da "IL SUBACQUEO" / Aprile 1988



foto G. Picchetti


VISITANDO IL PARCO

Sono passati venticinque anni da quando venne lanciata l'idea
della creazione di un parco marino in territorio italiano: da allora molte proposte,
iniziative e disegni di legge, ma nessuno portato a buon fine. Qualche settimana fa,
invece, un incontro tra il Ministro della Marina Mercantile
e il Wwf ha aperto uno spiraglio di speranza.

di Guido Picchetti
 

he sia la volta buona per la creazione dei parchi subac-quei? Lo farebbe pensare una recente riunione svoltasi tra il Ministro della Marina Mercantile, sen. Giovanni Prandini, e i responsabili del WWF durante la quale è stato riconfermato l'impegno che il Ministero, di concerto con quello dell'Ambiente, va da qualche tempo ponendo per lo svolgimento delle istruttorie necessarie alla realizzazione delle riserve marine. E una conferma di questo impegno la si trova nella recente ufficializzazione, ai sensi della legge per la difesa del mare del 1982, delle riserve marine dell'isola di Ustica e dell'Oasi di Miramare nel golfo di Trieste. Il quarto di secolo già tra-scorso da che fu lanciata la prima idea del genere in Italia da uno dei primi ricercatori subacquei italiani, il com-pianto Gianni Roghi, può tuttavia far nutrire legittimi dubbi su una soluzione efficace e globale di un tale problema. Non che la proposta di Roghi abbia perso oggi minimamente di validità, tutt'altro. Essa riguardava in partico-lare una zona, quella sommersa anti-stante il Promontorio di Portofino, che studiosi di chiara fama fin da allora avevano indicato come più che meritevole di una protezione ambienta-

Queste immagini si riferiscono alle realtà straniere
in tema di parchi marini, ben diverse da quella del
nostro Paese. In alto a sinistra e a destra in basso,
il «Coral World» di Eilat in Israele, con un percorso subacqueo nel parco.

Sotto e in alto a destra, la riserva marina di Gran Cayman, dove operano quattro mezzi semoventi
nautici in grado di far ammirare le bellezze
dei fondali ai turisti

In Italia, all'estero e...in futuro

Montecristo è zona italiana di riserva biologica e per accedervi sono necessarie debite autorizzazioni, anche se un cartello sulla linea di riva dichiara (foto a fianco) che l'accesso è consentito, oltre che per motivi di studio, per escursioni naturalistiche. Saltando alle U.S. Virgin Islands,  nella foto  a destra  il  Buck Island National Park, troviamo zone marine protette per ciascuna delle tre isole maggiori, con torri sommerse per l'osservazione e «sentieri» subacquei per apneisti e  sommozzatori.

Quale delle due situazioni si avvicina di più a quella «ideale» pensata dal nostro illustratore Davide Radici e che forse sarà la realtà del domani?

     

le, per ricchezza e singolarità dei fondali. Eppure ancora oggi il Parco Subacqueo di Portofino è un sogno irrealizzato.

