da "AQUA" / Maggio 1989



foto guido picchetti

VITA MARINA

LA MARCATURA DELLE CERNIE


Due anni or sono è stato creato in Francia il Gruppo per lo Studio
delle Cernie del Mediterraneo, che opera principalmente in Corsica nella riserva
marina di Lavezzi. Pur con l e classiche difficoltà economiche di tutti gli enti di ricerca
e lavorando quindi con sistemi empirici, i francesi stanno ponendo le basi
per una indagine senza precedenti. Vediamo come.  

Testo di Brigitte Cruickshank
Fuoritesto e foto di Guido Picchetti

il sedici di marzo e, cosa rara, nella zone delle Bocche di Bonifacio c'è bonaccia assoluta. Siamo in crociera con una grossa goletta a due alberi, la Florette, adibita a charter per subacquei, e il comandante Ron Haynes molla l'ancora sopra una secca a levante dell'isola di Lavezzi, dentro i confini della grande riserva marina francese che dalla stessa isola corsa prende nome. "A poppa ci sono 37 metri di acqua, ma a prua è meno profondo; e state tranquilli che qui le cernie le trovate", ci dice. Allude alle cernie della specie Epinephelus guaza, la classica cernia mediterranea, divenuta ormai rarissima lungo le nostre coste (intendendo per "nostre" tutte la coste in genere del Mediterraneo centrale). Quelle che talvolta ancora si riescono a vedere, o più propriamente, a intravvedere, non si lasciano certo avvicinare. Invece qui a Lavezzi, quasi sotto la barca, senza scendere più di 25 metri, vediamo nei pochi minuti di immersione almeno nove o dieci di questi magnifici pesci, tutti intorno ai 20 chili. I quali, seppur guardinghi, si fermano a darci un'occhiata curiosa prima di rintanarsi senza fretta, quasi sapessero di stare in zona protetta. Che emozione!

Quando risaliamo, troviamo attraccati a fianco della goletta due natanti. Appartengono al servizio di sorveglianza della riserva, e sono qua a controllare che le nostre intenzioni siano corrette. Gli uomini a bordo sono sospettosi. E si spiegano: l'ottanta per cento delle persone che essi trovano a praticare la pesca subacquea (vietata) dentro i confini della riserva, sono italiani. Riusciamo a convincerli che non è il nostro caso, e a intavolare un discorso sul parco e sul loro lavoro. Presto scopriamo che uno di loro, Claude Chauvet, è un biologo marino appartenente a un gruppo, il GEM (Groupe Etudes Merous, ovvero Gruppo di Studio sulle Cernie) formatesi due anni fa con lo scopo preciso di approfondire le conoscenze sulla vita dell' Epinephelus guaza, sino allora piuttosto scarse. Insegna presso l'università francese di Perpignan (sita sul confine franco-spagnolo), ed è venuto nel-

NON TEMONO L'UOMO. I preparativi prima dell'immersione per
poter marcare le cemie della riserva di Lavezzi con una freccia speciale. Gli animali di questa riserva non temono l'uomo e si lasciano facilmente avvicinare.

IL MARCHIO GIALLO. Un comune arbalete da caccia subacquea viene utilizzato dai ricercatori del Gem per sparare alle cemie
in modo di conficcare sulla parte centrale alta dell'animale, po-
co al di sotto della pinna dorsale, un segnalino uncinato di pla-
stica gialla. Su questa marca è inciso un numero che permette
di identificare l'animale e l'indirizzo del Gem. Con questo siste-
ma si spera di raccogliere sempre più dati sulla vita e sul com-portamenti delle cemie

le isole Lavezzi per marcare il maggior numero possibile di cernie componenti la "colonia" che esiste in queste acque, onde poterne meglio seguire e capire il modo di vivere, proprio come si fa in certi parchi africani con i rinoceronti e altri animali terrestri.

