da "AQUA" / Maggio 1988

NB. - Quest'articolo redatto da Brigitte Cruickshank e pubblicato su "Aqua" nel maggio del 1988, era corredato in calce da un fuori testo
del noto biologo Giuseppe Notarbartolo di Sciara, che descrive le caratteristiche naturalistiche di queste "razze". Per il notevole interesse
che esso  riveste per l'argomento del servizio, ripubblico anche tale pezzo, certo che non dispiacerà al suo autore,
che ringrazio ancora per la sua apprezzata collaborazione.

SQUALI PIATTI

LA  CITTA'  DELLE  RAZZE

 

Ogni giorno a Grand Cayman, la maggiore fra le isole
dell'arcipelago caraibico, si svolge un fatto straordinario e unico
al mondo: le temute razze, dette anche trigoni, parenti
degli squali, vengono cibate dalle mani dei subacquei

 Testo di Brigitte Cruickshank, foto di Guido Picchetti
Fuoritesto di
Giuseppe Notarbartolo di Sciara

 


 

Le Isole Cayman sono note come la "Svizzera dei Caraibi", essendo, oltre che porto franco, un apprezzato rifugio per i capitali stranieri. Perché avevamo scelto questa destinazione? Non certo perché avevamo denaro da investire. E neanche per le loro bellezze naturali esterne, in quanto da questo punto di vista le Isole Cayman non primeggiano troppo se con-frontate con altre isole dei Caraibi. Infatti non sono montagnose e di origine vulcanica come la maggior parte di esse, ma sono di natura calcarea; e pertanto non appaiono ricoperte di una rigogliosa vegetazione, ma piuttosto piatte e aride. Questa mancanza di particolari attrattive terrestri è però largamente compensata da un ambiente marino e sottomarino eccezionalmente bel-lo e variato, un ambiente tra l'altro che è da anni severamente protetto dal punto di vista ecologico. Alle Cayman non si può accedere con un fucile subacqueo, e non è permesso toccare o prelevare alcun ele-mento dal mare, morto o vivo che sia. In più, per proteggere il prezioso patrimonio costituito dalle scogliere coralline che contornano le tre isole, sono state si-stemate tutt'intorno alle loro coste decine e decine di boe fisse, ciascuna in cor-rispondenza di un punto di particolare in-teresse subacqueo. E a queste boe sono obbligate ad attraccare le innumerevoli imbarcazioni che trasportano i sub, evitan-

m do cosi il danno che i ripetuti ancoraggi potrebbero provocare nelle formazioni coralline.

Grazie a questi provvedimenti, sia l'ecosistema corallino che l'ambiente bentonico circostante (le Cayman sono particolarmente note per le pareti a picco nel blu popolate da una gran varietà di spugne e gorgonari multi-colori) è ancora oggi come se fossero vergini. E gli abitanti pinnuti non nutrono più alcuna diffidenza per i subacquei, anzi il più delle volte vanno loro incontro, abituati come sono a ricevere da essi del cibo. Questo non accade soltanto nelle zone più frequentate dai sub, ma anche, ad esempio, sui fondali più sperduti di Little Cayman. Qui, appena in acqua e ancora sotto la barca, mi è subito venuto incontro un grosso barracuda. Più tardi, mentre sono alle prese con una macro, sento una presenza: alzo gli occhi e mi trovo faccia a faccia con una bella cernia. Osserva curiosa il mio armeggiare. Messa da parte la fotocamera, la accarezzo senza diffico-ltà, pur non avendo niente di com-mestibile da offrirle; e pare che le piaccia particolarmente la mia grat-tatina sotto il mento.


• RAZZE •
Abituate ai subacquei
le razze si lasciano accarezzare dopo aver accettato il cibo direttamente dalle mani.
La loro mitica pericolo-
sità descritta dai visita-
tori del mare viene a
cadere grazie a queste preziose immagini.

