curata da Josè Pellegrini|
Dal n° 32 del 4 Agosto 1975 |
te in alto unite e sempre in per-fetta estensione; «in raccolta»: prevede, un attimo prima di iniziare la rotazione del busto verso il basso, il piegamento delle gambe fino a portare le ginocchia sotto il petto, seguito dallo slancio delle gambe verso l'alto, a ginocchia bene unite. Sono molto diverse, sia per la posizione delle gambe sia per la successione dei movimenti; ma soprattutto, per il ritmo con cui vanno eseguite. Quella «in stile» deve essere continua, senza scatti. Il corpo del sub si immer- |
gerà progressivamente, a mano a mano che le gambe tese unite si leveranno verso l'alto, e le pinne raggiungeranno la verticale appena prima di sparire sotto l'acqua. Se bene eseguite non ci saranno spruzzi: solo pochi cerchi con-centrici segneranno per poco il punto in sub si è tuffato. Nella capovolta «in raccolta»,invece, un certo slancio è necessario, specie nel momento in cui stenderemo le gambe piegate verso il cielo: e sarà proprio questo slancio a darci la spinta maggiore per una veloce immersione. |
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dal n° 33 del 15 Agosto
1976 In mare basta stare un po' fermi per sentire freddo. E questo ac-cade anche in piena estate: la temperatura massima raggiunta dal mare in superficie, almeno al-le nostre latitudini, infatti, è sempre inferiore alla temperatura corporea. Se in acqua siamo in movimento, giocando ad esempio a pallanuoto, la produzione di calore che ne deriva, e che a |
terra ci farebbe abbondante-mente sudare, vale a farci re-sistere più a lungo. Ma la si-tuazione è ben diversa se stiamo osservando il fondo con ma-schera e pinne, muovendoci len-tamente come si conviene, sia per non creare inutile disturbo all'ambiente sottomarino, sia per risparmiare fiato. In tal caso basteranno pochi minuti a farci venire la cosiddetta «pelle d'oca» e a breve distanza seguiranno i primi brividi. Restare a questo punto ancora in acqua costerebbe molta sofferenza, ma è soprat- |
tutto sconsigliabile. Le nostre puntate verso il fondo, riducen-dosi per il freddo il tempo di a-pnea, diventerebbero sempre più brevi, ma anche più pericolose. L'acqua, infatti, già a un metro sotto la superficie può risultare più fredda di qualche grado, e ciò potrebbe causare sul nostro or-ganismo infreddolito la cosiddetta «sincope da idrocuzione», in pa-role povere un vero e proprio annegamento da freddo. Per que-sto motivo è bene che il sub in mare sia termicamente protetto ed indossi qualche indumento che |
diminuisca la
superficie di pelle a contatto dell'acqua e la di-spersione di calore che ne
deriva. Le mute subacquee sono fatte apposta: l'ideale sarebbe un corpetto
di neoprene della giusta misura. Ma, in sua mancanza, anche una vecchia
maglia di lana può essere di aiuto, ritardando l'arrivo di quel «secondo
bri-vido», che segna, a detta di mol-ti, il momento in cui è opportuno uscire
dall'acqua. |
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dal n° 34 del 22 Agosto
1976 Scendendo con maschera e pinne in immersione verso il fondo, il sub sente soprattutto in due punti una maggiore pressione eser-citata dall'acqua: sulle orecchie e sulla maschera. Per quanto ri-guarda le orecchie, l'abbiamo già detto, ma vai la pena di ripeterlo: per non correre il rischio di rom-persi un timpano, bisogna annul-lare questa sensazione f in dal |
primo insorgere, per far ciò
(vedi il CdR n. 29) occorre eseguire la manovra della «compensa-zione»,
con cui si riesce a por-tare in posizione di equilibrio la membrana
timpanica. |
a ridursi sotto l'effetto della pressione. Si verifica quello che in gergo viene definito un «colpo di ventosa», ossia una specie di risucchio all'interno della ma-schera, che, oltre a darci quel senso di schiacciamento di cui si parlava all'inizio, può provocare la rottura di alcuni vasi capillari superficiali, lasciandoci a fine im-mersione gli occhi gonfi e iniet-tati di sangue e un bel segno rosso scarlatto in corrispondenza del bordo della maschera. Le con-seguenze di un «colpo di ventosa» per un apneista, tuttavia, non sono molto gravi, e i segni scom- |
