da "IL SUBACQUEO" / Marzo 1989

NB. - In questa serie sono compresi alcuni dei tanti servizi foto-giornalistici che illustrano esperienze di viaggi
subacquei all'estero,  da me realizzati per la rivista "Il SUBACQUEO".


foto G. Picchetti

OCEANI IN PERICOLO
Il mare delle Filippine

Grazie all'intervento di una commissione mondiale, è stato avviato
un programma per la salvaguardia dell'ambiente naturale nelle acque
dell'arcipelago delle Filippine. Vediamo le ragioni principali che
 hanno portato a un tale degrado di questo bellissimo mare.

di  Guido Picchetti e Brigitte Cruickshank
 

o stato di salute del nostro Mediterraneo, ormai lo sappiamo, è tutt'altro che buono. Come mare quasi chiuso gode solo di un ricambio risanatore attraverso l'esile stretto di Gibilterra, per cui tutte le sostanze inquinanti ivi rovesciate dalle nazioni rivierasche, molte delle quali altamente industrializzate, si accumulano nel suo bacino anno dopo anno. Questo semplificato quadro della nostra situazione potrebbe indurre alla considerazione che gli oceani ed i mari aperti, rigenerati in continuazione come sono da correnti perenni e stagionali, godano di ottima salute. È questo forse il caso delle isole Galapagos. Ma non è così, purtroppo, ovunque. Prendiamo ad esempio il mare delle isole Filippine dove le condizioni di degrado ambientale sono state giudicate, dagli esperti mondiali facenti parte di un'apposita commissione, così gravi da decidere di avviare un programma internazionale per la salvaguardia dell'ambiente naturale (National Environment Programme).

Occorre premettere che il «reef», ovvero la barriera corallina, è uno degli ecosistemi più ricchi che si conoscano al mondo, ma di contro ha anche un equilibrio estremamente delicato. L'arcipelago delle Filippine è costituito da ben 7.107 isole, contornate da una vastissima barriera corallina, che copre un'area di circa 27.000 chilometri quadrati: un vero paradiso subacqueo. Un paradiso che corre però un serio pericolo di distruzione. Una delle minacce principali è costituita dalla situazione demografica del paese. Nella sola capitale, Manila, la popolazione è raddoppiata durante l'ultimo ventennio, rag-giungendo oggi il numero incredibile di 58.000.000 di abitanti: tutte persone che devono mangiare e trovare una maniera di guadagnarsi da vivere. Le isole sono piccole e ricoperte in gran parte da una rigogliosa giungla equatoriale, per cui vi è poca possibilità di sfamarsi con le culture agricole, anche per la natura scoscesa dei pendii. Il disboscamento poi, dov'è stato effettuato, ha provocato il più delle volte delle conseguenze disastrose, in quanto le torrenziali piogge monsoniche carat-teristiche della zona lavano via facilmente la scarsa copertura di terra coltivabile. In questa maniera i campi lavorati diventano ben presto improduttivi e tutto il sedimento portato a mare dalla pioggia soffoca i delicati polipi del corallo, costruttori primari delle scogliere madreporiche.

Gli abitanti delle Filippine, per i motivi detti, si sono rivolti sempre di più verso il mare come fonte  sia di cibo che di sussi-stenza. Il guaio  è che,  sia  per ignoranza  che  per la necessità impellente di sfamare le proprie famiglie essi hanno utilizzato il

Certamente la raccolta indiscriminata delle conchiglie fatta nel mare delle
Filippine non contribuisce a salvaguardare la sua salute. Ma anche l'uso degli
 esplosivi per la pesca sta distruggendo questo ambiente meraviglioso e pochi
sono ormai i pescatori che, (foto un alto), cacciano con metodi tradizionali.
Sotto, una corona di spine, la stella marina che si ciba dei polipi dei coralli,
mentre sta scomparendo il Trìtone, l'unico suo nemico naturale, con
il sopravvento delle stelle che stanno distruggendo il corallo.

 loro mare in modo sbagliato. La pesca, per i sistemi adottati, è l'indiziata numero uno in questo scempio. Eppure le reti a strascico così rovinose da noi in Mediterraneo, non possono essere utilizzate sulle barriere coralline per motivi alquanto ovvi. Ma l'uomo non manca d'ingegno né, sfortunatamente, di certi mezzi oggi abbastanza facilmente reperibili quali, per esempio, il plastico con cui confezionare bombe. Così, per soddisfare la sempre crescente richiesta di cibo, alcuni degli indigeni hanno da tempo sostituito ai loro tradizionali metodi di pesca subacquea effettuata con gli arpioni e i caratteristici occhialetti di legno, l'uso indiscriminato degli esplosivi che in quell'ambiente risultano ancora più distruttivi che da noi. E si è già notato un notevole calo del pescato nelle zone toccate dai «bombaroli» orientali. Vi è ancora un altro metodo di pesca alquanto distruttivo che viene praticato in queste acque dell'Indo-pacifico, nonostante sia stato reso illegale dal 1987, in quanto causava la morte di un gran numero di ragazzini, recando al tempo stesso molto danno all'ambiente.

