Marzo 2011

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Da "PANTELLERIA COM - News n° 7300" del 31/03/11

La maggiore isola delle Pelagie e' molto piu' a sud

Lampedusa e Pantelleria: la "toppata" del Corriere

di Guido Picchetti

Sì, parlo proprio del "Corriere della Sera". E mi riferisco ad un grave errore commesso con il grafico che figura a pag. 9 dell'edizione di stamane, pubblicato a corredo di una serie di servizi sugli ultimi avvenimenti di Lampedusa firmati da Felice Cavallaro, Alfio Sciacca e Gian Antonio Stella, tanto per non far nomi...

Si tratta di un grafico che avrebbe dovuto indicare la posizione dove sarebbe avvenuto la notte scorsa il recupero da parte di un peschereccio egiziano dei naufraghi scampati alì'affondamento del natante con cui erano partiti giorni or sono dalla Libia, incidente durante il quale si sarebbero persi in mare ben undici dei loro compagni.

Un incidente tragico e doloroso, dovunque esso sia avvenuto, e che tutti auspichiamo non si debba mai ripetere. Ma ciò non toglie che un po' di maggiore precisione nel documentare certe notizie anche dal punto di vista grafico sarebbe auspicabile. Infatti l'indicazione fornita dal grafico, qui sopra riportato, è decisamente errata, scambiando in modo evidente Pantelleria con Lampedusa. L'isola maggiore delle Pelagie infatti è in realtà ubicata molto più a sud di dove il grafico la segnala, trovandosi di fatto più a sud della stessa Malta, come mostra il secondo grafico qui  in basso.

D'altronde questo confondere Lampedusa e Pantelleria, che in certi casi induce a ritenere (chi non conosce le due isole direttamente, ma di esse ha solo udito parlare) che si tratti addirittura di un'unica isola, non è affatto infrequente. E sono errori commessi nel nostro Paese non solo da chi, per la sua professione giornalistica, non dovrebbe mai farli, ma anche da chi addirittura dovrebbe contribuire a scongiurarli, aiutando a conoscere meglio quella materia, la geografia, che a quanto pare non è proprio una delle preferite nei nostri istituti scolastici.

In un incontro svoltosi appena due giorni fa presso la sala consiliare del Comune di Pantelleria per esaminare le conseguenze della crisi libica sulla nostra isola, finora fortunatamente solo marginalmente toccata da episodi negativi (a parte la riduzione dei voli da Trapani), mi ero permesso personalmente di rilevare come proprio questa frequente confusione tra le due isole maggiori italiane delle Stretto di Sicilia potesse non favorire il turismo su Pantelleria in vista della prossima stagione estiva.

E con piacere ho notato che su questa tesi e sull'opportunità di far meglio conoscere le particolarità e le realtà attuali dell'isola si sono trovati a concordare sia l'amministrazione guidata dal sindaco Alberto Di Marzo, che gran parte degli operatori turistici dell'isola intervenuti numerosi nel dibattito, i quali hanno proposto iniziative utili a rappresentare proprio questa univocità di Pantelleria e delle sue specifiche caratteristiche, in questo momento certamente non facile per tutti i Paesi mediterranei. Un momento in cui da buoni vicini di Lampedusa, isola sorella dello Stretto, noi abitanti di Pantelleria ci auguriamo che quanto prima vengano risolti tutti i suoi problemi e si possa riprendere insieme la via dello sviluppo sostenibile, in quell'ambiente unico e meraviglioso in cui le due isole sono ubicate, lo "Stretto di Sicilia", una volta tornato ad essere ambiente di pace...

http://www.pantelleria.com/news/lista_news.asp?NEWS_ID=6426  (solo su abbonamento)


Da "PANTELLERIA COM - News n° 7298" del 31/03/11

Pantelleria deve avere il giusto risarcimento
per la costruzione della sua immagine

Il governo stanzia 10 milioni per il territorio
della provincia di Trapani

Il governo nazionale, nell’ambito del finanziamento relativo alla gestione della crisi Libica, ha stanziato dieci milioni per la provincia di Trapani. Lo ha deciso il Consiglio dei Ministri, riunito stamani a palazzo Chigi, che ha nei fatti accolto il suggerimento del senatore Antonio D’Alì.

“Dopo la parziale riapertura dell’aeroporto di Birgi al traffico civile -ha commentato D’Alì- è l’ennesimo segnale di attenzione del governo per il territorio della provincia di Trapani e per i disagi subiti in questi giorni a causa della crisi Libica”. Tocca ora all’amministrazione comunale di Pantelleria riuscire ad avere la giusta ripartizione per il risarcimento dei danni subiti dal nostro territorio anche attraverso l’intervento del consigliere provinciale Francesco Brignone che ci rappresenta.

"La decisione del Consiglio dei Ministri di stanziare 10 milioni di euro nel territorio trapanese, nell’ambito del finanziamento degli interventi per la gestione della crisi libica -afferma il presidente Turano- è un giusto riconoscimento a fronte dei danni economici subiti dal territorio dopo la chiusura ai voli civili dell’aeroporto di Birgi”.

La decisione presa dal Governo avviene all’indomani della stesura di un documento da parte dell’assemblea dei sindaci alla presenza dei deputati nazionali e regionali tenutasi all’aeroporto di Birgi, per chiedere l’apertura totale dello scalo e un pronto ristoro per le perdite economiche subite dal comparto turistico. Il documento votato dai sindaci e inviato immediatamente al Governo, ha ottenuto una giusta risposta.

”E' un secondo successo che otteniamo dopo la riapertura dello scalo a 18 tratte -continua Turano-, che, se da un lato dimostra quanto siano state giuste le nostre istanze, dall’altro dà prova della sensibilità de Governo dinnanzi alle pesanti tematiche che abbiamo saputo sollevare”.

”Ringraziamo il Governo -ha concluso Turano- per quanto sta facendo, e in modo particolare ringraziamo il sen. Antonio d’Alì per l’impegno profuso in questa delicata vertenza che in parte resta aperta, sino a quando l’aeroporto di Birgi non otterrà la sua piena agibilità per i voli civili”.

http://www.pantelleria.com/news/lista_news.asp?NEWS_ID=6424  (solo su abbonamento)


DA "STABIA CHANNEL" dei 31/03/11

Obama a Napolitano, grazie Italia per appoggio
Scomparso un peschereccio italiano. Con tre persone a bordo,
stava svolgendo attività di pesca al largo di Bengasi

Gli Stati Uniti esprimono profondo apprezzamento al presidente Giorgio Napolitano e al premier Silvio Berlusconi per la promozione della pace e della stabilità in tutto il mondo e per il costante appoggio alle operazioni in Libia sotto il comando della Nato. Lo ha detto il presidente Usa Barack Obama nel corso di una telefonata al Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Intanto Obama, secondo l'agenzia Reuters, avrebbe già autorizzato, firmando un ordine segreto, operazioni di appoggio ai ribelli libici da parte della Cia che, secondo il sito web del New York Times, sono già iniziate "da alcune settimane", con agenti disseminati sul territorio libico per individuare obiettivi per i raid aerei e per contatti con la 'rivoluzione' assieme a colleghi dell'MI6 britannico.

Ieri sera il ministro degli esteri libico, Mussa Kussa, è volato dalla Tunisia in Gran Bretagna, dove ha annunciato la sua defezione e l'intenzione di abbandonare Muammar Gheddafi.

SCOMPARSO PESCHERECCIO ITALIANO, RICERCHE - Dalla scorsa notte non si hanno più notizie del peschereccio 'Mariella', iscritto alla marinare di Siracusa, con tre persone a bordo, che stava svolgendo attività di pesca a 50 miglia al largo di Bengasi del golfo della Sirte. Dal motopesca è partito un sos con il sistema satellitare che collega tutte queste unità al comando generale delle capitanerie di porto, ma del motopesca poco dopo si sono perse le tracce. Tutte le ipotesi vengono alla stato prese in considerazione: dall'incidente al sequestro.

OBAMA A NAPOLITANO, GRAZIE ITALIA PER APPOGGIO - Barack Obama ringrazia l'Italia per "l'appoggio costante alle operazioni della coalizione in Libia sotto il comando Nato". Ieri al termine di una giornata forse chiave per la crisi libica, dopo la fuga del ministro degli esteri libico in Gran Bretagna, il presidente degli Stati Uniti ha chiamato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, da qualche giorno in visita a New York. Una conversazione i cui contenuti sono stati resi noti da un comunicato ufficiale della Casa Bianca. Traendo spunto dai recenti festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, Obama è tornato a congratularsi con Napolitano e con tutto "il popolo italiano" per questa importante ricorrenza.

Obama ha quindi affrontato con Napolitano il tema di maggiore risalto sulla scena internazionale, la crisi libica. "Barack Obama - si legge nella nota diffusa dalla presidenza Usa - ha espresso il suo profondo apprezzamento al presidente Giorgio Napolitano e al premier Silvio Berlusconi per la promozione della pace e della stabilità in tutto il mondo e per il costante appoggio alle operazioni in Libia sotto il comando della Nato". Il presidente americano, sottolinea il comunicato, "ha riconosciuto la competenza e la conoscenza dell'Italia della regione libica e ha ribadito la volontà di continuare con consultazioni ravvicinate tra i nostri due governi, in modo da agire per proteggere il popolo libico e far valere le risoluzioni 1970 e 1973 approvate dalle Nazioni Unite".

USA, OBAMA AUTORIZZA OPERAZIONI SEGRETE CIA - di Emanuele Riccardi
Armare o non armare gli insorti in Libia? Anche negli Usa il dibattito è acceso, con il presidente Barack Obama che non esclude questa possibilità. Intanto però, il Capo della Casa Bianca, secondo l'agenzia Reuters avrebbe già autorizzato, firmando un ordine segreto, operazioni di appoggio ai ribelli da parte della Cia. Operazioni che secondo il sito web del New York Times sono già iniziate "da alcune settimane", con agenti disseminati sul territorio libico per individuare obiettivi per i raid aerei e per contatti con la 'rivoluzione' assieme a colleghi dell'MI6 britannico. E questo, osserva il giornale, nonostante Obama abbia detto più volte che in Libia non intende inviare forze di terra, peraltro non previste dalla risoluzione Onu. Se quanto scrive il New York Times sarà confermato, le polemiche non mancheranno.

Già l'ipotesi di fornire armi ai rivoltosi, secondo il giornale, divide l'amministrazione e sulla questione è in corso "un acceso dibattito" tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono. Come riconosce lo stesso portavoce di Obama, Jay Carney, il Cnt, il governo provvisorio dei ribelli, ha dato qualche primo segnale incoraggiante dicendosi pronto alla democrazia, ma i timori riguardano eventuali infiltrazioni di al Qaida, che non si possono escludere, nonostante i primi segnali provenienti dalla Libia non siano troppo preoccupanti. Tutti hanno infatti in testa l'Afghanistan, dove la situazione si è impantanata anche a causa delle forniture di armi statunitensi ai ribelli che combattevano contro le truppe sovietiche, negli anni dell'occupazione di Mosca.

Citando fonti ufficiali di alto livello, il Nyt scrive che "alcuni temono che fornire armi possa significare un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti in una guerra civile" mentre "alcuni combattenti potrebbero avere legami con al Qaida". Secondo le fonti del quotidiano, si parla ampiamente della questione in seno alla Casa Bianca, il Dipartimento di Stato ed il Pentagono, e ci sono state richieste molto precise ai servizi di intelligence per tentare di capire qual è la reale presenza di al Qaida tra i ribelli. Al momento non è stata presa ancora nessuna decisione.

Martedi Obama ha detto di non escludere l'ipotesi di fornire armi ai ribelli (ma si potrebbe anche scartarla), e ieri il segretario di Stato Hillary Clinton ha confermato al Congresso che nessuna decisione è stata ancora presa. Al Senato, il comandante in capo delle forze Nato, l'Ammiraglio James Stavridis, è stato infine il primo a non escludere la presenza di al Qaida tra i ribelli libici, anche se non ha voluto drammatizzare. Sugli aiuti ai ribelli, "nulla è stato tolto dal tavolo" delle discussioni "per quanto riguarda l'assistenza letale", cioé la fornitura di armi, ha confermato oggi Carney, ricordando le parola di Obama della vigilia. Carney ha aggiunto che gli Stati Uniti rimangono "fiduciosi che la coalizione, responsabile per il controllo della no-fly zone e la protezione di civili in Libia, sarà in grado di portare la missione al successo". Rispondendo ad una domanda sull'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell'opposizione in Libia, Carney ha riconosciuto che non tutti i movimenti anti-Gheddafi "sono amici degli Stati Uniti".

UGANDA, DISPOSTI AD ASILO PER GHEDDAFI SE LO CHIEDE - "Se Gheddafi farà richiesta di asilo in Uganda, prenderemo in considerazione la sua domanda come facciamo con tutti coloro che cercano riparo in Uganda": lo ha detto alla Reuters il sottosegretario agli Affari esteri ugandese, Henry Okello Oryem, riferendosi alle informazioni diffuse in proposito da Al Arabiya. Il responsabile ha comunque premesso che per ora si tratta solo "di voci" e che in una seduta del consiglio dei ministri svoltasi oggi "abbiamo discusso della Libia ma non dell'asilo".

http://www.stabiachannel.it/news/index.asp?idnews=22782
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Ultime notizie sulla situazione libica con conferme e prospettive di uscita dalla crisi... Sarà così ?


Da "ROMAGNA OGGI IT" del 31/03/11

Crisi libica, il ministro Koussa non vuole
più lavorare con Gheddafi

TRIPOLI - Mentre continuano i raid in Libia della coalizione internazionale, Muammar Gheddafi è alle prese con un'altra bomba: il ministro degli Esteri libico Moussa Koussa, giunto mercoledì in Gran Bretagna su un volo da Tunisi, ha espresso l'intenzione di non voler più lavorare per il rais. Koussa, una delle figure più importanti del suo governo, non vuole più rappresentare il regime a livello internazionale. La notizia è confermata da un portavoce del Foreign Office inglese.

Intanto giovedì mattina la Nato ha assunto il comando di tutte le operazioni effettuate in Libia, succedendo così alla coalizione multinazionale impegnata dal 19 marzo. I raid aerei saranno diretti dal centro di comando della Nato a Napoli dal generale canadese Charles Bouchard, sotto l'autorità del quartier generale militare alleato centrale di Mons. L'ambasciatore italiano presso il Consiglio Atlantico, Riccardo Sessa. Ha spiegato che l'operazione "sarà Nato, solo Nato e tutta Nato".

Il presidente Barack Obama ha intanto telefonato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esprimendo "profondo apprezzamento per la promozione della pace e della stabilità in tutto il mondo e per il costante appoggio italiano alle operazioni in Libia sotto il comando della Nato". Obama ha riconosciuto "la competenza e la conoscenza dell'Italia della regione libica e ha ribadito la volontà di continuare con consultazioni ravvicinate tra i nostri due governi, in modo da agire per proteggere il popolo libico e far valere le risoluzioni Onu 1970 e 1973".

http://www.romagnaoggi.it/esteri/2011/3/31/189647/
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Beh, se tutto ciò che è detto nell'articolo è vero, le cose sembrano andare meglio... C'è da sperarlo...

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Post di Francesca Brignone

Ma Lei è davvero ancora convinto che il vero motivo del contendere in quest'assurda guerra sia Gheddafi?
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Post di Guido Picchetti

No, non mi faccio illusioni... Si legga l'articolo "Operazione Libia (2)" di Maria Grazia Bruzzone pubblicato ieri da "La Stampa It". che ho riportato su FB...
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A Mario Cavallaro piace questo elemento.


Da "LA STAMPA IT" - 31/03/11

Operazione Libia (2). Petrolio, gas e geopolitica in Africa

di Maria Grazia Bruzzone

30/03/11 - “In Siria non interverranno, lì il petrolio non c’è”. Che petrolio e gas siano il bottino della guerra in Libia appare così ovvio che l’hanno già detto in tanti, perfino il ministro Tremonti. Ma la posta in gioco è forse più alta, legata sia alla strategia energetico-militare anglo-americana in Medio Oriente e Asia centrale (il Grande Gioco, vedi Underblog), sia alla necessità di ridisegnare la mappa dell’Africa ferma al 1884, modificando antiche sfere di influenza. E, soprattutto, contenendo la penetrazione nel continente della Cina, sotterranea quanto insidiosa.

Così ritengono alcuni analisti (docenti, studiosi, giornalisti specializzati). E non diversamente la vedono ovviamente i cinesi (vedi People Daily online, qui  e qui ) che praticano una conquista commerciale e deprecano quella militare.

“Il coinvolgimento militare di coalizioni occidentali in Medio Oriente è strettamente associato a riserve di petrolio e interessi strategici. L’Iraq venne invaso per il petrolio. Ora tocca alla Libia... che viene dopo la Bosnia e dopo l’Iraq: esperimenti di guerre umanitarie tristemente falliti e presto trasformati in guerre civili.”

“L’obiettivo é prendere possesso delle riserve petrolifere libiche, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC, l’Eni libica, statale), ed eventualmente privatizzare l’industria petrolifera del paese, trasferendo controllo e proprietà in mani straniere”. Così M. Chossudosvky su Global Research  (parte II dell’articolo che abbiamo già citato) a proposito dell’Operazione Libia.

Il prof. emerito di Ottawa già il 9 marzo parlava di “invasione pianificata” e rinviava a un suo articolo del 2007 dove metteva in relazione la Battaglia del Petrolio con la demonizzazione dei mussulmani i cui paesi - dall’Arabia Saudita all’Indonesia, passando per Kazachistan ecc- rappresentano tra il 66.2 %e il 75.9% delle riserve globali di petrolio e gas.

Strategie energetiche mediterranee.
Nello stesso anno dell’era Bush, M.D. Nazemroaya scriveva su Global Research: ”Il Mediterraneo è diventato un’estensione delle pericolose rivalità internazionali per il controllo delle risorse energetiche di Caucaso e Asia centrale. Sono coinvolte Libia, Siria, Libano, Algeria, Egitto e tutti i paesi mediterranei. Algeria e Libia già forniscono gas all’Europa attraverso due gasdotti che, anche via Tunisia, sboccano in Sicilia (l’Algeria è anche il 6° esportatore di oil agli Usa, dopo Canada, Messico, Arabia, Venezuela e Nigeria) e un gasdotto verso l’Algeria lo sta costruendo anche la Nigeria.

Russia e Iran mirano a portare l’Algeria nella loro orbita per dar vita a un cartello del gas. Se in quell’orbita finisse magari anche la Libia, verrebbe molto accresciuta l’influenza di quei due paesi, che rafforzerebbero il loro controllo sui corridoi energetici globali e sulle forniture europee. Il 97 % del gas importato dall’Europa sarebbe controllato da Russia Iran e Siria (senza l’Algeria il 93%). La sicurezza energetica occidentale e centro-europea finirebbe per dipendere da Russia, Iran, Turchia, Algeria e Siria, controllori delle rotte strategiche”.

Poteva l’Occidente, e gli Usa in primo luogo, stare a guardare? Già questo quadro, magari da aggiornare (è arrivato Obama, società russe fanno accordi con petrolifere europee, ultima la Bp, di pericolo Iran per ora non si parla più, la democrazia non va più esportata ma deve nascere dal basso... e la Cina avanza), giustificherebbe ben più di una Operazione Libia.

