da "IL SUBACQUEO" / Marzo 1990


foto G. Picchetti

 

I BAMBINI E L'ACQUATICITA'

PRIMI PASSI



È nostro compito conservare e sviluppare quella dote innata
che i bimbi hanno nel vivere senza timori il rapporto con
l'elemento liquido. Sapientemente guidati, potranno anche
rivelarsi ottimi subacquei «istintivi».

di Guido Picchetti  e Brigitte Cruickshank

n bambino, se da un lato è privo di ogni esperienza delle cose del mondo, ha d'altro canto delle doti innate che sono frutto sia di certi meccanismi ereditari non ancora interamente spiegati, sia di certe influenze che ha inconsciamente subito nella fase prenatale successiva al concepimento quando era ancora nel grembo della madre. E una delle doti certamente comuni alla totalità dei bambini nei primissimi anni di vita è la cosiddetta acquaticità. Il termine acquaticità è un termine molto usato nella pratica sportiva, sia del nuoto che dell'attività subacquea. Con esso solitamente si intende la confidenza con l'acqua, vale a dire l'assenza di quel timore per l'elemento liquido che tanto spesso invece si ritrova in persone adulte o anche soltanto in ragazzi di maggiore età, e che porta ad irrigidirsi e a compiere gesti bruschi e inconsulti non appena si è immersi in acqua.

Per rendersi conto di come il bimbo di uno o due anni, o meglio ancora di soli pochi mesi, abbia questa dote e non tema in alcun modo l'acqua, basta osservarlo, ad esempio, mentre fa il bagnetto nella vasca, e vedere come ride e scherza tutto felice di poter sguazzare nell'acqua. Purtroppo il più delle volte sono i grandi a temere in queste situazioni, e la paura che egli possa mettere il viso sott'acqua anche per un solo attimo (come se questo bastasse a farlo affogare...!) è così forte in chi lo assiste, che lo stesso timore si trasmette pian piano al bambino, divenendo in breve tempo anche suo. Ed è un vero peccato. Perché questa dote innata dell'acquaticità, che il bambino appena nato si ritrova, grazie soprattutto al lungo periodo trascorso immerso nel liquido amniotico della madre, se non è coltivata opportunamente, un po' per cause naturali e in buona parte a causa dell'errato atteggiamento dei grandi, si può facilmente perdere nel giro di un paio d'anni. E una volta persa, ci vorrà tempo e pazienza per poterla riacquistare.
 

Se poi gli anni che il bambino trascorrerà senza più avere confidenza con l'acqua diverranno molti, in lui, giovane o adulto che sia, l'acquaticità potrebbe anche rivelarsi un giorno una dote totalmente compromessa. Diventerà conseguentemente difficile e faticoso (se non addirittura impossibile), il perfetto apprendimento, o anche la sola pratica soddisfacente, di certi sport acquatici affascinanti che si basano proprio su questa confidenza con l'elemento liquido, e su di essa basano soprattutto i loro principi fondamentali di sicurezza.

Ma come conservare, o meglio ancora sviluppare l'acquaticità dei bimbi? La risposta in parte è già evidente in quanto abbiamo finora detto. Occorre per prima cosa evitare assolutamente di trasmettere al bambino le nostre ansie e i nostri timori. Per far ciò, analizzando noi stessi, dovremmo arrivare a capire quali sono i nostri limiti in questo rapporto con l'elemento liquido, e renderci conto che un bambino appena nato non ha assolutamente questi nostri stessi limiti, ma che è invece in grado di avere un rapporto con l'acqua molto più felice e spontaneo del nostro. E dovremo cercare quindi di superare o quanto meno di tenere per noi ogni sciocca paura su questo argomento.

Per assecondare poi lo sviluppo del prezioso dono dell'acquaticità, favoriremo ogni occasione di contatto dei bimbi con l'acqua fin dalla più tenera età, approfittando delle strutture e delle apposite scuole di nuoto per giovanissimi che, almeno nelle granai città, non mancano. È importante tuttavia accertarsi che l'istruttore sportivo cui affideremo i nostri piccoli risponda pienamente allo scopo. Infatti non tutti gli istruttori, per quanto bravi possano essere, risultano adatti ad avere un rapporto con i bimbi. Soprattutto occorre un istruttore che non badi all'aspetto agonistico della partecipazione dei bambini alle attività acquatiche  della scuola  (aspetto  del  tutto  fuori luogo

considerata la loro età), ma che sappia invece comunicare e «giocare» in acqua con essi, in un clima di totale e reciproca fiducia.