Alla proposta di Portofino in questi venticinque anni se ne sono poi aggiunte moltissime altre, riguardanti altre aree sparse un po' ovunque lungo le coste italiane. Dei parchi marini si sono occupati ripetutamente tutti gli enti e le organizzazioni che hanno più a cuore la difesa del mare: Cnr, Italia Nostra, Wwf, Società Italiana di Biologia Marina, Società Italiana di Botanica, ecc. Sul tema si sono svolti innumerevoli dibattiti e tavole rotonde, con interventi di politici e di biologi marini; e interessando di volta in volta i vari ministeri coinvolti da simili iniziative (Marina Mercantile, Difesa Marina, Agricoltura e Foreste, Ricerca Scientifica, Turismo e Spettacolo, Pubblica Istruzione e Ambiente), certamente troppi per una rapida soluzione del problema. E sono state create commissioni, sono stati predisposti disegni di legge... e molti di essi sono caduti nel dimenticatoio insieme ai parlamentari che li avevano presentati. Ma qualcuno è anche andato in porto, offrendo concrete possibilità di intervento per la creazione di aree marine protette, dalla legge sulla pesca marittima del 1965, che prevedeva l'istituzione di zone di tutela biologica, alla già citata legge sulla difesa del mare del 1982, secondo la quale almeno una ventina di zone tra le più importanti e incontaminate dei nostri mari si sarebbero dovute porre sotto tutela. Ma, fino ad oggi, poco o nulla di quanto pur si sarebbe potuto fare in questo campo, è stato fatto. Quelle poche realizzazioni di protezione ambientale marina che finora l'Italia conta, in qualche caso senza neppure poter troppo vantare (vedi il Parco Marino dì Castellabate istituito per legge nel 1972, ma totalmente ignorato nella realtà dei fatti), non si può dire che facciano testo, salvo una sola eccezione di cui diremo più avanti. Eppure, come dicevamo, le proposte di parchi marini durante questi anni non sono mancate. A cominciare dall'Isola di Pianosa, per la quale il Gruppo Ricerche Scientifiche e Tecniche Subacquee di Firenze diretto da Alessandro Olshki, con approfondite documentazioni, già nel 1970 ne raccomandava e ne chiedeva l'istituzione, ma inutilmente. Un'altra zona che pure rischia di essere dimenticata come parco marino è quella delle Secche della Meloria, proposta sempre nel 1970 da noti esperti di biologia marina (Bacci, Cinelli, Rossi e Sordi, tanto per citarne alcuni), e per la quale fu espresso addirittura un «voto» dalla Commissione Conservazione Natura del Cnr. Ma come per Portofino, per Pianosa e per la Meloria, a nulla di fatto hanno portato le proposte di protezione per il litorale di Nardò, per l'isola di Panarea, per Pilo-Sorso in Sardegna e per molte altre zone ancora, regolarmente avallate nel 1971 da Italia Nostra e proprio in quell'anno presentate da questa organizzazione come contributo all'Annata Europea per la Conservazione della Natura. Tra le poche iniziative di protezione ambientale marina che invece, pur per vie diverse, in Italia sono comunque giunte a realizzazione, ricordiamo il Parco Marino delle Isole Cheradi, la cui proposta fu avanzata dal professor Cosimo Sebastio nel 1969. Essa fu accolta dall'Amministrazione Provinciale di Taranto, che si accollò l'onere della sua attivazione, in attesa del successivo inserimento della zona protetta in un contesto più vasto di tutela ecologica a livello nazionale, purtroppo ancora al di là da venire.

Alla zona di tutela biologia di Castellabate, istituita con decreto legge nel 1972, e alla infausta fine di questo che doveva essere il primo Parco Subacqueo ufficialmente riconosciuto in Italia, ho già accennato. Ma varrà la pena ricordare i motivi che hanno portato ad un tale «aborto» anche per certi insegnamenti che se ne possono trarre.  La zona  inizialmente indicata  per  la protezione

dai  subacquei  del  Cesub che avevano promosso l'iniziativa (e tra questi, eravamo nel 1966, c'era anche il sottoscritto con qualche capello bianco di meno), era di dimensioni limitate, appena uno spicchio di mare di fronte a Punta Tresino. Ma si trattava di una zona che, soprattutto per la particolare conformazione del fondale, (come avevano confermato anche ricercatori subacquei della vicina Stazione Zoologica di Napoli da me coinvolti nell'iniziativa), offriva nella sua piccolezza caratteristiche ideali per garantire non solo la sopravvivenza di certe specie ittiche già gravemente minacciate dall'intensa pesca ivi esercitata in forme diverse, ma anche il successivo ripopolamento delle aree circostanti, con benefici diretti e indiretti per tutti i locali, sia per gli addetti alla piccola pesca costiera cui si chiedeva il sacrificio di rinunciare ad esercitare la loro attività in tale zona, sia per i vari operatori economici che, del conseguente movimento turistico legato all'esistenza del parco marino, avrebbero potuto godere.

