pesce per ogni chilo di proprio peso. Una quantità di cibo esorbitante, ed è proprio questo uno dei maggiori limiti che incontra chi voglia tentare la strada dell'allevamento, assieme alla sensibilità ai parassiti e all'insofferenza per pioggia e acqua torbida. Ma tant'è: raggiunti i 4-5 anni d'età, il tonno è finalmente pronto per la riproduzione. L'accoppiamento, che avviene sempre al crepuscolo, vede femmine e maschi (divenuti le prime di un'intensa colorazione azzurra, i secondi completamente neri) serrare le file, girarsi su un fianco, e, nuotando  velocemente,  emettere  una scia  di uova  e di seme

maschile. Le uova fecondate vengono quindi estratte dall'acqua e messe in incubatrice per una quindicina di giorni. Alla schiusa, il piccolo tonno misura appena 3 millimetri, che saliranno a 11 in due settimane. Ma seppure gli è necessario vivere in compagnia dei suoi simili (il tonnetto da piccolo è gregario: se allevato in solitudine non cresce), per lo meno in cattività manifesta un'estrema aggressività e una spiccata tendenza al cannibalismo. Il ritmo di crescita, soprattutto nei primi tre anni, è impressionante: quasi un millimetro e mezzo al giorno. Sono necessari 4-5 anni perché i giovani tonni raggiungano la fase riproduttiva.

La produzione di tonno d'allevamento, nel 1994, è stata di 80.000 tonnellate: e c'è da giurare che il futuro vedrà sempre più impianti d'acquacoltura per il tonno gigante. Non soltanto per l'alimentazione: seguendo il successo avuto in Giappone per altre specie d'interesse commerciale, i tonni allevati potrebbero essere liberati per ripopolare il mare e rimpinguare lo stock. Dal congresso ci viene una nota positiva: il professor Doumenge è convinto che il tonno nel nostro bacino goda di ottima salute, al contrario dello stock occidentale che negli ultimi 20 anni ha subito una flessione impressionante. Da decenni, infatti, le catture delle tonnare registrano cali allarmanti sia in quantità che in dimensione degli animali catturati: ma questo è dovuto al fatto che il tonno è bersaglio di altri tipi di pesca, delle tonnare cosiddette «volanti» e dei palangari. Se sommiamo le catture  di tutte  le marinerie coinvolte  in questo tipo di pesca,

Nella foto in alto, i tonni dell'allevamento speri-mentale di Scopello. La produzione di tonni d'al-levamento nel 1994 è stata di 80.000 tonnellate e il futuro vedrà sempre più impianti di acquacoltura per il tonno gigante. A destra, pescatori e pesci spada.

si ottiene un valore sostanzialmente costante negli ultimi 20-30 anni e che, per il 1994, è stato stimato attorno alle 20.000 tonnellate.

L'altro importante grande pelagico dei nostri mari è il pescespada, Xiphias gladius, oggetto di pesca intensissima e indiretta causa di uno dei problemi più spinosi del nostro mare: le reti pelagiche derivanti, meglio conosciute come «spadare». La distribuzione e l'accrescimento del pescespada sono stati affrontati da molti studiosi di tutti i paesi interessati alla sua pesca. Di grande interesse il lavoro dell'Università di Genova sulla sua velocità di crescita. Analizzando le catture nel loro mare, i ricercatori sono giunti alla conclusione che i giovani pescispada hanno un ritmo d'accrescimento straordinario: nei primi sei mesi di vita crescono di quasi un centimetro al giorno! I pescispada, infatti, nascono per lo più in luglio: già in ottobre arrivano a 60-70 centimetri. Al compimento del primo anno d'età, maschi e femmine misurano 95-100 centimetri; il secondo anno sono sui 115 cm e da questo momento le femmine crescono più rapidamente. Al terzo anno il maschio si attesta sui 120-125 centimetri, mentre le femmine arrivano a 135 cm e così a salire: tanto che il 77.7% degli individui più lunghi di 135 cm sono risultati essere femmine.

Antonio Di Natale ha quindi illustrato i risultati di uno studio decennale (dal 1985 al 1994) sulle catture effettuate in Tirreno. Il suo campo d'azione era vastissimo: dal Lazio a tutta la Sicilia, un'area dove opera la flotta più imponente dell'intera marineria italiana. La ricerca era incentrata sui due sistemi di pesca più importanti:  la rete derivante  e il palangaro derivante.  Circa il

Qui sopra, pescatori e pescispada.