Il Trofeo.
La Libia è una delle maggiori economie petrolifere del mondo, col 3.5% delle riserve globali, 10 volte più di quelle dell’Egitto, più del doppio di quelle degli Usa in via di esaurimento, seguita in Africa da Nigeria e Algeria, che è invece prima per il gas (fonte Eia, 2008). La National Oil Corporation (NOC) è 25esima tra le prime 100 petrolifere del mondo. Il petrolio libico – che si trova all’80% in Cirenaica - è particolarmente pregiato e l’estrazione costa molto poco, addirittura 1$ al barile, secondo una stima. Significa che se oggi il valore di mercato è sui 110$ al barile, il margine di profitto è di 109$. Un’enormità. E una manna per le petrolifere.

Le compagnie straniere in Libia.
Erano infatti una folla: Eni (It), Total (Fr), CNPC (Cina) Bp, (GB), Consorzio REPSOL (Sp) più Exxon, Chevron, Occidental Petroleum, (Oxy), Hess, Conoco-Phillips (tutte Usa) . DA NOTARE : Chevron e Oxy lo scorso ottobre hanno deciso di non rinnovare le loro licenze di esplorazione di gas e petrolio in Libia, risparmiando milioni di dollari (Voice of Russia  6 ott.: subodoravano qualcosa?, si chiede un blog italiano) mentre la petrolifera tedesca R.W.DIA in novembre ha firmato un accordo con la libica NOC per esplorazione e produzione (Africa News).

La Cina intrusa.
Gioca un ruolo centrale in Libia. La China National Petroleum Corp (CNPC) impiega in Libia 400 persone, la forza lavoro cinese nel paese è dell’ordine delle 30-35.000 lavoratori, impiegati in attività di costruzione, commerciale, servizi ecc. Un’intrusione, la presenza cinese in Nord Africa, secondo Washington. Da un punto di vista geopolitico la Cina è un “invasore”, e la campagna militare contro la Libia è intesa ad escluderla dal Nord Africa, scrive Chossudovsky. Anche per altri motivi.

Ridisegnare la mappa dell’Africa.
La mappa attuale risale alla conferenza di Berlino del 1884, dove gli Usa giocarono un ruolo del tutto passivo.

Esperti moderni e brillanti come il 34enne americano di origine indiana Parag Khanna, autore di libri di punta e molto vicino a Obama, anche attraverso la New American Foundation, vede la dissoluzione degli Stati post coloniali, i cui confini sono stati tracciati arbitrariamente, come un processo liberatorio che potrebbe veder nascere nuove nazioni che rispecchiano confessioni e etnie di cui non si era affatto tenuto conto. Lo chiama addirittura nuovo Rinascimento (vedi Molinari, La Stampa 27/3).

Studiosi più all’antica, come quelli del sito canadese Global Research, continuano invece a considerare centrali i più corposi interessi in campo, e vedono in atto una strategia simile a quella adottata in Jugoslavia: puntare sulle divisioni etniche per spezzare i paesi e meglio controllarli (un paragone avanzato anche dal congressista americano indipendente Liberman e dalla autorevole rivista Foreign Affairs, favorevoli all’intervento, mentre aleggia l'idea di una Cirenaica indipendente dalla Tripolitania).

Il progetto di ri-divisione del continente sarebbe volto ad affermare una egemonia americana in Nord Africa, regione storicamente dominata dalla Francia, e in misura minore da Italia e Spagna. Americani (e britannici) mirerebbero a indebolire i legami di Tunisia, Algeria e Marocco con la Francia - e quelli libici con l’Italia, si presume. E punterebbero a instaurare governi amici che taglino fuori la Cina e la sua petrolifera CNPC dalla regione.

Puntare intanto all’Africa bianca per bloccare l’avanzata cinese nell’Africa nera?

La Libia, porta strategica verso l’Africa Centrale.
La Libia confina con diversi paesi nella sfera di influenza di Parigi: da Algeria e Tunisia e a sud Niger e Chad. Il Chad è potenzialmente un paese petrolifero, e nel sud vi hanno interessi Exxon e Chevron, compreso un oleodotto. Il Chad meridionale è poi una porta per il Darfur, regione del Sudan anch’essa potenzialmente petrolifera. E la Cina ha interessi sia in Sudan che in Chad, con cui la CNPC ha stretto accordi nel 2007.

Il Niger, uno dei 36 stati della Nigeria, è strategico per via delle riserve di uranio, la cui industria locale è oggi dominata dalla Francia , ma interessa anche la Cina. Oltre all’uranio in Africa sono in gioco cobalto, cromo, manganese, platino e altri minerali preziosi. E la sfera di influenza di Francia( e Belgio) si estende a Congo, Ruanda e all’Africa Occidentale.

Secondo Chossudovsky le mire angloamericane hanno inevitabilmente implicazioni nei rapporti con la Ue.Sarà per questo che c’è in giro tanta confusione? Perché oggi la Francia è all'avanguardia? - se lo chiedono anche i cinesi. Sarkozy scatenato vuol scavalcare gli angloamericani o si fa strumento per contrattare un tornaconto?

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=305&ID_articolo=74&ID_sezione=693&sezione

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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La caccia all'energia è la molla di tutto... inutile negarlo... Senza energia non si va da nessuna parte... Ma ciò che conta è come la si produce... e èin questo che ci vorebbe la massima onestà intellettuale e operativa... per poter sperare in un futuro migliore...


Da "L'UNICO EU" - 31/03/11

Immigrati, anche Malta invoca l' aiuto
dell' Ue per flussi in Libia

30 Marzo 2011 - Anche Malta, come l'Italia, sollecita l'aiuto dell'Unione europea per riuscire a fare fronte al flusso migratorio eccezionale proveniente dalla Libia. Il ministro degli Interni, Carmelo Mifsud Bonnici, citato dal quotidiano Times of Malta, ha sollecitato le istituzioni a Bruxelles a riconoscere che l'attuale flusso di immigrati provenienti dalla Libia è diverso da quello degli altri anni, e che è quindi necessaria una risposta unica, in grado di andare oltre gli accordi inadeguati a rispondere a questa emergenza. È chiaro, ha aggiunto, che gli immigrati arrivati lunedì e martedi sull'isola sono in fuga dalla crisi libica e dalla guerra in corso. Malta non è ancora piena, ma vi è un limite al numero delle persone che si è in grado di accogliere senza l'aiuto di altri Paesi, ha sottolineato. Negli ultimi quattro giorni, 2mila eritrei, somali e sudanesi sono scappati dalla costa libica, via mare, per raggiungere l'Italia e Malta, ha aggiunto Bonnici, citato dal Washington Post, in un articolo dedicato alla crisi di Lampedusa e alla visita del Premier Silvio Berlusconi. Solo questa settimana, 850 immigrati hanno raggiunto Malta a bordo di tre barconi (nel 2008, l'anno con il numero maggiore di sbarchi anche per Malta, come per l'Italia, erano arrivati sull'isola un totale di 2.800 immigrati)

http://www.lunico.eu/2011033043200/italia/immigrati-anche-malta-invoca-l-aiuto-dell-ue-per-flussi-in-libia.html

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire...

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Da "PANTELLERIA COM - News n° 7293" del 30/03/11

Esclusiva - Parla il comandante olandese
dell'operazione Frontex ''Hermes 2011''

Una missione umanitaria per salvare
vite umane in difficoltà nel Canale di Sicilia

di Salvatore Gabriele

Domenica sera 26 uomini ed una donna sono stati salvati da morte sicura grazie all’aereo dell’operazione Frontex denominata “Hermes 2011” che ha localizzato a 38 miglia a nord ovest di Pantelleria la barca con il motore in avaria che andava alla deriva. I naufragi sono poi stati tratti in salvo da una motovedetta della Guardia Costiera di Pantelleria. L’operazione Frontex, dopo essere stata affidata ai portoghesi, vede schierata all’aeroporto di Pantelleria dal 15 Marzo scorso la Guardia Costiera Olandese al comando del Major Kjeld Gunderson con un equipaggio del quale fanno parte anche italiani.

“Il nostro velivolo – ci dice il Major Kjeld Gunderson, che parla a nome di tutto il suo equipaggio - è impiegato principalmente per la sorveglianza dei confini e in missione di Ricerca e Soccorso in supporto al pattugliamento marino delle unità navali. Noi individuiamo le imbarcazioni con gli immigranti ed informiamo il Centro Frontex di Roma della loro posizione. Il Centro di Controllo di Roma informa a sua volta le autorità Italiane per condurre le imbarcazioni in posizioni sicure”.

- Comandante ci racconti il salvataggio di domenica scorsa.

“Il giorno 27 di marzo al nostro velivolo della Guardia Costiera Olandese è stata richiesto di ricercare una battello alla deriva con a bordo circa 27 persone il quale sembrava avere i motori in avaria. La nostra missione di sorveglianza dei confini è stata cancellata ed il nostro aeroplano si è diretto verso l’ultima posizione conosciuta per iniziare una missione di Ricerca e Soccorso (S.A.R., Search And Rescue). Dopo una breve ricerca il battello è stato individuato 30 miglia a nord ovest di Pantelleria. A bordo del battello tutti salutavano e cercavano di attirare l’attenzione dell’equipaggio”.

- Una volta individuata la barca con i naufraghi che cosa avete fatto?

“Attraverso il Centro di Coordinamento ed Informazione di Frontex, situato a Roma, la Guardia Costiera di Pantelleria è stata subito informata per fornire assistenza alle attività di ricerca e soccorso. Nel contempo il nostro velivolo è rimasto nellì’area per monitorare la situazione. Dopo l’arrivo delle unità navali della Guardia Costiera Italiana, il nostro velivolo è tornato a Pantelleria. La Guardia Costiera Italiana ha imbarcato 27 persone ed è tornata a Pantelleria, dove è arrivata intorno alla mezzanotte”.

- La situazione nel Mediterraneo si fa sempre più difficile e la vostra missione sempre più necessaria per salvare vite umane.

“L’Italia sta fronteggiando una grande sfida per controllare un enorme flusso di persone dal Nord Africa che attraversano il mediterraneo in cerca di una vita migliore. Noi ci siamo resi conto dell’importanza di operare al fianco dell’Italia e che le nostre missioni, oggi, contribuiscono a salvare vite umane. Ecco perchè prendiamo il nostro lavoro seriamente e il fatto che tante persone, di diverse nazionalità, hanno bisogno del nostro supporto per raggiungere la loro salvezza, dà, a noi dell’equipaggio, grandi motivazione e gratificazione”.

- Come vi siete trovati a Pantelleria?

“Con l’occasione vogliamo ringraziare la comunità di Pantelleria per la loro ospitalità durante la nostra permanenza sull’isola. Inoltre vogliamo riconoscere alla Guardia Costiera di Pantelleria di aver fatto un eccezionale servizio nel soccorrere con tempestività persone di ogni nazionalità nelle loro unità navali”.

Si ringrazia per la gentile collaborazione il comandante del Distaccamento dell’Aeronautica Tenente Colonnello Attilio Di Vincenzo.

http://www.pantelleria.com/news/lista_news.asp?NEWS_ID=6419 (solo su abbonamento)


Da "SOLOBIKE IT" del 30/03/11

 A Pantelleria per rilanciare il turismo

Sabato 9 aprile sarà una giornata importante non solo per Pantelleria ma per tutta la Sicilia. Nella piccola isola propaggine estrema dell'Italia nel Mediterraneo, si svolgerà la prima edizione della Gran Fondo, valida per la Coppa Sicilia.

In un periodo così difficile per la guerra in Libia e gli sbarchi continui di emigranti a Lampedusa, la gara sarà l'occasione per dare un'immagine diversa delle isole siciliane. La gara si preannuncia molto interessante e soprattutto con un percorso che resterà impresso nella memoria, con i suoi 48 km per 1.600 metri di dislivello con partenza ed arrivo in Piazza Cavour.

Il via verrà dato alle ore 10, con iscrizioni già in corso al costo di 25 euro. Gli organizzatori hanno però predisposto particolari pacchetti comprensivi di viaggio Trapani-Pantelleria, vitto, alloggio e iscrizione con un costo che parte da 105 euro a persona. Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere a all'Asd Pantelleria Outdoor, tel. 349.6199210, fax 0923.911798, www.vivapantelleria.it 

http://www.solobike.it/solobike/news/id/101083/ext_search_key/-594999557/publishing/false

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Una bella iniziativa che aiuta a capire come attualmente la situazione a Pantelleria non è certamente quella che purtroppo sta soffrendo Lampedusa, e, soprattutto, che Lampedusa e Pantelleria sono due isole diverse e non la stessa isola, come spesso si pensa nel nostro Paese, dove la geografia non è certamente una delle materie più studiate a scuola...


Da "TRAPANI OK" - 30/03/11

“Pantelleria a rischio”. L’onorevole Toni Scilla
lancia l’allarme

25/03/2011 - Pantelleria rischia di fare la stessa fine di Lampedusa, sconvolta a seguito dell’ondata di immigrati clandestini. A lanciare l’allarme è il deputato regionale Toni Scilla. “Nel contesto di gravità socio economico che si registra in provincia - dichiara il parlamentare - è doveroso non dimenticare in questo momento l’isola di Pantelleria che, alla stregua di Lampedusa, sta pagando lo scotto di una guerra di cui non voglio certo discutere i motivi. I problemi della chiusura dell’aeroporto di Birgi, della presenza di profughi sull’isola di Lampedusa, non sono secondi ma neanche primi al problema di Pantelleria. Sull’isola, infatti, c’è una delle sette basi aeree che l’Italia ha messo a disposizione in relazione alla situazione in Libia. Ciò tradotto in termini economici evidenzia mancati introiti nel settore turistico che con il suo indotto rappresenta il fulcro dell’economia isolana. Il governo intervenga con azioni immediate”.

http://www.trapaniok.it/legginotizia.php?id=24044  
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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L'allarme del deputato regionale Toni Scilla risale già ad alcuni giorni fa, a venerdì scorso per l'esattezza... Certamente non è ancora il caso di drammatizzare... ma neppure di pensare di essere al di fuori del mondo...


Da "ASCA IT" del 29/03/11

Libia: UNHCR, duemila in fuga dalla violenza
verso Italia e Malta

(ASCA) - Roma, 29 mar - ''Negli ultimi quattro giorni sono arrivate in Europa le prime imbarcazioni provenienti dalla Libia dall'inizio del conflitto nel paese nordafricano. Circa 2.000 cittadini non di nazionalità libica sono fuggiti a bordo di imbarcazioni da Tripoli e arrivati in Italia e a Malta, estendendo la capacità di accoglienza per persone con possibili bisogni di protezione internazionale''. Lo evidenzia l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).

''Cinque le imbarcazioni arrivate in Italia dalla notte di sabato scorso, con a bordo complessivamente 1.484 persone.

Due invece quelle approdate lunedì a Malta, con a bordo 535 persone. Sono in maggioranza cittadini eritrei, somali - fra i quali molte donne e bambini - ma anche etiopici, sudanesi e cittadini di altri stati. Finora non risulta vi siano cittadini libici fra gli arrivati. La prima imbarcazione ha sbarcato i propri passeggeri sull'isola di Linosa, 50 chilometri a nordest di Lampedusa. Altre due sono approdate domenica, sempre a Linosa, dove i passeggeri sono stati fatti sbarcare per poi essere trasportati in Sicilia in traghetto.

E' di questa mattina presto, poi, l'arrivo di altre due barche, in Sicilia e a Lampedusa''.

Una donna, prosegue la nota dell'Unhcr, ''ha partorito mentre era ancora in mare, in attesa di essere soccorsa, altre due hanno invece subito interruzioni di gravidanza a causa delle traversie in mare o dopo essere sbarcate a Linosa. La maggior parte dei nuovi arrivati ha dovuto trascorrere la notte all'aperto, lo scorso fine settimana, prima di essere trasferiti in strutture d'accoglienza sul territorio siciliano. Dalla Libia arrivano indicazioni di nuovi possibili arrivi e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sta preparando piani d'emergenza, in collaborazione con le autorità italiane e maltesi e con la Croce Rossa. Questa mattina circolavano notizie non confermate su diverse imbarcazioni con a bordo altre persone in fuga dalla Libia, che si troverebbero in difficoltà nel Mediterraneo''.

''Con l'arrivo di migliaia di tunisini - circa 19.000 dalla metà di gennaio, soprattutto giovani uomini in cerca di lavoro - la capacità d'accoglienza dell'isola di Lampedusa e' sotto pressione. Circa 13.000 di loro sono stati trasferiti in centri d'accoglienza in Sicilia e sul territorio continentale italiano, ma 6.000 si trovano ancora sull'isola, superando in quantità i 5.000 lampedusani.

L'incessante flusso dalla Tunisia - composto in maggioranza da persone che non cercano protezione internazionale - sta mettendo a dura prova la capacità dell'Italia di gestire l'arrivo di richiedenti asilo e rifugiati in fuga dalla violenza in Libia''.

Domenica scorsa, ''le autorità per l'immigrazione egiziane hanno registrato l'entrata sul proprio territorio di 2.055 persone provenienti dalla Libia, attraverso la frontiera di Salloum. Tra loro 367 egiziani, 1.154 libici, 184 nigerini, 121 ciadiani, 88 sudanesi e 46 siriani. Nello stesso giorno - dicono le autorità tunisine - 906 persone provenienti dalla Libia hanno attraversato la frontiera di Ras Djir. Gli egiziani erano 207, i bangladesi 206, i ciadiani 136 e gli eritrei 134.

Oltre agli arrivi in Italia e a Malta, fino a domenica 27 marzo le persone fuggite dalla violenza in Libia erano 381.888, delle quali 193.783 in Tunisia (19.541 tunisini e 23.184 i libici tra loro), 156.471 in Egitto (79.020 gli egiziani e 32.679 i libici), 15.647 in Niger (14.698 i nigerini), 9.987 in Algeria (via terra, via mare e in aereo), 3.200 in Ciad e 2.800 in Sudan''.

http://www.asca.it/news-LIBIA__UNHCR__DUEMILA_IN_FUGA_DALLA_VIOLENZA_VERSO_ITALIA_E_MALTA-1003659-ORA-.html
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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In questo ultimo comunicato dell'ASCA gli ultimi sbarchi a Lampedusa e a Linosa, con i primi arrivi di profughi libici. Sbarchi anche a Malta. Secondo l'UNHCR le persone fuggite dalla violenza in Libia sarebbero 381.888, delle quali 193.783 in Tunisia, 156.471 in Egitto, e circa 40.000 in Niger, Algeria Ciad e Sudan.

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Post di Franco Carissimi
Se queste cifre sono reali, l'Italia dovrebbe VERGOGNARSI.


Da "PANTELLERIA COM News n° 7283" del 28/03/11

Avvistati dall'aereo del Frontex, è intervenuta
la Guardia Costiera
Salvati 26 uomini e una donna alla deriva a 38 miglia da Pantelleria

Ventisei uomini ed una donna sono stati soccorsi e portati in salvo da una motovedetta della Guardia Costiera di Pantelleria. Erano su un peschereccio che andava alla deriva nel Canale di Sicilia a circa 38 miglia a nord-ovest dell'isola. Sono stati segnalati dall'aereo del Frontex della Guardia Costiera Olandese che fa base nell’aeroporto dell’isola. Sono stati poi raggiunti e tratti in salvo da una motovedetta della Guardia Costiera di Pantelleria.