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Raccogliendo l'invito di Martin Sutton, un tour operator subacqueo locale, do-po qualche giorno partiamo dallo spar-tano aeroporto di Cayman Brac con un piccolo velivolo della Cyaman Airways. Una mezzoretta di volo e atterriamo nel modernissimo e lussuoso aeroporto di Gran Cayman. Già dall'aria abbiamo potuto osservare la conformazione di quest'isola, che si presenta con una complicata forma a "U", che racchiude al suo interno, sul lato settentrionale, una vasta zona semipaludosa e fitta di mangrovie sui lati.

Proprio in un'ampia darsena contornata da queste mangrovie ci conduce Ed Uditis, il simpatico e sbrigativo socio di Martin, a imbarcarci per una immer-sione speciale. Con Ed siamo in cinque a bordo, compresa una coppia di ame-ricani. Bombole ed erogatori sono già pronti all'uso negli appositi invasi a centro barca. Ancora prima di muoverci Ed ci fa un briefing: «Non faremo una immersione profonda. Al massimo arri-veremo a quattro o cinque metri, per cui non ci sono limiti di tempo, se non quelli dettati dalla vostra autonomia. Voglio dirvi ancora che gente esperta che si è immersa in tutti i mari del mondo ha definito l'immersione che state per fare come la più bella che esista a questa profondità. Sono sicuro che neppure voi rimarrete delusi. Un'ultima cosa: non abbiate assolu-tamente paura. Gli animali che vedrete non hanno mai fatto male a nessuno!».

Proprio in un'ampia darsena contornata da queste mangrovie ci conduce Ed Uditis, il simpatico e sbrigativo socio di Martin, a imbarcarci per una immer-sione speciale. Con Ed siamo in cinque a bordo, compresa una coppia di america-

 

• RAZZE •
In queste immagini si
può notare la reale natura
di questi trigoni (Dasyatis americana) che appar-tengono alla famiglia degli squaliformi. Contraria-mente a quanto si pensa-
va accettano il contatto
con il sub con il quale stabiliscono un rapporto duraturo.

ni. Ancora prima di muoverci Ed ci fa un briefing: «Non faremo una immersione profonda. Al massimo arriveremo a quattro o cinque metri, per cui non ci sono limiti di tempo, se non quelli dettati dalla vostra autonomia. Voglio dirvi ancora che gente esperta che si è immersa in tutti i mari del mondo ha definito l'immersione che state per fare come la più bella che esista a questa profondità. Sono sicuro che neppure voi rimarrete delusi. Un'ultima cosa: non abbiate assolutamente paura. Gli animali che vedrete non hanno mai fatto male a nessuno!».

Ed allude alle razze, qui dette "Southern stingrays". Per chi conosce l'inglese lo stesso nome "stingrays" spiega il moti-vo per cui uno potrebbe, e legittima-mente, avere paura di queste strane bestie. "Sting" vuoi dire pungere, e le razze di questa specie hanno sulla lunga e sottile coda un grosso aculeo seghettato capace di infiggere brutte ferite. Sono comunque animali che di norma si incontrano raramente, abbastanza timidi e difficili da avvicinare, e non facili da individuarsi sul fondale, dove si nascondono il più delle volte semisepolti nella sabbia. E proprio per queste"* loro caratteristiche non sono molti i fotografi subacquei che siano riusciti a farne delle belle riprese.
Accesi i motori, lasciamo il molo di "Governor's Harbour" e ci infiliamo in un canale tra le mangrovie, per poi uscire verso il largo. «Qui siamo nel North Sound», spiega Ed, prima di spingere al massimo i motori per raggiungere velocemente il lato settentrionale dell'ampia baia in cui navighiamo. Dopo pochi minuti arriviamo in prossimità del reef esterno. Stiamo all'interno: qui l'acqua è calma e chiara. «Benvenuti alla città delle razze!», dice Ed. E buttando giù l'ancora aggiunge: «Qui non è vietato ancorarsi, in quanto il fondale è di sabbia. Ma c'è anche qualche ag-glomerato di corallo sparso qua e là che potrà anche essere interessante visi-tare». E mentre noi scrutiamo dall'alto il fondale, Ed da due o tre forti accelerate al motore prima di spegnerlo. «E' la mia chiamata per le razze», spiega. E, infatti, alcune ombre scure che ave-vamo identificato in lontananza come ammassi di corallo, incominciano a muoversi verso la nostra barca.

