da "IL SUBACQUEO" / Dicembre 1988



foto G. Picchetti


L'ARCHEOSUB NASCE IN LIGURIA

Dal relitto di Diano Marina ad oggi, la lista degli interventi del Centro
Sperimentale di Archeologia Sottomarina è davvero lunga. In questa
intervista Francisca Pallares. responsabile scientifica del Centro e direttrice
dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, fa il punto su questa attività di ricerca.

Testo e foto di Brigitte Cruickshank e Guido Picchetti
Disegni di Giuseppe Cappelli

 

il 20 ottobre del 1958. Una giovane archeologa scende dal treno in arrivo dalla Spagna  alla  stazione  di  Bordighe-

In alto un'immagine di Francisca Pallares. L'archeologa spagnola lavora  in Italia dal 1959, dove ha seguito le principali campagne di scavo subacquee.

ra. Viene in Italia ad imparare la metodologia di scavo del professor Lamboglia, un'autorità in materia, che qui a Bordighera dirige l'Istituto Internazionale di Studi Liguri.  Non è la prima allieva spagnola ad arrivare nella cittadina ligure per un corso di perfezionamento in archeologia. Già molti suoi colleghi l'hanno preceduta, nel quadro di scambi culturali favorito dall'opera di Lamboglia, grazie al quale anche molti studenti italiani di archeologia si sono recati nella Francia Meridionale e in Spagna, facendo così le loro prime esperienze internazionali. La giovane archeologa spagnola si chiama Francisca Pallarès. È appena laureata, ma il suo interesse per l'archeologia risale a quand'era bambina. Forse l'ha addirittura nel sangue, dato che un cugino di suo nonno, Mattia Pallarès, è stato a suo tempo un grande archeologo spagnolo. Ma la molla che fece scattare in lei questa passione per le cose del passato fu l'opera del suo professore di storia del liceo, un uomo straordinario che sapeva attirare l'attenzione non tanto sul valore in sé del reperto archeologico, quanto sul fatto storico ad esso collegato, cioè sull'importanza della sua interpretazione per la ricostruzione della storia. 

Ricorda Francisca Pallarès: «Noi studenti ado-ravamo questa persona perché era un professore meraviglioso, e automaticamente ci siamo appassionati alle cose cui egli ci indirizzava. Quando ad esempio ci portava in visita ad un museo,  lui sapeva far rivivere quel museo,  per-

Il ritratto di Francisca Pallarès

Francisca Pallarès è nata in Spagna, a Barcellona, il 15 novembre del 1934. Si laurea in Lettere e Filosofia nel 1958 con una tesi di interesse archeologico che ottiene l'anno seguente il premio «Teruel» ed è quindi nominata assistente alla cattedra di Storia Romana dell'Università di Barcellona. Giunta in Italia, dal 1959 al 1969 opera come assistente scientifico al Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina di Albenga, divenendone nel 1970 direttrice operativa, e quindi, nel 1977, anche direttrice scientifica. E, in tali vesti, ha seguito, segue e dirige un'infinità di campagne archeologiche subacquee, tra cui i lavori di prospezione, scavo e recupero sugli antichi relitti di Punta Mortola davanti a Ventimiglia, nel 1959; di Spargi, nel 1959 e dal 1977 al 1981; di Albenga, dal 1959 al 1969; di Porto Venere, nel 1962; di Punta Scaletta a Giannutri, nel 1958 e nel 1959; di Porto Badisco in provincia di Lecce e di Funtana-mare in provincia di Cagliari nel 1972; di Cala Gadir a Pantelleria, nel 1973; delle Secche di Vada, nel 1974; di Filicudi e di Punta Ala, nel 1975; di Olbia, nel 1979; di Capo Testa in Sardegna, nel 1977 e nel 1978; di Cala Piccione davanti Populonia, nel 1977 e nel 1981, di Maritia in provincia di Sassari, dal 1977 al 1982; e di Diano Marina, quello famoso dei dalia, dal 1977 al 1987.