Non fu facile convincere i pescatori del posto ad appoggiare l'idea del parco. Ma alla fine, considerate appunto la limitatezza della zona interessata e le prospettive dei benefici futuri che questa tutela biologica avrebbe prodotto anche sui fondali limitrofi, ci si riuscì. Purtroppo l'iniziativa, proprio per l'interesse suscitato in certi ambienti dall'idea del Parco Marino, sfuggì di mano a quei subacquei che con modesto realismo l'avevano proposta, e assunse dimensioni impensate. E quando alcuni anni dopo, con un decreto legge del Ministro della Marina Mercantile in data 25/8/1972, fu ufficialmente istituita la Zona di Tutela Biologica di Castellabate, i pescatori locali si sentirono totalmente traditi vedendo che la regolamentazione della loro attività, se pure variamente articolata nelle due zone previste dal decreto di tutela, non riguardava solo più il piccolo spicchio di mare davanti a Punta Tresino, ma una fascia di mare antistante che comprendeva più di una ventina di chilometri di costa fra Agropoli ed Ogliastro Marina, a cavallo della Marina di Castellabate e di Punta Licosa. E fu la fine. Per qualche tempo fu esercitata dalle autorità preposte una certa sorveglianza. Poi sempre più larga fu nella zona l'inosservanza alle disposizioni di tutela; e oggi si finge, un pò tutti in quella zona, di ignorare la stessa esistenza del decreto.

Con le possibilità offerte dalla stessa legge sulla pesca marittima furono istituite anche altre due zone di tutela biologica: all'Elba e a Montecristo. Della prima confesso di non saperne molto, il che per certi versi è sintomatico. Di Mon-tecristo, invece, ho qualche esperienza diretta, essendo capitato da quelle parti qualche anno fa insieme ad un gruppo di studenti guidati dal professor Hajo Schmidt dell'Università di Heidelberg e debitamente provvisti delle autorizzazioni necessarie a sbarcare sull'isola e ad immergerci nelle sue acque. Già, perché se sei privo di queste autorizzazioni (per nulla facili da ottenere, come potei constatare succes-sivamente, quando pensai di ritornare a visitare il piccolo museo naturalistico esistente sull'isola e possibilmente immergermi ancora nei suoi stupendi fondali), venni invitato con decisione ad allontanarsi dalle coste di Montecristo. E in quei casi nulla da fare, anche se si dimostra di avere le migliori intenzioni di questo mondo; e (ciò che è più assurdo...), nonostante un cartello sulla linea di riva, in prossimità dell'unico moletto di attracco esistente sull'isola, indichi chiaramente che, in base all'art. 3 del D.M. 4/3/1971, per escursioni naturalistiche oltre che per motivi di studio, l'accesso sull'isola sarebbe consentito.

Le Oasi Blu nel progetto del Wwf

Abbiamo chiesto al presidente del Wwf, Fulco Pratesi, il perché delle Oasi Blu e i programmi futuri per questo piano di salvaguardia marina

Pratesi,  qual'è stata la genesi del provvedimento?
Di fronte al cammino a rilento delle venti riserve marine che la legge per la difesa del mare n. 979 del dicembre 1982 prevedeva (ad oggi, come sappiamo, solo due, Ustica e Miramare, sono quasi in grado di funzionare}, il WWF si è rifatto ad una sua antica realizzazione: nel 1973, per salvare dalla pesca e dalla navigazione a motore uno specchio d'acqua davanti al castello di Miramare vicino a Trieste, l'associazione ottenne dalla locale Capitaneria di Porto una concessione demaniale. In quest'area (che doveva poi diventare, grazie ad un decreto congiunto dei ministri della Marina e dell'Ambiente varato l'anno scorso, la prima riserva marina di Stato il WWF vietò la pesca e la navigazione a motore. E i risultati, in termini di incre-mento delle specie di organismi marini (pesci, crostacei, molluschi ed altri invertebrati) furono tali da spingerci a chiedere al ministro Prandini, che ha prontamente esaudi-to la nostra richiesta, di emanare una circolare che faciliti la presa in concessione di aree marine costiere di piccola estensione.

Ed ora quali saranno i programmi?
Come abbiamo dato prova di saper fare nelle nostre 26 oasi di protezione di terraferma e di palude, le otto oasi blu per le quali abbiamo inoltrato domanda saranno gestite da noi per fini diversi: innanzitutto per dimostrare come, se il disturbo viene a cessare (e per disturbo intendo la navigazione a motore e la pesca), la fauna marina torni prontamente ad essere abbondante e, quel  che  più  conta,  visibile;  in  secondo  luogo  per far


