da "IL SUBACQUEO" / Ottobre 1988

NB. - In questa serie sono compresi alcuni dei numerosi servizi foto-giornalistici che trattano di argomenti legati
all' archeologia subacquea da me realizzati per la rivista "Il SUBACQUEO"



foto G. Picchetti


IL RELITTO DI PUNTA LICOSA

La segnalazione di un pescatore della zona ad alcuni amici
di un circolo subacqueo di S. Maria di Castellabate, il Cesub,
è l'inizio di un'operazione che potrebbe portare alla luce
un importante relitto nascosto dalle folte praterie di
posidonia che ricoprono questi fondali tirrenici.

Testo e foto di Guido Picchetti
 


Al largo della costa di Punta Licosa è stato individuato il probabile sito di un relitto: le anfore recuperate e attualmente custodite
presso la sede del Cesub sono del tipo greco-italico e tutto lascia supporre che costituissero parte del carico di un'oneraria.

state 1975. Un pescatore di S. Maria di Castellabate, un piccolo borgo marino a sud di Salerno, oggi affermato centro turistico, sta tirando su dal fondo i suoi «filaccioli» alcune miglia al largo dell'isolotto di Licosa. Il fondale sottostante è intorno ai 30 metri, ma l'acqua limpidissima, tipica di questa zona percorsa abitualmente da forti correnti, consente a Pasquale (questo il nome del pescatore) di osservare in trasparenza il dibattersi delle prede attaccate ai grossi ami della lunga lenza, da lui il giorno avanti distesa sul fondo. Improvvisamente la lenza si fa oltremodo pesante. Sembra quasi non volersi staccare dal fondo? Sarà forse una grossa cernia, che l'amo ha tirato fuori per la bocca dalla sua tana e che inizia controvoglia la sua risalita verso l'alto... Ma stranamente la lenza, pur venendo su pian piano, continua a rerestare pesante. E non si sentono poi i soliti strappi di fuga che un grosso animale vivo tende generalmente a dare, specie se vede avvicinarsi la sua fine. Che sarà mai? La fatica di Pasquale è grande e solo i guanti che indossa evitano alla lenza robusta e sottile di segargli le mani. Ancora mentre tira, sporgendosi appena dal bordo della barca, Pasquale vede un'ombra scura attaccata alla lenza: è immobile, tondeggiante, ma è ancora troppo a fondo e non distingue bene cosa sia. Poi finalmente Pasquale riesce a riconoscere nell'acqua chiara la forma di un 'anfora. L'anfora appare bella ed integra ai suoi occhi. E sta per issarla finalmente a bordo, quando l'amo della lenza improvvisamente si sgancia! E l'anfora precipita di nuovo sul fondale.

Ma per quanto breve, è stato un attimo che ha permesso a Pasquale di rendersi conto che non si tratta certamente di un vecchio coccio abbandonato dagli antichi naviganti che frequentavano quelle acque. Troppo integro è apparso ai suoi occhi il reperto! E forse sul fondale sottostante si cela qualcosa di più che non una semplice anfora. Ritornato a terra racconta l'episodio a Pino Di Lucia e Gabriel Piccirilli, due amici subacquei facenti parte del Cesub, un circolo di attività subacquee che ha la base a S. Maria di Castellabate operante da oltre una ventina d'anni nella zona con vari interessi, non ultimo quello archeologico.


A seguito dei ritrovamenti effettuati e del lavoro di ricerca svolto, il Cesub ha denunciato alla locale Sovrintendenza il rinvenimento del relitto,
richiedendo l'affidamento della prima campagna archeologica di scavo.


Per inciso, il sottoscritto conosce bene il Cesub, essendone stato fondatore e membro attivo nei suoi primi anni di vita, tra il '65 e il '69. Proprio a quegli anni, infatti, risalgono le sue prime entusiasmanti esperienze nel campo della ricerca archeologica, favorite dalla ricchezza di antichi reperti esistenti sui fondali della zona. Basti pensare che insieme ad un gruppetto di carissimi subacquei, allora soci con me di quel sodalizio, riuscimmo a recuperare in appena due stagioni di attività circa una trentina di grossi ceppi di piombo, alcuni completi delle relative contromarre.

I reperti allora recuperati erano in massima parte resti di antiche ancore greche o romane, che sembravano quasi tutte appartenute ad una antica flotta militare costretta forse da una improvvisa tempesta a tagliare gli ormeggi per allontanarsi di fretta e furia da quella costa. Denunciava infatti una tale origine, a parte la tipologia dell'ancora comune per la maggior parte dei nostri reperti, anche una specie di numerazione incussa tipo inventario sui bracci di molte marre, insieme ad una misteriosa sigla in rilievo: una specie di abbinamento tra una R ed una E.

