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Sono passati venticinque
anni da quando venne lanciata l'idea
di Guido Picchetti |
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Queste immagini si riferiscono alle
realtà straniere |
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Sotto e in alto a destra, la riserva marina di Gran Cayman,
dove operano quattro mezzi semoventi nautici in grado di far ammirare le bellezze dei fondali ai turisti |
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In Italia, all'estero
e...in futuro |
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Quale delle due situazioni si avvicina di più
a quella «ideale» pensata dal nostro illustratore Davide Radici e che forse
sarà la realtà del domani? |
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le, per ricchezza e singolarità dei fondali. Eppure ancora
oggi il Parco Subacqueo di Portofino è un sogno irrealizzato.
Alla proposta di Portofino in questi venticinque anni se ne sono poi aggiunte moltissime altre, riguardanti altre aree sparse un po' ovunque lungo le coste italiane. Dei parchi marini si sono occupati ripetutamente tutti gli enti e le organizzazioni che hanno più a cuore la difesa del mare: Cnr, Italia Nostra, Wwf, Società Italiana di Biologia Marina, Società Italiana di Botanica, ecc. Sul tema si sono svolti innumerevoli dibattiti e tavole rotonde, con interventi di politici e di biologi marini; e interessando di volta in volta i vari ministeri coinvolti da simili iniziative (Marina Mercantile, Difesa Marina, Agricoltura e Foreste, Ricerca Scientifica, Turismo e Spettacolo, Pubblica Istruzione e Ambiente), certamente troppi per una rapida soluzione del problema. E sono state create commissioni, sono stati predisposti disegni di legge... e molti di essi sono caduti nel dimenticatoio insieme ai parlamentari che li avevano presentati. Ma qualcuno è anche andato in porto, offrendo concrete possibilità di intervento per la creazione di aree marine protette, dalla legge sulla pesca marittima del 1965, che prevedeva l'istituzione di zone di tutela biologica, alla già citata legge sulla difesa del mare del 1982, secondo la quale almeno una ventina di zone tra le più importanti e incontaminate dei nostri mari si sarebbero dovute porre sotto tutela. Ma, fino ad oggi, poco o nulla di quanto pur si sarebbe potuto fare in questo campo, è stato fatto. Quelle poche realizzazioni di protezione ambientale marina che finora l'Italia conta, in qualche caso senza neppure poter troppo vantare (vedi il Parco Marino dì Castellabate istituito per legge nel 1972, ma totalmente ignorato nella realtà dei fatti), non si può dire che facciano testo, salvo una sola eccezione di cui diremo più avanti. Eppure, come dicevamo, le proposte di parchi marini durante questi anni non sono mancate. A cominciare dall'Isola di Pianosa, per la quale il Gruppo Ricerche Scientifiche e Tecniche Subacquee di Firenze diretto da Alessandro Olshki, con approfondite documentazioni, già nel 1970 ne raccomandava e ne chiedeva l'istituzione, ma inutilmente. Un'altra zona che pure rischia di essere dimenticata come parco marino è quella delle Secche della Meloria, proposta sempre nel 1970 da noti esperti di biologia marina (Bacci, Cinelli, Rossi e Sordi, tanto per citarne alcuni), e per la quale fu espresso addirittura un «voto» dalla Commissione Conservazione Natura del Cnr. Ma come per Portofino, per Pianosa e per la Meloria, a nulla di fatto hanno portato le proposte di protezione per il litorale di Nardò, per l'isola di Panarea, per Pilo-Sorso in Sardegna e per molte altre zone ancora, regolarmente avallate nel 1971 da Italia Nostra e proprio in quell'anno presentate da questa organizzazione come contributo all'Annata Europea per la Conservazione della Natura. Tra le poche iniziative di protezione ambientale marina che invece, pur per vie diverse, in Italia sono comunque giunte a realizzazione, ricordiamo il Parco Marino delle Isole Cheradi, la cui proposta fu avanzata dal professor Cosimo Sebastio nel 1969. Essa fu accolta dall'Amministrazione Provinciale di Taranto, che si accollò l'onere della sua attivazione, in attesa del successivo inserimento della zona protetta in un contesto più vasto di tutela ecologica a livello nazionale, purtroppo ancora al di là da venire. Alla zona di tutela biologia di Castellabate, istituita con decreto legge nel 1972, e alla infausta fine di questo che doveva essere il primo Parco Subacqueo ufficialmente riconosciuto in Italia, ho già accennato. Ma varrà la pena ricordare i motivi che hanno portato ad un tale «aborto» anche per certi insegnamenti che se ne possono trarre. La zona inizialmente indicata per la protezione |