A sinistra, i fondali della riserva marina di Ustica. Quest'area è divisa in zone a diverso grado di tutela: nella zona B, da Punta Gavazzi a Punta Orno Morto (settore nord) è vietata la pesca subacquea; nella zona C, da Punta Omo Morto a Punta Gavazzi (settore sud) la pesca subacquea è invece permessa.

avvicinare (e in questo saremo aiutati da una grande campagna per il sea-watching che stiamo per iniziare grazie alla generosa collaborazione delle maggiori industrie produttrici di materiale subacqueo) i giovani (e perché no, molti adulti all'affascinante e vario mondo sottomarino. Questo sia per proporre alternative valide alla caccia subacquea, sia per dar modo di conoscere il valore e la bellezza di un ambiente di cui ancora, in Italia, si sa pochissimo. E non dubitiamo che, tra qualche anno, grazie anche a «II Subacqueo», il seawatching assumerà per il mare l'importanza che in terraferma ha acquisito la pratica del birdwatching. I pesci, infine, saranno conosciuti non più solo grazie ai menù dei ristoranti e ai banchi dei pescivendoli ma diventeranno, come già è accaduto per gli uccelli, degli interessanti soggetti di studio, di osservazione, di ricerca, di tempo libero. E lo sport subacqueo se ne avvantaggerà enormemente.

E per la sorveglianza cosa pensate di fare?
Innanzitutto per la maggior parte delle aree di cui abbiamo chiesto la concessione disponiamo già, sulla costa, di nostre strutture di custodia e vigilanza sotto forma di guardiani disponibili per il nuovo ruolo. In seconda battuta ci stiamo assicurando la collaborazione di corpi dello Stato, come i Carabinieri, che con le loro imbarcazioni già ci hanno assicurato un notevole sostegno.

Non pensa che il sottrarre ai pescatori delle aree possa creare dei problemi?
Io penso, al contrario, che i piccoli ambienti che saranno, grazie alla circolare del ministro Prandini, sottratti alla pesca costituiranno per i pescatori stessi un motivo di grande interesse: oltre al ripopolamento delle acque adiacenti causato dall'irradiamento, Il fatto di poter disporre, per conoscere meglio la biologia e il comportamento delle loro prede, di zone ove esse possano svilupparsi senza pericoli o minacce, sarà sicuramente positivo. Del resto, per fare un paragone, i migliori sostenitori delle nostre oasi a terra sono proprio i cacciatori del luogo.


 

L'impressione che ho ricevuto su Montecristo da queste esperienze quindi non è affatto positiva. L'isola tutto sommato è protetta, ma mi è apparsa come se fosse non un bene comune tutelato nell'interesse di tutti, ma una terra straniera, per sbarcare sulla quale occorrono dei passaporti per il cui rilascio non si sa bene a quale consolato (o santo) occorra rivol-gersi. E se un parco marino deve essere come Montecristo, Dio ce ne scampi e liberi! A che serve il suo piccolo e aggraziato museo natura-listico, se non lo si può visitare trovandosi di passaggio da quelle parti? La funzione educativa do-vrebbe essere di importanza primaria per un'area protetta, e va di pari passo con quella di tutela ecologica. Per non parlare del contributo che essa può e deve dare al turismo e alla ricerca scientifica.

Come si vede da queste poche e incomplete note sul tema, la situazione dei parchi marini nel nostro Paese è tutt'altro che felice. C'è di positivo l'eccezione cui si accennava prima. Riguarda il Parco Marino di Miramare, istituito nel 1973 vicino a Trieste, lungo un tratto di costa di poco più di 1000 metri che già godeva di tutela ambientale, essendo l'area costiera un parco terrestre di notevole interesse storico e naturalistico. La fascia di mare protetta si estende verso il largo per appena 200 metri. A dispetto di queste limitate dimensioni (o forse proprio per questo...), ma soprattutto grazie alla realtà culturale in cui la riserva subacquea si trova inserita, pos-siamo   considerarla,   per   quanto