Nello stesso periodo effettua ricerche e rilevamenti in varie aree sommerse di interesse archeoogico: nella zona di mare antistante la Villa Romana della Foce vicino San Remo; nella baia di Mondragone dove si trovano i resti sommersi dell'antica Sinuessa; a Bergeggi; a Capo Vado (Savona); intorno all'isola d'Elba; a Pantelleria, a Licata e Selinunte, in provincia di Agrigento; a Punta Scifo e Capo Colonna, nelle vicinanze di Crotone; a Santa Severa, antica colonia di Pirgy, in provincia di Roma; nell'area del porto romano di Populonia nella Baia di Baratti, in provincia di Livorno; lungo la costa orientale dell'Asinara in Sardegna; e in Liguria, nelle due baie di Vado Ligure e degli Aregai, dove sono stati di recente individuati numerosi reperti subacquei di interesse archeologico.

Francisca Pallares dal 1977 ricopre anche la carica di direttrice dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri da cui il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina dipende. E, proprio in virtù dell'esperienza acquisita nell'archeologia sottomarina, dal 1977 insegna «Tecnica di scavo e restauro delle strutture sommerse» presso la facoltà di Architettura dell'Università «La Sapienza» di Roma, e fa parte del gruppo di esperti di archeologia marina istituito presso il Consiglio di Europa.

ché di fronte a un reperto inerte sapeva dirti il perché di quel pezzo, che significato aveva, a cosa serviva, chi Io usava, quale interpretazione gli si poteva dare.  Posso dire che quello fu il mio primo vero contatto con l'archeologia. Poi, giunta all'Università, mi sono trovata con degli importantissimi professori dell'archeologia spagnola, personaggi però intoccabili, distanti, come geni in una torre d'avorio, certamente privi di quella comunicativa che aveva il mio vecchio professore di liceo. Ma ebbi anche la fortuna di avere due assistenti di questi professori che seppero seguirmi molto bene. Per cui ritengo che sia tutto una questione di persone, e che importante sia stato per me trovare quelle giuste che mi hanno saputo trasmettere l'amore per queste cose, facendomele godere in tutto il loro valore».

Francisca Pallarès, quando arriva a Bordighera conosce già da tre anni  il professor Lamboglia, il quale, avendone intuito le doti, da tempo insi-


Due immagini dei lavori di recupero su alcuni siti
archeologici italiani : (fotografie di Sergio Loppel).
Il "Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina"
di Albenga ha operato in moltissime campagne,
tra cui in quelle del relitto di Albenga
e sulla nave di Diano Marina.
Molti dei reperti i recuperati
sono custoditi nel museo navale romano
della cittadina ligure.

steva perché venisse in Italia perché venisse in Italia per perfezionare la sua prepa-razione. E alla stazione c'è proprio il pro-fessore ad accoglierla in macchina. Ma dieci minuti dopo, nonostante la notte insonne, eccola già nuovamente in treno insieme a lui per recarsi a Genova ad incontrare dei subacquei milanesi, che già collaboravano con l'Istituto, e il rappre-sentante del Ministero della Pubblica Istruzione: si pensa di armare immediatamente una nave per le ricerche archeologiche subacquee. Così Francisca si trova subito in mezzo al discorso subac-queo, ancora prima di fare il corso di specializzazione con il professor Lamboglia. Ben presto il professore si accorge che il fisico di Francisca risponde bene all'impegno richiesto dalle ricerche in mare e comincia ad affidarle delle responsabilità in questo campo. E ne fa, dopo un anno di insegnamenti, la sua assistente prediletta, lasciandola tran-quillamente sui lavori dopo averle dato le opportune direttive.

Ecco come Francisca ricorda le sue prime esperienze subacquee:
«Avevo la fortuna di avere come capocantiere Renzo Ferrandi, un bravo subacqueo, e ciò fu per me un grande aiuto. Il professor Lamboglia non concepiva che delle donne, ma neanche gli assistenti uomini, andassero sott'acqua, perché pensava che scendere sott'acqua comportasse uno sforzo tale per cui chi si immergeva non poteva rimanere abbastanza sereno per arrivare ad interpretare quelle cose che aveva visto sul fondo. In realtà lui era come il cieco che non vedeva, ma credeva a quello che altri, i sommozzatori, gli dicevano. Ed io che amo molto il mare, sono stata per anni con questo freno di non poter andare di persona sott'acqua. In verità io scendevo tutti i giorni anche fino a cinquanta o sessanta metri con la campana batiscopica, perché questo era allora l'unico modo per poter vedere e seguire quanto si faceva sul fondo. È così che abbiamo scoperto, ad esempio, che la nave di Albenga era inclinata verso il mare aperto, una cosa che i sommozzatori dopo due anni e mezzo che già lavoravano sul relitto ancora non avevano capito. Però una cosa è essere dentro la campana ed un'altra cosa è essere direttamente a contatto con l'acqua.