Il sistema adottato per questa marcatura, ci spiega il prof. Chauvet, è un sistema che lui stesso ha dovuto "inventare" in mancanza dei fondi finanziari necessari all'impiego di metodi più sofisticati. Avrebbe preferito infatti poter addormentare le cernie in modo da effettuare una marcatura meno cruenta e più duratura. In questo modo avrebbe avuto sul momento anche la possibilità di fare dei prelievi di sangue sull'animale e di praticargli una piccola incisione sul lato sinistro in basso dove si trovano le gonadi per scoprirne il sesso: due cose di vitale importanza che avrebbero consentito una più rapida e precisa documentazione sulla vita sessuale delle cernie. Si è visto invece costretto utilizzare un metodo alquanto empirico, che consiste nell'adattamento di un comune arbalete da pesca subacquea. Con questa arma egli spara, mirando al fianco del pesce, sulla parte centrale alta poco al di sotto della pinna dorsale, un'asta sulla cui sommità è posto un segnalino uncinato di plastica gialla. Il segnalino resta infisso nella carne della cernia colpita e su di esso è indicato un numero che permette l'identificazione dell'animale, insieme all'indirizzo del gruppo di ricerca, cui si prega, chiunque dovesse effettuarne eventualmente la cattura, di segnalarne modalità e carat-teristiche.

Sentiamo ora da Claude Chauvet che cosa si sa già su questi pesci dall'indole curiosa e amichevole (particolarmente evidente quando sanno di non essere in pericolo). Il biologo, un vero appassionato che per molti anni ha studiato la vita delle cernie, prima lungo le coste del Nord-Africa e poi nel Mediterraneo centrale, ne traccia una storia affascinante e alquanto strana. Innanzitutto la cernia, come certi altri pesci del Mediterraneo, quali salpe, perchie, orate e donzelle, nasce ermafrodita. In alcune delle specie succitate questo ermafroditismo è duraturo, ovvero un singolo pesce espleta contemporaneamente le funzioni dei due sessi. Ma nel caso dell' Epinephelus il fenomeno avviene in epoche successive.

Mediamente la cernia raggiunge la maturità sessuale tra i cinque e i sei anni, diventando di sesso femminile. Poi si trasforma in maschio intorno ai dodici anni. Questo, però, in condizioni ambientali normali, in quanto i passaggi di sesso, come anche lo stesso raggiungimento della maturità sessuale, possono verificarsi in tempi alquanto diversi da quelli indicati, e proprio qui sta uno degli interrogativi non totalmente svelati dalle ricerche sinora fatte. Sono stati trovati, infatti, grossi esemplari di Epinephelus guaza, che di norma dovevano già essere maschi, che invece erano ancora femmine. Pare che l'età in cui avviene il secondo cambiamento di sesso dipenda in gran parte dal rapporto numerico tra maschi e femmine al momento della fregola, ma esattamente in che misura questo avvenga o se ci siano altri fattori che possano influenzarlo, ancora non si sa. E' stato comunque appurato che durante la fregola, rituale che si svolge secondo precise regole di comportamento, avviene l'emissione di certi ormoni indispensabili per stimolare i processi fisiologici che portano alla maturazione delle ghiandole genitali. Tali fenomeni però hanno luogo solo quando vi è la giusta proporzione numerica tra i due sessi.

Infatti perché le uova vengano fecondate non è sufficiente che vi siano un maschio e una femmina, bensì devono esserci diversi maschi e alcune dozzine di femmine. Perciò, se per una qualsiasi ragione si è avuta una mortalità della specie ad una certa età, il richiesto equilibrio viene a mancare e di conseguenza la riproduzione risulta compromessa. E' quanto è successo nel Nord del Mediterraneo, ci si domanda ? Oppure, come qualcuno ha suggerito, sono emigrate da questi luoghi tutte le grosse cernie della stessa taglia? Ed è per un mancato cambiamento di sesso in seguito alla "sex-ratio" sbagliata che si trovano in queste zone cernie sempre femmine in età e taglia da maschi? Sono questi e tanti altri gli interrogativi che chiedono una risposta e su cui i ricercatori del GEM intendono investigare.