piccola, come l'unica iniziativa del genere in Italia che accolga in sé tutti gli aspetti fondamentali che un vero parco marino deve avere. Merito del WWF, che fin dall'inizio si è occupato con successo della gestione dell'Oasi Marina. Per quanto ben atteso, il decreto emanato per l'istitu-zione della riserva marina di Miramare (secondo un'espressione del professor Franco Tassi, direttore del Parco Nazio-nale d'Abruzzo, il quale da anni si batte a favore delle riserve marine), non fa altro quindi che «rilustrare» formalmente il piccolo Parco Marino di Miramare già da anni funzionante. Mentre il discorso si fa diverso a proposito di Ustica, la cui istituzione in riserva, già da tempo decretata a livello regionale con strane ed equivoche regolamentazioni che poca o nulla efficacia avevano praticamente ottenuto, ora che è stata ufficializzata con decreto centrale costituisce un vero banco di prova non solo sulla volontà, ma anche sulle possibilità di operare realmente in Italia per la difesa dell'am-biente marino. O sarà ancora una volta come per Punta Tresino?

Il problema, infatti, non è tanto nell'emanazione di leggi e decreti, pur necessari. Consiste piuttosto nell'assi-curare che le disposizioni siano non solo rispondenti alle necessità generali di tutela ecologica, ma, almeno in pro-spettiva futura, anche adeguate alle esigenze della gente locale, senza il cui appoggio convinto e fattivo nessuna azione di tutela ambientale potrà dirsi pienamente riuscita. Comunque un altro passo si è fatto. E altri passi li sta compiendo il Wwf che, vista la disponibilità del ministero a dare in concessione demaniale aree costiere e specchi acquei marini ad associazioni di tutela ambientale interessate alla loro protezione, ha in primo luogo richiesto la concessione per alcune aree marine prospicienti oasi e riserve già dallo stesso WWF gestite: davanti a Le Cesine in provincia di Lecce; a Turrì e Seu vicino Oristano; a Palo, Macchiatonda e Mac-chiagrande vicino Roma; davanti al lago di Burano,  poco  prima  dell'Argen-tario;  a  Torre Guaceto  in  provincia  di


La Grande Barriera Australiana è il parco marino più grande del mondo,
con un'estensione di 350.000 chilometri quadrati

E' in gioco il futuro
di Francecso Cinelli

La creazione di una «riserva» non serve solamente
a preservare dalla distruzione una particolare zona, ma il suo significato va ben oltre: conservare, oggi, vuoi dire soprattutto migliorare la qualità della vita.

La fascia costiera e i sistemi insulari sono le zone di elezione per la sperimentazione e la gestione delle risorse biologiche manne. Nel quadro di una difesa «attiva» del mare debbono ormai essere inquadrate tutte le iniziative atte alla istituzione di zone di protezione in mare, parchi o riserve che siano.
Ma cosa si intende oggi per parco o, meglio, per riserva marina? La lotta per la salvaguardia degli ambienti naturali ha messo di fronte l'opinione pubblica alla consapevolezza che in tale battaglia è, ormai, in gioco la sopravvivenza stessa delle generazioni future. Ma conservare non vuol dire solo preservare dalla distruzione aree con particolari caratteristiche o salvare dall'estinzione elementi della fauna o della flora. Oggi «conservare» significa soprattutto usare dell'ambiente razionalmente per migliorare la «qualità» della nostra esistenza. Vuol dire dire anche educare ad una coscienza ambientale, difendere la natura dal sovrasfruttamento e dagli inquinamenti. L'elemento unificatore di ogni concetto di salvaguardia è costituito dalla ricerca ecologica di base, poiché la sopravvivenza dell'uomo è legata alla sopravvivenza degli altri organismi. E nel concetto di conservazione è anche insito il concetto di ripristino delle condizioni naturali di aree particolarmente compromesse, sottraendo, se ciò è possibile, anche le aree limitrofe alla degradazione definitiva.
Quello del ripristino è però un problema molto complesso in cui si rischia, scegliendo il momento sbagliato di riferimento al passato, di effettuare un intervento pericoloso o arbitrario. Promuovere la qualità dell'ambiente assieme al suo ripristino significa anche proteggere gli ecosistemi naturali dagli inquinamenti che, in mare più che in terraferma, sono maggiormente preoccupanti ed insidiosi.
Non c'è dubbio che, soprattutto negli anni immediata-