dai subacquei del Cesub che avevano promosso l'iniziativa (e tra questi, eravamo nel 1966, c'era anche il sottoscritto con qualche capello bianco di meno), era di dimensioni limitate, appena uno spicchio di mare di fronte a Punta Tresino. Ma si trattava di una zona che, soprattutto per la particolare conformazione del fondale, (come avevano confermato anche ricercatori subacquei della vicina Stazione Zoologica di Napoli da me coinvolti nell'iniziativa), offriva nella sua piccolezza caratteristiche ideali per garantire non solo la sopravvivenza di certe specie ittiche già gravemente minacciate dall'intensa pesca ivi esercitata in forme diverse, ma anche il successivo ripopolamento delle aree circostanti, con benefici diretti e indiretti per tutti i locali, sia per gli addetti alla piccola pesca costiera cui si chiedeva il sacrificio di rinunciare ad esercitare la loro attività in tale zona, sia per i vari operatori economici che, del conseguente movimento turistico legato all'esistenza del parco marino, avrebbero potuto godere. Non fu facile convincere i pescatori del posto ad appoggiare l'idea del parco. Ma alla fine, considerate appunto la limitatezza della zona interessata e le prospettive dei benefici futuri che questa tutela biologica avrebbe prodotto anche sui fondali limitrofi, ci si riuscì. Purtroppo l'iniziativa, proprio per l'interesse suscitato in certi ambienti dall'idea del Parco Marino, sfuggì di mano a quei subacquei che con modesto realismo l'avevano proposta, e assunse dimensioni impensate. E quando alcuni anni dopo, con un decreto legge del Ministro della Marina Mercantile in data 25/8/1972, fu ufficialmente istituita la Zona di Tutela Biologica di Castellabate, i pescatori locali si sentirono totalmente traditi vedendo che la regolamentazione della loro attività, se pure variamente articolata nelle due zone previste dal decreto di tutela, non riguardava solo più il piccolo spicchio di mare davanti a Punta Tresino, ma una fascia di mare antistante che comprendeva più di una ventina di chilometri di costa fra Agropoli ed Ogliastro Marina, a cavallo della Marina di Castellabate e di Punta Licosa. E fu la fine. Per qualche tempo fu esercitata dalle autorità preposte una certa sorveglianza. Poi sempre più larga fu nella zona l'inosservanza alle disposizioni di tutela; e oggi si finge, un pò tutti in quella zona, di ignorare la stessa esistenza del decreto. Con le possibilità offerte dalla stessa legge sulla pesca marittima furono istituite anche altre due zone di tutela biologica: all'Elba e a Montecristo. Della prima confesso di non saperne molto, il che per certi versi è sintomatico. Di Mon-tecristo, invece, ho qualche esperienza diretta, essendo capitato da quelle parti qualche anno fa insieme ad un gruppo di studenti guidati dal professor Hajo Schmidt dell'Università di Heidelberg e debitamente provvisti delle autorizzazioni necessarie a sbarcare sull'isola e ad immergerci nelle sue acque. Già, perché se sei privo di queste autorizzazioni (per nulla facili da ottenere, come potei constatare succes-sivamente, quando pensai di ritornare a visitare il piccolo museo naturalistico esistente sull'isola e possibilmente immergermi ancora nei suoi stupendi fondali), venni invitato con decisione ad allontanarsi dalle coste di Montecristo. E in quei casi nulla da fare, anche se si dimostra di avere le migliori intenzioni di questo mondo; e (ciò che è più assurdo...), nonostante un cartello sulla linea di riva, in prossimità dell'unico moletto di attracco esistente sull'isola, indichi chiaramente che, in base all'art. 3 del D.M. 4/3/1971, per escursioni naturalistiche oltre che per motivi di studio, l'accesso sull'isola sarebbe consentito. |
Le Oasi Blu nel progetto del WwfAbbiamo chiesto al presidente del Wwf, Fulco Pratesi, il perché delle Oasi Blu e i programmi futuri per questo piano di salvaguardia marina
Pratesi, qual'è stata la
genesi del provvedimento?
Ed ora quali saranno i programmi?
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avvicinare (e in questo saremo aiutati da una grande campagna per il sea-watching che stiamo per iniziare grazie alla generosa collaborazione delle maggiori industrie produttrici di materiale subacqueo) i giovani (e perché no, molti adulti all'affascinante e vario mondo sottomarino. Questo sia per proporre alternative valide alla caccia subacquea, sia per dar modo di conoscere il valore e la bellezza di un ambiente di cui ancora, in Italia, si sa pochissimo. E non dubitiamo che, tra qualche anno, grazie anche a «II Subacqueo», il seawatching assumerà per il mare l'importanza che in terraferma ha acquisito la pratica del birdwatching. I pesci, infine, saranno conosciuti non più solo grazie ai menù dei ristoranti e ai banchi dei pescivendoli ma diventeranno, come già è accaduto per gli uccelli, degli interessanti soggetti di studio, di osservazione, di ricerca, di tempo libero. E lo sport subacqueo se ne avvantaggerà enormemente.