paiono in fretta. Ma,certamente, non rendono
l'immersione piace-vole, specie se ripetuti. Perciò è bene «com-pensare»
nella ma-schera. Come si fa? Nulla dì più facile: è sufficiente, mentre si
scende verso il fondo, soffiare ogni tanto un po' d'aria dal naso. Il
volume interno della maschera ritorna così ad essere quello ori-ginario e
svanisce immedia-tamente ogni sensazione di pres-sione sul viso. |
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Dal n° 35 del 29 Agosto 1975 Lo sport subacqueo, possiamo ben dirlo, è uno sport che non contribuisce molto a far muscoli. Richiede, infatti, una assoluta dolcezza di movimenti al fine di evitare ogni principio di affanno, e in questo si differenzia deci-samente da ogni altra pratica sportiva. In compenso, però, mi-gliorano notevolmente la capacità respiratoria e l'autocontrollo. Le |
braccia, ad esempio, in immer-sione servono poco o niente. Solo se siamo
senza pinne converrà servircene. In questo caso, infat- |
ti, occorre nuotare a rana, seb-bene con un ritmo alquanto di-verso da quello della «rana» di superficie. Sott'acqua, ad ogni passata di braccia e gambe oc-corre effettuare una pausa di qualche secondo, e restare com-pletamente immobili mentre il corpo continua ad avanzare pas-sivamente sotto l'effetto della spinta data in precedenza. Si pos-sono così recuperare preziose e-nergie. Con le pinne, invece, sia in superficie sia in immersione, il movimento richiesto è solo quello delle gambe «a crawl», mentre le braccia restano decisamente fer- |
me. Infatti il rendimento che le braccia sono in grado di offrire al subacqueo che sta già usando le pinne è molto in-feriore al dispendio di energie che com-porta il loro uso. In altre parole, chi sott'acqua avendo le pinne si serve anche delle braccia riduce di molto il suo tempo di apnea, ed è costretto a tornare prima in superficie. Perciò è prefe-ribile pinneggiare sempre lenta-mente, lasciare le braccia diste-se in avanti o inerti lungo il cor-po, ed assegnare ad esse una funzione unicamente stabiliz-zatrice. |
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dal n° 36 del 5
Settembre
1976 |
principalmente a segnalare in su-perficie la presenza di un sub ai natanti, che sanno così di tenersi lontani. Purtroppo molti sub, an-che esperti, si rifiutano di usarlo, perché è fastidioso e ingom-brante. «Si incaglia tra gli scogli» dicono. Ma specialmente ne fanno a meno, per pigrizia, per in-coscienza o per ignoranza, i sub che più ne avrebbero bisogno, e cioè quelli che esplorano con maschera e pinne le zone più frequentate in prossimità della costa. A parte il fatto che l'uso del pallone segnasub è obbligatorio per legge, e che al sub che ne sia privo può sempre capitare tra capo e collo una pesante multa, è bene rendersi conto che i vantaggi che il suo uso comporta, spe-cialmente per un apneista, sono molto superiori agli svantaggi. Uno svantaggio può essere la lun- |
ghezza della sagola a cui è
an-corato il pallone:
la sagola va re-golata in base al fondale dove contiamo di immergerci. I
van-taggi: potremo, ad esempio, sospendere sotto il pallone un retino entro
cui mettere le cose trovate sul fondo; oppure, più utilmente per le nostre
discese, potremo legare all'estremità della sagola un chilo di piombo.
Tenendolo in mano, la nostra discesa verso il basso sarà facilitata. E sul
fondo, ali'oc-correnza, potremo depositare questo piombo, per segnalare
una zona che ci sembra di qualche interesse. La sagola potrà aiu-tarci a
risalire in superficie. Da qui poi, tirandola su, potremo recuperare il
piombo nostro con tutta tranquillità. |
po ad iniziarla. Il palloncino «aguinzaglio» tranquillizza chi ci segue in superficie, ma non ci evita altri incidenti, se protrar-remo la nostra permanenza sul fondo fidandoci troppo delle nostre forze. La prudenza, per un sub, non è mai troppa. Non dimenticatelo mai se non volete avere brutte sorprese.
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copyright Guido Picchetti - 13/3/2009