20% di tutto il pescato in Mediterraneo viene catturato con il palangaro, un attrezzo che cattura pesci più piccoli rispetto alla rete derivante: addirittura individui inferiori ai 3 kg (ed è una media!) per i palangari ad ami piccoli, che operano in autunno. Nel corso di questi dieci anni le taglie dei pesci catturati sono diminuite notevolmente. Ma i dati più preoccupanti sono relativi alle reti derivanti pelagiche, le famigerate «spadare» impiegate in primavera-estate.

Di Natale ha fornito una serie di dati che nel complesso sono decisamente preoccupanti: nel Tirreno meridionale, zona in cui si è avuto il controllo più costante, nell'arco di dieci anni la lunghezza media dei pescispada catturati è scesa da 136 cm a 130 cm. Nel Tirreno centrale il dato più rilevante è relativo al peso; anche qui c'è stato un calo vistoso: il peso medio passa dai 30 kg del 1990 ai 25 kg del 1994. Moltiplicando i 9 km di rete in media calati da ciascuna imbarcazione (e la legge, lo ricordiamo, consente un massimo di 2.5 km) per una quarantina di giorni di pesca, e, moltiplicato il tutto per le 650 barche che compongono la flotta italiana, si arriva a 241.800 km di reti calate in un anno in Mediterraneo.

Non poteva quindi mancare, per concludere queste giornate dedicate ai grandi pelagici, una discussione sull'uso e sui problemi provocati da questa rete. E discussione c'è stata, e accesa: portavoce se n'è fatto lo stesso Di Natale, con la sua esposizione storica della problematica.  Il professor Bombace ha

sostenuto la necessità di interdire questo tipo di rete, ripiegando sulla pesca con il palangaro, sino a quando la ricerca non abbia trovato dei meccanismi per consentire ai cetacei di evitare la rete. La dottoressa Orsi Relini, dell'Università di Genova, ha però sottolineato che «il problema riguarda non tanto i cetacei, quanto tutto l'ecosistema: perché le reti eliminano sistematicamente tutti gli organismi che passano al di sopra del termoclino, ivi compresi gli squali. Ed eliminare i predatori dall'ecosistema significa, sul lungo termine, tagliare la biodiversità: perché si sa benissimo che essa dipende dalla predazione ai vertici della catena. In questo senso sono dannose queste reti: perché compromettono tutto un futuro».

La replica di Di Natale a queste e a molte altre osservazioni: «Non c'è dubbio che questo attrezzo abbia un impatto generale sull'ecosistema pelagico: cattura quel che passa al di sopra del termoclino. Però stiamo molto attenti a chiedere che queste barche si convertano al palangaro: poiché è necessario evitare di aumentare in modo esagerato lo sforzo di pesca sul pescespada, ed il palangaro è in grado di operare tutto l'anno, mentre la spadara solo in periodo estivo. La cosa importante da dire è che esiste un problema generale di gestione per quanto riguarda le specie pelagiche e che viene spesso sottovalutato. Quindi bisogna fare delle norme applicabili per tutti e soprattutto comprensibili e significative. Credo che qua sia la vera chiave di tutta la questione». 

È sempre più emergenza per il dattero di mare, Lithophaga lithophaga. Il più saporito dei frutti di mare è causa indiretta della distruzione delle coste sommerse di Puglia, Campania e Sicilia, un cancro che si sta rapidamente diffondendo anche in Sardegna e in Liguria: praticamente ovunque vi siano coste calcaree, le uniche nelle quali il dattero di mare riesca a vivere.

Se ne sono occupati al congresso della Sibm i ricercatori del Laboratorio Provinciale di Biologia Marina di Bari. Lithophaga (ossia che si ciba di roccia) è infatti un mollusco bivalve che vive infossato nella roccia calcarea, dove scava una nicchia angusta a misura della propria conchiglia. E poiché la fessura di comunicazione con l'esterno è più piccola del suo corpo, niente e nessuno può strapparlo dal suo rifugio. A meno di non divellere tutta la roccia attorno: che è esattamente quanto fanno i famigerati «datterari», con pic-

cozza e scalpello un tempo, con martelli pneumatici oggi.

E' un lavoro duro ma altamente remu-nerativo, considerato il prezzo pagato da ristoratori e avventori, stimato, per la sola Puglia, in 5 miliardi di lire. Un lavoro illegale e, soprattutto, devastante dal punto di vista ambientale. Perché insieme alla roccia si uccide tutta la comunità che si instaura su di essa: e sempre più sta prendendo piede la pratica di asportare interi blocchi di roccia per poi lavorarli più agevolmente all'esterno.