Per chi non lo sapesse, il corallo, struttura basilare dell'eco-sistema in questione, è molto lento a crescere. Si tratta di pochi centimetri in cent'anni, variabili a seconda della specie, ma sempre intorno a quest'ordine di grandezza, per cui la sua distruzione costituisce un vero e proprio disastro. Il sistema di pesca incriminato si chiama «Muru-ami», dal nome della grossa rete a sacco utilizzata. Questa, per evitare che si rovini sul corallo, viene tesa all'esterno della scogliera, dopodiché un gran numero di battitori immergendosi tutti in linea contempo-raneamente parte dal lato opposto dell'agglomerato corallino. Ognuno di essi trascina un masso legato ad una corda che fa sbattere in continuazione contro le madrepore per fare fuggire i pesci verso la rete. Così i pescatori «Muru-ami» ripuliscono indiscriminatamente 7 o 8 reef in una gior-ata, danneggiando molto anche il corallo.

Come minimo, di barche che operano in questa maniera ve ne sono ancora trenta che,  per evitare di essere colti in flagrante,

vanno adesso a pescare su reef lontani. Stanno così in viaggio anche per periodi di 10 mesi. I pesci catturati vengono stesi ad essicare, e quelli meno pregiati sono usati per il sostentamento dell'equipaggio. D'altro canto le autorità filippine trovano difficile far capire alle popolazioni affamate che in questo modo si stanno gradualmente distruggendo le loro barriere coralline, e le risorse ittiche da esse sostenute.

Grazie alle richieste di un mercato originato dal mondo benestante, ai danni dovuti ai sistemi di pesca sopra descritti si aggiungono quelli provocati dal prelievo di animali d'acquario, di pezzi di corallo per uso ornamentale, e di conchiglie e altri organismi marini. Nelle Filippine il business del commercio dei pesci destinati agli acquari marini è arrivato a delle dimensioni davvero notevoli: nell'87 ha reso circa quattordici miliardi di lire in valuta estera al paese. Infatti 3 su ogni 4 pesci oggi venduti nel mondo per questo scopo vengono da quella nazione. 

Per diversi anni i pesci prelevati dalla barriera delle acque filippine a fronte di tale richiesta non incidevano sull'equilibrio dell'ecosistema. Ma tale equilibrio ha cominciato ad alterarsi drasticamente da quando è iniziato in maniera indiscriminata l'uso del cianuro di sodio. Questa sostanza è un potente veleno mortale se usato in quantità eccessiva. Di solito viene spruzzata su una larga superficie di acqua sovrastante la scogliera corallina. I pesci della zona rimangono, come minimo, imbambolati sotto l'effetto dello stupefacente e vengono poi catturati con l'ausilio di una grossa rete a maglie fini.

Una macrofotografia di ascidie, organismi marini tipici
delle acque delle Filippine.

Solo gli animali di maggior valore, quelli cioè che realizzeranno i prezzi più alti sul mercato, sono conservati con cura. Gli altri sono rigettati in mare, dove restano il più delle volte morti in superficie o sul fondo a putrefare. Ma anche se non muoiono, il cianuro ha un effetto deleterio sul loro organismo, colpendo in particolare fegato ed organi riproduttivi, e troncando così a lungo andare le funzioni necessarie per la continuazione della specie. Ma come nuoce ai pesci, il cianuro di sodio è risultato altrettanto dannoso per il corallo. E fin dal 1972 questo sistema di pesca col cianuro è stato dichiarato illegale. Ma la legge non viene rispettata. In considerazione di ciò è sorta recentemente una associazione, sostenuta anche dal WWF, che insegna ai pescatori come catturare i pesci senza recar danni all'ambiente e come poi mantenerli in buona salute per il viaggio.

Per quanto riguarda poi il corallo, esiste il divieto alla raccolta dal '77, ma ogni anno circa mille tonnellate di madrepore continuano ad essere tolte al mare e vendute illegalmente all'estero. Ciò significa la distruzione al tempo stesso di tutte le forme di vita in esse contenute e ad esse collegate. Ci sono infine le conchiglie, raccolte anch'esse a tonnellate per soddisfare la cupidigia umana. Il danno non si limita alla rarefazione e all'eventuale sparizione delle specie più ricercate, ma risulta conseguentemente intaccato l'equilibrio tanto delicato dell'ecosistema corallino. Basti citare il caso del bellissimo Tritone, unico nemico naturale della temuta stella marina Acanthaster planci, avida divoratrice dei polipi corallini, nota anche con il nome di Corona di spine. Decimata la popolazione dei tritoni per l'interesse commerciale delle loro conchiglie, le stelle hanno preso in varie zone il sopravvento, distruggendo i coralli di vaste aree della barriera.

Descrivendo un quadro così nero, non abbiamo voluto fare i pessimisti a tutti i costi. Occorre infatti dire, ad onor del vero, che il governo filippino, seppur tardivamente e con molte difficoltà per le tante bocche da sfamare, si sta adoprando energicamente per la salvaguardia del proprio patrimonio marino. Desideriamo però portare questa situazione a conoscenza dei lettori  come esempio  dei danni  che una preda-


zione insensata e distruttiva può provocare, sperando che una maggiore sensibilizzazione verso tali problemi possa giovare anche ai nostri mari.

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copyright Guido Picchetti - 30/6/2009