Con altri due sbarchi sono arrivati nell’isola altri 14 clandestini intercettati dai carabinieri. Tutti sono stati trasferiti in giornata a Trapani con il traghetto Pietro Novelli. Il peschereccio soccorso aveva il motore in avaria e la corrente aveva spostato la rotta facendoli passare molto lontani da Pantelleria. Per fortuna le condizioni del mare erano buone. Gli uomini della Guardia Costiera li hanno raggiunti e li hanno imbarcati sulla motovedetta. Il peschereccio è stato lasciato alla deriva ed è stato emesso un avviso per i naviganti. Tutti sono stati così trasportati nel porto di Pantelleria e trasferiti con l'intervento anche dei carabinieri nel centro di primo soccorso presso la caserma barone in Via Arenella dove sono stati rifocillati.

La prima segnalazione era arrivata alla capitaneria di porto di Trapani nel primo pomeriggio di ieri ed informava della presenza di una imbarcazione proveniente da Kelibia della quale non si aveva più notizie. Il Capo Reparto Operazioni della Direzione Marittima di Palermo dirottava in zona un velivolo olandese della missione europea Frontex per le ricerche della barca in difficoltà. Nel frattempo la Circomare di Pantelleria predisponeva l’uscita della motovedetta CP 2106 Per il recupero dei naufraghi. L’imbarcazione in serata veniva individuata a 38 miglia a nord-ovest dall’aereo del Frontex e i 22 a bordo venivano soccorsi e salvati dalla motovedetta.

http://www.pantelleria.com/news/lista_news.asp?NEWS_ID=6409 (solo su abbonamento)


Da "PANTELLERIA COM News n° 7284" del 28/03/11

La ''Hermes Operation'' del Frontex. Nuovi "dazi"
tra gli Stati europei?

di Guido Picchetti

Si chiama "Hermes Operation Extended" l'attività di sorveglianza esercitata dal Frontex sui confini territoriali tra l'Italia e la costa africana. E lo fa con i mezzi di cui dispone. In particolare con un velivolo delle forze armate portoghesi adeguatamente attrezzato e attualmente basato a Pantelleria, da dove decolla per sorvolare il Canale di Sicilia.

Si tratta di una estensione del programma originario "Hermes Operation" concordato in stretto accordo con le autorità italiane, come risposta alla pressione migratoria che si sta avendo sull'Italia e sull'isola Lampedusa in particolare. Un'operazione congiunta che include anche le coste della Sardegna, dove sono già stati dislocati i mezzi aerei necessari, e che è previsto si protragga fino alla fine del prossimo mese di Agosto.

Secondo un comunicato dell'Agi pubblicato su Pantelleria Internet il 10 marzo scorso al velivolo portoghese già operativo da Pantelleria si sarebbe dovuto aggiungere nei giorni seguenti un aereo militare olandese. In realtà nei giorni scorsi lo ha di fatto sostituito, essendo stato spostato in Sardegna l'aereo portoghese. Le unità navali aggiuntive sono invece entrambe italiane: si tratta di due pattugliatori d'altura, uno della guardia di finanza e uno della guardia costiera.

I costi della missione Frontex avviata il 20 febbraio 2011, sia di funzionamento sia di equipaggio, sarebbero stati sostenuti dalla stessa agenzia europea,con una spesa prevista di 2 milioni e 300 mila euro per un mese. L'agenzia europea avrebbe anche inviato una ventina di esperti, impegnati non soltanto a Lampedusa ma anche nei vari altri centri di permanenza dove vengono trasferiti gli immigrati.

Questo per quanto riguarda il comunicato stampa dell'Agi del 10 Marzo scorso. Secondo quanto invece comunicato direttamente dal Frontex con una sua nota ufficiale giovedì 24 marzo, nella settimana dal 16 al 23 Marzo sarebbero arrivati a Lampedusa, principale destinazione dei migranti dalla Tunisia, 3.230 persone prive di documenti. Il totale delle persone immigrate giunte sull'isola a partire dal 20 Febbraio, data d'inizio dell'operazione Hermes, sarebbe così arrivato a 9.098 unità.

Gli immigrati giunti a Lampedusa sono in maggioranza uomini giovani, ma ci sono anche 52 donne e oltre 240 minorenni. All'atto del censimento la grande maggioranza ha dichiarato di essere di nazionalità tunisina. "Il costo dei primi 40 giorni dell'operazione - ha dichiarato Ilkka Laitinen, Frontex Executive Director - ammonta a EUR 2.6 mln", cifra tutto sommato, concorde alle previsioni.

Questo in breve il primo rapporto sull'attività svolta dal Frontex sul Canale di Sicilia. Ma resta un commento da fare in proposito. Possiamo dire che tutto va bene per quanto riguarda la sorveglianza delle frontiere europee ? Non mi sembra proprio... Certamente OK per quanto riguarda il censimento degli immigrati, nessun dubbio. Ma sono le fasi successive che non lasciano soddisfatti.

Se gli immigrati, una volta sul territorio italiano possono arrivare senza problemi ai confini con la Francia o con altri stati membri europei, ed essere poi lì bloccati come se stessero emigrando (ed è quanto sta avvenendo in forma massiccia al valico di Ventimiglia con il respingimento discriminatorio da parte della Francia degli immigrati), c'è evidentemente qualcosa che non funziona nella nostra bella Europa, e che va prontamente e doverosamente rivisto. O torneremo ai tempi dei "dazi" comunali, con l'aggravante stavolta di "daziare" gli uomini anziché le merci, considerando in altre parole uomini e merci alla stessa stregua ?

http://www.pantelleria.com/news/lista_news.asp?NEWS_ID=6410  (solo su abbonamento)


Da "LA STAMPA IT" del 28/03/11

Altri mille profughi E l’Italia alza le mani
di fronte all’emergenza

Nulla chiude "il rubinetto libico" che porta i migranti sull’isola

di Federico Geremicca

28/03/2011 (dal nostro inviato) - Quasi un migliaio in 24 ore, e altri, molti altri in arrivo. Il primo barcone giunto l’altra notte - quello sul quale una donna eritrea ha messo al mondo un bambino bello e fortunato - era dunque solo l’avanguadia: il «rubinetto libico» è stato dunque aperto, e dalla coste del Paese di Gheddafi ora c'è da attendersi un fiume ininterrotto di nuovi arrivi. Il ministro Roberto Maroni lo aveva detto alcune settimane fa: 50mila, 100mila, 200mila, sarà un’invasione. Ma per fronteggiare l’ondata di etiopi, eritrei, sudanesi e ghanesi in arrivo dalla Libia, non si è trovato di meglio che continuare in una mortificante politica dello scaricabarile: l’Europa scarica sull’Italia, l'Italia scarica su Lampedusa e Lampedusa, da ieri, scarica su Linosa - poco più che uno scoglio in mezzo al mare - cui toccherà ospitare il flusso libico.

Non che tutto questo significhi, purtroppo, che - contemporaneamente - si siano fermati gli sbarchi dei migranti tunisini. Ieri, in poche ore, sono giunti sull’isola altri 500 fuggiaschi. E a sera era atteso a Lampedusa un altro barcone dal carico macabro. Su un’isola che ha imparato a soprannominare zone e personaggi di questa interminabile tragedia - la «collina della vergogna», il «centro dei disperati», la «base di donne e bambini» - il barcone è subito diventato la «barca della morte»: a bordo, infatti, vi sono i cadaveri di due migranti deceduti durante la traversata. Magari anche la piccolissima Linosa meriterà un qualche soprannome: ieri, infatti, una donna eritrea ha dato alla luce un bambino morto per scarsa assistenza un paio di ore dopo.

Si fa fatica a scriverlo: ma di fronte a quanto accade l’Italia sembra un Paese con le mani alzate, una nazione civile e sviluppata arresasi di fronte all’annunciata emergenza, un governo che va a tentoni, cambia strategia ogni 24 ore e sforna idee balzane con stupefacente continuità. Ieri è toccato al presidente siciliano, Lombardo, venire finalmente qui a dire la sua: «Perché non pensare a traghetti e navi da crociera qui, davanti all’isola, per ospitare i migranti e alleggerire la morsa su Lampedusa?». E perché, allora, non requisire alberghi e case private? Oppure pensare ai treni in disuso? La sensazione - che qui è assai più che un’ipotesi - è che si proceda a fari spenti. Nulla ci sarebbe da dire di difficoltà di fronte ad eventi improvvisi e imprevisti: ma è due mesi che sull’Isola si va avanti così e la gente è stufa di sentire ogni volta una storiella diversa.

Diciamo, allora, della contabilità: che può sembrare una faccenda burocratica ed è - invece - il miglior termometro della situazione. Tra aerei (tre voli speciali) e navi (un traghetto della Grimaldi) ieri hanno lasciato Lampedusa - diretti in Sicilia e in Puglia - quasi 1.100 emigrati tunisini. Cinquecento tra eritrei, ghanesi ed etiopi sono stati portati via da Linosa con la «Palladium», la nave che collega Lampedusa ad Agrigento. Tanti vanno via ma tanti altri - spesso di più - arrivano. Ieri all’alba Antonino Grimaudo, comandante di un peschereccio di Mazara, ha soccorso 300 fuggiaschi provenienti dalla Libia e poi dato l’allarme alla Capitaneria di Lampedusa: «Erano stremati - dice - bevevano acqua di mare. A bordo la grande maggioranza era composta da donne».

Il rumore degli elicotteri in perlustrazione e degli aerei da ricognizione scandisce le ore delle giornate lampedusane e spesso si confonde con il sibilo dei caccia da guerra che sorvolano l’isola. Non c'è corpo - dai Carabinieri alla Guardia di Finanza, dalla Capitaneria di porto alla Polizia - che non abbia a Lampedusa propri uomini ormai disintegrati da una fatica che non ammette soste. Nemmeno di notte. Dice Laura Boldrini, portavoce dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati politici: «Non c’è nulla di quanto sta accadendo che non fosse in qualche modo prevedibile. Del possibile arrivo dalla Libia di una marea di profughi aveva parlato il nostro stesso governo settimane fa. Si è evocata la parola invasione: e dalle notizie che noi abbiamo, il momento potrebbe essere arrivato. Solo che ci siamo fatti trovare impreparati. E invece il modello Lampedusa deve riprendere a funzionare a pieno ritmo: qui accoglienza, identificazione e poi via tutti verso altri centri in Italia. Con l’avvio del flusso dalla Libia, l'isola non può restare occupata da migliaia di tunisini».

E invece così è. Nessuna delle iniziative propagandate è al momento a regime: non lo sbandierato centro di Mineo, non il piano concordato tra governo e regioni italiane. E sull’altare di questa inefficienza, Lampedusa continua a pagare un prezzo altissimo. L'avvio della stagione turistica, previsto per Pasqua, è già certamente compromesso; e sulla stagione estiva, nessuno è disposto a scommettere una lira. Le immagini dell’isola fanno il giro d’Italia e del mondo: sporcizia ovunque, tunisini che dormono in grotte, dentro a barche e sulle spiagge. Buste di plastica che il vento ha seminato ovunque o affondato in mare. Difficile immaginare che a qualcuno possa saltare in testa di venire a trascorrere le vacanze in un inferno così...

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/395244/

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Secondo quanto riferisce l'inviato della Stampa a Lampedusa Federico Geremicca, a Linosa una donna eritrea avrebbe dato alla luce un bambino morto per scarsa assistenza un paio di ore dopo. Ed è sola una delle tante notizie che fanno star male leggendo quanto sta accadendo sull'isola madre delle Pelagie...
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A Gianfranco Conversi piace questo elemento.


Da "TOSCANA OGGI" del 28/03/11

Sbarchi a Lampedusa: la testimonianza
del parroco di Linosa

28/03/2011 - “Ospitiamo nel salone parrocchiale 120 persone tra donne e bambini eritrei e somali”. A parlare è don Ignazio Giunta, parroco di Linosa, la più piccola delle Pelagie, un'estensione di 5,4 km², situata al centro del Mar Mediterraneo a 160 km a Sud della Sicilia e 160 km a Est della Tunisia.

Da alcuni giorni anche la piccola isola è impegnata a far fronte agli sbarchi continui che si verificano a Lampedusa. “Saranno quasi 400 – dice al SIR il parroco – gli immigrati presenti sull’isola, dislocati in diverse zone. Le donne con bambini sopra i due anni nel salone parrocchiale, le donne con bimbi al di sotto dei due anni nel vecchio centro Asl dell’isola, gli uomini eritrei in un salone del Comune mentre gli uomini tunisini in una casa vicino al mare. Alcuni di questi – continua don Giunta – sono arrivati direttamente a Linosa eludendo la sorveglianza della Guardia Costiera”.

La popolazione dell’isola si aggira intorno ai 400/450 abitanti. “Gli abitanti di Linosa – afferma don Giunta – si sono subito messi in moto per garantire ai bambini, infanti e non, di poter avere vestiario asciutto e pulito. Non vi sono problemi per l’alimentazione perché la Protezione civile ha rifornito l’isola di viveri, il problema sono le condizioni in cui si trovano a dover dormire. Ad esempio, nel salone parrocchiale avevamo a disposizione solo 20 materassi per 120 persone. Hanno dovuto dividere questi giacigli tra somali ed eritrei”.

Per il parroco, “è difficile fare previsioni su ciò che accadrà e su cosa dobbiamo attenderci. Oggi dovrebbero portare via i primi, pensiamo saranno i somali e gli eritrei i quali, richiedenti asilo politico, hanno la priorità, mentre i tunisini dovrebbero lasciare l’isola domani ma non sappiamo se ne trasferiranno altri da Lampedusa”.

http://www.toscanaoggi.it/news.php?IDNews=22308&IDCategoria=1

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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E questo è invece quanto succede nella piccola Linosa, 450 abitanti al massimo, con circa 400 immigrati presenti sull'isola...
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A Salvatore Addolorato e Roberto Tarli piace questo elemento.


Da "ASCA IT" del 28/03/11

Libia: un piano italo-tedesco contro
quello franco-britannico

28-03-2011 - L'Italia sta mettendo a punto con la Germania un piano per il dopo Gheddafi. Lo ha annunciato ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini in una intervista a ''Repubblica'': ''Abbiamo un piano e vedremo se si potrà tradurre in una proposta italo-tedesca. Magari da elaborare in un documento congiunto da presentare martedì al vertice della coalizione che si terrà a Londra''.

Il piano prevedrebbe il cessate il fuoco che dovrà essere monitorato dalle Nazioni Unite, l'istituzione di un corridoio umanitario permanente, l'impegno dell'Unione africana e della Lega araba, oltre al coinvolgimento dei gruppi tribali libici che, secondo Frattini, dovranno lavorare a una nuova Costituzione.

Quanto alla sorte di Gheddafi, il piano non prevede la sua permanenza al governo di Tripoli. Chiarisce il ministro Frattini: ''Altra cosa è pensare a un esilio, l'Unione africana si è già fatta carico di trovare una soluzione e anche nel regime libico c'e' chi sta lavorando per favorire dall'interno questa via d'uscita''.

Il governo italiano si allontana perciò dalle posizioni più oltranziste della Francia, che è stato il primo paese a intervenire militarmente in Libia dopo l'approvazione della risoluzione dell'Onu che lo permetteva, e si avvicina a quelle della Germania astenutasi nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La posizione di Berlino era stata subito sottolineata positivamente dalla Lega.

L'ipotesi di un protagonismo internazionale nella crisi libica potrebbe ridare smalto al cancelliere Angela Merkel reduce da una serie di sconfitte elettorali in alcune elezioni amministrative (ieri nel Baden-Wuerttemberg, tradizionale roccaforte dei Cristiano-democratici, la prova elettorale è stata vinta da Verdi e socialdemocratici della Spd).

In attesa di conoscere i dettagli del piano italo-tedesco nel vertice di Londra di domani, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha annunciato che potrebbe esserci anche un piano franco-britannico a cui sta lavorando insieme al premier di Londra David Cameron. Prevedrebbe anch'esso una soluzione diplomatica e potrebbe essere anticipato nelle linee essenziali già oggi. La Francia non rinuncia a restare in prima fila e punta a non lasciare ai governi di Roma e Berlino un ruolo eccessivo nella soluzione della crisi libica.

Un accorato appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari ''per l'immediato avvio di un dialogo che sospenda l'uso delle armi'' e' stato lanciato da Benedetto XVI dopo la preghiera domenicale dell'Angelus.

''Di fronte alle notizie, sempre più drammatiche, che provengono dalla Libia - ha detto il Papa - cresce la mia trepidazione per l'incolumità e la sicurezza della popolazione civile e la mia apprensione per gli sviluppi della situazione, attualmente segnata dall'uso delle armi''.

Il comando delle operazioni militari e' intanto già passato nelle mani della Nato. Si conferma che non ci sarà ''l'occupazione sotto qualsiasi forma'' di qualsiasi parte del territorio libico. Oltre all'embargo delle armi e al comando per l'interdizione dei voli, la Nato agirà per proteggere i civili e le aree abitate dalla minaccia di attacchi delle truppe del colonnello Gheddafi, utilizzando raid aerei e bombardamenti su bersagli di terra.

Grazie ai bombardamenti della Nato, le forze fedeli a Gheddafi hanno abbandonato Sirte, città natale del colonnello, mentre i rivoltosi sono riusciti a riconquistare l'importante terminal petrolifero di Ras Lanuf. Il governo di Tripoli continua a chiedere il cessate il fuoco e una riunione in tempi brevi del Consiglio di sicurezza dell'Onu.

Si fa nel frattempo sempre più grave la situazione a Lampedusa. Sono circa 1.800 i migranti sbarcati nelle ultime ore sull'isola, dove si trovano oltre 5 mila immigrati, un numero superiore ai residenti abituali. Ieri sono state trasferite nei centri di accoglienza della Puglia 1.400 persone.

Sull'isola si e' recato Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia: ''Lancio un forte appello al presidente della Repubblica, al governo e a chiunque abbia responsabilità di intervento perchè si faccia in modo che Lampedusa torni a essere territorio italiano. Questa gente va assistita, certamente non può essere respinta ne' maltrattata, ma l'isola di Lampedusa non può assolvere al compito di assistenza che spetta a tutto il paese''.

Il premier Silvio Berlusconi, che ha telefonato a Lombardo per rassicurarlo sulle iniziative del governo, ha annunciato un Consiglio dei ministri straordinario dedicato alla situazione che si e' venuta a creare a Lampedusa. Potrebbe tenersi mercoledì.

http://www.asca.it/copertina-LIBIA__UN_PIANO_ITALO-TEDESCO_CONTRO_QUELLOFRANCO-BRITANNICO-4182.html

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Commenti del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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In questo documento odierno dell'agenzia di stampa Asca il punto della situazione della crisi libica, delle sue conseguenze su Lampedusa, e delle iniziative in corso per giungere ad una sua soluzione...


Da "AGI NEWS" del 28/03/11

A Lampedusa 5.500 migranti, 2000
nelle ultime 24 ore

(AGI) - Agrigento, 28 mar. - Sono attualmente 5.496 gli immigrati presenti a Lampedusa, 1.200 dei quali nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola, 200 nella ex base Loran, 550 in strutture messe a disposizione dalla Chiesa e il resto, circa 3.500, si trova nella stazione marittima. A questi vanno aggiunti i 250 stranieri ancora bloccati a Linosa. Per oggi dovrebbero essere approntati nuovi voli di trasferimento ma il ministero dell'Interno non ha ancora reso noto quanti saranno e dove saranno diretti. Oggi non è previsto l'arrivo di nessuna nave passeggeri ne' della nave "San Marco" della Marina Militare. Ieri una nave della Grimaldi ha portato via 850 stranieri, mentre altri 200 sono stati trasferiti con due voli.