Il GEM nacque in seguito al fatto che alcuni studiosi francesi avevano riscontrato sui fondali della Costa Azzurra una situazione analoga a quella da noi trovata a Lavezzi: una presenza numerosa di sole cernie grosse. Già da diversi anni infatti nessuno vedeva più sulle coste francesi una cernia di piccola taglia, mentre prima dell'ultima guerra ce ne erano in abbondanza. Indubbiamente la caccia sub ha avuto una grossa fetta di responsabilità nel determinare questa situazione, ma non può essere stata l'unica causa, perché se così fosse, nei venticinque anni da che esiste il Parco Naturale di Port-Cros, sulla Costa Azzurra si sarebbe verificato un ripopolamento di cernie, cosa che invece non è avvenuta.

E' stata appunto questa costatazione a convincere i biologi del Gem della necessità di censire la distribuzione demografica delle cernie e di cercare le risposte ai tanti interrogativi, prima che la cernia scompaia definitivamente dalle coste del Mediterraneo del Nord e del Tirreno Centrale. Indubbiamente queste sono zone a rischio, non tanto per l'influenza umana, che pure ha il suo peso, ma perché situate ai limiti dell'ambiente maggiormente favorevole per lo sviluppo e la riproduzione della Epinephelus guaza. La prova la troviamo nel fatto che più si va verso la costa africana, dove ci sono davvero le condizioni ideali per la specie,  più aumenta il numero  di cerniotte piccole

La cartina in alto evidenzia la zona in cui si trova l'arcipelago
di Lavezzi, tra Corsica e Sardegna. La riserva naturale di La-
vezzi è stata creata nel 1982 ed è terrestre e marina. La fau-
na acquatica della zona è molto ricca: in particolare vive qui
una colonia importante di grosse cernie. Pare infatti che
proprio sui fondali di Lavezzi si abbia uno dei rari luoghi di riproduzione del Mediterraneo.

Stabilire l'età di una cernia viva è difficile: i ricercatori cerca-
no di indovinare basandosi sui rapporti fra peso e dimensioni,
ma è necessario conoscere bene la zona per poter valutare
con esattezza la disponibilità dì cibo.

e medie che popolano i fondali. Ma se le cernie c'erano dalle parti nostre quarant'anni fa, non c'è ragione per cui non possano un domani, adeguatamente protette, facendo tesoro di tutte le necessarie conoscenze sui loro costumi e sulle loro esigenze, tornare a viverci e riprodursi. •

COS'E' IL GEM

Il GEM (Groupe Etoudes Merous) è un 'associazione formata da un gruppo di ricercatori scientifici e conservatori di parchi marini francesi, che si avvale della collaborazione degli Istituti di Biologia Marina delle Università francesi di Perpignano, Marsiglia e Montpellier. Attualmente è finanziato dal Ministero dell'Ambiente transalpino. Gli obiettivi di ricerca del gruppo comprendono la stima del grado di territorialità della specie Epinephelus guaza, per conoscere come si sposta la cernia nel Mediterraneo, quando, fin dove e a che velocità, e per verificare le ragioni che regolano la sua attuale distribuzione demografica; e infine,  per salvaguardare la cernia  nel Me-

diterraneo settentrionale.

Benché formato attualmente da ricercatori francesi e corsi, il Gem auspica la collaborazione di scienziati e addetti ai parchi marini italiani e spagnoli, in modo da poter realizzare uno studio più completo sull'intero bacino mediterraneo. Chi fosse interessato ad aderire al GEM, può rivolgersi a Claude Chauvet, Laboratoire de Biologie Marine, Université de Perpignan, 66025 Perpignan, France, oppure a ]ean Louis Binchè, Directeur de la Reserve de Cerbere-Banyuls, 1 Quai Racovitza, 66650 Banyuls-sur-Mer (France).

 

LA RISERVA MARINA DI LAVEZZI

L'arcipelago di Lavezzi è situato sul versante orientale delle Bocche di Bonifacio, a nord dell'Arcipelago della Maddalena. È composto da sei isole principali, contornate da un gran numero di scogli e isolotti. Due tuttavia sono le isole di dimensioni maggiori, quelle di Cavallo e di Lavezzi, che ricoprono rispettivamente una superficie di 112 e 68 ettari.

