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Dal relitto di Diano
Marina ad oggi, la lista degli interventi del Centro
Testo e
foto di Brigitte Cruickshank e Guido Picchetti |
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In alto un'immagine di Francisca Pallares. L'archeologa spagnola lavora in Italia dal 1959, dove ha seguito le principali campagne di scavo subacquee. |
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ra. Viene in Italia ad imparare la metodologia di scavo del professor Lamboglia, un'autorità in materia, che qui a Bordighera dirige l'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Non è la prima allieva spagnola ad arrivare nella cittadina ligure per un corso di perfezionamento in archeologia. Già molti suoi colleghi l'hanno preceduta, nel quadro di scambi culturali favorito dall'opera di Lamboglia, grazie al quale anche molti studenti italiani di archeologia si sono recati nella Francia Meridionale e in Spagna, facendo così le loro prime esperienze internazionali. La giovane archeologa spagnola si chiama Francisca Pallarès. È appena laureata, ma il suo interesse per l'archeologia risale a quand'era bambina. Forse l'ha addirittura nel sangue, dato che un cugino di suo nonno, Mattia Pallarès, è stato a suo tempo un grande archeologo spagnolo. Ma la molla che fece scattare in lei questa passione per le cose del passato fu l'opera del suo professore di storia del liceo, un uomo straordinario che sapeva attirare l'attenzione non tanto sul valore in sé del reperto archeologico, quanto sul fatto storico ad esso collegato, cioè sull'importanza della sua interpretazione per la ricostruzione della storia. Ricorda Francisca Pallarès: «Noi studenti ado-ravamo questa persona perché era un professore meraviglioso, e automaticamente ci siamo appassionati alle cose cui egli ci indirizzava. Quando ad esempio ci portava in visita ad un museo, lui sapeva far rivivere quel museo, per- |
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ché di fronte a un reperto inerte sapeva dirti il perché di quel pezzo, che significato aveva, a cosa serviva, chi Io usava, quale interpretazione gli si poteva dare. Posso dire che quello fu il mio primo vero contatto con l'archeologia. Poi, giunta all'Università, mi sono trovata con degli importantissimi professori dell'archeologia spagnola, personaggi però intoccabili, distanti, come geni in una torre d'avorio, certamente privi di quella comunicativa che aveva il mio vecchio professore di liceo. Ma ebbi anche la fortuna di avere due assistenti di questi professori che seppero seguirmi molto bene. Per cui ritengo che sia tutto una questione di persone, e che importante sia stato per me trovare quelle giuste che mi hanno saputo trasmettere l'amore per queste cose, facendomele godere in tutto il loro valore». Francisca Pallarès, quando arriva a Bordighera conosce già da tre anni il professor Lamboglia, il quale, avendone intuito le doti, da tempo insi- |
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steva perché venisse in Italia perché venisse in Italia per perfezionare la sua prepa-razione. E alla stazione c'è proprio il pro-fessore ad accoglierla in macchina. Ma dieci minuti dopo, nonostante la notte insonne, eccola già nuovamente in treno insieme a lui per recarsi a Genova ad incontrare dei subacquei milanesi, che già collaboravano con l'Istituto, e il rappre-sentante del Ministero della Pubblica Istruzione: si pensa di armare immediatamente una nave per le ricerche archeologiche subacquee. Così Francisca si trova subito in mezzo al discorso subac-queo, ancora prima di fare il corso di specializzazione con il professor Lamboglia. Ben presto il professore si accorge che il fisico di Francisca risponde bene all'impegno richiesto dalle ricerche in mare e comincia ad affidarle delle responsabilità in questo campo. E ne fa, dopo un anno di insegnamenti, la sua assistente prediletta, lasciandola tran-quillamente sui lavori dopo averle dato le opportune direttive. Ecco come Francisca ricorda le sue prime esperienze subacquee:
Finalmente negli ultimi anni, mi pare nel 1975, a Spargi, dove si scendeva con la campana aperta per dare appoggio ai |
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sommozzatori, io, che ero dentro alla campana, cominciai ad approfittarne per fare dei giretti subacquei all'esterno. Uscivo tranquillamente con il bombolino a vedere cosa accadeva e poi rientravo in campana, tutto all'insaputa del profes-sore. Ma naturalmente su una nave pic-cola le cose si vengono presto a sapere, e il professore allora mi disse: — Dato che l'hai fatto dal basso, tenta ora di farlo dall'alto. Vediamo un po' cosa accade! —. E così iniziai le mie immersioni. Purtroppo il professore di lì a poco è venuto a mancare, lasciandomi la re-sponsabilità dell'Istituto, e le mie discese si son fatte più rare. Dopo la sua morte ho cercato comunque di per-fezionarmi nella tecnica dell'immer-sione. Non sono una grande subacquea, però vado sott'acqua con molta tran-quillità, sufficiente per poter documen-tare quello che mi interessa». Qual è la scoperta più eccitante fatta da
te o da una tua equipe? |
per vedere di capire perché i bronzi si trovavano in quella data posizione, cosa era successo, quale tipo di nave li trasportava, etc. Pur nella sua semplicità, il fatto di aver scoperto gli anelli della vela della nave che trasportava le due statue, e l'impugnatura dello scudo, ci ha dato la possibilità di interpretare che intanto non si trattava di una nave da carico, bensì di una nave da guerra; non sappiamo se ormai distrutta dagli agenti marini o se ancora conservata sotto la sabbia cinquecento metri più in là. Per me, contano solitamente di più le interpretazioni. Un altro esempio: il giorno che io stessa sono scesa sul relitto di Diano Marina e ho visto queste enormi giare di due metri per due metri di altezza, che l'acqua rende ancor più impressionanti nella loro mole, devo dire che ho provato una grande emozione. Eppure non avevamo certamente scoperto i grandi bronzi di Riace, o l'Apollo di Piombino, o cose del genere... Per cui, secondo me, occorre fare una distinzione tra quella che è l'impressione immediata che ti da un ritrovamento e quella che ricevi invece attraverso l'interpretazione del reperto archeologico, la sco-perta soprattutto ottenuta mediante l'analisi e lo studio del materiale. Ed è questa per me la cosa più interessante, perché si riesce così a ricostruire quella che i francesi chiamano una «tranche de vie», il momento di interruzione della vita di una nave, con ciò che essa era e che aveva all'interno del suo carico». |