mente   successivi   al secondo   conflitto mondia-le,  la  nostra civiltà si sia orientata sull'uso indiscriminato delle risorse naturali, accorgendosi, solo adesso, che non sono per nulla inesauribili, neppure quelle che, eufemisticamente, vengono definite «rinnovabili». In questo contesto, e tenendo conto di questi principi, è finalmente stata varata anche in Italia una legge che si occupa, specificatamente, della istituzione di riserve marine lungo le nostre coste: la legge 979/82.
Tale legge risente finalmente anche dei suggerimenti derivati dall'instancabile opera dei tanti biologi marini che si sono occupati attivamente della protezione e della conservazione delle risorse. Il decreto istitutivo di un'area protetta prevede finalità di carattere scientifico, economico, culturale ed educativo. Queste finalità, che rispecchiano anche la direttiva di organismi ed enti internazionali come l'IUCN, la FAO o l'UNESCO, si identificano con quei criteri di gestione della biosfera che permetterebbero all'umanità di trame i maggiori vantaggi, mantenendone il potenziale produttivo, perché possa continuare ad essere utilizzato anche dalle generazioni future. La legge 979/82 prevede specificamente differenti finalità da dare alle riserve marine di protezione, didattica, educativa, scientifica, economica.
La protezione deve puntare essenzialmente al mantenimento della diversità specifica ed alla integrità degli ecosistemi naturali. La ricerca scientifica potrà anche mirare allo sviluppo di forme avanzate di acquacoltura, di «monitoraggio» degli ecosistemi, di difesa dagli inquinamenti, di razionalizzazione dei sistemi di pesca. Questo anche nell'ottica di sfruttamento delle risorse in cui una riserva di tipo integrato deve essere posta.
Le riserve quindi come palestre di studio, di ricerca, di sfruttamento razionale delle risorse, di protezione ambientale. Non dei luoghi chiusi ed inaccessibili ma perfettamente fruibili da tutti. Cosa si frappone oggi alla istituzione di un maggior numero di riserve marine nel nostro Paese? Non è certo una carenza di dati, ma piuttosto la volontà politica di compiere un processo innovatore. Oggi abbiamo solo due riserve degne di tale nome: Miramare a Trieste e l'Isola di Ustica. Di Montecristo è meglio tacere...
...

Brindisi; e ancora in due zone costiere di Giannutri: precisamente a nord, da Punta Secca a Punta San Francesco, e a sud, a cavallo della spettacolare zona dei Grottoni. In secondo luogo il WWF ha sollecitato tutti gli enti gestori di Parchi e Riserve Naturali in Italia a fare la stessa cosa.

La creazione di parchi e riserve marine, oltre che consentire la protezione di un patrimonio prezioso, ha ovunque rappresentato un ottimo investimento economico. E ci sono molte zone turistiche nel mondo che vivono in prevalenza di queste realtà. Ad esempio Pennekamp Park in Florida, la prima riserva marina creata negli Usa, che è divenuta oggi meta di oltre un milione di visitatori all'anno. Alle U.S. Virgin Islands, poi, ci sono infatti zone marine protette su ciascuna delle tre isole maggiori. A St. John, ad esempio, l'area del parco marino abbraccia l'isola per oltre due terzi del suo perimetro, senza soluzione di continuità con la zona terrestre protetta. Qui, davanti alla Trunk Bay, che è considerata una delle dieci spiagge più belle del mondo, venne creato nel 1958 il primo «underwater trail» un sentiero sottomarino che i subacquei, con o senza bombole, possono seguire per ammirare ambienti e organismi marini tipici della zona. A St. Croix, nel Buck Island National Park, troviamo un «underwater trail» riservato solo agli apneisti, mentre per chi non vuoi proprio bagnarsi abbiamo a St. Thomas, al centro di un'altra piccola area protetta, un «Coral World», con la sua tipica torre sommersa che consente dall'interno a chiunque di osservare la vita sottomarina circostante. Un altro «Coral World», progettato tra l'altro dallo stesso architetto, con annesso «underwater trail», si trova ad Eilat in Israele, altro Stato che da tempo si è mosso per la protezione dei suoi fondali marini.