Finalmente negli ultimi anni, mi pare  nel 1975,  a Spargi,  dove  si scendeva  con la campana   aperta   per  dare   appoggio  ai


La nave romana di Albenga
Il relitto si trova ad un miglio dalla costa ligure, a 42 metri di profondità. In tredici campagne di scavo, gli esperti hanno dedotto le caratteristiche costruttive dello scafo e gli elementi del carico.

sommozzatori, io, che ero dentro alla campana, cominciai ad approfittarne per fare dei giretti subacquei all'esterno. Uscivo tranquillamente con il bombolino a vedere cosa accadeva e poi rientravo in campana, tutto all'insaputa del profes-sore. Ma naturalmente su una nave pic-cola le cose si vengono presto a sapere, e il professore allora mi disse: — Dato che l'hai fatto dal basso, tenta ora di farlo dall'alto. Vediamo un po' cosa accade! —. E così iniziai le mie immersioni.  Purtroppo il professore di lì a poco è venuto a mancare, lasciandomi la re-sponsabilità dell'Istituto, e le mie discese si son fatte più rare. Dopo la sua morte ho cercato comunque di per-fezionarmi nella tecnica dell'immer-sione. Non sono una grande subacquea, però vado sott'acqua con molta tran-quillità, sufficiente per poter documen-tare quello che mi interessa».

Qual è la scoperta più eccitante fatta da te o da una tua equipe?
«Rispondere mi mette in difficoltà, perché una cosa è la scoperta imme-diata, la cosa che fin dal primo istante ti colpisce, altra cosa è la scoperta che fai attraverso lo studio del reperto. Bisogna quindi distinguere due modi di scoperta. Noi di cose eclatanti direi che non ne abbiamo scoperte molte. E questo per il semplice fatto che lavorando per il Ministero dei Beni Cultu
rali si andava sempre  ad intervenire  sui siti archeologici quando ormai c'erano già passati tutti, o quasi... Vedi, ad esempio, i bronzi di Riace, dove ho lavorato insieme  al professor Lamboglia

per vedere di capire perché i bronzi si trovavano in quella data posizione, cosa era successo, quale tipo di nave li trasportava, etc. Pur nella sua semplicità, il fatto di aver scoperto gli anelli della vela della nave che trasportava le due statue, e l'impugnatura dello scudo, ci ha dato la possibilità di interpretare che intanto non si trattava di una nave da carico, bensì di una nave da guerra; non sappiamo se ormai distrutta dagli agenti marini o se ancora conservata sotto la sabbia cinquecento metri più in là. Per me, contano solitamente di più le interpretazioni. Un altro esempio: il giorno che io stessa sono scesa sul relitto di Diano Marina e ho visto queste enormi giare di due metri per due metri di altezza, che l'acqua rende ancor più impressionanti nella loro mole, devo dire che ho provato una grande emozione. Eppure non avevamo certamente scoperto i grandi bronzi di Riace, o l'Apollo di Piombino, o cose del genere... Per cui, secondo me, occorre fare una distinzione tra quella che è    l'impressione immediata che ti da un ritrovamento e quella che ricevi invece attraverso l'interpretazione del reperto archeologico, la sco-perta soprattutto ottenuta mediante l'analisi e lo studio del materiale. Ed è questa per me la cosa più interessante, perché si riesce così a ricostruire quella che i francesi chiamano una «tranche de vie», il momento di interruzione della vita di una nave, con ciò che essa era e che aveva all'interno del suo carico».

II Centro Sperimentale di Ar-cheologia Sottomarina ha effettuato diverse campagne di scavo anche sul relitto della nave romana del golfo di Diano Marina. Tra l'altro, sono stati recuperati numerosi ziri, uno è rappresentato nella foto a lato, che recavano impressi dei bolli che ne hanno per-messo la datazione e il rico-noscimento. Sotto, lo strato superficiale del relitto come si presentava agli occhi degli operatori del Centro. Il si-stema dei quadrati fissi ha consentito di mettere in luce le diverse parti del carico e l'andamento del relitto nel suo complesso. È certo che le grandi anfore fossero situate al centro dell'imbarcazione, anche con funzione stabilizzatrice, mentre a prua e a poppa erano caricate le anfore più piccole che completavano lo stivaggio.