Naturalmente prima dei recuperi dal fondo, regolarmente denunciati volta per volta alle autorità ed effettuati con l'aiuto di alcuni pescherecci della zona, i cui proprietari erano diventati essi stessi subacquei grazie al Cesub, avevo provveduto a fare un bel rilievo dell'area sommersa interessata, in modo da poter ritrovare successivamente per ciascun reperto, in ogni momento, il luogo esatto di rinvenimento. E un bel giorno dell'estate del '67 ebbi anche la fortuna di fare quella che mi sembrò una scoperta eccezionale. Nella stessa zona sommersa interessata dagli altri reperti, al largo dell'antico porto di Leucosiae, oggi S. Marco di Castellabate, mi imbattei appena fuori dal ciglio dei -40 in un ennesimo ceppo della solita tipologia, che però già in immersione mostrava chiaramente in rilievo, ripetuta su entrambi i suoi bracci, una scritta misteriosa «Caquilliproculi». Cosa significava?

Il rinvenimento, lo ricordo bene, fu per me l'occasione di scattare la mia prima foto subacquea, grazie alla Rolleimarin prestatami da un caro amico subacqueo, Hajo Schmidt, allora giovane ricercatore presso la Stazione Zoologica di Napoli, oggi apprezzato professore universitario all'Università di Heidelberg ed esperto di fama internazionale sui celenterati. Potei così già in immersione fissare in immagine la scritta misteriosa, al fine di suscitare tra gli esperti l'interesse che il reperto mi sembrava meritasse, in vista di un successivo recupero. Il bello fu che il giorno fissato per il recupero vennero sì giornalisti ed amici appassionati subacquei, ma nessuno della Sovrintendenza Archeologica di zona si fece vedere, per quanto debitamente avvisata. E a quanto mi risulta neppure in seguito si fece avanti qualcuno, a dispetto dell'interessamento e del valore che indubbiamente aveva ed ha la gran massa di reperti archeologici già recuperati dal Cesub, cui molti altri si aggiunsero negli anni seguenti per l'opera meritoria di ricerca svolta dai nuovi soci del sodalizio subacqueo di Santa Maria di Castellabate. E così un ricco patrimonio archeologico si trova attualmente depositato presso la sede del Cesub, certamente meritevole di essere accolto in un vero e proprio «antiquarium navale» aperto a studiosi e turisti.

In verità, nel corso degli anni, c'è stato qualche esperto di archeologia subacquea che si è personalmente preoccupato di recarsi a vedere ed esaminare i reperti del Cesub .E la prova la troviamo nel magnifico volume «Archeologia Subacquea» di Piero Alfredo GianFrotta (edizione Mondadori), dove a pag. 300, nel capitolo dedicato alle ancore antiche, c'è appunto una bella foto del ceppo con l'iscrizione «Caquilliproculi» da me rinvenuto, e nella pagina a fronte una spiegazione della misteriosa scritta, che in parte conferma l'ipotesi allora avanzata. Si tratterebbe infatti del genitivo possessivo del nome Caius Aquillius Proculus, secondo Gianfrotta probabile agente commerciale di una ricca famiglia di rango senatorio del primo secolo dopo Cristo, con possedimenti e interessi in varie regioni d'Italia.

In base ai dati che lo stesso Gianfrotta ha raccolto e che nella stessa pubblicazione riferisce, un Caius Aquillius Proculus fu addirittura console nel 90 d.C. e proconsole d'Asia nel 103-104 d.C.. Ma se così è, perché non fare l'ipotesi che proprio questo personaggio fosse al comando dell'antica flotta militare romana ancorata davanti Leucosiae, in fretta e furia costretta da chissacché a tagliare gli ormeggi perdendo gran parte delle ancore in piombo in dotazione alle navi? Chi volesse comunque approfondire le ricerche su tale argomento, non ha che da recarsi presso la sede del Cesub a Santa Maria di Castellabate.

Ma torniamo al pescatore Pasquale e alla sua bella anfora prima pescata e poi persa al largo di Punta Licosa. Eravamo rimasti al momento in cui raccontava la sua disavventura e Gabriel Piccirilli e Pino Di Luccia del Cesub. I due subacquei cominciano le ricerche nella zona indicata da Pasquale. Ma, dopo una serie di immersioni prive di successo (siamo in una zona molto al largo della costa, dove non è facile basarsi su riferimenti precisi), lasciano perdere.

Passano gli anni. Siamo già nel 1986 quando Pino Di Luccia, facendo per caso immersioni in una zona alcune miglia al largo di Punta Licosa, su un fondale pianeggiante ricoperto di posidonie, ad una trentina di metri di profondità, trova dei cocci sparsi e si ricorda del racconto di Pasquale. Riferisce il fatto a Gabriel Piccirilli e insieme riprendono ed esplorare con maggior attenzione i fondali della zona. Dapprima rinvengono solo altri cocci. Poi finalmente il 5 luglio di quest'anno capitano su delle macchie sparse di sabbia tra le posidonie che appaiono ai loro occhi interamente ricoperte di anfore. È il relitto! Non c'è alcun dubbio!