Ma se volessimo elencare tutte le realizzazioni del genere esistenti al mondo non si finirebbe più. Solo il Giappone ne annovera più di un centinaio. E non c'è ormai Stato, povero o ricco che sia, che non abbia preso analoghe iniziative. Ma ciò che è maggiormente significativo è l'incrementarsi ovunque delle realizzazioni già esistenti. Basti citare la Grande Barriera Corallina Australiana, divenuta oggi il parco subacqueo più grande del mondo, con i suoi 350.000 chilometri quadrati di estensione, mentre fino a pochi anni fa la tutela ambientale nella zona era limitata a due o tre isole sparse tra nord e sud di quel vasto continente. Interessante è anche l'evoluzione che si è avuta nelle riserve marine per offrire a chiunque la possibilità di godere del bene protetto. Oltre alle torri di osservazione subacquea già citate, ci sono battelli con il fondo e le pareti trasparenti, e sottomarini turistici dalle più svariate prestazioni.

A  Grand  Cayman,  ad esempio,  operano ben quattro differenti

mezzi semoventi nautici in grado di far ammirare le bellezze dei fondali; ai turisti: dal «Nautibus», che navigando in superficie consente a 48 passeggeri di osservare i fondali corallini attraverso le ampie pareti trasparenti sommerse del mezzo, al «Pisces II», un vero e proprio sottomarino da ricerca, che quattro volte al giorno porta una coppia di turisti a vedere il paesaggio a 240 metri di profondità al prezzo di 200 dollari a persona; e qualche volta anche a 600 metri di profondità, se si è disposti a pagare 500 dollari. Mentre per chi si accontenta di profondità minori c'è il sottomarino «Atlantis», che porta ben 24 persone a fare un giro di un'ora tra coralli e gorgonie fino a 36 metri di fondo, di notte e di giorno, per 50 dollari circa a testa. Non per nulla quest'isola, coi suoi ricchi fondali che sono da anni integralmente protetti, oltre ad essere un vero paradiso per i subacquei che possono vivere qui esperienze davvero uniche e indimenticabili, ricava ben il 52 per cento delle sue entrate dai turisti che affluiscono prevalentemente per godere dell'esperienza dei parchi marini.

Niente di tutto questo purtroppo nel nostro Mediterraneo, che pure avrebbe tanto da offrire. Pare che per subacquei «asciutti» ci sia solo, al largo della Costa Azzurra, il «telescafo», una specie di cabinovia a tenuta che corre su un binario subacqueo. Per il resto si tratta di singole e limitate aree protette, costituite a tutela delle acque circostanti. In Francia c'è il parco nazionale di Port Cros. Davanti a Montecarlo, sempre sulla Costa Azzurra, troviamo la piccola riserva di Larvotto. E ancora riserve marine ci sono in Jugoslavia (tra le quali il famoso parco delle Kornati), in Turchia, in Grecia, in Tunisia. Ma dove forse più è facile per noi italiani apprezzare i benefici che la tutela ambientale marina, se rispettata, è in grado di assicurare, è nella vicina Corsica, le cui coste sono estesamente protette, sia pure con regolamentazioni diverse da zona a zona.

Ma se si considera la vastità del Mediterraneo, i pericoli di inquinamento che esso corre come mare chiuso, e al tempo stesso le bellezze che ancora racchiude, non si può dire che si sia fatto molto. E ciò nonostante sia stato creato nel 1982, per iniziativa delle Nazioni Unite, un centro di ricerca e documentazione sui parchi marini con sede a Salammbò in Tunisia, proprio per dare un impulso a tutti 118 Stati rivieraschi che si affacciano sulle rive del Mediterraneo in favore dello sviluppo di un sistema di aree protette. Ora l'iniziativa del WWF, almeno nel nostro Paese, sembra sia il segno di un certo risveglio. Le garanzie dovrebbero esserci. Una scritta emblematica di questa associazione dichiara «Il mare deve vivere». Ad essa aggiungeremmo: «Il mare non può attendere!».
 