E per la sorveglianza cosa
pensate di fare?
Non pensa che il sottrarre ai
pescatori delle aree possa creare dei problemi?
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L'impressione che ho ricevuto su Montecristo da queste esperienze quindi non è affatto positiva. L'isola tutto sommato è protetta, ma mi è apparsa come se fosse non un bene comune tutelato nell'interesse di tutti, ma una terra straniera, per sbarcare sulla quale occorrono dei passaporti per il cui rilascio non si sa bene a quale consolato (o santo) occorra rivol-gersi. E se un parco marino deve essere come Montecristo, Dio ce ne scampi e liberi! A che serve il suo piccolo e aggraziato museo natura-listico, se non lo si può visitare trovandosi di passaggio da quelle parti? La funzione educativa do-vrebbe essere di importanza primaria per un'area protetta, e va di pari passo con quella di tutela ecologica. Per non parlare del contributo che essa può e deve dare al turismo e alla ricerca scientifica. Come si vede da queste poche e incomplete note sul tema, la situazione dei parchi marini nel nostro Paese è tutt'altro che felice. C'è di positivo l'eccezione cui si accennava prima. Riguarda il Parco Marino di Miramare, istituito nel 1973 vicino a Trieste, lungo un tratto di costa di poco più di 1000 metri che già godeva di tutela ambientale, essendo l'area costiera un parco terrestre di notevole interesse storico e naturalistico. La fascia di mare protetta si estende verso il largo per appena 200 metri. A dispetto di queste limitate dimensioni (o forse proprio per questo...), ma soprattutto grazie alla realtà culturale in cui la riserva subacquea si trova inserita, pos-siamo considerarla, per quanto |
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piccola, come l'unica iniziativa del genere in Italia che accolga in sé tutti gli aspetti fondamentali che un vero parco marino deve avere. Merito del WWF, che fin dall'inizio si è occupato con successo della gestione dell'Oasi Marina. Per quanto ben atteso, il decreto emanato per l'istitu-zione della riserva marina di Miramare (secondo un'espressione del professor Franco Tassi, direttore del Parco Nazio-nale d'Abruzzo, il quale da anni si batte a favore delle riserve marine), non fa altro quindi che «rilustrare» formalmente il piccolo Parco Marino di Miramare già da anni funzionante. Mentre il discorso si fa diverso a proposito di Ustica, la cui istituzione in riserva, già da tempo decretata a livello regionale con strane ed equivoche regolamentazioni che poca o nulla efficacia avevano praticamente ottenuto, ora che è stata ufficializzata con decreto centrale costituisce un vero banco di prova non solo sulla volontà, ma anche sulle possibilità di operare realmente in Italia per la difesa dell'am-biente marino. O sarà ancora una volta come per Punta Tresino? Il problema, infatti, non è tanto nell'emanazione di leggi e decreti, pur necessari. Consiste piuttosto nell'assi-curare che le disposizioni siano non solo rispondenti alle necessità generali di tutela ecologica, ma, almeno in pro-spettiva futura, anche adeguate alle esigenze della gente locale, senza il cui appoggio convinto e fattivo nessuna azione di tutela ambientale potrà dirsi pienamente riuscita. Comunque un altro passo si è fatto. E altri passi li sta compiendo il Wwf che, vista la disponibilità del ministero a dare in concessione demaniale aree costiere e specchi acquei marini ad associazioni di tutela ambientale interessate alla loro protezione, ha in primo luogo richiesto la concessione per alcune aree marine prospicienti oasi e riserve già dallo stesso WWF gestite: davanti a Le Cesine in provincia di Lecce; a Turrì e Seu vicino Oristano; a Palo, Macchiatonda e Mac-chiagrande vicino Roma; davanti al lago di Burano, poco prima dell'Argen-tario; a Torre Guaceto in provincia di |
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E' in gioco il futuro
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mente successivi al
secondo conflitto mondia-le, la nostra civiltà si
sia orientata sull'uso
indiscriminato delle risorse naturali, accorgendosi, solo adesso, che non
sono per nulla inesauribili, neppure quelle che, eufemisticamente, vengono
definite «rinnovabili». In questo contesto, e tenendo conto di questi
principi, è finalmente stata varata anche in Italia una legge che si occupa,
specificatamente, della istituzione di riserve marine lungo le nostre coste:
la legge 979/82. |