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E a terra? Torniamo per
un attimo ai bronzi di Riace. Come mai pensi che sia una nave da guerra
quella che li trasportava? |
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che intendiamo noi, cioè con un carico di contenitori di terracotta. Una cosa che non ho detto è che si è trovato, attaccato al braccio di una delle statue, un frammento di anfora che non ha una forma precisa, ma che è molto ravvicinabile alle anfore romane di età repubblicana. Questo frammento di anfora o era già sul fondo quando le statue sono cadute (e allora ha un significato), oppure proviene dalla nave che trasportava le statue. Per cui, se effettivamente questa nave è naufragata in epoca successiva al periodo repubblicano, potrebbe trattarsi di mercanti d'arte che trasportavano queste statue da Oriente in Occidente (e questa forse è la tesi più probabile, perché altre navi di questo tipo sono state già rinvenute), oppure potrebbe essere effettivamente il frutto di un saccheggio di guerra, durante il quale le statue sono state prelevate con la forza. Comunque è tutto ancora un interrogativo. Finché non si faranno delle ricerche approfondite nella baia di Riace penso che non riusciremo ad avere una risposta precisa, e forse neanche allora». Come vedi il volontariato subacqueo nella ricerca archeosub? «Io ho una grande esperienza di volontariato. E ho detto sempre che se questo viene seguito ed informato bene, costituisce veramente una forza vitale per poter andare avanti nel nostro lavoro. Io credo molto nell'iniziativa privata. D'accordo, occorre collaborare con lo Stato per avere il giusto indirizzo, però credo che le autorità competenti non debbano sottovalutare questa possibilità di cooperazione. Noi oggi dobbiamo quasi tutto quello che abbiamo fatto al volontariato ben guidato; oltre che, naturalmente, alla collaborazione delle forze dell'ordine. Noi abbiamo infatti uno staff fisso di persone volontarie, e poi abbiamo la facoltà di disporre di sommozzatori mandati dai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco e dalla Guardia di Finanza. In questo momento la mentalità delle autorità competenti forse non è tanto a favore del volontariato, perché molti subacquei in passato si sono dimostrati poco seri ed egoisti, pensando principalmente a portarsi il «coccio» a casa e procurando in più casi dei danni ai siti archeologici. Quindi capisco benissimo la perplessità dello Stato, però penso che un'azione ben fatta a livello di tutti i club, in modo da dire alla gente tu non devi fare questo per questa ragione, ma devi fare così per quest'altro motivo, dando insomma un'informazione giusta, corretta e motivata, sia molto meglio che non agitare lo spauracchio della denuncia». Per cui ben venuta qualsiasi offerta di aiuto e di collaborazione da parte di gruppi subacquei interessati alla ricerca archeologica. Essi possono rivolgersi al tuo istituto... |
«... certo, quanto meno per sapere quali contatti prendere, quali possibilità di inserimento in questo campo si possono avere, etc. »
Ma c'è anche una possibilità per i gruppi subacquei di
associarsi all'Istituto Internazionale di Studi Liguri? Ma non ci sarebbe la possibilità di variare lo statuto dell'Istituto in modo da consentire anche l'associazione di gruppi particolarmente interessati a collaborare alla ricerca archeologica? Potreste ad esempio selezionare tra i tanti club che ci sono quelli particolarmente qualificati in questo campo ? «La loro adesione da una parte potrebbe aiutare l'opera dell'Istituto sul piano economico con il versamento delle rispettive quote associative, dall'altra, per il solo fatto di essere soci, questi gruppi subacquei si sentirebbero impegnati ad operare in un certo modo e a collaborare seriamente alla vostra opera. Noi abbiamo già fatto un tentativo di questo genere, però penso che non abbiamo abbastanza personale per seguire la cosa. Così come avevamo creato le sezioni per l'Istituto, avevamo creato le sezioni per l'archeologia subacquea. Ne avevamo realizzate addirittura una romana, una toscana, una a Lecce, una a Brindisi e una a Napoli, sezioni che poi si sono sviluppate a modo loro. Alcune ora lavorano a fianco delle Sovrintendenze, ma si sono ormai sganciate dal Centro. Ciò in seguito al fatto che noi alla morte di Lamboglia ci siamo trovati sperduti, e non è stato facile superare quel momento. Mantenere l'organizzazione in sezioni per il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina era difficile e demmo perciò la possibilità ad esse di sciogliersi o di affiancarsi a gruppi che lavoravano già. Non so se oggi i tempi sono più maturi. Si potrebbe ancora tentare. D'altronde ho anche cercato di suggerire al Ministero che un tentativo di coinvolgere i privati |
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lo facciano le stesse sovrintendenze. Forse la mia idea è un'utopia... ma spero ancora che si riesca a fare qualcosa in questo senso. Sarebbe un bene per tutti». Qualche desiderio particolare che riguarda
il tuo lavoro? Aiuti da parte della Comunità Europea ne
avete? |
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sionale e di specializzazione che conduciamo, ma sono cose che vanno concordate volta per volta. Come fai con tutte queste cose che ti
impegnano come direttri-ce dell'Istituto, ad avere anche il tempo per
recarti sul sito archeologico? |