La nave della Siremar ha, invece, imbarcato a Linosa 550 eritrei e somali fuggiti dalla Libia e nella notte poi trasportati in pullman a Mineo (Catania).

Comune Lampedusa, c'è un "piano inferno" del governo

"Ci sarà un limite ai trasferimenti su Lampedusa? A quanto dovra' arrivare il numero dei trasferimenti perchè si pensi di trasportare in altri siti quelli successivi? La sensazione, vivendo 'l'inferno Lampedusa', e' che il piano del Governo nazionale non preveda un limite massimo. L'isola ha oltre il 50% del territorio dedicato a riserva terrestre e forse il Governo ritiene che si possa tenere una tendopoli, improvvisata dai tunisini, contenente un numero di ospiti infiniti. Adesso si vuole trasportare il modello 'inferno Lampedusa' anche a Linosa. Rimarrebbe integro nelle Pelagie solo lo scoglio di Lampione: ma lì per attrezzarlo bisogna spendere soldi e tutto vuole fare questo governo tranne spendere soldi veri". Si legge in un comunicato diffuso dal presidente del Consiglio comunale di Lampedusa, Vincenzo d'Ancona, anche a nome dei consiglieri di maggioranza di Lampedusa e degli assessori Carmelo Ardizzone, Pietro Busetta, Giorgio Lazzara e Gianni Sparma.

Nella nota si lamenta che la crisi è stata scaricata interamente sulla comunità locale "mite ed accogliente, gente di mare che di fronte a chi e' in difficoltà in mare non riesce ad assumere una posizione dura".

La Provincia di Agrigento, alla quale appartengono le Pelagie, "buco nero dell'Italia - prosegue il comunicato - non ha capacità alcuna di porsi di traverso rispetto ai programmi di devastazione che si stanno portando avanti. Tanto alla fine con qualche spettacolo sulla spiaggia, magari gestito da Roma, si metteranno a tacere questi cafoni meridionali. Visto che ormai la situazione non si vuole gestire in modo adeguato e che Lampedusa nel pensiero del governo vuole essere la piattaforma logistica del Mediterraneo, non ci resta che affidarci alla Madonna di Porto Salvo, Santa protettrice dell'isola, che non ci ha mai tradito. Non ci sentiamo parte di questo Paese e non ci riconosciamo in esso. Auspichiamo, anche se siamo assolutamente scettici, che il governo finalmente si renda conto delle tragedia umana che gli isolani stanno vivendo".

http://www.agi.it/cronaca/notizie/a-lampedusa-5.500-migranti-2000-nelle-ultime-24-ore
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Commenti del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Povera Lampedusa.... Non c'è freno, nè limite all'invasione... Quando finirà ?


Da una mia Nota su FB del 27/03/11

La "Hermes Operation" del Forex. Nuovi "dazi"
tra gli stati europei ?

di Guido Picchetti

Si chiama "Hermes Operation Extended" l'attività di sorveglianza esercitata dal Frontex sui confini territoriali tra l'Italia e la costa africana. E lo fa con i mezzi di cui dispone. In particolare con un velivolo delle forze armate portoghesi adeguatamente attrezzato e attualmente basato a Pantelleria, da dove decolla per sorvolare il Canale di Sicilia.

Si tratta di una estensione del programma originario "Hermes Operation" concordato in stretto accordo con le autorità italiane, come risposta alla pressione migratoria che si sta avendo sull'Italia e sull'isola Lampedusa in particolare. Un'operazione congiunta che include anche le coste della Sardegna, dove sono già stati dislocati i mezzi aerei necessari, e che è previsto si protragga fino alla fine del prossimo mese di Agosto.

Secondo un comunicato dell'Agi pubblicato su "Pantelleria Com" il 10 u.s. (lo stesso giorno in cui ha avuto inizio il black out sull'isola dei collegamenti in rete) al velivolo portoghese già operativo da Pantelleria si sarebbe dovuto aggiungere nei giorni seguenti un aereo militare olandese. In realtà nei giorni scorsi lo ha di fatto sostituito, essendo stato spostato in Sardegna l'aereo portoghese. Le unita' navali aggiuntive sono invece entrambe italiane: si tratta di due pattugliatori d'altura, uno della guardia di finanza e uno della guardia costiera.

I costi della missione Frontex avviata il 20 febbraio u.s., sia di funzionamento sia di equipaggio, sarebbero stati sostenuti dalla stessa agenzia europea, con una spesa prevista di 2 milioni e 300 mila euro per un mese. L'agenzia europea avrebbe anche inviato una ventina di esperti, impegnati non soltanto a Lampedusa ma anche nei vari altri centri di permanenza dove vengono trasferiti gli immigrati.

Questo per quanto riguarda il comunicato stampa dell'Agi del 10 Marzo u.s.. Secondo quanto invece comunicato direttamente dal Frontex con una sua nota ufficiale giovedìi scorso, nella settimana dal 16 al 23 Marzo sarebbero arrivati a Lampedusa, principale destinazione dei migranti dalla Tunisia, 3.230 persone prive di documenti. Il totale delle delle persone immigrate giunte sull'isola a partire dal 20 Febbraio, data d'inizio dell'operazione Hermes, sarebbe così arrivato a 9.098 unità.

Gli immigrati giunti a Lampedusa sono in maggioranza uomini giovani, ma ci sono anche 52 donne e oltre 240 minorenni. All'atto del censimento la grande maggioranza ha dichiarato di essere di nazionalità tunisina. "Il costo dei primi 40 giorni dell'operazione - ha dichiarato Ilkka Laitinen, Frontex Executive Director - ammonta a EUR 2.6 mln", cifra tutto sommato, concorde alle previsioni.

Questo in breve il primo rapporto sull'attività svolta dal Frontex sul Canale di Sicilia. Ma resta un commento da fare in proposito. Possiamo dire che tutto va bene per quanto riguarda la sorveglianza delle frontiere europee ? Non mi sembra proprio... Certamente OK per quanto riguarda il censimento degli immigrati, nessun dubbio. Ma sono le fasi successive che non lasciano soddisfatti.

Se gli immigrati, una volta sul territorio italiano possono arrivare senza problemi ai confini con la Francia o con altri stati membri europei, ed essere poi lì bloccati come se stessero emigrando (ed è quanto sta avvenendo in forma massiccia al valico di Ventimiglia con il respingimento discriminatorio da parte della Francia degli immigrati), c'è evidentemente qualcosa che non funziona nella nostra bella Europa, e che va prontamente e doverosamente rivisto. O torneremo ai tempi dei "dazi" comunali, con l'aggravante stavolta di "daziare" gli uomini anzichè le merci, considerando in altre parole uomini e merci alla stessa stregua ?

Vedi il rapporto di Frontex "Hermes Operation Extended" in lingua inglese del 24-03-2011.

http://www.facebook.com/note.php?note_id=210061709005652


Dalla mia "BACHECA" su FB del 27/03/11

"Frontex". Chi l'ha visto ?

di Guido Picchetti

What is Frontex?  Vedilo qui.

"Frontex, the EU agency based in Warsaw, was created as a specialised and independent body tasked to coordinate the operational cooperation between Member States in the field of border security. The activities of Frontex are intelligence driven. Frontex complements and provides particular added value to the national border management systems of the Member States."

Frontex, l'agenzia europea per la difesa dei confini europei scomparsa... Chi l'ha vista ?

Frontex in verità sta operando sui confini tra Grecia e Turchia, con un vascello romeno e un aereo portoghese, per fermare gli immigranti in diminuzione provenienti da Afghanistan, Pakistan e Bagladesh. Ma per estendere i suoi controlli nello Stretto di Sicilia, la Commissione Europea "predisporrà ulteriori risorse e ha invitato gli Stati membri a fornire le necessarie risorse tecniche ed umane necessarie".

Come se l'Italia non l'avesse già fatto.... Ma gli altri Stati membri europei dove sono ?

Vedi il rapporto di Frontex "Update to Joint Operation Poseidon 2011" in lingua inglese del 26-03-2011.

http://www.facebook.com/guido.picchetti

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Commenti su  FB a margine dell'articolo
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A Giò Nastasi e Luigi Chiaiese piace questo elemento.


Da "MELTING POT ORG" del 27/03/11

Lampedusa, Isola di permanenza temporanea
Verso il terzo giorno sull’isola prigione. Annunciati i trasferimenti.
Ma gli sbarchi aumentano

Situazione sempre più esasperata al porto di Lampedusa. Continuano i recuperi in mare: 80 persone nella mattinata, 103 nel pomeriggio. Altri due sbarchi nel corso della serata mentre si susseguono le notizie di avvistamenti a qualche miglia dalla costa. L’eco delle dichiarazioni dei Bossi, dei Frattini e dei Lombardo si infrange sulle coste di Lampedusa, sommersa dagli approdi, si perde nelle file per il pranzo, nei tentativi di organizzare i trasferimenti. La promessa/minaccia di “rispedire tutti i migranti a casa”, la generosa trovata di risarcire con “2500 dollari chi decide di rimpatriare”, i proclami risolutivi gridati ai quattro venti di trasferire le migliaia di persone arrivate sull’isola nei tredici Cie allestiti dal Governo non sembrano scuotere in alcun modo la situazione emergenziale di Lampedusa.

Al porto i giovani tunisini si organizzano per i trasferimenti: riuniti in piccoli gruppi si contano e inscenano una protesta contro il caos dei trasferimenti. Si siedono ai lati del molo con in mano cartelli di denuncia: “Basta miseria!”; “Siamo qui da una settimana”. Precisano date di arrivo e i giorni di permanenza sull’isola in condizioni disumane. Dopo le ore trascorse in fila indiana sotto il sole cocente in attesa di ritirare il pasto della giornata, non ce la fanno più. E si arrabbiano.

Il caos regna sovrano. Arriva un’altra imbarcazione. Questa volta sono 200 persone. Ricomincia la trafila: il trasbordo, l’attesa, l’auto-organizzazione per la notte. E poi la notizia del ritrovamento della nave partita dalla Libia e avvistata circa due giorni fa con a bordo circa 350 migranti per la maggior parte eritrei, somali, etiopi ma anche alcuni provenienti dal Bangladesh. Partorisce in mare una donna, soccorsa da un elicottero che la conduce al Policlinico di Palermo. Il barcone non attraccherà a Lampedusa ma a Linosa.

Vedi anche:
- Lampedusa, Alkatraz del Mediterraneo
Nuove e ordinarie strategie di brutalità e confinamento in Europa
 

- Aggiornamenti in diretta dal presidio Welcome a Lampedusa
Nuovi sbarchi anche in serata e proteste sull’isola. Continua il presidio della campagna Welcome
 

- Lampedusa - l CIE di Contrada Imbricola e i rifugi per minori non accompagnati
Reportage, foto, video, del Progetto Melting Pot Europa
 

- Primo giorno dal presidio Welcome di Lampedusa - Aggiornamenti in diretta
Melting Pot sull’isola. Iniziata la campagna per la liberazione dell’isola prigione e l’accoglienza dei migranti in Europa

http://www.meltingpot.org/articolo16545.html
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Commenti del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Lampedusa denominata nel titolo di questo servizio come "L'ISOLA PRIGIONE" !!! Davvero una bella ricompensa per chi offre ospitalità non dovuta, e neppure riconosciuta da un'Europa che non esiste, in tutt'altre faccende affaccendata... e che pensa a tutt'altro ! E davvero soprattutto un bell'aiuto per il turismo a Lampedusa... Noi giornalisti facciamo schifo !!!


Da "SICILIA ON LINE" - 27/03/11

Immigrazione: barcone soccorso
da motovedettte, via verso Linosa

26 Marzo 2011 - LINOSA (AGRIGENTO) Un barcone in difficoltá con a bordo circa 300 migranti, provenienti in gran parte da Somalia e Eritrea, é stato soccorso da due motovedette della Capitaneria di porto. A bordo, una donna ha partorito ed é stata trasportata con un elicottero all'ospedale di Lampedusa. I migranti saranno dirottati a Linosa perché a Lampedusa non si riesce a trovare una sistemazione a causa delle migliaia di persone sbarcate negli ultimi giorni. (ITALPRESS)

http://www.siciliaonline.it/ultimora/cronaca/33288-immigrazione-barcone-soccorso-da-motovedette-va-verso-linosa _______________________

Commenti del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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L'invasione continua... Dopo Lampedusa, ora anche Linosa... I "profughi-clandestini", provenienti in gran parte da Somalia e Eritrea, ora vengono "accolti" a Linosa, non essendoci più spazio disponibile a Lampedusa... Ma l'Europa (e il "Frontex") dove sono? In vacanza ????


Da "LIBERO NEWS" del 26/03/11

Libia: trasferite sotto comando Nato
quattro navi italiane

Roma, 26 mar. - (Adnkronos) - A partire dalla mezzanotte, "sono state trasferite sotto comando Nato" quattro navi italiane impegnate nella missione sulla crisi libica. Si tratta -come annuncia una nota ufficiale dello Stato Maggiore della Difesa- della portaerei 'Garibaldi', della fregata 'Libeccio', della nave rifornitrice 'Etna' e del pattugliatore 'Bettica', per partecipare alle operazioni di embargo previste dalla risoluzione 1973 dell'Onu.

"Tutte le unità navali alleate che partecipano alla suddetta attività -specifica ancora lo Smd- sono poste alle dipendenze dell'ammiraglio di squadra Rinaldo Veri nella sua funzione di comandante Nato del 'Maritime Component Command', di stanza a Napoli".

http://www.libero-news.it/articolo.jsp?id=700621
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Commenti del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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A proposito di Nato, perchè solo oggi e non qualche settimana fa quando cominciò la crisi libica ? Facevamo parte della Nato allora come oggi ... Comunque meglio tardi che mai. Se non che i rischi di insuccesso della missione sono oggi molto maggiori di ieri... purtroppo...


Da "THE GREAT BEYOND" - 26/03/11

The world's nuclear reactors as you've
never seen them...

2/03/11 - The nuclear accident at the Fukushima Daichii power plant will have consequences for the future of nuclear power in Japan and elsewhere. To get a better idea of the world's current tally of nuclear reactors, I've created a map of the world's nuclear power plants and reactors using Google Earth – the maps are based on a database kindly supplied to me by staff at the International Atomic Energy Agency's (IAEA) Power Reactor Information System (PRIS) database, so it's reliable, and up-to-date. The database, however, lacked latitude and longitude data -- I obtained many of these by doing a database merge with the older UNEP-GRID reactor database which contain data on reactors up to the year 2000, and then geocoded the remaining entries lacking coordinate data.


http://declanbutler.info/Fukushima/Fukushima.kmz 

Caution: This embedded version may have limited functionality on some browsers. Download the map file for fully enabled viewing on desktop versions of Google Earth.

Google Earth, with its unparalleled pan and zoom functionality and the relative ease with which it can be interfaced with databases, is my preferred tool for mapping and visualizing geographical data. Here's the link to my beta map - remember that to view the file you must first download Google Earth (I've also done these maps in my spare time, so please be forgiving of any rough edges).

Here's a quick summary of what the map shows:

1. All the world's nuclear power plants are depicted on the map as circles. Their names appear in yellow on browseover, with the size of the circle proportional to their total MW electricity output. I calculated the MW output by summing that of the plant's operational reactors, plus that of those already under construction.

2. Where it gets more interesting is that if you zoom in and then click on a power plant, its circular symbol will open up to show each individual reactor at the plant, with the colour of the circle of each reactor depicting its design (for example, "boiling water reactor"). Then clicking on any reactor will bring up an information panel, giving the reactor's basic technical details, and where available a photograph of the plant, as well as links to recent news stories about the plant.

A major advantage of Google Earth is that it is also easy to overlay other layers of data on top of this base map of nuclear power plants and reactors, so (time permitting) I could envisage, for example, adding such relevant geographical layers as datasets on population density, past significant earthquakes and tsunamis, as well as seismic risk. Let me know what sort of data you would like to see added as supplementary layers. But for now, I thought I'd just get the base map out the door.

I'd be keen to hear of anything interesting you come across as you explore the map – so do let me know using the Comments facility below.

http://blogs.nature.com/news/thegreatbeyond/2011/03/the_worlds_nuclear_reactors_as_1.html
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Commenti del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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E qui il sito originale della mappa dei reattori nucleari (e non solo...). E' in lingua inglese, e ne illustra compiutamente modi di consultazione e contenuti. Incredibile !!!!


Da "ECOBLOG" - 26/03/11

I reattori nucleari nel mondo, visti
da Google Earth

di Peppe Croce

25 marzo 2011 - Il servizio gratuito Google Earth si mostra ancora una volta utile per analizzare i temi ambientali. Dopo il progetto Google Abissi, per la protezione del mare, dopo la collaborazione con il governo britannico per la lotta ai cambiamenti climatici, e dopo la mappa mondiale della deforestazione, ora arriva la mappa contenente tutti gli impianti nucleari del mondo.

Informazioni molto utili per capire innanzitutto dove sono i reattori nucleari. Da qui si può partire, incrociando i dati su popolazione, frequenza di terremoti e tsunami, per avere un minimo di idea sul potenziale rischio di ogni reattore. Un incidente nucleare nel deserto non uccide nessuno, a due passi da una metropoli è un bel problema.

La mappa degli impianti nucleari nel mondo la trovate a questo indirizzo, se non funziona scaricate il plug in di Google Earth.

http://www.ecoblog.it/post/12336/i-reattori-nucleari-nel-mondo-visti-da-google-earth?

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Qui trovate la mappa di Goggle Hearth interattiva che permette di rendersi conto della dislocazione di tutti i reattori nucleari nel mondo. Utilissima. E' sempre bene conoscere la realtà prima di discutere sui certi argomenti, e inseguire sogni impossibili...
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Post di Giò Nastasi

‎:((((((((


Da "ECQUO" del 25/03/11

Pesca illegale con fondi dell'Unione Europea. Possibile ?

di Mariateresa Alvino

24 marzo 2011 - Che la pesca Illegale, Non dichiarata e Non regolamentata (INN) sia un fenomeno di livello mondiale capace di produrre un fatturato annuale di oltre 10 miliardi di euro è un fatto assodato. Come pure che raggiunge livelli ragguardevoli anche in acque europee (tra le stime: 66% di tutto il pescato nel Mare del Nord, 50% degli sbarchi di tonno e pescespada nel solo Mediterraneo). La sorpresa è che ad “aiutarla” provvedono anche i fondi europei, grazie a carenze di controllo. Il tema è stato affrontato nel corso di un seminario, organizzato a Bruxelles dall’eurodeputato Luigi De Magistris alla presenza di Maria Damanaki, Commissario europeo della pesca. Oggetto della discussione, i dati presentati da OCEAN2012, una coalizione di 119 organizzazioni decise a promuovere una riforma comunitaria in grado di mettere fine alla pesca eccessiva. Sotto esame, tra le altre cose, anche alcune decine di milioni di euro in aiuti pubblici finiti nelle reti di pescatori che pescano illegalmente e assottigliano pericolosamente gli stock ittici.

In soli tre Paesi (Italia, Francia e Spagna) decine di milioni di euro di contributi al settore sono stati assegnati a pescherecci e operatori sanzionati, anche ripetutamente, per infrazioni gravi alla Politica Comune della Pesca (PCP).