Non aspettiamo oltre. Ci vestiamo in un

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baleno. Scendiamo in acqua e...  restiamo di stucco. Grosse razze, prima tre o quattro, poi sempre più numerose, ci  "volano" incontro e ci girano intorno in un favoloso e spettacolare balletto subacqueo. Ci ipnotizza parti-colarmente il movimento ondulatorio delle loro sinuose "ali". Quando Ed tira fuori dalla sua tasca una borsetta a rete piena di pezzi di "ballyhoo", una specie di aguglia locale di poco pregio, il balletto si restringe su di lui. Di lì a poco Ed è totalmente nascosto alla nostra vista da un elegante turbinio grigio e bianco di razze. Sono tante che non riusciamo a contarle. (Solo successivamente, da una foto di Guido, vedremo che ce ne sono almeno quattordici, molte di apertura "alare" superiore al metro.

Tutto di un colpo me ne trovo una addosso. Anch'io ho del pesce nella tasca del mio "Equidive", e questa razza, venendo ad aggregarsi alla festa, deve averne sentito l'odore, perché sta succhiando il nylon del jacket, proprio dove il cibo è riposto. Allontano la razza con le mani, spingendola sulla superficie inferiore del corpo, che mi appare di un bianco candido. Faccio appena in tempo ad aprire la tasca, ed eccola ancora lì di nuovo a cercare di intrufolarsi. Per poco non mi strappa tutto il cibo di mano. Ma riesco a riallontanarla e a of-frirgliene solo un piccolo pezzo. Mi viene incontro planando, pronta ad afferrare il bocconcino che le tendo. «Ehi, la mano no!» Troppo presa a osservare la conformazione dello strano animale, anche la mia mano rischiava di essere ingoiata... Ma in realtà non c'è alcun pericolo: la bocca della razza è totalmente priva di denti e l'animale, più che mordere, aspira il cibo. A sua discolpa occorre anche dire che, avendo gli occhi sul dorso, non è certamente in grado di vedere ciò che sta per mangiare.

Tra una razza e l'altra vedo Guido scattare a ripetizione con le sue due Nikonos. In poco tempo egli esaurisce le pellicole e risale in barca per cambiare film e ottiche. E giù di nuovo a fissare queste scene incredibili e stupende. Ma sono scene ricche soprattutto di un movimento che la foto con la sua staticità non riesce a rendere appieno.

Anche l'indomani torniamo alla "città delle razze". Quando arriviamo questa volta, però, ci sono già altre due barche. Una ha portato un gruppo di snorkellers, che grazie alla poca profondità e trasparenza dell'acqua,  possono  assistere  allo spetta-

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colo semplicemente galleggiando in superficie con pinne, maschera e boccaglio. Sul fondo c'è già un gruppo di sub contornato di razze. Scendiamo e ci fermiamo a una certa distanza ad ammirare il replay dello stupendo balletto. Dopo qualche minuto due razze si staccano dalle altre per venire su di noi. Poi altre seguono e siamo di nuovo in mezzo alla nuvola. Certe foto da noi scattate nell'occasione potrebbero dare l'impressione che fossimo, per così dire, travolti dagli animali. In realtà non avevamo assolutamente questa sensa-zione, ma piuttosto eravamo colmi di stu-pore. Effettivamente abbiamo visto alcuni subacquei terrorizzati all'inizio dell'immer-sione, ma ben presto il lento e armonioso muoversi delle razze li calmava, tanto che uscivano poi dall'acqua dimentichi del primo istintivo moto di paura, e pieni di entusiasmo e ammirazione.