Un'immagine della splendida Biblioteca Internazionale di Bordighera,
attuale sede dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri,avuta in donazione
dalla comunità inglese

I corsi di archeologia subacquea
dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri

L'Istituto Internazionale di Studi Liguri è forse l'unico istituto in Europa a condurre periodicamente corsi di ricerca archeologica subacquea. Finora di tali corsi se ne sono tenuti sette. Essi si svolgono generalmente a Vado Ligure, che risulta più comoda come sede, data la sua maggiore vicinanza a Genova, anche perché l'Istituto dispone qui di una sua base nautica. I corsi sono aperti ad operatori di diversa formazione e comprendono una parte pratica e una teorica. A trattare la teoria di solito intervengono dei professori con lezioni monografiche di determinati problemi, caratterizzando così su questi temi precisi il corso stesso; oppure relazionano su una realtà attuale, spiegando ad esempio come si fa oggi archeologia sottomarina in Francia, in Spagna, o in Inghilterra. C'è poi la parte pratica, dove si insegna agli allievi la metodologia di scavo, di rilevamento, di fotografia e le diverse tecniche di recupero. Ciascun corso dura complessivamente una ventina di giorni, un periodo durante il quale si cerca di dare ai partecipanti un'infarinatura generale su tutta la materia. Per l'ammissione ai corsi si richiede anzitutto una valida qualificazione subacquea. Come base di studi non ci vuole la laurea, ma si da a chiunque la possibilità di partecipare. Vengono ammessi non più di trenta allievi per volta, selezionati in base al curriculum che gli interessati sono tenuti a presentare anticipatamente; e ogni diploma, titolo, o semplice esperienza in un determinato settore può essere utile. Al termine del corso gli allievi conseguono un diploma di partecipazione. L'Istituto cerca di aiutare economicamente gli allievi in vari modi. La tassa d'iscrizione si aggira sulle cinquantamila lire e da diritto alla partecipazione al corso e a tutte le dispense delle lezioni. In più comprende tutte le spese di trasporto per andare a visitare diversi siti archeologici, anche in mare. Per le esigenze logistiche, infine, l'Istituto stipula degli accordi con alberghi ed ostelli della gioventù locali.

E a terra?
«A terra abbiamo fatto delle scoperte eccezionali, tipo la necropoli di Chiavari dove c'erano monili bellissimi. Questo, sì, mi da oggi una grande emozione. Però sul momento l'emozione non fu tanto intensa, perché, per quanto strano possa sembrare, in quei momenti uno è maggiormente interessato a tutto l'insieme della scoperta».

Torniamo per un attimo ai bronzi di Riace. Come mai pensi che sia una nave da guerra quella che li trasportava?
«Noi diciamo una nave da guerra, ma ciò che è quasi certo è che non era una nave dedicata ai trasporti di materiale pesante. Infatti generalmente il trasporto del materiale pesante fa sì che i relitti rimangano in sito. Potrebbe essere stata anche una nave per passeggeri o una nave qualunque, però certamente  non  una nave oneraria,  da carico,  nel senso

che intendiamo noi, cioè con un carico di contenitori di terracotta. Una cosa che non ho detto è che si è trovato, attaccato al braccio di una delle statue, un frammento di anfora che non ha una forma precisa, ma che è molto ravvicinabile alle anfore romane di età repubblicana. Questo frammento di anfora o era già sul fondo quando le statue sono cadute (e allora ha un significato), oppure proviene dalla nave che trasportava le statue. Per cui, se effettivamente questa nave è naufragata in epoca successiva al periodo repubblicano, potrebbe trattarsi di mercanti d'arte che trasportavano queste statue da Oriente in Occidente (e questa forse è la tesi più probabile, perché altre navi di questo tipo sono state già rinvenute), oppure potrebbe essere effettivamente il frutto di un saccheggio di guerra, durante il quale le statue sono state prelevate con la forza. Comunque è tutto ancora un interrogativo. Finché non si faranno delle ricerche approfondite nella baia di Riace penso che non riusciremo ad avere una risposta precisa, e forse neanche allora».