Per Francia e Spagna, basta leggere l’eloquente (preoccupante) lista pubblicata da Fishsubsidy.org, che rivela la quantità di denaro pubblico, oltre 13.5 milioni di euro dal 1994 al 2006, elargito in favore di 36 pescherecci sanzionati per infrazioni gravi. Situazione simile in Italia, dove circa 100 pescherecci, molti dei quali ripetutamente multati per pesca illegale con reti derivanti (spadare e ferrettare), hanno ricevuto 13.8 milioni di euro in aiuti pubblici, tra 1999 e 2010.

Alcuni casi saltano all’occhio, e a scorrere reati e soldi intascati c’è davvero l’imbarazzo della scelta:

In Italia. Tra il 2005 e 2006, il peschereccio Sibari II viene sanzionato tre volte per pesca illegale con le spadare. Nel giugno 2006 gli vengono sequestrate 11 km di spadare, mezza tonnellata di pescespada e 150 Kg di tonno. Dopo pochi mesi riceve 545.000€ di contributi pubblici.

In Spagna. Nel 2005 la Hodeiertza riceve una sanzione per pesca illegale in acque francesi. Costruita con 1.2 milioni di euro di fondi europei, dopo essere stata sanzionata, riceve altri 31.906 euro per ammodernamento nel 2006. Un recente caso mostra, inoltre, la disinvoltura con la quale la Spagna, paese che riceve il 46% degli aiuti comunitari destinati alla pesca, assegna gli aiuti pubblici nazionali. Nel giugno del 2010, l’impresa ittica spagnola Albacora, proprietaria del peschereccio Albacore Uno, riceve una multa di 5 milioni di euro dal governo degli Stati Uniti per pesca di frodo nelle acque statunitensi. Quattro mesi dopo riceve dal governo spagnolo 307.000€ per aumentare il livello di sicurezza della sua flotta a rischio pirati nell’Oceano Indiano.

In Francia. Nel 2005, dopo aver ricevuto 350.000€ di aiuti pubblici, il peschereccio La Pérouse viene fermato per pesca con attrezzi vietati.

Che fare?

“Procedere a una piena applicazione del Regolamento per combattere la pesca INN sulla flotta Europea – avverte Domitilla Senni di OCEAN2012 dal seminario di Bruxelles – Oltre a controllare l’importazione di prodotti ittici sul mercato comunitario o i pescherecci di paesi terzi, bisogna applicare le medesime sanzioni anche ai pescherecci dell’Unione Europea impegnati nella pesca inn e far si che l’accesso agli aiuti pubblici sia soggetto al rispetto delle regole della Politica Comune della Pesca.”

http://magazine.quotidiano.net/ecquo/alvino/2011/03/24/pesca-illegale-con-fondi-dell%E2%80%99unione-europea-possibile/
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Che l'eurodeputato De Magistris "azzecchi" una inchiesta che non finisca nel nulla ? E' da sperarlo se i fatti denunciati sono veri... Ma qualche dubbio è lecito...
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A Roberto Tarli piace questo elemento.


Da una mia "NOTA" su Facebook del 24//03/11

Un pezzo di Italo Cucci. C'entra, c'entra....

di Guido Picchetti

Riprendo e riporto, tra i miei articoli abitualmente dedicati alle notizie relative allo Stretto di Sicilia e alla sua tutela, la "lettera al direttore" di Italo Cucci appena uscita su "Pantelleria Com News". Cosa c'entra, direte voi? C'entra, c'entra... E il legame è in quel "sempre che gliene freghi..." riferito all'indifferenza di chi rappresenta la comunità isolana di Pantelleria a certi problemi importanti di interesse comune ...

PALERMO - PUNTA RAISI ORE 15,00: SPARISCE IL VOLO

Caro Salvatore,
m'ero preparato a scriverti un altro capitolo dell'Ingloriosa Guerra di Libia e invece mi son ridotto a pene molto più meschine che tuttavia devo confidarti nell'interesse della collettività pantesca (sempre che gliene freghi...). Ieri mercoledì ho tentato di tornare sollecitamente a Pantelleria partendo in aereo all'alba da Rimini, passando per Roma e finalmente approdando a Palermo in attesa del volo IG1825 delle 15 diretto - finalmente - a Pantelleria. Tutto bene? - ho chiesto al checkin - Tutto bene - mi han detto. Ma verso le 14.30 ho visto movimenti sospetti. Un signore in carrozzella che doveva partire con noi è rimasto in attesa oltre mezz'ora, e con lui il relativo furgone con montacarichi; le signorine al Gate 8 telefonavano assai, poi compariva un ritardo di 20 minuti, dico venti, e i miei sospetti si sono...irrobustiti. Del possibile disservizio ho avuto nel frattempo modo di parlare con un signore che rappresenta l'istituzione che paga Meridiana, parlo di Raffaele Lombardo presidente della Regione Sicilia; mi ha amichevolmente compatito e mi ha salutato dicendo: "Io vado a Roma". Immagino andasse anche a perorare la causa di Birgi, ovvero di Trapani e Marsala che pagano lo scotto della Guerra Stupida organizzata dal nostro Governo su volontà di Sarkozy (e di Carlà, immagino, che ama piuttosto difendere il criminale Cesare Battisti e altri dittatori). L'ha detto ieri, Lombardo: "Il blocco di Birgi è ingiusto e dannoso, c'è apposta Sigonella". Ma torniamo a noi: quando già un controllore di volo presente nei pressi del Gate 8 mi aveva avvertito di quanto era successo il giorno prima, c'è stato spiegato il motivo del "ritardo": una ispezione all'aereo, il Super80 che di solito parte a quell'ora. E allora ho detto: "Se per caso accorpate il volo delle 15 a quello delle 17 perché siamo in pochi e ne approfittate per risparmiare, vi denuncio". Ma no, ma va...Alle 15.30 hanno annunciato l'accorpamento, senza batter ciglio,e ci hanno addirittura detto di ritornare al checkin per cambiare la carta d'imbarco, rifare i controlli di sicurezza al secondo piano e tornare al piano terra di Punta Raisi: alcune mie vivaci argomentazioni hanno sortito l'effetto di far invece scendere dall'alto le nuove carte d'imbarco. Ma nel frattempo mi sono recato alla stazione dei Carabinieri di Punta Raisi dove ho depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Palermo per conoscere l'esatta motivazione della "sparizione" del volo delle ore 15 (poi ho visto che non c'era più neanche il Super80 e infatti siamo partiti alle 17.10 con l'Atr42 della AvantiAir) non essendo sufficiente - e mi scuso con l'ottimo Vito Riggio - la denuncia all'Enac perché negli anni di queste gherminelle "pantesche" ne ho subìte più d'una e adesso che vivo a Pantelleria e dell'aereo ho bisogno per lavorare, non per fare il turismo, ho deciso di denunciare questa degradante situazione che vede gli isolani trattati da cittadini di terz'ordine. Affido questo messaggio a te e a tutti coloro che da troppo tempo soffrono in silenzio il disservizio aereo.
Italo Cucci

http://www.facebook.com/guido.picchetti#!/note.php?note_id=209270835751406
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Post di Franco Carissimi

L'Italia non è divisa in Regioni, è divisa in classi...


Da "IL RIFORMISTA" - 24/03/11

L’incubo black out in Italia

di Gianmaria Pica

Energia. Il governo simula lo stop del gas dal Nord Africa - il paese regge il colpo grazie agli approvvigionamenti russi e progetta di allentare i vincoli per le trivellazioni petrolifere offshore.

22/03/11 - Adesso l’Italia rischia il blackout? Il governo cerca una risposta. La direzione generale “Sicurezza energetica” ha simulato la peggiore delle ipotesi: blocco totale delle forniture nordafricane. I risultati del test sono stati raccolti in un documento riservato di cui il Riformista è venuto in possesso.

Partiamo dall’import di greggio. La Libia è il primo fornitore per l’Italia (arrivano circa 18 milioni di tonnellate di greggio, pari al 23 per cento del totale). Il ministero dello Sviluppo sta continuamente monitorando la situazione dell’import con le compagnie petrolifere operanti in Italia: «La maggior parte di esse - scrivono gli analisti energetici - si è riorganizzata con forniture da altri Paesi (Azerbaijan, Nigeria, eccetera). Solo Eni, Saras e Kuwait Petroleum hanno ancora in programma alcuni carichi nel mese di marzo e aprile, per volumi ridotti, che hanno comunque rallentamenti delle operazioni di carico». Per il ministero, «non vi è, per ora, un problema di carenza di greggio, anche perché i Paesi Opec hanno una capacità produttiva di riserva di circa cinque milioni di barili/giorno, parte della quale attivata, in particolare dall’Arabia Saudita, che ha riequilibrato la domanda».

Diversa è la situazione sul fronte del gas. La Libia è il terzo fornitore italiano - dopo Algeria e Russia - con circa 9,4 miliardi di metri cubi, pari al 12,5 per cento delle importazioni. Il gas libico arriva in Italia, a Gela, tramite il gasdotto sottomarino Greenstream. «Nonostante la sospensione delle forniture - si legge nel documento - la Sicilia e il Sud Italia continuano a essere riforniti mediante il gasdotto che proviene dall’Algeria, che ha una portata di circa 90 milioni di metri cubi al giorno». Dunque, il mancato apporto dalla Libia sta venendo compensato dall’aumento delle importazioni provenienti da altri punti («principalmente dalla Russia e dal Nord Europa»), e con «il maggior prelievo dagli stoccaggi nazionali, che oggi dispongono ancora di circa due miliardi di metri cubi, pari al 25 per cento del gas che era stato stoccato durante l’estate scorsa per fare fronte alla maggiore domanda invernale».

Se si interrompono anche le forniture da altri gasdotti, l’intelligence energetica italiana ha previsto l’utilizzo di uno stoccaggio “strategico”. Si tratta di una sorta di “tesoretto del gas” - pari a 5,1 miliardi di metri cubi - «che potrebbe essere utilizzato in situazione di emergenza». Comunque, per il governo la delicata situazione in Libia «rende strategica la continuazione dell’import dall’Algeria». Secondo i servizi di informazione e i canali diplomatici, «oggi la situazione in Algeria è sotto controllo, ma è alto il rischio che le rivolte potrebbero scoppiare» anche nel paese algerino. Così, la direzione generale “sicurezza energetica” ha voluto simulare anche l’eventualità di un blocco totale delle forniture di gas dal Nord Africa all’Italia. Nel documento si legge: «Una simulazione dell’aggravarsi della situazione con chiusura anche delle importazioni di gas algerino - che transitano in Tunisia e che, attraverso un gasdotto sottomarino giungono a Mazara del Vallo - mostra che sarebbe possibile mantenere le forniture di gas dal Sud Italia, invertendo il flusso di gas nella dorsale italiana, e alimentando anche il Sud Italia con gas che proviene dal Nord del Paese».

Secondo gli analisti energetici del governo, in questa drammatica eventualità, «non ci sono i presupposti per aumenti immediati del prezzo del gas in Italia». Questo perché il mancato apporto dalla Libia è compensato «da maggiori forniture di gas russo e nordeuropeo, a prezzi comparabili con il prezzo del gas libico». Tuttavia, un rincaro potrebbe avvertirsi «a partire dal terzo trimestre 2011». Rincari su rincari in bolletta. Lunedì l’Eni ha fatto sapere che gli effetti delle sanzioni imposte dal Consiglio dei ministri energetici Ue «si abbatteranno sui consumatori finali».

Da questa simulazione, di fatto, si evince la (quasi) totale dipendenza italiana dalla Russia. Almeno sull’energia. I nostri servizi segreti da anni controllano i buchi della nostra «sicurezza energetica». E la più grande preoccupazione arriva proprio dalla Russia. Per l’intelligence italiana, il Cremlino è «intenzionato a consolidare ed estendere il controllo sull’intera filiera del settore energetico». Con una «specifica proiezione sui segmenti trasporto, raffinazione e distribuzione di prodotti». L’ambizioso obiettivo è già stato attuato negli stati della ex Jugoslavia mediante la definizione di joint venture con compagnie locali. L’ingresso in queste nazioni è avvenuto principalmente a opera della russa Gazprom. Il gigante petrolifero «è intervenuto - grazie a intese siglate con aziende greche e bulgare - nella realizzazione di un oleodotto balcanico in grado di portare greggio di provenienza russa in Europa, aggirando lo stretto del Bosforo per motivi fisici, ambientali e politici (limiti alle petroliere provenienti da Novorossiysk)». Ed Eni è sempre più debole. Wintershall - divisione del colosso tedesco della chimica Basf - entrerà nel progetto South Stream con una quota del 15 per cento. Il gasdotto - attualmente controllato alla pari da Eni e Gazprom - porterà il gas russo attraverso il Mar Nero in l’Europa occidentale. Gazprom manterrà la sua partecipazione del 50 per cento: sarà quindi Eni a ridurre la partecipazione in South Stream. Considerando che anche EdF dovrebbe entrare entro fine anno nel progetto con una quota del 10 per cento, la quota di Eni potrebbe ridursi fino al 25 per cento.

Intanto, il governo italiano - in vista di una crisi energetica - potrebbe allentare i vincoli imposti dal decreto Prestigiacomo sulle trivellazioni offshore. Oggi tutti gli operatori interessati si incontrano a Ravenna. Il 10-12 per cento del gas che consumiamo si produce in Italia. Per il petrolio la percentuale si abbassa al 7-8 per cento. Camminiamo sopra giacimenti di gas e petrolio e non possiamo estrarre nulla.

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/367567/
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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L'articolo è di due giorni fa appena. Una lettura utile per avere una pallida idea dei giochi in corso sulle fonti energetiche necessarie al nostro Paese. E la conclusione è nel 4°ultimo rigo: "Il governo italiano - in vista di una crisi energetica - potrebbe allentare i vincoli imposti dal decreto Prestigiacomo sulle trivellazioni offshore."


Da "GREEN REPORT" - 24/03/11

Le Egadi contro il petrolio e l’eolico off-shore
sui banchi del Canale di Sicilia

15 marzo 2011 - FAVIGNANA (Trapani). Il Consiglio comunale di Favignana, ha votato all'unanimità un ordine del giorno presentato dal consigliere Michele Rallo, che è anche il responsabile di Legambiente Egadi, che richiede una più attenta tutela dei banchi e dei bassi fondali nel Canale di Sicilia che, oltre alle minacce delle trivelle petrolifere deve fare i conti con progetti eolici offshore definiti assurdi da Legambiente Egadi perché, «A cospetto di un minimo vantaggio ecologico, andrebbero a distruggere per sempre un ecosistema unico al mondo. Dimostrato di recente dalla ricerca dell'Ispra condotta dal prof. Canese "Biodiversità Canale di Sicilia", dove si andrebbe a dimostrare un ecosistema unico al mondo con specie endemiche ed ultimo baluardo del Mediterraneo. Infine in questo documento si chiede il rispetto della Carta di Barcellona, con l'istituzione di aree protette di alto mare e transfrontaliere».

Ecco il testo dell'appello inviato al Presidente della Repubblica, al ministro dell'ambiente, al presidente della Commissione ambiente del Senato, al presidente della Regione Sicilia, all'assessore regionale all'ambiente e al presidente della provincia di Trapani:

Lo Stretto di Sicilia rappresenta un settore del bacino Mediterraneo di elevata rilevanza sociale, economica ed ambientale. I popoli che abitano in questa regione possono vantare grandi tradizioni storiche e culturali di diversa origine (araba, berbera, fenicia, latina-occidentale) che, nel corso dei secoli, hanno convissuto e raggiunto insieme grandi traguardi, testimoniati dalle tradizioni culturali e marinare che permangono ancora ai nostri giorni.

Lo Stretto di Sicilia é oggi unanimemente considerato il principale hotspot della biodiversità mediterranea. In questo tratto di mare tra Sicilia, Malta, Libia e Tunisia sono presenti tutte le specie marine protette del Mediterraneo capodogli, balene, tursiopi, stenelle, delfini, globicefali, grampi, squalo bianco, cetorino, mobula, tartaruga comune, tartaruga liuto, foca monaca, Posidonia oceanica, Pinna nobilis, Lithophaga spp., laminarie, maerl, corallo rosso, ecc.. Lo Stretto di Sicilia rappresenta attualmente anche la più importante zona di pesca di specie maggiori e minori di grandi pelagici, di specie demersali e sono presenti nell'area anche stock di piccoli pelagici come le acciughe, gli sgombri e le sardine che hanno consentito, sin dall'antichità, l'insediamento dell'uomo sulla costa.

Un ruolo essenziale, unico e irreplicabile per la biodiversità e la produttività dello Stretto di Sicilia, è giocato dai banchi o bassifondi (Graham, Skerchi, Avventura, Talbot, Terribile, Alluffo, Banco di Pantelleria, ecc.) che rappresentano ambienti fragili ma indispensabili alla diversità biologica ed alla produttività dell'intera area. La rilevanza ecologica e naturalistica di questi peculiari biotopi ha indotto gli stati costieri che si affacciano nello Stretto di Sicilia di valutare la possibilità di realizzare nell'area dei banchi una zona protetta transnazionale che rappresenti un santuario della biodiversità per tutelare le specie protette e gli ecosistemi sensibili ed impedire la pesca illegale. Lo Stretto di Sicilia conserva uno dei fondali più importanti al mondo poiché conserva le testimonianze della vita dell'uomo preistorico (dal paleolitico inferiore al neolitico) in una delle aree più interessanti di contatto tra continenti essendo stato in gran parte emerso fino alla fine del Pleistocene.

I fondali dello Stretto di Sicilia conservano, inoltre, un patrimonio immenso di civiltà rappresentato dagli innumerevoli relitti di ogni epoca e origine che sono l'emblema del forte carattere interculturale di quest'area. L'interesse culturale, ambientale ed economico di proteggere, con il coinvolgimento insieme all'Italia dei paesi sia "transfrontalieri" (Malta) che di "prossimità" (Libia, Tunisia) lo Stretto di Sicilia ha nella tutela dei banchi un'importanza preminente. In particolare, i banchi del Canale di Sicilia rappresentano un ecosistema di incredibile rilevanza ecologica per precisi motivi scientifici: Creano una discontinuità naturale sulla monotonia di fondali mobili esercitando attrazione da corpo solido (tigmotropismo positivo) per molte specie per le quali diventano un "meeting point" in mare aperto; Realizzano una discontinuità batimetrica e di substrato accogliendo fauna e flora non insediabile sui fondali in cui il banco sorge; la biodiversità dei banchi risulta essere estremamente alta e mostra una elevata variabilità rispetto alla sua natura, alla profondità ed all'esposizione; Giocano un ruolo ecologicamente rilevante poiché gli ecosistemi di basso fondo del largo sono molto diversi dagli analoghi costieri essendo sottoposti a minore impatto antropico (overfishing, inquinamento, turismo) e naturale (apporto terrigeno e di nutrienti da parte di corsi d'acqua, sedimentazione costiera); Offrono rifugio ad adulti di molte specie marine diventando così aree di riproduzione in grado di sostenere gli stock ittici e il sistema ambientale ed economico dello Stretto di Sicilia nel suo complesso. A tale riguardo basti sottolineare che le attività di pesca di Mazara del Vallo, incentrate prevalentemente nello stretto di Sicilia, fatturano annualmente circa 200 milioni di euro. Una riduzione significativa delle aree di nursery, come conseguenza della realizzazione degli impianti eolici off-shore nei banchi, determinerebbe una contrazione degli stock ittici ed un rilevante danno economico agli operatori del settore; Rappresentano aree di nursery per molti organismi marini naturalmente difese dalla pesca indiscriminata; Sviluppano un livello trofico aggiuntivo in ambiente pelagico offrendo risorse alimentari addizionali a specie di grandi predatori quali mammiferi marini e squali; Ospitano biocenosi sensibili e fragili come posidonieti, coralligeno del largo, merl (alghe calcaree), oggi protette dalle convenzioni internazionali ed integre solo in ambiente di banco, essendo state seriamente compromesse in ambiente costiero; Favoriscono la costruzione di un micro-sistema completo, sviluppando rapporti ecosistemici ed una biodiversità unica e non replicabile; Consentono la fissazione dell'energia ed il suo trasferimento trofico creando biomassa che viene esportata nelle aree vicine. Inoltre, la fruizione ricreativa e culturale dei banchi dello Stretto di Sicilia può rappresentare una prospettiva rilevante di didattica ambientale, di offerta sostenibile del paesaggio sommerso fruibile sia dal turismo subacqueo che, attraverso sistemi di visione remota, da una utenza diffusa.