«Anni addietro — racconta Ed — i pescatori di Grand Cayman usavano fermarsi nelle acque calme del North Sound per pulire il loro pescato. I primi incontri tra le razze che vivevano nella zona e questa "manna dal cielo" saranno stati senz'altro occasionali. Ma evidentemente le razze ben presto hanno capito la relazione tra le barche lì ancorate e il cibo facile che cadeva dall'alto. Molte delle razze che incontriamo qui oggi, probabilmente sono nate e cresciute alimentandosi in questo modo. Un paio di anni fa, Pat Kenney del "Bob Soto's Diving Center", uno dei Dive Master locali che abitualmente operava da "Governor's Harbour" per portare i sub-acquei a immergersi sulla parete nord all'esterno del reef, cominciò a fermarsi al rientro per un bagno ristoratore nelle acque calme del "Sound", ancorandosi nello stesso punto in cui per anni si erano ancorati i pescatori. Notò delle razze in prossimità della sua barca e prese l'abitudine di portarsi appresso del pesce che all'inizio buttava semplicemente in acqua dalla barca. Poi iniziò a scendere in acqua per dare il cibo direttamente alle razze, riuscendo finalmente ad abituare gli animali a prenderlo addirittura dalle sue mani».

Una spiegazione semplice di un avve-nimento straordinario, certamente unico al mondo: lo prova il fatto che subacquei anche esperti e famosi, in visita alla "città delle razze" di Grand Cayman, concordano tutti che si tratta della più spettacolare immersione che sia oggi possibile fare.

 


TRIGONI IN SOCIETA'

di Giuseppe Notarbartolo di Sciara
 

Ci sono due definizioni di "razza", entrambe valide. Una buona versione della prima ce la da Enrico Tortonese: "Condroitti dal corpo depresso, bocca a 5 paia di fessure branchiali situate ventralmente, occhi a spiraceli quasi sempre dorsali..." e così via in una lunga e precisa elencazione delle caratte-ristiche morfologiche di questo gruppo di pesci. L'altra definizione è più semplice: squalo piatto. Quest'ultima sembrerà strana a chi considera lo squalo il ben noto siluro vivente dei mari, lungo dai due metri in su, per lo più grigio scuro, perennemente in giro per gli oceani in cerca di prede con cui saziare una fame inesauribile. Questo cliché, tuttavia, male si adatta a più dell'ottanta per cento degli squali conosciuti, che costituiscono una compagine estrema-mente colorita e multiforme di esseri bizzarri, in gran parte di piccole dimen-sioni, specializzatissimi all'interno delle loro particolari nicchie, spesso alquanto indaffarati e con ben altro nella testa che non tramare ai danni dei bagnanti o dei naufraghi. Ebbene, delle circa set-tecento specie oggi note di Elasmo-branchi (il termine con cui si designa, collettivamente, questo gruppo di pesci cartilaginei), circa la metà è costituita dalle razze, o, per dirla più corretta-mente, dai Batoidei.

I Batoidei, abbiamo detto, sono degli squali piatti. È vero, lo si vede dalle foto di questo servizio, in cui un gruppo di trigoni (Dasyatis americana), tipici Batoidei, si lascia ammaliare dalle prof-ferte alimentari dei subacquei e si produce al cospetto del fotografo in una sorta di danza totalmente inconsueta. Ma quale forza evolutiva ha modificato così radicalmente degli squali, per farli diventare piatti? La risposta è semplice: un tipo di vita intimamente legato al fondo del mare. Guardate la forma appiattita del corpo, utilissima per star sdraiati sul fondo in maniera stabile; vedete che fine hanno fatto le 5 fessure branchiali, che per forza di cose sono finite sul lato ventrale; ammirate, infine, la curiosissima bocca infera,  opportunamente  protrudibile,  adatta  a