La pesca ai datteri è proibita per legge con un divieto che si rinnova di due anni in due anni. Attenzione: è proibita anche l'importazione dall'estero (i datterari italiani sono da tempo approdati nella ex-Jugoslavia e in Albania), e non lasciatevi ingannare da chi ve li offre spacciandoli per provenienti dall'allevamento: i datteri crescono così lentamente, 2.5 millimetri in un anno  (quarant'anni  per  arrivare  a 


Tra i tanti argomenti del congresso della Sibm, il preoccupante stato di salute dei datteri di mare, vittime di una pesca selvaggia. orientale, ultimamente anche nelle acque occidentali.

dieci centimetri di lunghezza!) che nessuno ha mai tentato un'impresa a cosi lungo termine.

 Eleonora De Sabata


LA DIFESA DEL MARE
di Guido Picchetti

IIn occasione del XXVI congresso della Società italiana di Biologia Marina di Sciacca si è svolta una Tavola rotonda sul tema «Stato di attuazione delle leggi di difesa e protezione del mare». Hanno partecipato in qualità di relatori: il professor Giuseppe Cognetti, ordinario di biologia marina dell'Università di Pisa, il professor Mario Pavan, già Ministro dell'Ambiente e attuale presidente dell'Anno Europeo della Conservazione della Natura del Consiglio d'Europa, il dottor Alberto Cesarmi del Servizio Con-servazione della Natura del Ministero dell'Ambiente, il dottor Renato Grimaldi dell'I-spettorato della Difesa del Mare, e il professor Giulio Relini, presidente della Sibm.

Il professor Silvio Greco, dell'Istituto Talassografico del Cnr di Messina, in qualità di moderatore, ha introdotto i lavori precisando come la Tavola rotonda promossa dalla Sibm risponda a un'esigenza del direttivo di informare i colleghi biologi marini sullo stato attuale delle leggi del nostro Paese relative alla protezione dell'ambiente marino. L'Italia, protesa com'è nel Mediterraneo con i suoi 8.300 km di costa, più di ogni altro stato europeo ha l'esigenza di una tale protezione.

Ma a che punto sono oggi le leggi ispirate e guidate dalla legge quadro dell'82 ? Primo a intervenire il dottor Alberto Cesarini, che fa il punto della situazione. La legge 979 dell'82 al titolo V  stabilisce caratteristiche,  finalità e criteri gestionali  delle aree pro-

Tra i partecipanti alla Tavola Rotonda sui Parchi Marini del Mditerraneo, il Prof. Giuseppe Cognetti dell'Università di Pisa e il Prof. Mario Pavan, presidente dell'Anno Europeo della Conservazione della Natura.

tette marine, e all'art. 31 elenca una prima serie di aree meritevoli di salvaguardia. Già sette di queste aree sono state ufficialmente istituite, ma solo due possono ritenersi pienamente funzionali, Ustica e Miramare; mentre le altre cinque, pur già ufficialmente riconosciute (Isole Tremiti, Isole Ciclopi, Isole Egadi, Torre Guaceto e Capo Rizzuto) sono per ora affidate alle Capitanerie di Porto in attesa di definirne la forma di gestione da parte degli enti locali. Per altre quattro aree (Secche della Meloria, Isole Pelagie, Isole Eolie e Arcipelago Toscano) è stata conclusa l'istruttoria e si è in attesa dell'approvazione definitiva. Alla legge 979 dell'82, prosegue il dottor Cesarini nel suo intervento, il 6 dicembre del 1991 è seguita l'emanazione della legge quadro sulle aree protette n. 394. Oltre a rivedere la normativa dei parchi e delle riserve marine, la nuova legge aggiunge all'art. 36 un nuovo lungo elenco di aree marine da salvaguardare. A chiusura del suo intervento il dottor Cesarini, riconoscendo i limiti di quanto concretizzato fino ad oggi, ha voluto elencare i problemi che a suo giudizio hanno ritardato l'attuazione delle iniziative previste dalla legge.