Questi sono solo alcuni tra i motivi che rendono i banchi dello Stretto di Sicilia degli ecosistemi di estrema importanza ecologica ed ambientale per il Mare Mediterraneo la cui tutela è necessaria sia nel rispetto della conservazione della diversità biologica raccomandata da numerosi strumenti internazionali (Countdown 2010, Convention on Biological Diversity, Mediterranean Action Plan, Convenzione di Barcellona, Direttiva Habitat, Accobams, Convenzione di Bonn, ecc.) sia al mantenimento del loro ruolo produttivo a livello di bacino (Precutionary approach to fishery - Fao, Code of Conduct for a Responsible Fishery - Fao, Reikjavich declaration, ecc.), sia in virtù del patrimonio culturale presente in ottemperanza alla Carta di Siracusa del 2000 che della Convenzione Unesco sulla protezione del patrimonio culturale sommerso del 2001 entrata in vigore il 2 gennaio del 2009.

A dispetto della loro importanza i banchi dello Stretto di Sicilia sono oggi oggetto di iniziative incompatibili con la loro tutela e la conservazione del loro ruolo ecologico, paradossalmente giustificate e addirittura motivate da presunte quanto inverosimili attenzioni per l'ambiente. Sono infatti in fase avanzata di definizione progetti per la realizzazione nei banchi dello Stretto di Sicilia di parchi eolici che precedono la realizzazione di centinai di piloni, alti ognuno circa 60 metri e fissati su basamenti di cemento, difesi da imponenti opere di protezione e interconnessi tra loro e con la cabina a terra mediante centinaia di chilometri di cavi interrati. La realizzazione di queste opere, non solo deturperebbe irrimediabilmente la naturalità dei luoghi ma distruggerebbe attraverso i lavori di scavo, posa, messa in uso e attività l'ambiente dei banchi dello stretto di Sicilia interessati compromettendo irreversibilmente la loro biodiversità, la loro funzione ecologica e le specie e gli ecosistemi protetti che essi ospitano. La realizzazione dei parchi eolici nei banchi infliggerebbe altresì una profonda ferita alla sensibilità ed all'intelligenza di quanti ancora pensano sia possibile coniugare sviluppo ed ambiente. Si auspicano, pertanto, interventi tempestivi al fine di sottrarre alla distruzione e preservare per future generazioni uno degli ultimi lembi di Mediterraneo dove si conservano livelli di naturalità comparabili a quelli che avrebbero potuto osservare, migliaia di anni fa, i primi navigatori di questo mare e che ancora oggi giocano un ruolo determinante nell'economia dell'intero Mediterraneo centrale.

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=%209396
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Ancora un articolo dei giorni scorsi contro le minacce che incombono sullo Stretto di Sicilia. Chi ascolterà questo ennesimo appello ? E guardatevi la mappa del cavidotto previsto...


Da "PROFUMO DI MARE" - 23/03/11

Le Egadi contro il petrolio e l’eolico off-shore
sui banchi del Canale di Sicilia

di Harley

18/03/11 - Un ordine del giorno presentato dal consigliere Michele Rallo, che è anche il responsabile di Legambiente Egadi, è stato votato all'unanimità dal Consiglio comunale di Favignana. Le Egadi sono contro il petrolio e l’eolico off-shore sui banchi del Canale di Sicilia. Michele Rallo infatti richiede una più attenta tutela dei banchi e dei bassi fondali nel Canale di Sicilia non solo contro le minacce delle trivelle petrolifere, ma vuole anche evitare che vengano portati avanti progetti eolici offshore, che sono definiti assurdi da Legambiente.

Che le acque cristalline della Sicilia fossero preziose è cosa ormai nota, ma che ci fossero addirittura formazioni e specie mai trovate nei nostri mari lo ha scoperto solo recentemente l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) grazie al programma di ricerca "Biodiversità Canale di Sicilia", iniziato nel 2009 e finanziato dal ministero dell'Ambiente. In particolare, gli studiosi che hanno partecipato alle ricerche ed allo studio che si concluderà quest’anno, hanno trovato formazioni preziose e rarissime, soprattutto perché mai rinvenute nelle acque italiane: esemplari di corallo fossile costituiti soprattutto da Lophelia pertusa e Madrepora oculata, che in passato costituivano vere e proprie barriere coralline come quelle oggi presenti nel Mar Rosso, corallo nero, gorgonie e piccoli di squalo bianco.

A circa 350 metri di profondità, nei tratti più profondi, è stato scoperto un vero e proprio tesoro, che si va ad aggiungere a quello ormai identificato come il "Santuario della biodiversità" delle isole di Pantelleria, Lampedusa e Linosa.Simonepietro Canese dell'Ispra, come vedremo in questo video ha dichiarato che per tutelarlo, è necessario fermare le trivellazioni e creare un'area marina protetta.

Secondo Canese, in base alla legge italiana, “non si può effettuare nessuna attività di prospezione ed estrazione di idrocarburi a meno di 12 miglia da qualsiasi area di protezione". E dal governo sembrano arrivare buone notizie: Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, commentando lo studio dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha dichiarato: "Stiamo lavorando per avere l'intesa della regione Siciliana per istituire il parco a Pantelleria che evidenzia la presenza di specie di pesci e bellezze naturali rare. Lo studio, ha proseguito la Prestigiacomo, ha ragione dove dice di aumentare le aree protette".

Una denuncia di Lega Ambiente sulla pesca illegale delle strascicanti nell'AMP delle Egadi, pubblicata dal nostro Guido Picchetti giovedì 10 marzo 2011, mette in evidenza anche gli aspetti legati alle paranze illegali alle Egadi che rappresentano un importante banco di prova per la strategia da adottare, alla vigilia del processo di revisione della politica comune della pesca e, solo attraverso una azione decisa si potrà sradicare il fenomeno dello strascico illegale, dimostrare all’opinione pubblica e agli operatori un impegno concreto. Il ripristino della legalità nella pesca non solo è una condizione indispensabile per il recupero degli ecosistemi marini ma anche un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una pesca realmente sostenibile.

Guido Picchetti, ormai un mito per quanto attiene la subacquea e strenuo difensore dell'ambiente marino ed in particolare di quello dello Stretto di Sicilia e del Mare di Pantelleria, che malgrado l'insensibilità verso questi problemi, che spesso ha avuto modo di denunciare chi di più avrebbe dovuto e deve averli a cuore, pone sempre l'accento sulla necessità di scongiurare quelle minacce che incombono sul Mare che a suoi e nostro avviso sono tante e di vario genere.

Lo Stretto di Sicilia rappresenta un settore del bacino Mediterraneo di elevata rilevanza sociale, economica ed ambientale. I popoli che abitano in questa regione possono vantare grandi tradizioni storiche e culturali di diversa origine (araba, berbera, fenicia, latina-occidentale) che, nel corso dei secoli, hanno convissuto e raggiunto insieme grandi traguardi, testimoniati dalle tradizioni culturali e marinare che permangono ancora ai nostri giorni.

Lo Stretto di Sicilia é oggi considerato il principale hotspot della biodiversità mediterranea. Sono presenti tutte le specie marine protette del Mediterraneo capodogli, balene, tursiopi, stenelle, delfini, globicefali, grampi, squalo bianco, cetorino, mobula, tartaruga comune, tartaruga liuto, foca monaca, Posidonia oceanica, Pinna nobilis, Lithophaga spp., laminarie, maerl, corallo rosso, ecc.. Un ruolo essenziale, per la biodiversità e la produttività dello Stretto di Sicilia, è giocato dai banchi o bassifondi che rappresentano ambienti fragili ma indispensabili alla diversità biologica ed alla produttività dell'intera area. La rilevanza ecologica e naturalistica di questi peculiari biotopi ha indotto gli stati costieri che si affacciano nello Stretto di Sicilia di valutare la possibilità di realizzare nell'area dei banchi una zona protetta transnazionale che rappresenti un santuario della biodiversità per tutelare le specie protette e gli ecosistemi sensibili ed impedire la pesca illegale. In particolare, i banchi del Canale di Sicilia rappresentano un ecosistema di incredibile rilevanza ecologica per precisi motivi scientifici, creando una discontinuità naturale sulla monotonia di fondali mobili ed esercitando attrazione da corpo solido (tigmo-tropismo positivo) per molte specie per le quali diventano un "meeting point" in mare aperto.

Di non poca importanza è la discontinuità batimetrica e di substrato che consente il proliferare di fauna e flora non insediabile sui fondali in cui il banco sorge. Offrono rifugio ad adulti di molte specie marine diventando così aree di riproduzione in grado di sostenere gli stock ittici e il sistema ambientale ed economico dello Stretto di Sicilia nel suo complesso. Rappresentano "aree di nursery" per molti organismi marini naturalmente difese dalla pesca indiscriminata. Sviluppano un livello trofico aggiuntivo in ambiente pelagico offrendo risorse alimentari addizionali a specie di grandi predatori quali mammiferi marini e squali. Favoriscono la costruzione di un micro-sistema completo, sviluppando rapporti eco-sistemici ed una biodiversità unica e non replicabile. Consentono la fissazione dell'energia ed il suo trasferimento trofico creando biomassa che viene esportata nelle aree vicine. Inoltre, la fruizione ricreativa e culturale dei banchi dello Stretto di Sicilia può rappresentare una prospettiva rilevante di didattica ambientale, di offerta sostenibile del paesaggio sommerso fruibile sia dal turismo subacqueo che, attraverso sistemi di visione remota, da una utenza diffusa.

Purtroppo recenti notizie giungono per delle iniziative incompatibili con la loro tutela e la conservazione del loro ruolo ecologico, giustificate e motivate da presunte attenzioni per l'ambiente. Sono infatti in fase avanzata di definizione progetti per la realizzazione nei banchi dello Stretto di Sicilia di parchi eolici. La realizzazione di queste opere, non solo deturperebbe irrimediabilmente la naturalità dei luoghi ma distruggerebbe attraverso i lavori di scavo, posa, messa in uso ed attività, l'ambiente dei banchi dello stretto di Sicilia, compromettendo irreversibilmente la loro biodiversità, la loro funzione ecologica e le specie e gli ecosistemi protetti che essi ospitano. La realizzazione dei parchi eolici nei banchi infliggerebbe altresì una profonda ferita alla sensibilità ed all'intelligenza di quanti ancora pensano sia possibile coniugare sviluppo ed ambiente. Si auspicano, pertanto, interventi tempestivi al fine di sottrarre alla distruzione e preservare per future generazioni uno degli ultimi lembi di Mediterraneo dove si conservano livelli di naturalità comparabili a quelli che avrebbero potuto osservare, migliaia di anni fa, i primi navigatori di questo mare e che ancora oggi giocano un ruolo determinante nell'economia dell'intero Mediterraneo centrale.

Non citiamo altri scenari di guerra, ma una iniziativa del governo thailandese che ha affondato 25 tank dismessi nel Golfo della Thailandiauna. Carri armati per proteggere la barriera corallina. Da simbolo di guerra a nursery per la riproduzione di pesci e altri organisimi marini. Le loro carcasse infatti dovrebbero facilitarne la riproduzione e con il tempo, creare delle nuove barriere coralline. L'iniziativa è parte di un progetto lanciato nell'agosto del 2009 e mirato a migliorare la fauna ittica nella parte sud del Paese. La zona è tra le più povere e ha nella pesca una delle sue maggiori attività economiche. I carri armati T69-2 di provenienza cinese e in servizio in Thailandia tra il 1987 e il 2004, sono stati inabissati al largo della costa delle province di Narathiwat e Pattani.

http://profumodimare.forumfree.it/?t=54622315
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Quarto e ultimo è il pezzo pubblicato venerdì scorso dall'amico Filippo (alias Harley) su "Profumo di Mare..., che ringrazio per la citazione...


Da "MAZARA ON LINE" - 23/03/11

Tutela dei banchi e bassi fondi nel Canale di Sicilia

FAVIGNANA, 16 marzo 2011 - Ieri il consiglio comunale di Favignana ha votato all’unanimità l’o.d.g. portato dal consigliere Michele Rallo, nel quale si dimostra la volontà di una più attenta tutela dei banchi e bassi fondi nel Canale di Sicilia, che oltre alle minacce delle trivelle petrolifere, vi sono progetti di assurdi impianti eolici off-shore, che a cospetto di un minimo vantaggio ecologico, andrebbe a distruggere per sempre un ecosistema unico al mondo.

Dimostrato di recente dal progetto dell’Ispra condotta dal prof. Canese “biodiversità Canale di Sicilia”, dove si andrebbe a dimostrare di un ecosistema unico al mondo con specie endemiche e ultimo baluardo del Mediterraneo.

Infine in questo documento si chiede il rispetto della carta di Barcellona, con l’impianto di aree di alto mare protette e transfrontaliere.

Per leggere il documento in PDF —> clicca

http://www.mazaraonline.it/public_html/?p=22678
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Il terzo, pubblicato da Mazara On Line, lo dobbiamo all'intervento di Michele Rallo, membro del Consiglio Comunale di Favignana oltre che esponente locale di Lega Ambiente, che si batte da tempo contro le minacce che incombono sulle acque dello Stretto di Sicilia e sull'Area Marina Protetta delle Egadi.


Da "CORRIERE DI RAGUSA IT" - 23/03/11

Pozzallo: una nuova società petrolifera fa capolino

Transunion Petroleum Italia ricerca idrocarburi in mare
La società romana ha inviato ad alcuni Comuni del comprensorio costiero
ibleo un’istanza di avvio della procedura di valutazione d’impatto ambientale

di Calogero Castaldo

Pozzallo, 14/03/2011 - Ricerca di idrocarburi lungo le coste iblee. La società petrolifera Transunion Petroleum Italia ha inviato ad alcuni Comuni del comprensorio costiero ibleo un’istanza di avvio della procedura di valutazione d’impatto ambientale (denominata «Via») relativa all’istanza di permesso di ricerca di idrocarburi. Il programma ha come nome in codice «D 359 c.r. – Tu».

Presso le segreterie dei Comuni di Pozzallo, Pachino e Portopalo, anche a Scicli, Santa Croce Camerina, Ragusa, Modica, Ispica (oltre alle sedi delle Provincie di Ragusa e Siracusa ) sono stati recapitati i seguenti documenti: lo studio di impatto ambientale, la sintesi non tecnica, la carta topografica e batimetrica, oltre alla carta delle aree protette, le schede tecniche dei siti Sic-Zps ed un cd-rom contenente l’intera documentazione insieme alla pubblicazione dell’istanza nel bollettino ufficiale per gli idrocarburi e la copia della procura speciale notarile che conferisce a Raffaele Di Cuia (delegato della società petrolifera) poteri di rappresentanza.

La società, avente sede a Roma, ha un capitale interamente versato di 120 mila euro ed ha come socio unico la britannica Transunion Petroleum Limited. Il progetto è denominato «Campagna di acquisizione di 100 km di linee sismiche a mare». L’area ha un’estensione di 697,4 km quadrati, situata nel Canale di Malta, a 27 km a sud di Pozzallo. La procedura comprende anche la valutazione di incidenza. La presa visione dei documenti è possibile presso le segreterie dei succitati Comuni.

Si parla, dunque, di ricerche di idrocarburi in un’area piuttosto estesa, a ridosso delle coste della Sicilia sud-orientale. L’amministrazione comunale di Pozzallo ha già fatto sapere che vaglierà con estrema cura ed attenzione l’intera documentazione. La zona, stando al riferimento cartografico, si troverebbe a circa 25 miglia dalla città di Pozzallo. Nessuna sottovalutazione, dunque, e nei prossimi giorni la questione verrà approfondita sia in sede di giunta sia con i responsabili dell’area tecnica municipale.

«Idrocarburi? No, grazie»: con questo slogan, i politici locali hanno fermato la mano dei vari gruppi petroliferi nazionali ed esteri, tutti interessati ad effettuare ricerche nella zona del Val di Noto. Ora "spunta" il Canale di Sicilia. Solo lo scorso anno, il gruppo petrolifero americano della «Panther oil» ha dovuto sudare le fatidiche sette camice per cercare di imporre la propria logica di investimenti nella speranza di poter trivellare alcune zone del sud-est siciliano.

Adesso, un nuovo gruppo tenta la scalata, ma non sulla terraferma, bensì in mare aperto. L’area tra Pozzallo e Capo Passero è ad alta incidenza di attività di pesca e il progetto in questione, ancora alle fasi iniziali, potrebbe rappresentare qualcosa di più di un intralcio. Le paure sono tante. Qualche pescatore, già informato della notizia, ha già fatto sapere che una base petrolifera, a largo di Pozzallo, basta e avanza. Altri pozzi, altre trivellazioni minerebbero la credibilità commestibile del pescato locale.

Il fronte dei «sì», a favore di nuove piattaforme petrolifere, a largo del Canale di Sicilia, è, però, decisamente inferiore a quello dei «no». Basti pensare alla vicenda della Campo Vega, la piattaforma petrolifera del gruppo Edison che ancorava una piattaforma galleggiante («la Vega Oil») posta sotto sequestro dalla Capitaneria di porto di Pozzallo per presunto inquinamento ambientale. A bordo della nave, difatti, erano state riscontrate diverse anomalie finite sotto la lente d’ingrandimento dei militari della Guardia Costiera.

I fatti databili al 2008, impongono scrupolo d’osservazione. I «romani» porterebbero sì nuovi posti di lavoro ma anche la paura di doversi ritrovare di fronte ad una possibile invasione di pozzi, in un’area dove molti pescatori «tengono famiglia». Sarebbe un nuovo, duro colpo per un settore che, in questi anni, lamenta introiti miserrimi.

Il sindaco di Pozzallo, Peppe Sulsenti, invece, è categorico nel dire di no a nuovi impianti petroliferi nel Mediterraneo. "Rivolgo l’invito ai colleghi interessati – dice il sindaco Giuseppe Sulsenti in una missiva inviata ai sindaci del comprensorio ibleo - a fare fronte comune per dire da subito no alla richiesta della Transunion Petroleum Italia srl, convinto che quel tipo di ricerca industriale possa mettere a rischio l’ambiente marino e la bellezza delle nostre spiagge. Pronto ad organizzare un incontro, rimango in attesa di un sollecito cenno di risposta".

http://www.corrierediragusa.it/articoli/attualit%C3%A0/pozzallo/12746-transunion-petroleum-italia-ricerca-idrocarburi-in-mare.html
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Il secondo è del 14/3 e, pubblicato dal Corriere di Ragusa, mostra come la corsa all'oro nero sia inarrestabile e, anche mentre la "crisi libica" è in corso, nuovi competitors si facciano avanti...