In questo rapporto con l'acqua, madre natura gioca enormemente a favore del bambino. Durante i nove mesi che il feto trascorre nell'utero della mamma, egli è un vero e proprio essere acquatico. Per vivere non ha bisogno dei polmoni, ma attinge l'ossigeno e gli altri alimenti a lui indispensabili per vivere, direttamente dal sistema vascolare della placenta entro il cui liquido amniotico il feto stesso si trova immerso senza peso, come un astronauta nella sua capsula. La placenta infatti forma una specie di vescica a tenuta pressoché ermetica. Il feto «galleggia» in essa, vivendo in una specie di universo liquido che lo rende indipendente da tutti gli effetti della gravità, della pressione e delle altre forze terrestri che invece dovrà affrontare dopo la nascita. Il liquido amniotico contenuto nella placenta non solo contorna il feto esternamente, ma è anche dentro di lui, fin nelle minime cavità e recessi del suo organismo, orecchie, seni, gola, bronchi e vie respiratorie: può esserci un essere più acquatico?

Tranquillo e sicuro di sé, questo giovane subacqueo è pronto ad affrontare l'immersione. Un grande vantaggio che un bambino ha in acqua
rispetto a un adulto è la scioltezza naturale dei movimenti.
 

È certamente il ricordo di questa esistenza acquatica intrauterina che rende facile il rapporto dei bambini con l'elemento liquido fin dalla più tenera età. Questi legami inconsci che uniscono i giovanissimi all'elemento liquido sono provati da numerosi fattori, approfonditi dai medici specialisti. Si è visto, ad esempio, come bimbi di pochi mesi immersi nell'acqua riscaldata di una piscina, siano capaci di rimanere sotto la superficie per vari secondi a gesticolare allegramente senza problemi. Ciò è reso possibile dal fatto che essi d'istinto entrano in apnea e, anche tenendo la bocca aperta sott'acqua, bloccano la glottide senza affatto tentare di inspirare, il che li porterebbe natural-mente a bere.

Ma, secondo i medici, dei bimbi ancora più piccoli farebbero addirittura meglio, considerate le maggiori capacità che l'emoglobina dei neonati, rispetto agli adulti, ha di combinarsi con l'ossigeno e di accumulare così preziose riserve vitali. È  la  stessa  proprietà  che ritroviamo nel

Sopra a sinistra : Il leggero assetto negativo proprio di questa piccola bombola da 5 litri, permette al
minisub con indosso la muta di andare in immersione addirittura senza piombi, e di mantenere in
acqua un perfetto equilibrio idrostatico variando istintivamente il suoi volumi polmonari.
Sopra a destra :
sulla base della sua esperienza come istruttore nei corsi di nuoto e di immersione per bambini, Guido Picchetti ha riscontrato una loro minore difficoltà di adattamento, rispetto agli adulti,
nel passaggio dalla piscina al mare.

sangue dei mammiferi marini e che spiega in parte le eccezionali capacità di apnea di questi animali. Il sangue umano invece perde tale proprietà già cento giorni dopo la nascita, forse in quanto, una volta all'aria; l'organismo umano non ne ha più bisogno, a differenza di quando quel sangue doveva servire ad alimentare il feto totalmente immerso in un liquido.

A rendere felice ed ideale la relazione del bambino con l'acqua, ci sono anche alcuni elementi legati prevalentemente alla sua particolare costituzione fisica. Nel bambino troviamo, ad esempio, un rapporto tra volume polmonare e peso corporeo che una volta immerso lo avvantaggia notevolmente rispetto all'adulto. Questi infatti ha un volume polmonare che è maggiore in assoluto, ma che risulta molto inferiore a quello del bambino, se rapportato al peso corporeo. Quindi il maggior volume polmonare relativo, di cui dispone il bambino, diventa in acqua un fattore di migliore padronanza nell'elemento liquido.