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 ghermire un difficile boccone. Le pinne pettorali sono diventate enormi e si sono fuse con il corpo: servono a spingere la razza in avanti, con un tipico movimento ondulatorio, che funziona anche a un millimetro dal fondale. E la coda di squalo, il suo motore principale, che fine ha fatto? Sul fondo serviva ben poco, con quei lobi verticali che sarebbero andati a strisciare nella sabbia. E così è sparita, riducendosi a un flagello, ma attenzione: molto spesso si tratta di un flagello armato. La vediamo anche in queste immagini, la temibile spina del trigone. Non è altro che una delle tantissime, minute squame placoidi che di solito ricoprono la pelle degli Elasmo-branchi e la rendono cosi abrasiva (da qui hanno origine i termini zigrino e zigri-natura). Nei trigoni, e in generale in gran parte delle razze dell'ordine dei Milio-batiformi, a cui essi appartengono, una squama placoide della coda si sviluppa enormemente, fino a formare una spina seghettata e acuminata, lunga talvolta fino a 30 cm. Quest'arma di difesa è poi resa ancor più temibile dal tessuto con-nettivo che la ricopre, che contiene una tossina che provoca dolori intensissimi se iniettata nel muscolo di un aggressore. Eppure la presenza della spina sulla coda delle razze non deve trarci in inganno sulla reale natura di questi animali, che è estremamente mite e benevola. Basta non dar loro fastidio, non fiocinarle, non metterle in situazioni di pericolo, oppure evitare di calpestarle per errore quando se ne stanno tranquille sul fondo, magari nascoste sotto un velo di sabbia, per scongiurare l'eventualità di farsi infilzare dal dardo avvelenato. Con un po' di precauzione e di pazienza potremo cosi osservare da vicino questi pesci affascinanti, vedere cosa fanno, magari addirittura dar loro qualche cosa da mangiare.

Esistono cinque grandi suddivisioni del gruppo dei Batoidei. La prima comprende le torpedini (Torpedinoidei), piccole razze tonde e mollicce, capaci però di stordire una persona con la scossa elettrica prodotta da particolari organi che hanno sul dorso. Segue il gruppo dei pesci sega (Pristoidei), grossi pesci di fondo dotati di

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 una caratteristica protuberanza piatta sul muso, armata di denti su entrambi i lati, di cui si servono per rimestare il substrato in cerca di cibo. Un terzo gruppo com-prende i cosiddetti pesci chitarra (Rino-batoidei), grosse razze dalla tipica forma a losanga allungata. Segue, poi, il gruppo dei Raioidei, foltissimo di specie, composto da razze prive di spina, di fondale, di piccole e medie dimensioni. Infine, i più specia-lizzati e più diversificati tra i Batoidei, cioè i Miliobatoidei, che comprendono, oltre ai trigoni, anche le aquile di mare, le mante e le mobule. Sono questi, a mio parere, i più affascinanti tra i Batoidi, e alcuni tra gli esseri più straordinari del mare. Sono dotati di cervelli che, in rapporto al resto dei pesci, cartilaginei o ossei che siano, sono enormemente sviluppati. Imparano abbastanza in fretta nuovi comportamenti e forse hanno rela-zioni sociali di una certa complessità. Alcuni di essi, poi, hanno riscoperto il mondo del mare aperto, della superficie, delle grandi distese lontane dal fondo, e sono diventati degli animali squisitamente pelagici, che si nutrono di plancton: sono le mante e le mobule, i più straordinari tra i Batoidi. In poche parole, tolti i mammiferi, i Miliobatoidi sono forse gli esseri più sofisticati che vivano in mare. Peccato che non se ne sappia quasi niente, dato che, come il resto dei Batoidi — un pò perché di scarsa importanza commerciale, un pò' perché non sbranano le persone — non hanno mai rivestito grande interesse da parte della scienza, e sotto questo profilo si meritano l'appellativo di cenerentola dei pesci. Ci auguriamo che con l'aumentare del tempo che l'uomo passa sott'acqua, a contatto con il mondo dei pesci, si moltiplichino le occasioni di incontri con le razze, come quello documentato in queste pagine. I Batoidi sono comuni anche nei nostri mari — basta andare al mercato del pesce per rendersene conto — e comune è, in particolar modo, la Dasyatis pastinaca, parente stretta del trigone caraibico qui raffigurato. Se ne incontrate una, non spaventatevi, e non spaventatela. Provate a offrirle un pezzette di pesce: magari lo accetterà.

 
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copyright Guido Picchetti - 1/4/2009