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Brindisi; e ancora in due zone costiere di Giannutri: precisamente a nord, da Punta Secca a Punta San Francesco, e a sud, a cavallo della spettacolare zona dei Grottoni. In secondo luogo il WWF ha sollecitato tutti gli enti gestori di Parchi e Riserve Naturali in Italia a fare la stessa cosa. La creazione di parchi e riserve marine, oltre che consentire la protezione di un patrimonio prezioso, ha ovunque rappresentato un ottimo investimento economico. E ci sono molte zone turistiche nel mondo che vivono in prevalenza di queste realtà. Ad esempio Pennekamp Park in Florida, la prima riserva marina creata negli Usa, che è divenuta oggi meta di oltre un milione di visitatori all'anno. Alle U.S. Virgin Islands, poi, ci sono infatti zone marine protette su ciascuna delle tre isole maggiori. A St. John, ad esempio, l'area del parco marino abbraccia l'isola per oltre due terzi del suo perimetro, senza soluzione di continuità con la zona terrestre protetta. Qui, davanti alla Trunk Bay, che è considerata una delle dieci spiagge più belle del mondo, venne creato nel 1958 il primo «underwater trail» un sentiero sottomarino che i subacquei, con o senza bombole, possono seguire per ammirare ambienti e organismi marini tipici della zona. A St. Croix, nel Buck Island National Park, troviamo un «underwater trail» riservato solo agli apneisti, mentre per chi non vuoi proprio bagnarsi abbiamo a St. Thomas, al centro di un'altra piccola area protetta, un «Coral World», con la sua tipica torre sommersa che consente dall'interno a chiunque di osservare la vita sottomarina circostante. Un altro «Coral World», progettato tra l'altro dallo stesso architetto, con annesso «underwater trail», si trova ad Eilat in Israele, altro Stato che da tempo si è mosso per la protezione dei suoi fondali marini. Ma se volessimo elencare tutte le realizzazioni del genere esistenti al mondo non si finirebbe più. Solo il Giappone ne annovera più di un centinaio. E non c'è ormai Stato, povero o ricco che sia, che non abbia preso analoghe iniziative. Ma ciò che è maggiormente significativo è l'incrementarsi ovunque delle realizzazioni già esistenti. Basti citare la Grande Barriera Corallina Australiana, divenuta oggi il parco subacqueo più grande del mondo, con i suoi 350.000 chilometri quadrati di estensione, mentre fino a pochi anni fa la tutela ambientale nella zona era limitata a due o tre isole sparse tra nord e sud di quel vasto continente. Interessante è anche l'evoluzione che si è avuta nelle riserve marine per offrire a chiunque la possibilità di godere del bene protetto. Oltre alle torri di osservazione subacquea già citate, ci sono battelli con il fondo e le pareti trasparenti, e sottomarini turistici dalle più svariate prestazioni. A Grand Cayman, ad esempio, operano ben quattro differenti |
mezzi semoventi nautici in grado di far ammirare le bellezze dei fondali; ai turisti: dal «Nautibus»,
che navigando in superficie consente a 48 passeggeri di osservare i fondali
corallini attraverso le ampie pareti trasparenti sommerse del mezzo, al «Pisces
II», un vero e proprio sottomarino da ricerca, che quattro volte al giorno
porta una coppia di turisti a vedere il paesaggio a 240 metri di profondità
al prezzo di 200 dollari a persona; e qualche volta anche a 600 metri di
profondità, se si è disposti a pagare 500 dollari. Mentre per chi si
accontenta di profondità minori c'è il sottomarino «Atlantis», che porta ben
24 persone a fare un giro di un'ora tra coralli e gorgonie fino a 36 metri
di fondo, di notte e di giorno, per 50 dollari circa a testa. Non per nulla
quest'isola, coi suoi ricchi fondali che sono da anni integralmente
protetti, oltre ad essere un vero paradiso per i subacquei che possono
vivere qui esperienze davvero uniche e indimenticabili, ricava ben il 52 per
cento delle sue entrate dai turisti che affluiscono prevalentemente per
godere dell'esperienza dei parchi marini. Ma se si considera la vastità del Mediterraneo, i pericoli di
inquinamento che esso corre come mare chiuso, e al tempo stesso le bellezze
che ancora racchiude, non si può dire che si sia fatto molto. E ciò
nonostante sia stato creato nel 1982, per iniziativa delle Nazioni Unite, un
centro di ricerca e documentazione sui parchi marini con sede a Salammbò in
Tunisia, proprio per dare un impulso a tutti 118 Stati rivieraschi che si
affacciano sulle rive del Mediterraneo in favore dello sviluppo di un
sistema di aree protette. Ora l'iniziativa del WWF, almeno nel nostro Paese,
sembra sia il segno di un certo risveglio. Le garanzie dovrebbero esserci.
Una scritta emblematica di questa associazione dichiara «Il mare deve
vivere». Ad essa aggiungeremmo: «Il mare non può attendere!». |
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