Da "GIOVANNI BOAGA BLOG" - 23/03/11

Tra progetti scientifici e insidie ambientali

Il Canale di Sicilia, un patrimonio di biodiversità

di Giovanni Boaga

11/03/11 - Una notizia buona e una cattiva. Quella buona. Si conclude quest’anno il progetto “Biodiversità Canale di Sicilia”, un programma di ricerca iniziato nel 2009, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e svolto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). La buona notizia sta nei risultati che questo studio ha prodotto finora e cioè nella conferma dell’esistenza, nel tratto di mare che separa la Sicilia dalla Tunisia, di un vero e proprio “santuario di biodiversità”. Accanto alla verifica del ruolo svolto dalle isole di Pantelleria, Lampedusa e Linosa nella riproduzione dello squalo bianco e delle tartarughe marine e all‘importanza che queste acque ricche di plancton hanno per l’alimentazione delle balenottere, si è aggiunta l’osservazione di specie mai viste nei mari italiani. Dalla gorgonia arancione (Elisella paraplexauroides), a quella a frusta (Viminella flagellum), alla Swiftia pallida, un’altra specie rarissima di gorgonia che ricopre completamente grandi pareti rocciose. Ma anche varie specie di corallo nero, come Antipathella subpinnata, Antipathes dichotoma e Parantipathes larix, gli ultimi due molto rari. Nei punti dove il Canale di Sicilia diventa più profondo, poi, sono stati scoperti numerosi reef di corallo fossile di Lophelia pertusa e Madrepora oculata, resti di quelle che un tempo costituivano vere e proprie barriere coralline, analoghe a quelle presenti oggi nel Mar Rosso.

Questi importanti e confortanti risultati sul Mare Nostrum che ci descrivono il Canale di Sicilia come un’area privilegiata del Mediterraneo, luogo dove il bacino orientale e quello occidentale s’incontrano consentendo il mescolamento delle specie di origine atlantica con quelle che risalgono dal Golfo di Suez, sono stati ottenuti con l’impiego di strumentazione ad alta tecnologia. Con un ROV (Remotely Operated Vehicle), robot sottomarino comandato a distanza, i ricercatori dell’ISPRA sono stati in grado di esplorare quel tratto di mare fino alle profondità di 500 metri, riuscendo a documentare la presenza di specie rare con immagini in alta definizione mai ottenute prima. Utilizzando anche trasmettitori satellitari e acustici hanno potuto seguire gli spostamenti di branchi di pesci e studiarne le migrazioni. Insomma un bell’esempio di come, nonostante le scelte di politica della ricerca che contraddistinguono il nostro paese, la scienza italiana riesce lo stesso a ottenere risultati di grande qualità e di fondamentale importanza per la collettività: la salute del nostro mare è direttamente collegata alla salute degli uomini che ci vivono e utilizzano le sue risorse.

E ora la notizia cattiva. Nella zona di Pantelleria e in altri tratti del Canale di Sicilia da qualche tempo sono cominciate trivellazioni petrolifere che hanno rivelato l’esistenza di ricchi giacimenti. La preoccupazione che quest’area di grande importanza ambientale, già gravata da un consistente traffico marittimo, sia messa a repentaglio dallo sviluppo dell’attività estrattiva è grande. In questi giorni la società australiana AuDax sta effettuando una serie di rilevazioni atte all’individuazione di petrolio e gas e qualche mese fa l’inglese Northern Petroleum, per conto della Shell, ha condotto indagini simili che, evidentemente, hanno dato esito positivo se i responsabili della società hanno annunciato ai loro azionisti la decisione di dare avvio alle trivellazioni entro la fine del prossimo mese di aprile. Il timore di veder realizzate piattaforme petrolifere a poca distanza dalle coste di Pantelleria ha provocato reazioni e polemiche e la richiesta della realizzazione di un’Area Marina Protetta, progetto fermo ormai da anni, la sola misura che impedirebbe, secondo la legge italiana, la costruzione d’impianti a meno di 12 miglia dalla costa.

Ma a ben vedere, pur se auspicabile, l’istituzione di un’area protetta nelle acque italiane non ci metterebbe al riparo dal rischio di terribili disastri ambientali. Il Mediterraneo non è il Golfo del Messico, è un bacino semichiuso con un ricambio delle acque lentissimo. Se abbiamo ancora negli occhi le terribili immagini delle conseguenze del disastro provocato dalla piattaforma della BP, i cui effetti sull’ecosistema marino della Louisiana continueranno a essere rilevanti per molti anni, possiamo immaginare quello che accadrebbe a tutto il Canale di Sicilia e, ancora di più, a tutto il Mediterraneo nel caso di un incidente analogo, visto che le perforazioni dovrebbero riguardare tratti di mare molto profondi con tutti i problemi già evidenziati dal caso americano. Appare quindi fondamentale, come si legge nel comunicato stampa dell’ISPRA, che l’iniziativa di un’area protetta «andrebbe affiancata dalla creazione di aree di tutela di alto mare nel Canale di Sicilia, in modo da proteggere la Biodiversità marina e garantire una barriera per tutte le attività di esplorazione e sfruttamento petrolifero». Al nostro governo la questione interessa?

http://giovanniboaga.blogspot.com/2011/03/il-canale-di-sicilia-un-patrimonio-di.html

Stessa notizia su "CRONACHE LAICHE" dell'11/03/11 e su "INFORMARE PER RESISTERE" del 17/03/11
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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E dopo il bel filmato sull'amicizia tra esseri viventi, ora vi aggiorno sugli ultimi interventi pubblicati in rete sulla tutela dello Stretto di Sicilia: tanto per poterci illudere che non ci siano purtroppo problemi più gravi in corso... Sono quattro articoli che riguardano anche nuovi progetti di trivellazioni petrolifere davanti alle coste delle provincie di Siracusa e Ragusa, come se non ce ne fossero già abbastanza... Il primo è del blogger Giovanni Boaga pubblicato l'11 Marzo u.s. e riferisce ancora una volta sulle ricerche dell'ISPRA, che speriamo, tornata la calma nella zona del Canale, possa portare a risultati concreti ...

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A Salvatore Addolorato piace questo elemento.


Dalla mia "Bacheca su FB" - 23/03/11

Con qualcosa di bello...

Tanto per ritrovarci dopo dopo 12 giorni di totale isolamento dalla rete. Venerdi 11 alle 17,00, a quanto pare, una strascicante ha tranciato il cavo di collegamento tra Pantelleria e  la Sicilia e abbiamo avuto l'interruzione dei collegamenti alla rete anche su sistemi bancari, e postali. E non funzionavano neppure i collegamenti alla rete con i cellulari, nè quelli in analogico !!! Ma ora pare sia tutto ok... Ben trovati, quindi, con qualcosa di bello !!!! (gp).

Il delfino e il cane. Dolphin and Dog

by Ine Brast (inousch)

Un video assolutamente da non perdere. Guardatelo e gioite. L'amore innocente e primordiale di due esseri tanto differenti, ma legati ad sentimento e rispetto amorevole tra gli esseri viventi...


http://www.youtube.com/watch?v=J4WEkEAV1os&feature=related

You can watch/download this video on my website: http://www.ine-pps.nl/ "World Animal Day Oct 4th", that's why I composed this sweet animal video about a true friendship between a Dolphin and a Dog with fantastic clips from the amazing movie: "Zeus and Roxanne" 1992, mixed with some pieces out of the movie: "Spinner Dolphins".I choosed my favorite music by Vangelis: "Song of the Seas".

About the original movie: Zeus the pooch and Roxanne the dolphin are able to communicate with one another. Working together they change the life of those around them. The dog is a Portuguese Podengo. Around the 15th century, the breed was used aboard ships to catch vermin. They traveled everywhere with the Portuguese, they even sailed with the ships of Christopher Columbus.

For the video: 'Free Willy" about the friendship between an Orca and a Boy, click:
http://www.youtube.com/watch?v=-jvX898QQHE

In my opinion there's nothing on this earth to be prized more than true friendship... "Let's be friends... If they can do it, then so can we...". With love, Ine.

Creato da inousch il: 26/set/2010 - Sito web: http://www.ine-pps.nl

http://www.facebook.com/guido.picchetti
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Commentisu  FB a margine del post
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A Salvatore Addolorato, Roberto Frigerio, Franco Carissimi, Roberto Tarli, Isabella E Pasquale, Diego Susat e Roberto Mamone piace questo elemento.
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Post di Isabella E Pasquale

Bellissimo!!
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Post di Roberto Frigerio

I migliori amici dell'uomo.... ma tra cane, delfino e uomo quale è la "BESTIA" ?
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Post di Guido Picchetti

‎... hai qualche dubbio ???
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Post di Roberto Frigerio

... purtroppo no.
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Giò Nastasi

Ma quale dubbio ? Lapalissiano...!!! Grazie del video.. MERAVIGLIOSO, EMOZIONANTE...
♥♥♥
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Maria Ghelia

Bellissimo Guido, un magnifico ritorno in rete il tuo! Grazie, mi hai riportato alla mitica nuotata con i delfini e con Lilly a Palinuro!


Da "TG LA7" del 10/03/11

Libia/ Gheddafi prende Zawiyah, Francia riconosce i ribelli

Roma, 10 mar. 12:52 - (TMNews) - Continua la controffensiva delle forze di Muammar Gheddafi su entrambi i fronti in Libia: a ovest le truppe del regime avrebbero assunto il controllo di Zawiyah, dopo cinque giorni di combattimenti, mentre a est la linea del fronte si è avvicinata ancora al centro petrolifero di Ras Lanuf, oggetto anche oggi di incursioni aree e bombardamenti di artiglieria. Una situazione che il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha descritto in termini di "guerra civile", affermando di prepararsi "al peggio".

Nel frattempo, in Europa la Francia ha rotto per prima gli indugi e ha deciso di riconoscere il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) dei ribelli come "legittimo rappresentante" del popolo libico: Parigi invierà presto un ambasciatore a Bengasi. La decisione, è stata resa nota dall'Eliseo, dove due rappresentanti dell'opposizione libica sono stati ricevuti stamattina dal presidente francese Nicolas Sarkozy.

A Bruxelles, dove i ministri degli Esteri Ue sono riuniti per dibattere come affrontare la crisi libica e un eventuale intervento, la Francia ha chiesto all'Ue di aprire il dialogo con i ribelli libici: il ministro francese degli Esteri Alain Juppé ha detto che la Germania è d'accordo: "Siamo in sintonia con (il ministro tedesco) Guido Westerwelle per dire che Gheddafi è screditato, che deve andare via e che dobbiamo intraprendere il dialogo con i nuovi responsabili libici", ha detto Juppé.

Ma non tutti gli europei sembrano d'accordo: la Finlandia ad esempio, attraverso il ministro degli esteri finlandese, Alexander Stubb, ha detto di non avere alcuna intenzione di riconoscere formalmente rappresentanti degli insorti in Libia che siano stati membri importanti del regime di Gheddafi, "come l'ex ministro della Giustizia o degli Interni". Una posizione che - se sarà assunta anche da altri europei - rischia di complicare le cose per i Ventisette: l'ex ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Jalil, è infatti presidente del Consiglio nazionale dei ribelli costituitosi a Bengasi e proprio oggi in un'intervista al quotidiano tedesco Die Welt ha chiesto alla comunità internazionale una no-fly zone.

Per quanto riguarda i combattimenti in Libia, a Zawiyah, la roccaforte ribelle più vicina a Tripoli, fonti ospedaliere locali citate da Al Arabiya hanno confermato il bilancio di almeno 40 morti negli scontri. La televisione di Stato libica ha mostrato le immagini di centinaia di sostenitori del Colonnello che festeggiavano il "ritorno della città sotto il controllo dell'esercito" con una vera e propria festa in uno stadio di calcio cittadino, con tanto di bandiere e fuochi d'artificio. (fonte Afp)

http://tg.la7.it/est/news-13420

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Sempre in ordine sparso... L'Europa non si smentisce mai. La Francia ha rotto per prima gli indugi e ha deciso di riconoscere il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) dei ribelli come "legittimo rappresentante" del popolo libico. Proprio mentre l'Unione Europea dovrebbe prendere decisioni comuni...


Da "TM NEWS" del 10/03/11

Libia, nuovi raid aerei sui ribelli. Ue-Nato valutano intervento
I rivoltosi: La comunità internazionale intervenga o Gheddafi annienterà il popolo libico.
Dalla Russia embargo su vendita armi

Roma, 10 mar. (TMNews) - Un cacciabombardiere dell'aviazione militare libica ha colpito delle posizioni ribelli a est di Ras Lanuf, centro petrolifero controllato dalle truppe anti-governative. Intanto il presidente del Consiglio nazionale dei ribelli libici, Mustafa Abdel Jalil, ha chiesto l'intervento della comunità
internazionale per fronteggiare la repressione di Gheddafi. "In mancanza di una no-fly zone - ha detto - annienterà il popolo libico".

Un appello rivolto soprattutto a Nato e Unione europea, impegnati a Bruxelles in una maratona diplomatica tra i ministri degli Esteri Ue e della Difesa Nato, e successivamente dei capi di Stato e governo dell'Ue sugli strumenti per rispondere alla crisi libica e alle sue potenziali devastanti ripercussioni sull'Occidente.

E i ribelli intensificheranno le loro pressioni diplomatiche: due inviati del Consiglio nazionale dei ribelli sono a Parigi per incontrare il presidente francese Nicolas Sarkozy all'Eliseo. Nei giorni scorsi rappresentanti dei ribelli erano stati al Parlamento europeo di Strasburgo.

E anche il colonnello muove le sue pedine. Ieri ha intrapreso un tentativo di offensiva diplomatica in Europa, inviando un suo emissario, Taher Siyala, a Malta e in Portogallo per incontrare i ministri degli Esteri di questi due. Siyala è poi volato alla volta di Atene per incontrare il viceministro degli Esteri greco Dimitris Dollis.

Il fronte degli occidentali è tutt'altro che compatto sul modo di affrontare il caso libico. Secondo fonti diplomatiche, "ci sono diverse opinioni" all'interno dell'Ue, di cui 21 membri appartengono anche all'Alleanza Atlantica, soprattutto sulla no-fly zone prevista da un progetto di risoluzione presentato da Francia e Regno Unito al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Una "no fly zone totale non è un videogioco, è una misura seria che va attuata con azioni di forza" ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini.

Nel frattempo la Russia ha firmato il decreto di embargo sulla vendita di armi a Gheddafi: l'embargo fa parte delle sanzioni stabilite dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu contro Tripoli. (Ape/Mgi/Kan-San)

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20110310_110728.shtml  
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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E queste le ultimissime direttamente da TM News, agenzia giornalistica multicanale... La Russia ha firmato il decreto di embargo sulla vendita di armi a Gheddafi, come richiesto dall'ONU...


Da "DIARIO DAL WEB" del 10/03/11

Libia, Ue e Nato valutano i margini
di manovra per un intervento

Frattini e La Russa a Bruxelles dopo vertice a palazzo Chigi

ROMA - Nato e Unione Europea discuteranno oggi e domani sugli strumenti per rispondere alla crisi libica e alle sue potenziali devastanti ripercussioni sull'occidente. Una colazione di lavoro dei ministri degli Esteri Ue, oggi a Bruxelles, 'aprirà le danze' per preparare il vertice straordinario sulla Libia a cui parteciperanno domani i capi di stato e di governo dei Ventisette.

Al centro delle discussioni: "Fare in modo che in Libia cessino le violenze contro i civili e che in ogni caso la comunità internazionale prenda tutte le disposizioni che è in grado di prendere" come ha anticipato un alto funzionario dell'Ue citato dalla France Presse. Oggi pomeriggio sarà il turno dei 28 ministri della Difesa della Nato, fra cui l'americano Robert Gates, che scambieranno il loro punto di vista sui possibili scenari, mezzi a disposizione e le opzioni preferibili.

Un confronto politico aperto appare necessario come non mai, visto che per il momento il fronte occidentale è tutt'altro che compatto sul modo di affrontare il caso libico. "Ci sono diverse opinioni" all'interno dell'Ue, di cui 21 membri appartengono anche all'Alleanza Atlantica, soprattutto sulla no fly zone prevista da un progetto di risoluzione presentato da Francia e Regno Unito al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, come suggeriscono fonti diplomatiche.

Una "no fly zone totale non è un videogioco, è una misura seria che va attuata con azioni di forza" ha fatto notare ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini in parlamento. Per questo, non si stanca di ripetere l'Italia è necessaria una "legittimazione internazionale e regionale". E in effetti la Nato e l'Europa sono ben consapevoli che il mondo arabo guarda con grande sospetto a ogni tipo di intervento straniero nelle sue vicende interne. E comunque, lo ha detto Frattini ma fonti americane a Bruxelles sono dello stesso parere, l'opzione militare "passa per una risoluzione del Consiglio di sicurezza, per un mandato della Nato, e per una decisione dell'Unione Europea che non sarà difficile prendere" ma che dovrà pur sempre "tener conto dei caveat" del mandato internazionale.

In quest'ottica risulta "indispensabile" il coinvolgimento della "Lega Araba, che ha già espresso la sua non contrarietà, e dell'Unione Africana", ha detto ancora Frattini ricordando che, nel merito, sono già emerse le "perplessità di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza, come la Russia e la Cina" e "una disponibilità dei paesi del Golfo".

Secondo quanto riportato dalla televisione satellitare panaraba Al Jazeera, emissari di Gheddafi sarebbero atterrati nella giornata di ieri a Bruxelles, dove gli uomini del Colonnello avrebbero cercato contatti con diplomatici europei. Ma fonti del Consiglio Ue a Bruxelles hanno insistito che "non è previsto alcun incontro" con rappresentanti del regime di Muammar Gheddafi durante il Consiglio di oggi.

Nell'attesa che Mosca e Pechino prendano posizione sull'argomento no fly zone, l'Europa e la Nato ora puntano innanzi tutto al sostegno militare per l'evacuazione dei civili ed eventuali operazioni di aiuto umanitario se l'escalation sul terreno le renderà necessarie.

L'Italia, dal canto suo, proporrà un'"iniziativa navale mediterranea" Ue-Nato "per assicurare il rispetto delle sanzioni internazionali già decise" contro la Libia, e in particolare "quella dell'embargo delle armi" ha anticipato Frattini.Stamattina, prima di partire per Bruxelles, il ministro degli Esteri e il collega titolare della Difesa Ignazio La Russa ne parleranno con il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi che ha convocato il comitato interministeriale sulla Libia - di cui fanno parte anche i ministri Maroni, Tremonti, Sacconi, Romani e Fazio - a margine del Consiglio dei ministri. (TM News - Giovedì 10 marzo 2011)

http://www.diariodelweb.it/Articolo/Mondo/?d=20110310&id=190313
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Ci siamo. Oggi e domani a Bruxelles Nato e UE decidono cosa fare: embargo armi, no fly zone, o altro ... Speriamo che poi la montagna non partorisca il solito topolino. E pare che a Bruxelles ci siano anche emissari del rais vogliosi di contattare i diplomatici europei...