Secondo relatore della Tavola rotonda è stato il professor Giuseppe Cognetti, che conferma come a suo giudizio, con le sole eccezioni di Ustica e Miramare, i parchi marini in Italia non siano ancora decollati, principalmente a causa di certi errori di valuta-

zione nella fase di programmazione che rendono poi difficile le varie realiz-zazioni. All'intervento di Cognetti, è se-guito quello del dottor Renato Grimaldi. A suo giudizio le normative per la salva-guardia dell'ambiente marino nel nostro Paese ci sono e anche avanzate, ma sono mancate le relative applicazioni. La soluzione è ripartire da capo, ripro-ponendo un coordinamento tra i vari enti interessati al mare. Anche secondo il professor Mario Pavan siamo in una fase di totale confusione che non promette nulla di buono. Si è parlato più volte della necessità di un Ministero del Mare. Spe-riamo ci si arrivi: in Italia le competenze per assicurare una buona gestione non mancano.

Ultimo relatore a intervenire il professor Giulio Relini. Egli concorda con il profes-sor Pavan  sulla necessità di un approccio

In occasione del congresso di Sciacca, i biologi marini hanno affrontato anche l'argomento «mare protetto e da proteggere», con la considerazione finale che il lavoro fatto finora è stato notevole, ma ancora molto c'è da fare per la difesa del Mediterraneo.

globale al problema, ma fa notare che non si può sempre attendere che ci si muova in alto, ma occorre che l'approccio globale venga pure dal basso, sulla spinta di organizzazioni quali ad esempio la Sibm. Per la tutela dell'ambiente marino ci sono tanti mezzi messi a disposizione dalla legislazione italiana, ad esempio quelli che riguardano le barriere artificiali, o quelli utilizzati per l'emanazione del decreto per la protezione dell'area ligure a favore dei cetacei, che pone il divieto all'utilizzo delle spadare. Quello che però è sempre necessario per poter concretizzare simili iniziative è un supporto scientifico valido e l'appoggio delle entità locali.

Viva preoccupazione esprime invece Relini a proposito della cosiddetta direttiva Habitat, emanata dalla Comunità europea, cui occorrerà tra poco tempo far sempre riferimento in qualunque iniziativa di tutela ambientale. È una direttiva che specifica alcuni tipi di ambienti e di specie, mancando i quali non sarà possibile proporre salvaguardie ambientali. Ciò che è grave è che nei biotopi inclusi, predisposti da esperti dei Paesi del Nord, mancano alcuni ambienti tipici del Mediterraneo, quale ad esempio il coralligeno. È una situazione assurda, cui la Società Italiana di biologia marina deve reagire con prontezza.

 di Guido Picchetti

Nello Speciale Turismo '95, recentemente edito da «II Subacqueo», sono elencati ben 168 diving center: 131 operanti nelle varie zone costiere italiane, e 37 operanti all'estero (nei Caraibi, alle Maldive, in Mar Rosso e nell'Oceano Indiano orientale), sempre però sotto la guida di istruttori subacquei italiani. Come si può facilmente rilevare dalle informazioni che illustrano compiuta-mente in questa pubblicazione le carat-teristiche di tutti i diving censiti, presso il 99% di tali strutture la biologia marina figura tra le attività subacquee normal-mente praticate.

A scanso di equivoci, diciamo subito che quella che i diving svolgono non è certa-mente un'attività  di ricerca  quale quella

di organizzazioni ed enti professional-mente impegnati in tale campo, ma che quasi sempre si traduce unicamente in una finalizzazione delle immersioni al mi-glioramento e all'approfondimento della conoscenza dell'ambiente marino. Ma anche con tale limitazione si tratta pur sempre di un'attività che testimonia l'in-teresse per la biologia marina dei respon-sabili dei diving e dei subacquei che par-tecipano alle immersioni così finalizzate, seguendo talvolta anche appositi corsi di specializzazione.

Questo comprovato interesse a mio giu-dizio, considerato il grande sviluppo e il notevole potenziale operativo raggiunto oggi dai diving center italiani, può essere per i biologi marini un'opportunità prezio-

sa, in grado di offrire un contributo no-tevole alla loro attività di ricerca. La conoscenza approfondita da parte dei responsabili dei centri d'immersione delle zone in cui operano, oltre alle attrez-zature in barche ed equipaggiamenti di cui essi dispongono, possono certamente facilitare certe iniziative scientifiche le-gate all'ambiente marino. E, conoscendo l'amore e l'interesse per l'ambiente mari-no che anima in fondo l'attività dei re-sponsabili dei diving, sono sicuro che per essi il migliore e più apprezzato ritorno sarà il bagaglio di ulteriori e più ap-profondite conoscenze che da questa auspicata collaborazione con i biologi potrà derivare.


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copyright Guido Picchetti - 2/12/2009