Pubblichiamo alcuni stralci dell'intervento del Ministro della Marina Mercantile
all'incontro con la stampa organizzato dal WWF

Da Ministro della Marina Mercantile ho inteso tracciare chiaramente i compiti dell'amministrazione marittima a difesa del mare, che rappresenta parte di grande rilievo nella politica ambientale del Paese; ciò in quanto lo Stato italiano, per posizione geografica e per sviluppo di coste, è intimamente collegato al mare. Per questo, tra le priorità, ho posto l'emanazione di direttive in materia di amministrazione del demanio marittimo volte non solo a favorire la conservazione e la difesa di questo bene comune, con una politica mirata alla costituzione di riserve marine integrali e di parchi naturali marini, ma — in attuazione di quanto disposto dall'art. 1 della legge 31.12.1982 n° 979 — tese a incentivare e facilitare il rilascio di concessioni di aree demaniali marittime e di specchi acquei anche per finalità culturali, educative, scientifiche o divulgative, coincidenti con quelle proprie delle riserve; ciò sempre che le relative iniziative fossero assunte da associazioni ambientalistiche a carattere nazionale, individuate e riconosciute ai sensi dell'art. 13 della legge 349/86. Ho inteso con ciò privilegiare nell'utilizzazione delle aree demaniali marittime e degli specchi acquei marini, per quanto possibile, una gestione volta alla preservazione della natura.

Sempre muovendoci in questa direzione, da un lato si è impressa una accelerazione alla costituzione delle venti riserve marine individuate dall'art. 31 della L. 979/82, dall'altro si è dato impulso all'elaborazione e predisposizione del piano di difesa del mare e delle coste marine dall'inquinamento, e di tutela dell'ambiente marino previsto all'art. 1 della legge stessa. Dal piano infatti è dato attendersi l'individuazione di nuove aree non antropizzate da dare in concessione, a canone simbolico, ad associazioni ambientaliste secondo quanto da me disposto con la citata circolare n. 237 Serie II del 27.10.1987.

Verrà cosi disegnato, in attesa di un'eventuale formale definizione di nuove riserve, il quadro complessivo delle aree oggetto di tutela. Obiettivo del piano è la protezione e valorizzazione del mare e delle coste attraverso lo strumento delle riserve e dei parchi marini, visti in una stretta interrelazione fra sistema marino e sistema di terra...

...Le riserve marine dell'Isola di Ustica e di Miramare, nel Golfo di Trieste, sono già un fatto concreto; sono infatti state approvate le relative convenzioni con le quali sono state affidate in gestione rispettivamente al Comune di Ustica e al WWF, e impegnate le prime somme. Sono in corso di perfezionamento i relativi regolamenti che ne assicureranno ora la vita gestionale. Altre riserve, quali quelle delle Isole dei Ciclopi e Isole Egadi in Sicilia, delle Isole Tremiti in Puglia, sono in fase di avanzata realizzazione...

...Nel primo semestre dell'anno si prevede altresì analogo impegno per portare in sede locale proposte concrete relative alle riserve delle Isole Eolie, Pelagie, Pontine, dell'Arcipelago Toscano e delle Secche della Meloria, i cui studi preliminari di fattibilità a livello scientifico sono oggi già in fase di avanzata attuazione. Per quanto riguarda le riserve marine di Torre Guaceto, Porto Cesareo, Capo Rizzuto, Penisola del Sinìs e Isola Mal di Ventre, Capo Caccia e Isola Piana, i relativi studi di fattibilità, a suo tempo affidati con convenzioni stipulate da questa amministrazione ad istituti ed enti specializzati (WWF, Enea, Associazione Italiana Biologia Applicata), stanno avendo il loro corso essendosi superate, grazie al mio personale intervento, difficoltà di ordine amministrativo. E' da attendersi quindi che entro otto mesi gli studi in questione siano conclusi...

...Per quanto concerne infine le riserve marine del Golfo di Portofino, Punta Campanella, Golfo di Orosei, Cinque Terre, Tavolara Punta Coda Cavallo, i relativi studi preliminari di fattibilità sono stati affidati in convenzione al CLEM - Centro Lubrense Esplorazioni Marine (Punta Campanella), all'Istituto di Idrobiologia e Acquacoltura Brunelli (Golfo di Portofino), e all'Enea (Golfo di Orosei, Cinque Terre, Tavolara Punta Coda o Cavallo). I relativi decreti di approvazione sono tuttora in corso di registrazione presso la Corte dei Conti...

...Così viene completato il quadro delle venti riserve individuate dalla legge 979/82; quadro che, tengo a dire, ho trovato appena delineato e che mi sono prefisso di portare a compimento nel breve volgere del mio mandato di ministro.

Giovanni Prandini


   torna alla "Homepage"

al successivo articolo della serie

torna a " fotogiornalismo "

copyright Guido Picchetti - 21/6/2009