Come vedi il volontariato subacqueo nella ricerca archeosub? «Io ho una grande esperienza di volontariato. E ho detto sempre che se questo viene seguito ed informato bene, costituisce veramente una forza vitale per poter andare avanti nel nostro lavoro. Io credo molto nell'iniziativa privata. D'accordo, occorre collaborare con lo Stato per avere il giusto indirizzo, però credo che le autorità competenti non debbano sottovalutare questa possibilità di cooperazione. Noi oggi dobbiamo quasi tutto quello che abbiamo fatto al volontariato ben guidato; oltre che, naturalmente, alla collaborazione delle forze dell'ordine. Noi abbiamo infatti uno staff fisso di persone volontarie, e poi abbiamo la facoltà di disporre di sommozzatori mandati dai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco e dalla Guardia di Finanza. In questo momento la mentalità delle autorità competenti forse non è tanto a favore del volontariato, perché molti subacquei in passato si sono dimostrati poco seri ed egoisti, pensando principalmente a portarsi il «coccio» a casa e procurando in più casi dei danni ai siti archeologici. Quindi capisco benissimo la perplessità dello Stato, però penso che un'azione ben fatta a livello di tutti i club, in modo da dire alla gente tu non devi fare questo per questa ragione, ma devi fare così per quest'altro motivo, dando insomma un'informazione giusta, corretta e motivata, sia molto meglio che non agitare lo spauracchio della denuncia».

Per cui ben venuta qualsiasi offerta di aiuto e di collaborazione da parte di gruppi subacquei interessati alla ricerca archeologica. Essi possono rivolgersi al tuo istituto...

«... certo, quanto meno per sapere quali contatti prendere, quali  possibilità  di  inserimento  in questo campo  si  possono avere, etc. »

Ma c'è anche una possibilità per i gruppi subacquei di associarsi all'Istituto Internazionale di Studi Liguri?
«No, noi non abbiamo questa possibilità di associazione. Essa è prevista solo per le singole persone. Il problema in verità è questo. Oggi ci sono migliaia di subacquei disposti a collaborare attivamente alla nostra opera, ma noi possiamo prenderne otto, dieci o quindici al massimo come abbiamo fatto ultimamente, ma ne scontentiamo sempre una grande parte. Invece, considerati i grossi problemi di intervento che hanno un po' tutte le sovrintendenze nei territori di loro competenza, se queste stesse sovrintendenze avessero uno staff fisso capace di guidare i volontari inseribili nel discorso, potremmo moltiplicare i quindici volontari dell'Istituto di Studi Liguri per le diciotto o venti sovrintendenze che ci sono; ed ecco che il numero di subacquei impiegabili nella ricerca archeologica sottomarina in Italia potrebbe notevolmente aumentare».

Ma non ci sarebbe la possibilità di variare lo statuto dell'Istituto in modo da consentire anche l'associazione di gruppi particolarmente interessati a collaborare alla ricerca archeologica? Potreste ad esempio selezionare tra i tanti club che ci sono quelli particolarmente qualificati in questo campo ? «La loro adesione da una parte potrebbe aiutare l'opera dell'Istituto sul piano economico con il versamento delle rispettive quote associative, dall'altra, per il solo fatto di essere soci, questi gruppi subacquei si sentirebbero impegnati ad operare in un certo modo e a collaborare seriamente alla vostra opera. Noi abbiamo già fatto un tentativo di questo genere, però penso che non abbiamo abbastanza personale per seguire la cosa. Così come avevamo creato le sezioni per l'Istituto, avevamo creato le sezioni per l'archeologia subacquea. Ne avevamo realizzate addirittura una romana, una toscana, una a Lecce, una a Brindisi e una a Napoli, sezioni che poi si sono sviluppate a modo loro. Alcune ora lavorano a fianco delle Sovrintendenze, ma si sono ormai sganciate dal Centro. Ciò in seguito al fatto che noi alla morte di Lamboglia ci siamo trovati sperduti, e non è stato facile superare quel momento. Mantenere l'organizzazione in sezioni per il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina era difficile e demmo perciò la possibilità ad esse di sciogliersi o di affiancarsi a gruppi che lavoravano già. Non so se oggi i tempi sono più maturi. Si potrebbe ancora tentare. D'altronde ho anche cercato di suggerire  al Ministero che un tentativo  di coinvolgere  i privati 



Nella foto, uno dei tanti bassorilievi di marmo che il Museo Navale
di Albenga ospita. Il Museo è stato fondato nel 1950 con i materiali recuperati
dalla nave Artiglio sul relitto di Albenga.

lo facciano le stesse sovrintendenze. Forse la mia idea è un'utopia... ma spero ancora che si riesca a fare qualcosa in questo senso. Sarebbe un bene per tutti».