Presi i necessari allineamenti con la costa, i due subacquei procedono ad un esame sommario della zona. Le anfore visibili sono unicamente quelle che si trovano poggiate in corrispondenza delle macchie di sabbia. Molte sono in pezzi, ma non mancano quelle intere. Risultano tutte vuote: forse trasportavano vino o olio. Sembrano del tipo cosiddetto greco-italico, largamente usate tra il quarto e il secondo secolo avanti Cristo. Si vede chiaramente che la distesa di anfore si estende anche al di sotto della prateria di posidonie che ricopre quasi totalmente il fondale. I due sub rinvengono anche il ceppo di una delle ancore del relitto, un ceppo privo di cassetto con il foro su una delle estremità, e notano su di esso delle bolle in rilievo. E poco più in là rinvengono ancora delle strane grosse tubazioni in piombo.

L'euforia tra i soci del Cesub, alla notizia del ritrovamento, è grande. Si riunisce il direttivo del sodalizio subacqueo cilentano per decidere il da farsi. C'è chi vorrebbe tenere segreta la notizia per evitare sconsiderati e illegali trafugamenti. E c'è chi invece, come il segretario del centro Giuseppe Trotta, ritiene che sia l'occasione giusta per ridare lustro al Cesub, spingendo le autorità competenti a prendere nella dovuta considerazione tutta l'attività svolta dal Cesub per oltre un ventennio a favore della ricerca archeologica subacquea ed arrivare finalmente all'istituzione del famoso «antiquarium navale». Conclusione: in data 6 luglio 1988 a firma del presidente del Cesub Ulderico Forte parte, diretta alla Sovrintendenza alle Antichità della Campania, la denuncia ufficiale del rinvenimento, con la richiesta di affidamento di una prima campagna di scavi sul relitto.

Cosa accadrà ora? Difficile dirlo. Bisognerà vedere cosa risponderà la Sovrintendenza alla segnalazione e alla richiesta del Cesub. Frattanto lo stesso sodalizio subacqueo si è impegnato a sorvegliare per quanto è nelle sue possibilità il sito archeologico. Occorre che le autorità competenti intervengano, e al più presto, fornendo aiuto e mezzi a chi di dovere, per salvaguardare e assicurare alla comunità un patrimonio che è di tutti e che assolutamente non deve andare disperso. I subacquei italiani da tempo chiedono di collaborare all'opera di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio archeologico subacqueo nazionale. E quasi mai hanno ricevuto risposta. Quella proveniente da Castellabate a seguito della scoperta del relitto al largo di Punta Licosa è una ennesima richiesta in tal senso. Andrà ancora una volta delusa?

LA STORIA DEL CESUB

Cesub è la sigla di «Centro Subacqueo di S. Maria di Castellabate». Fondato il 15 gennaio 1966 da un gruppo di appassionati alle attività subacquee, il Cesub divenne ben presto un organismo molto noto nell'ambiente subacqueo italiano, avviando una serie di fortunate iniziative. Tra le tante, la proposta avanzata proprio nel 1966 dai soci del Cesub del Parco Naturale Subacqueo di Punta Tresino, sull'estremità nord dell'ansa di S. Maria di Castellabate, cui seguì nel 1973 l'istituzione ufficiale di una area di mare protetta lungo tutta la fascia costiera del piccolo comune cilentano; i primi due Convegni nazionali sulle Attività Subacquee, nel 1967 e nel 1969, che videro la par-tecipazione dei maggiori esperti del settore; il premio Cesub del Libro Specializzato; una breve ma indimen-ticabile campagna di ricerche subacquee nella Grotta di Smeraldo di Amalfi, cui parteciparono, insieme ai famosi fotosub Maltini e Solaini, alcuni studiosi oggi molto noti, quali Paolo Colantoni ed Eugenio Fresi. Primo presidente del Cesub fu in quegli anni Arnoldo Borgato, affiancato dal sottoscritto in qualità di segretario e  direttore tecnico.

Un gruppo di subacquei del Cesub durante un'uscita sul relitto. In piedi, al posto di governo della barca, Gabriel Piccirilli, attuale responsabile del settore didattico del circolo

Oggi a capo del Cesub c'è Ulderico Forte eletto presidente del sodalizio nel 1978. Attuale segretario è Pino Trotta, già consigliere comunale di S. Maria di Castellabate; mentre Gabriel Piccirilli è responsabile del settore didattico. Presso il Cesub durante l'estate è anche in funzione una scuola di nuoto per bambini, che ha Domenico Conte come istruttore. L'indirizzo del Cesub è Via Guglielmini, 84072 S. Maria di Castellabate, Salerno. Utili recapiti telefonici sono: Gabriel Piccirilli 0974/964036 e Pino Trotta 0974/961818.


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copyright Guido Picchetti - 16/6/2009