Tutte le isole dell'arcipelago di Lavezzi sono di forma decisamente irregolare, con litorali tormentati lungo i quali spianate sabbiose si alternano a dirupi rocciosi. Il fondale marino circostante è costituito prevalentemente da un vasto pianoro sommerso di limitata profondità, cosparso di grandi ammassi rocciosi. La formazione dell'Arcipelago di Lavezzi risale a un 'epoca relativamente recente, valutabile intomo a diecimila anni fa, allorché la Sardegna e la Corsica cominciarono a separarsi, dando luogo alle Bocche di Bonifacio e alle varie isole sparse lungo i suoi versanti.

La riserva naturale di Lavezzi è stata creata il 6 gennaio 1982 ed è area protetta sia terrestre che marina. Come riserva terrestre comprende tutte le isole dell'Arcipelago, a eccezione dell'isola di Cavallo, che, facendo parte del comune di Bonifacio, gode di uno statuto particolare come proprietà privata. Come riserva marina, invece,comprende una superficie di circa 5.000 ettari tutt'intorno alle isole. I fattori che hanno motivato l'istituzione in questa zona di una riserva naturale sono numerosi. Anzitutto c'è l'aspetto paesaggistico, favorito dalla natura granitica della roccia, che è riuscita qui a creare scenari affascinanti e unici, in un'immensa varietà di forme altamente spettacolari. C'è poi l'aspetto archeologico, che risulta di notevole interesse per il passato storico della zona, nella quale sono ancora individuabili vestigia di varie epoche: dal neolitico all'epoca romana e al Medioevo.

Ma naturalmente la spinta maggiore all'istituzione della riserva di Lavezzi è venuta dalle minacce di urbanizzazione selvaggia che stava danneggiando le isole, il cui ambiente naturale, senza i limiti imposti dal Parco, sarebbe risultato in breve tempo gravemente compromesso. Ne avrebbe risentito la flora terrestre, di notevole interesse, che riunisce specie di origine africana, con numerose piante rare, di cui cinque endemiche. Ne avrebbe risentito la fauna locale, che conta un numero abbastanza ristretto di specie, a volte però presenti in colonie molto folte; come ad esempio  quelle  di alcuni  uccelli  marini,  in particolare cormorani dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis) e berte maggiori  (Puffinus puffinus).  Interessanti  sotto  il profilo

LA BELLA LAVEZZI. Una immagine estema dell'arcipelago di Lavezzi. La riserva marina, creata nel 1982, si estende per
circa 5 mila ettari tutt'attorno alle isole dell'arcipelago. A Lavezzi è consentito sbarcare, ma è proibito il campeggio, accendere fuochi e scaricare rifiuti.

faunistico sono   anche certe specie di lucertole, che si presentano in forme differenti da isola a isola. Ne avrebbe risentito infine, forse in modo meno evidente, ma altrettanto grave, la fauna marina molto ricca presente nelle acque circostanti con specie sia migratorie che sedentarie. Tra queste ultime una colonia imponente di grosse cernie, animali dei quali sembra accertato, in base a recenti studi, che proprio sui fondali di Lavezzi si abbia uno dei rari luoghi di riproduzione esistenti in Mediterraneo.

Due diversi tipi di vincoli sono attualmente previsti per le isole comprese nell'area del Parco di Lavezzi. Mentre per le isole di Piana, di Ratinu, di Puraggia e di Sperduti è vietato lo sbarco, questo è autorizzato per l'isola di Lavezzi. Sull'area terrestre è comunque vietato il campeggio, l'accensione di fuochi, l'abbandono di rifiuti e ogni forma di manomissione di fauna e flora. Per quanto riguarda invece l'area marina, esiste unicamente un tipo di divieto e riguarda in particolare la caccia subacquea, comunque esercitata. Sono invece ancora permesse altre forme di pesca, quali quelle con la lenza o con i filaccioli, e la raccolta di molluschi e crostacei lungo i litorali, ma dato l'aumento del flusso turistico che anno per anno si sta avendo nella zona, è prevista una prossima regolamentazione anche di queste attività.

Guido Picchetti

 
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copyright Guido Picchetti - 9/8/2009