Qualche desiderio particolare che riguarda il tuo lavoro?
«Un desiderio condiviso da molti miei colleghi è questo: non avere tante difficoltà dal punto di vista amministrativo. Io perdo un buon 80 per cento del mio tempo dietro ai problemi amministrativi, e mi rimane pochissimo per lo studio e il lavoro di ricerca vero e proprio. Vorrei in verità rovesciare questo rapporto, avere la maggior parte di tempo per lo studio e quello che resta per i problemi di organizzazione dell'Istituto».

Aiuti da parte della Comunità Europea ne avete?
«Per ora no. Forse si riuscirà a trovare la via per avere questi finanziamenti, non dico immediatamente, ma speriamo tra due o tre anni. Abbiamo unicamente, non dalla Comunità, ma dal Consiglio d'Europa,  degli aiuti  per i corsi di formazione profes-

L'Istituto Internazionale di Studi Liguri

L'Istituto Internazionale di Studi Liguri è sorto nel 1934 ad Albenga, ed è andato avanti inizialmente con un carattere piuttosto provinciale, fruendo dell'opera di Nino Lamboglia, pioniere dell'archeologia subacquea italiana. In seguito l'Istituto ha allargato le sue frontiere e, grazie ai contatti avuti con gli inglesi che durante la guerra avevano dovuto abbandonare il nostro paese, riuscì ad ottenere in donazione il Museo Bicknell e la Biblioteca Internazionale di Bordighera, e ha ora qui la sua sede. Il Museo Bicknell è una vecchia e famosa istituzione della zona. Creata nel 1888 dallo studioso inglese di cui porta il nome, celebra proprio in questo dicembre il suo centenario. Bicknell si dedicò molto agli studi naturalistici, interessandosi particolarmente alle incisioni rupestri del Monte Beo, nella zona retrostante Bordighera e Ventimiglia, oggi di proprietà francese. Morì nel 1918 per una indigestione di funghi, lasciando la sua istituzione agli eredi, due suoi nipoti, i quali la fecero progredire fino a farle acquistare anche una certa importanza a livello regionale ed internazionale. Quando intorno al 1939 con l'inizio della guerra mondiale si trovarono in difficoltà e dovettero abbandonare tutto, lasciarono il Museo Bicknell e la Biblioteca Internazionale al comune di Bordighera. Il comune accettò sul momento la donazione, ma non fu in grado di gestirla, e quindi la passò di nuovo agli inglesi che ancora erano qui in Liguria. La comunità degli inglesi, dovendo poi anch'essa andar via dall'Italia lasciando ogni cosa, prese contatti con Nino Lamboglia che aveva creato nel mentre l'Istituto di Studi Liguri, proponendo a lui la donazione. Dal punto di vista economico l'Istituto si basa principalmente sull'autofinanziamento. Conta infatti mille quattro cento soci, le cui quote servono a finanziare le sue varie pubblicazioni.

L'Istituto edita ancora oggi cinque riviste importanti, alcune di interesse locale, altre a carattere più internazionale. La più importante è la «Rivista di Studi Liguri», oggi una delle dieci maggiori testate archeologiche del mondo. L'Istituto ha inoltre dei soci finanziatori, tra i quali sono le Provincie,. le Prefetture, la Regione stessa; è tra gli istituti di interesse internazionale riconosciuti dal Ministero dei Beni Culturali, che le da anch'esso il suo modesto contributo annuo. Attraverso la prefettura d'Imperia, infine, rientra nella ripartizione dei fondi del Casinò di San Remo, e da ciò ricava una cifra che, per quanto rimasta invariata da anni, è anch'essa un aiuto. A parte questo, l'Istituto fa tutta una serie di lavori per il Ministero, scavi a terra e scavi a mare, che sono finanziati direttamente dalle Sovrintendenze interessate. Ha poi la gestione dei musei civici liguri (di quelli cioè non statali), e per ogni museo la Regione, tramite i comuni interessati, da all'Istituto altri contributi. Recentemente, con la legge finanziaria del 1986, ha avuto il compito di realizzare il censimento dei porti e degli approdi nell'antichità, per cui attraverso questo censimento altri fondi sono arrivati all'Istituto. Una cosa comunque da precisare è che questi fondi non vanno nella cassa generale dell'Istituto, ma finanziano direttamente le persone che lavorano per questo progetto.