Per rendersi conto di come ciò avviene, basta considerare che il volume polmonare in qualunque individuo non è mai un volume stabile, ma può essere modificato, più o meno consapevolmente, con la respirazione: aumentandolo in fase inspiratoria e diminuendolo in fase espiratoria. La variazione di volume polmonare influenza direttamente la capacità di galleggiamento in acqua. Maggiore è la quantità di aria che un individuo riesce a smuovere nei suoi polmoni rispetto al suo peso corporeo, maggiore sarà la sua capacità di trovare il giusto equilibrio di galleggiamento; e maggiore sarà di conseguenza la sua sicurezza in acqua.

In fondo non è altro che l'applicazione del ben noto principio di Archimede che regola l'equilibrio idrostatico dei corpi immersi in un liquido. Un principio che, come tutti i principi, serve a \spiegare un dato fenomeno, ma che non occorre che esso sia noto nei suoi precisi termini per venire applicato. E ciò è dimostrato appunto dai bambini che istintivamente applicano il principio di Archimede quando : sono in acqua, riuscendo a galleggiare meglio di un adulto grazie appunto ai loro polmoni pieni d'aria.

E ancora lo dimostrano i bambini, altrettanto istintivamente, durante l'attività subacquea effettuata con l'ausilio di autorespiratori, allorché, per potersi muovere agevolmente sott'acqua, è importante avere un perfetto assetto d'immersione: non essere né troppo positivi, vale a dire galleggianti,  né  troppo  negativi,  cioè  pesanti;   ma  è   bene

essere, come si dice in gergo subacqueo, totalmente neutri, utilizzando poi le leggere variazioni di volume dei polmoni per spostarsi a piacere verso l'alto o il basso.

Ricordo che notai questa capacità dei bambini, per me fino allora insospettata, quando conducevo i primi corsi d'immersione per minisub. A quel tempo, parlo di una quindicina di anni fa, non si usavano ancora i giubbetti idrostatici, ma per equilibrarsi in immersione ci si serviva unicamente dei polmoni. Ricordo ancora che in questo gioco dell'equilibrio in immersione mediante i polmoni (che tanto gioco non è, come si può ben capire, avendo ancor oggi tutta la sua importanza per la formazione di un sub, nonostante l'uso del gav), i piccoli allievi subacquei che avevo allora, tra cui anche dei bambini di quattro e cinque anni, riuscivano fin dai primi istanti di immersione a raggiungere un'ottima padronanza del proprio assetto, controllando del tutto istintivamente, ma altrettanto efficacemente, la propria respirazione.

Ma c'è anche un altro fattore fisico che generalmente avvantaggia il bambino in acqua rispetto all'adulto e che bisogna ricordare: la scioltezza. In acqua la forza bruta non conta. Un uomo adulto abituato a movimenti bruschi ed energici in acqua ottiene scarsi risultati. Questa inefficacia della forza nell'elemento liquido è chiaramente evidenziata dalla maggiore predisposizione che mediamente nello sport subacqueo ha la donna rispetto all'uomo, uno sport nel quale, oltre all'acquaticità, conta moltissimo la scioltezza e la morbidezza dei movimenti. A proposito dei miei minisub, ricordo anche che per le loro immersioni con l'Ara non servivano piombi, ma per metterli a loro agio sott'acqua bastava già il leggero assetto negativo delle piccole bombole che usavano.

Si trattava di immersioni effettuate prevalentemente in piscina a scopo didattico. Talvolta però, per ravvivare l'interesse dei piccoli sub, li portavo anche in mare. E ancora una volta questo legame profondo con l'elemento liquido in essi presente veniva prepotentemente fuori. A differenza infatti degli allievi subacquei adulti, cui il cambiamento d'ambiente dalla piscina al mare creava generalmente una lunga serie di problemi da risolvere prima di ritrovare l'assetto ideale di immersione, per i miei minisub non c'erano mai troppe difficoltà. Naturalmente non si trattava di immersioni impegnative, ma ad essi non importava tanto. Già lo spettacolo offerto dall'ambiente marino a tre o quattro metri di profondità era sufficiente a risvegliare il loro interesse, ravvivando l'amore per il «mondo liquido» cui senza dubbio erano ancestralmente legati. •


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copyright Guido Picchetti -19/7/2009