da "AQUARIUM" - Maggio 1980

NB. - E' una guida all'acquariologia marina mediterranea pubblicata in varie puntate dalla rivista "Aquarium" dal Febbraio 1980 al Dicembre 1982. Sia i testi che le foto sono frutto delle esperienze dirette acquisite principalmente attraverso le "Settimane  di Biologia e Acquariologia Marina" che a partire dal 1973, e per una decina di anni, avevo avuto modo di organizzare annualmente presso il "Centro Immersioni Sorrento" da me diretto, grazie soprattutto alla preziosa collaborazione di alcuni amici biologi marini della Stazione Zoologica di Napoli e di alcuni noti esperti in tema di acquariologia, disposti, sia gli uni che gli altri, ad incontrarsi in occasione di quei meeting settimanali teorico-pratici, mettendo a  disposizione di tutti i subacquei partecipanti le loro conoscenze in materia.


SCOPRIAMO L'ACQUARIOLOGIA MEDITERRANEA

 3° - A caccia di "pietre vive"

 


Testo e
foto di Guido Picchetti

 - Quando arriva la buona stagione, è il momento ideale per l'acquariofilo subacqueo di effettuare direttamente in immersione la ricerca degli elementi, viventi e non, necessari all'allestimento del suo acquario mediterraneo. È una ricerca appassionante, il cui piacere non si esaurisce nella breve durata dell'immer-sione, ma si prolunga nelle successive fasi di sistemazione e di ambientazione del materiale raccolto. Qui vediamo appunto un gruppetto di sub in procinto di immergersi da terra con i retini per  la cattura di piccoli pesci d'acquario.

 - Ma prima ancora di pensare ai pesci per il nostro acquario marino, occorrerà sistemare  nel migliore dei modi

l'ambiente che dovrà accoglierli. E la ricerca delle "pietre vive" più adatte a ricreare nella vasca un ambiente naturale è il primo impegno dell'acquariofilo subac-queo. Una ricerca che potrà all'occorrenza essere fatta anche senza attrezzi partico-lari, in pochi metri di fondo, ma che ri-chiederà sempre una certa cura nella scel-ta delle pietre da raccogliere, avendo anzi-tutto ben presenti le dimensioni dell'ac-quario in cui andranno poi sistemate.

- Una borsa di rete ed una buona picozza sono comunque gli attrezzi che potranno tornare utili in questa prima ricerca acquariofila subac-quea. Nella borsa di rete metteremo le "pietre vive" raccolte, mentre la picozza potrà aiutarci a staccare dalla parete sommersa quei frammenti di roccia che più ci sembrano indicati ed interessanti per la composizione ambientale che intendiamo realizzare nell'acquario. E, come l'esperienza ben presto ci insegnerà, più la roccia che vogliamo portare via sarà dura a rompersi, migliore sarà la sua riuscita in acquario.

- Nella raccolta delle "pietre vive", infatti, sarà bene evitare i pezzi di roccia troppo friabili, che rivelano con la loro scarsa consistenza u-

na eccessiva presenza di organismi viventi all'interno, organismi capaci di alterare con la loro possibile morte in acquario l'equilibrio biologico della vasca. Daremo invece la preferenza alle pareti sommerse, ricche sì di vita superficiale, ma che presentino un substrato decisamente duro e compatto, come appunto a prima vista può apparire quello della foto. Ma anche qui dovremo fare attenzione alla eventuale presenza di spugne perforanti, denun-ciata,  proprio in alto  a sinistra nella zona

fotografata, dagli osculi gialli che si aprono sulla superficie della roccia.

- Ma soprattutto non dovremo lasciarci incantare dal fantasmagorico aspetto di certe pareti sommerse, i cui smaglianti colori sono per lo più conferiti da varie specie di spugne incrostanti. Proprio le spugne, infatti, incrostanti o perforanti che siano, risultano gli organismi che peggio sopportano la cattività, giungendo rapidamente a morte, e provocando facilmente, anche con un loro ridotto ed involontario inserimento nella vasca, delle crisi "ecologiche" di notevole gravità.

- Già raccogliendo le "pietre vive" può capitare di imbattersi in qualche organismo marino di buon interesse acquariologico. È il caso, ad esempio, di questa attinia, rinvenuta appunto attaccata  sotto  un piccolo sasso,  e che converrà inserire  in acquario  così com'è,  con tutto il suo

supporto, senza tentare neppure di staccarla dalla pietra cui è attaccata per evitare di ferirla.

- Proprio in previsione di questi sporadici rinvenimenti di organismi particolari, sempre possibili durante le passeggiate in immersione, al subacqueo acquariofilo converrà portarsi sempre appresso qualche sacchettino di plastica, in cui poter riporre già sott'acqua gli organismi trovati meritevoli di maggior riguardo.

 - Per poter poi trasportare senza rischi fino all'acquario il materiale raccolto, converrà disporre anche di una bombolina di ossigeno compresso ben carica. Ce ne serviremo per riempire i sacchetti di plastica, dopo avervi sistemato, opportunamente divisi, animali (possibilmente uno per sacchetto) e pietre vive. Per queste ultime sarà bene impiegare due sacchetti per volta, messi l'uno dentro l'altro, in modo che più difficilmente le pietre possano rompere l'involucro che le contiene durante il trasporto.