L'Istituto Internazionale di Studi Liguri è articolato in sezioni. In Italia ce ne sono diciotto, che corrispondono a tenitori ben precisi secondo divisioni antiche. In Liguria c'è la sezione Ventimiglia che comprende la zona abitata dagli antichi «Intemeli», poi abbiamo la sezione di San Remo che occupa la fascia tra gli «Intemeli» e gli «Ingauni», antichi abitanti di Albenga. Poi c'è la sezione di Imperia con tutte le sue valli, e la sezione Albenga denominata sezione «Ingauna»; quindi la sezione «Sabazia» che fa capo a Savona, la sezione genovese che fa capo a Genova con tutto il suo territorio, e la sezione di Chiavari. L'Istituto Internazionale di Studi Liguri è interessato all'adesione di persone appassionate di archeologia che desiderano dare un loro contributo alla sua attività. E anche disponibile ad accettare eventuali sponsorizzazioni per le sue iniziative, senza tradire con ciò la sua matrice culturale.

sionale e di specializzazione che conduciamo, ma sono cose che vanno concordate volta per volta.

Come fai con tutte queste cose che ti impegnano come direttri-ce dell'Istituto, ad avere anche il tempo per recarti sul sito archeologico?
«Devo dire che ho degli ottimi collaboratori, per cui praticamente io do le direttive generali del lavoro e mi organizzo cercando di non avere troppi cantieri aperti insieme, in modo da poterli seguire con una certa serietà. I cantieri vengono infatti programmati secondo le mie disponibilità di tempo, e anche, naturalmente, secondo quelle dei miei collaboratori. In definitiva cerco di organizzarmi in modo tale da poter sfruttare in estate il tempo bello per i cantieri subacquei, mentre in inverno (qui in Liguria abbiamo la fortuna di avere quasi sempre il sole) do piuttosto la preferenza agli scavi di terra, scavi che però non seguo io personalmente se non per dare le direttive generali, grazie anche ai bravi assistenti di cui dispongo».

In questo tuo lavoro trovi che l'essere donna sia uno svantaggio o un vantaggio?
«Veramente io non ho mai avuto uno svantaggio dall'essere donna. Salvo episodi molto sporadici, stranamente più con subacquei che con altre persone (episodi tanto rari, ripeto, che forse si limitano in trent'anni di attività ad un paio al massimo...), non ho mai avuto difficoltà».

Per finire, hai qualche ricordo più strettamente legato alla tua esperienza subacquea?
«Forse sono stata fortunata, ma non ho ricordi spiacevoli di incidenti o altro. Noi ricercatori archeologici soffriamo di una specie di deformazione professionale per cui il pesce o la flora non suscita tanto il nostro interesse come per il comune appassionato di mare. Però mi è capitata una volta una cosa che davvero ricordo con piacere: stavo scendendo sul relitto di Diano a quaranta metri di profondità, là dove ci sono quelle enormi giare, e a un certo punto ho pensato di avere l'ebbrezza di profondità, perché ho visto delle cose rotonde, larghe quanto gli antichi contenitori, che mi giravano intorno, due grandi più una di dimensioni minori... erano due pesci luna con il loro piccolo! Io e il fotografo che era con me siamo rimasti di sasso. Lui aveva tre macchine fotografiche ed i flash, ma era tanto emozionato che non è riuscito a scattare neppure una fotografia. Pensa che quei pesci sono rimasti a farci compagnia mentre lavoravamo sul relitto per giorni e giorni, finché sfortunatamente un nostro collaboratore malintenzionato non ha accoltellato il piccolo per cui sono andati via. E mi viene ancora adesso la pelle d'oca ripensando a quell'episodio, a quelle cose enormi... Ma sai cosa vuoi dire vedere un pesce luna di un metro e mezzo di diametro di fronte a te? È davvero una cosa impressionante e meravigliosa!».


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copyright Guido Picchetti - 19/6/2009