- Due o tre dita di acqua di mare, e il resto ossigeno puro: così va riempito ogni sacchetto, dosando con delicatezza il flusso d'ossigeno dal rubinetto della bombola, per evitare lo scoppio del sacchetto con conseguenti possibili traumi agli organismi in esso contenuti. Particolare cura andrà posta nella  chiusura   del  sacchetto,  da effet-

tuarsi, con un po' di perizia, a mezzo di elastici, rigirati più volte su se stessi.

- I sacchetti così preparati vanno poi stivati in piedi uno a fianco all'altro in uno scaloIone di polistirolo, che assicurerà una efficace protezione dalla luce e dal calore al materiale raccolto. Se ben sigillati, i sacchetti di plastica resteranno a lungo ben rigonfi di ossigeno e consentiranno di effettuare senza inconvenienti lunghi trasferimenti, anche di un paio di giorni, fino all'acquario.

- Giunti finalmente a casa con il frutto della nostra ricerca subacquea, potremo incominciare a sistemare nella vasca le "pietre vive", disponendole opportu-namente sul letto di sabbia precedentemente preparato. È soprattutto in questa fase che il subacqueo appassionato potrà mettere a frutto la sua esperienza di osservatore attento dell'ambiente marino, grazie alla quale riuscirà meglio di altri a ricreare un vero e proprio angolo di mare con un giusto equilibrio di piani e volumi, in una corretta e plausibile scenografia.

- E quanto più sarà "naturale" l'ambiente che si saprà realizzare in acquario, tanto più a loro agio si sentiranno gli "ospiti" che vi si andranno successivamente ad inserire. Di qui la necessità per l'acquariofilo mediterraneo di ricercare anzitutto un buon equilibrio ambientale  e  di saperlo poi mantenere  dosando con estrema cura nu-



mero, qualità e dimensioni degli organismi presenti nell'acquario.

- Proprio in questa prima fase di impianto ambientale dell'acquario mediterraneo (ma anche nei casi di successive immissioni di nuovi organismi) si rivela particolarmente vantaggioso l'impiego delle cosiddette "campane d'ossigeno". Non è nulla di particolarmente complicato. Bastano un paio di bicchierini di plastica, che, se vogliamo salvaguardare anche il lato estetico del nostro acquario, possiamo scegliere trasparenti.

- II bicchierino di plastica va sistemato capovolto nella vasca, e riempito dal basso di ossigeno. Restando così fermato contro il tetto dell'acquario, assicurerà per "diffusione", attraverso la superficie inferiore gassosa a contatto con l'acqua, un elevato livello di ossigenazione all'ambiente dell'acquario.

-  I benefici offerti da questo semplice sistema di iperossigenazione, basato sul principio fisico enunciato dalla legge di Henry, sono notevoli. Si accelera infatti di molto l'ossidazione dei materiali organici di rifiuto presenti nella vasca e al tempo stesso vengono ridotte le conseguenze di eventuali fenomeni putrefattivi nell'ambiente. Naturalmente l'ossigeno delle "campane" lentamente si consuma per il noto principio degli scambi gassosi e il livello va pertanto periodicamente ripristinato.

In media lo si fa una volta ogni dieci o quindici giorni, procedendo conveniente-mente ad un totale ricambio dei gas residui presenti nel bicchierino.

- Dalle prime esperienze in merito che ho potuto personalmente osser-vare, sia durante i corsi di acquariologia di Sorrento, sia nel mio stesso acquario casalingo, fotografato (qui, come in apertura della rubrica) appunto  con il suo corredo di due piccole "campane d'ossige-

no"), l'efficacia del sistema mi è sembrata indubbia, consentendomi di avere, da un punto di vista pratico, un'acqua nella vasca perfettamente limpida anche nei casi di casuale sovraffollamento di ospiti o in presenza di qualche spiacevole fenomeno putrefattivo, conseguente, ad esempio, alla morte di qualche ospite, o di qualche spugna non adatta alla vita in cattività o inconsapevolmente introdotta insieme alla "pietra viva". In questi casi infatti, solitamente denunciati in assenza delle "campane d'ossigeno" da un progressivo e notevole intorbidamento della vasca, si potrà notare come grazie alle "campane" l'acqua resterà sorprendentemente limpida, e a denunciare la morte di qualche organismo (spugna o altro) sarà solo la presenza di una certa quantità di schiuma sulla superficie dell'acqua, dovuta, credo, al processo di rapida ossidazione degli organismi morti e in fase di putrefazione. E' un sistema del quale converrà tuttavia, almeno per ora, non abusare: dal punto di vista scientifico esso pare sia  ancora tutto da studiare, e qualche effetto collaterale negativo, sebbene da me finora non riscontrato, potrebbe anche esserci.

(3 - continua)

 
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copyright Guido Picchetti - 21/9/2009