Da "BLOG SICILIA" del 10/03/11

Paranze illegali alle Egadi

di Guido Picchetti

10 marzo 2011 - Ogni giorno nel mare delle Egadi, ove insiste la più grande Area Marina Protetta d’Europa, si compie il più grande paradosso d’Europa, la pesca illegale di tipo a strascico perpetrata da parte di non meglio identificate paranze che provengono presumibilmente dalla terra ferma, in quanto nel distretto pesca delle Egadi non esistono imbarcazioni che svolgono tale tipologia di pesca.

Guardiamo in faccia la realtà, tutti lo sanno e dico tutti, sanno di questo tipo di attività nel mare antistante le Egadi, anzi alle volte a poco meno di cinquanta metri dalla costa, ove il fondale lo permette e in pieno giorno, ci sono attività illegali di questo genere.

Sappiamo di un pescatore che la scorsa estate è stato direttamente coinvolto in un tentativo di speronamento e poi inseguimento da parte di una di queste imbarcazioni, solo perché avvicinatosi, per fare delle fotografie con il suo sgangherato cellulare, ad una paranza che strascicava a non più di trenta metri dalla costa in località Punta Sottile.

Si sanno le giornate in cui escono e i luoghi in cui vanno, sono ovviamente pochi, ma questi pochi riescono a mettere in cattiva luce tutta la categoria della pesca. Noi tutti sappiamo benissimo che danni creino queste attività, primo di tutti il depauperamento del fondale, ove, per sentito dire da alcuni pescatori locali, lo strascico intensivo è riuscito a distruggere intere praterie di preziosa posidonia, hanno distrutto le nostre foreste !

Secondo, creano un danno non indifferente al piccolo comparto della pesca locale, essendo vittime inermi di questi predoni del mare, più grossi e cattivi, tanto che spesso e volentieri noi sub veniamo coinvolti in battute di pesca alla rete.

Difatti per ripicca o perché le reti sono state posizionate in zone di loro pertinenza, gli vengono tagliate le boe di segnalazione, intervenendo noi per recuperare il loro capitale, le reti, in fondo al mare.

Terzo, diminuisce l’efficacia che dovrebbe apportare una area di tutela ambientale marina, quale l’aumento degli stock di pesce, la tutela della biodiversità e la tutela delle attività artigianali locali. Di questo passo tra qualche anno non ci saranno più pescatori nelle nostre Egadi, perché non ci sarà più lavoro per tutti.

Le autorità preposte, la Regione, la Provincia di Trapani e le forze dell’ordine tutte, non possono continuare a tollerare una situazione di grave e perdurante illegalità, lasciando isolata l’AMP Isole Egadi che già molto sta tentando di fare su questo fronte.

Situazione che, oltre ad essere condannata dalla opinione pubblica, pone a rischio la parte sana della categoria, il quale dovrebbe garantire che chi viola le regole venga escluso dalle attività di pesca.

Le Egadi rappresentano un importante banco di prova per la strategia da adottare, alla vigilia del processo di revisione della politica comune della pesca, quindi è giunto il momento di non ripetere gli errori già commessi, oggi non ci sono solo gli strumenti per bloccare la pesca illegale, c’è pure l’esperienza del passato. Solo attraverso una azione decisa si potrà sradicare il fenomeno dello strascico illegale, dimostrare all’opinione pubblica e agli operatori un impegno concreto.

Il ripristino della legalità nella pesca non solo è una condizione indispensabile per il recupero degli ecosistemi marini ma anche un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una pesca realmente sostenibile.

http://www.blogsicilia.it/blog/paranze-illegali-alle-egadi/34397/
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Una denuncia di Lega Ambiente Egadi sulla pesca illegale delle strascicanti nell' Area Marina Protetta più grande d'Europa...


Da "FIAMMA NIRENSTEIN COM" del 9/03/11

Se la Nato chiama non possiamo
tirarci indietro

di Fiamma Nirenstein

Quando l’Occidente si schiererà, non potremo evitare di fare la nostra parte. E il momento del giudizio per il Colonnello ormai è inevitabile. Ormai lasciare al suo posto Gheddafi sarebbe suicida, come lo fu con Saddam nel ’91. Senza un intervento Obama sa che la sua amicizia con gli arabi si rovinerebbe.

Attenzione che la paura di apparire come Bush non ci faccia diventare dei Chamberlain. Per ora, questo è il grande rischio di Obama che, a forza di cercare chiarezza e legittimità, ci fa sprofondare nella confusione. L’Europa, dato che la Francia e l’Inghilterra vorrebbero una nuova risoluzione dell’Onu per autorizzare le operazioni, non aiuta a fare chiarezza. Ma c’è un punto solo che si distingue anche da lontano nella grande confusione concettuale e politica che circonda ormai la questione libica, ed è rosso sangue.

I ribelli libici non stanno vincendo, si può dire eufemisticamente: nelle battaglie di ieri Ben Jawad è stata presa, Misurata è circondata di carri armati di Gheddafi, Zawiyah sembra sia stata bombardata dall’aria, e il pozzo petrolifero di Ras Lanuf è stato a sua volta preso di mira dai Mig del rais. Di Tripoli, casamatta del capo, non si parla nemmeno, se non per dire che la polizia di Gheddafi mantiene un rigido e minaccioso controllo della città. È senza dubbio un segno di debolezza dei ribelli, anche se le notizie non sono chiare, che essi abbiano proposto a Gheddafi di lasciare il Paese entro 72 ore in cambio della promessa di non venire processato. C’è chi invece ha fatto sapere che la proposta è di Gheddafi e che i ribelli l’avrebbero sdegnosamente respinta, ma questo non torna con la figura e le dichiarazioni del Pazzo di Tripoli.

Pure a casa nostra, comunque, regna la confusione, anche se si delinea una soluzione, la famosa no-fly zone, che potrebbe essere adottata dalla Nato. Preparativi sono già in atto. Al tempo della guerra alla Serbia, l’Alleanza Atlantica non ebbe bisogno del nulla osta del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il grande fantasma che invece si erge come l’ombra di Banco sulla strada di Obama. Proprio lui, il presidente che più di ogni altro ha interiorizzato, anzi, incarna l’antagonismo alla dottrina Bush e sa che per questo ha ricevuto un premio Nobel per la Pace (che oggi pesa come una catena di piombo), sa benissimo che la sua amicizia coi popoli arabi, centro della sua politica estera, potrebbe essere rovinata dalla sopravvivenza politica di Gheddafi. Un Gheddafi furioso, che ha di nuovo il controllo della Libia, è un lusso che non ci possiamo permettere se vogliamo evitare rappresaglie sulla popolazione e chissà quali ricatti petroliferi. Molti ormai dichiarano realistica la no-fly zone. La Libia con Gheddafi sopravvissuto diverrebbe uno Stato isolato e dominato da un tiranno pieno di spirito di vendetta. Per riconquistare le province in armi, Gheddafi compirebbe una strage che il mondo non dimenticherebbe.

Gli Stati Uniti, la cui incertezza sta lasciando sempre più sorpresi e distaccati gli alleati e gli estimatori di un tempo, passerebbero alla storia come testimoni passivi di un probabile bagno di sangue. Robert Gates all’inizio si è dichiarato decisamente contrario a un intervento militare: «È una grande operazione in un grande Paese»; ma a Kabul, in una conversazione privata con il generale David Petraeus, che gli chiedeva se stava per lanciare una «specie di attacco contro la Libia», ha risposto: «Sì, esattamente». Dunque, probabilmente, se Gheddafi non viene fulminato sulla via di Damasco, qualcosa del genere dovrà presto avere luogo. E se la Nato chiama, nessuno potrà tirarsi indietro. Negli Usa il fronte interventista si è allargato dal repubblicano John McCain al democratico John Kerry, mentre si cerca di assicurarsi l’appoggio della Lega Araba, sperando che l’Arabia Saudita, sempre molto prudente, stavolta si prenda la maggiore responsabilità.

Ma una no-fly zone vuol dire bombardare gli aerei del raìs a terra, neutralizzare tutti i sistemi antiaerei ormai molto sofisticati, essere pronti a colpire ogni velivolo che si alza. Senza pensare all’incerta sorte degli interessi petroliferi e di vario genere che fino a ieri erano tutti nelle mani di Gheddafi, e domani non si sa. Ma al di là di tutte le considerazioni pratiche e anche al di là delle istituzioni internazionali, che certo hanno una loro grande forza, esiste da una parte una tradizione wilsoniana americana e dall’altra un senso di colpa europeo che si sommano insieme rendendo indispensabile una scelta. Non si può ignorare che là c’è un pazzo che sta compiendo una mattanza e che ne compirebbe una peggiore se restasse a cavallo.

La guerra di Spagna (1936-39), il mostruoso mancato contrasto della presa hitleriana sull’Europa, la sofferenza inflitta dal comunismo e la specifica vicenda dell’Ungheria nel 1956, la strage del Rwanda... Al Jazeera ha già paragonato il fallimento dell’Occidente, la sua lentezza, alle nostre responsabilità nelle stragi che Saddam compì dopo la guerra del '91 e alle stragi di musulmani bosniaci da parte serba. Non è per moralismo che ricordiamo tutti questi fallimenti, ma perché la misura del nostro cinismo è stata colmata dal suo fallimento. La serpe nutrita in seno ci ha morso. Ci seguiterà a mordere. E ci toglierà anche l’onore.

Pubblicato su "IL GIORNALE" del 9/03/11
http://www.fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=3&Id=2551
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Al tempo della guerra alla Serbia, l’Alleanza Atlantica non ebbe bisogno del nulla osta del Consiglio di Sicurezza dell’Onu... Invece oggi si... Perchè ??? E proprio vero che l'Unione Europea quando si tratta di problemi militari e di difesa dei suoi territori è ancora in fasce e ha bisogno della balia...


Da "TG LA7" dell'8/03/11

08/03/2011 -  08:45

Nella crisi libica scatta l'opzione militare Nato

Servizio video di Francesca Fanuele

Secondo la televisione Al Jazeera il rais avrebbe offerto ai ribelli il suo ritiro in cambio dell'immunità. E oggi l'Europa potrebbe decidere nuove sanzioni.

http://tg.la7.it/Esteri/video-391884
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Abbiamo la guerra alle porte di casa... Ognuno tiri da sè le conclusioni di cosa dobbiamo preoccuparci...
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Post di Gianluca Cecere

Ci stiamo autodistruggendo :( ... Con gli occhi di oggi, che posso dirti sono un po' più aperti grazie ad esperienze di vita e obiettivi che mi sono posto, sento e vedo cose che inevitabilmente mi mandano in pezzi. Dove guardi, ovunque, c'è contrasto e rotture, violenze e soprusi. Su tutto e tutti. Lontano e vicino. Ma che futuro abbiamo? Poi guardo i miei figli...


Da "RADIO CITTA' APERTA" dell'8/03/11

In Libia è guerra civile.
Parla Lucio Caracciolo, direttore di Limes

Intervista a cura di Marco Santopadre

Caracciolo, cosa sta succedendo in Libia ? Quali sono le forze che si contendono il potere e il controllo delle ingenti risorse di quel territorio?

Si può parlare di guerra civile in atto, anche se in termini impropri. Dico in termini impropri perché una guerra civile per essere tale presuppone che esistano una qualche forma di stato e di società unitaria che poi vanno in frantumi. In realtà Gheddafi è riuscito a distruggere qualsiasi forma di istituzione statale nel paese. In questi 42 anni ha governato mantenendo un delicato ed a volte anche brutale sistema di equilibri tra le diverse fazioni e tribù libiche. Ora questo precario equilibrio si è rotto, anche perché dopo 42 anni di potere è difficile che le cose potessero proseguire come se niente fosse. Non sappiamo molto di quali siano le forze in campo. Sappiamo che le fazioni rivali di Gheddafi controllano ora buona parte della Cirenaica e qualche città anche più a ovest, e sappiamo anche che la controffensiva del governo le sta mettendo in seria difficoltà.

In effetti si sa veramente poco sulla fisionomia degli oppositori di Gheddafi. Sappiamo però che molti di quelli che compongono il cosiddetto Consiglio Nazionale Libico sono ex strettissimi collaboratori del Colonnello: funzionari, militari, in alcuni casi ex suoi ministri...

Questo è normale, quando un regime entra in crisi ci sono sempre quelli che si affrettano a saltare il fosso e a schierarsi dalla parte dell’opposizione. Però la radice della ribellione è rappresentanza dalle tribù della Cirenaica, la confraternita della Senussia che è una delle istituzioni tribali storiche di quella parte di Libia che durante il sistema gheddafiano si è sentita penalizzata rispetto alla rivale Tripolitania, anche nella stessa ripartizione dei proventi delle risorse energetiche.

Alcuni analisti affermano che in maniera più trasversale una parte della borghesia libica si è sentita messa da parte, poco valorizzata dal regime...

E’ probabile, anche perché dal punto di vista economico e sociale non c’è dubbio che negli ultimi anni la Libia sia relativamente migliorata negli indicatori rispetto al resto dell’Africa e dello stesso Maghreb. Il reddito medio libico è paragonabile a quello di una regione dell’Italia meridionale; anche perché i libici sono pochi, tra i 6 e i 7 milioni di persone, e per un paese benedetto dai giacimenti di gas e petrolio – o maledetto, a seconda dei punti di vista – non è difficile ridistribuire i proventi anche solo per tenere buone le fazioni avversarie. Ma quella di Gheddafi ora sembra essere una crisi seria: anche se dal punto di vista militare dovesse resistere o addirittura riconquistare la Cirenaica nulla potrebbe essere come prima. Siamo di fronte ad una lunga fase di instabilità.

Quali sono le differenze, se ce ne sono, tra le varie rivolte che stanno attraversando il mondo arabo ?

Noi dal punto di vista mediatico siamo abituati a mettere tutto in un enorme calderone, con i media che mescolano e ci servono il piatto pronto delle ‘rivoluzioni arabe’. In realtà ci sono moltissime differenze: se noi vediamo le rivolte in Tunisia oppure la rivoluzione ancora incompiuta in Egitto ci rendiamo conto che ci sono enormi diversità. Ad esempio quella egiziana è stata una rivoluzione con una forte base urbana in un paese di 80-90 milioni di abitanti egemonizzati da una metropoli di 20 milioni di abitanti… In Libia invece siamo in una zona scarsamente popolata, con enormi zone praticamente deserte e con la presenza di popolazioni provenienti da regioni dell’Africa centrale e sub sahariana reclutate per il lavoro sporco.

Si parla in alcune analisi e interventi politici – ad esempio di alcuni settori dell’estrema sinistra – di ‘rivoluzione democratica’ in Libia. Condivide questo giudizio ?

E’ più un augurio che un’analisi. Speriamo che possa prevalere qualche forma di democrazia. Ma i dati che abbiamo non indicherebbero una così ovvia possibilità, anche perché la democrazia presuppone uno Stato. E in Libia di Stato non si vede proprio traccia. Nella migliore delle ipotesi possiamo parlare di intenzioni democratiche di una parte dei rivoltosi, ma si tratta di ricostruire – se si vuole tenere insieme il paese – un vero e proprio stato unitario.

Uno stato che – nel senso moderno del termine – i libici non hanno mai avuto visto che il paese nasce dalla competizione tra i diversi colonialismi europei...

Appunto. I libici l’hanno avuta un’esperienza di Stato che è stata quella dello stato coloniale italiano, e da quell’esperienza i libici non hanno tratto nulla di buono, confermandosi nella loro idea che in fondo lo Stato non sia poi questa gran cosa...

Venendo al posizionamento della comunità internazionale rispetto alla guerra civile libica, lei pensa che un intervento militare diretto sia possibile ?

Allo stato non mi sembra, almeno non a breve termine. Prima di andarsi a impelagare militarmente nella guerra civile libica in molti preferiscono pensarci bene sopra; e questo vale sia per gli americani che per gli europei. Inoltre al momento non ci sono né le disponibilità finanziarie né le risorse militari necessarie per andarsi ad accollare i costi militari, umani ed economici di un intervento diretto in Libia, che credo venga spesso evocato per intimidire Gheddafi e per dare l’idea alle proprie opinioni pubbliche che si sta facendo qualcosa. La guerra non la vedo alle porte...

Le sembra più probabile lo scenario descritto ieri dal quotidiano britannico "The Indipendent" quando ha affermato che l’amministrazione Obama ha chiesto ai sauditi di sostenere economicamente e militarmente i ribelli libici. Questo eviterebbe all’occidente un intervento militare diretto ma al tempo stesso consentirebbe di far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei rivoltosi ?

Questa è l’ipotesi che allo stato appare più convincente. Fin dai primi giorni i paesi occidentali hanno mandato in Libia i propri consiglieri militari, delle missioni d’intelligence, degli addestratori a sostegno delle truppe ribelli. Parlo di Stati Uniti, di Gran Bretagna, di Francia, e forse anche l’Italia sta facendo la propria parte. L’altra ipotesi, quella intermedia, è la cosiddetta ‘no fly zone’, cioè l’interdizione al volo per i velivoli impiegati dall’esercito di Gheddafi che dovrebbe quindi favorire le capacità belliche dei ribelli sul terreno. Il problema è che la no fly zone implica una vera e propria guerra, come ha chiarito lo stesso ministro statunitense Gates che ha ricordato la necessità di bombardare le installazioni della contraerea a terra per poter istituire la zona di non volo e mettere in sicurezza i caccia e gli elicotteri impiegati dai paesi occidentali. Questa ipotesi implicherebbe tra l’altro l’uso delle basi italiane degli USA e della Nato, come ad esempio quella di Sigonella.

Come valuta il comportamento dei media internazionali e di quelli italiani nella copertura della crisi libica ?

Al Arabiya e soprattutto al Jazeera si sono comportate, in tutte le rivoluzioni e le rivolte in corso nel nord Africa, più che da media da ‘organizzatori’. Al Jazeera ha avuto un ruolo centrale in Egitto, Al Arabiya ha avuto un ruolo più importante in Libia. Sono state diffuse come quasi sempre avviene in questi casi, una quantità di informazioni false: penso alle famose fosse comuni che poi erano in realtà il cimitero di Tripoli, o alle cifre incredibili sui morti diffuse dopo pochi giorni dall’inizio della rivolta come Al Arabiya che parlava di 10 mila vittime e così via. Questo fa parte della disinformazione scontata in ogni conflitto. Però i nostri media dovrebbero essere più attenti nel valutare e diffondere notizie incontrollate di questo genere, a maggior ragione in tempo di guerra.

http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=6054&Itemid=9
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Una bella intervista chiarificatrice, nei limiti del possibile, su quanto è accaduto e potrebbe ancora accadere in Libia, che, sebbene a volte descritto dai media arabi con interessi di parte, e stato poi ripreso dai media internazionali senza la dovuta attenzione e un opportuno controllo sulla veridicità delle informazioni...


Da "GREEN REPORT IT" - 8/03/11

Sciagura del Golfo del Messico: le numerose
morti dei cuccioli di delfini collegabili alla marea nera ?

25 febbraio 2011 - FIRENZE. Il disastro nel Golfo del Messico causato dall'esplosione della piattaforma Deepwater della British petroleum avvenuto il 20 aprile scorso, come previsto sta continuando a portare drammatiche conseguenze per l'ambiente e le biocenosi che vi vivono. Gli scienziati pare che colleghino alla marea nera le morti in sovrannumero di cuccioli di delfini (un ritmo dieci volte superiore rispetto al passato), che stanno avvenendo in Alabama e Mississippi, due degli Stati più colpiti dalla sciagura ambientale.

L'analisi è stata effettuata da alcuni esperti dell' Institute of Marine Mammal Studies di Gulfport, nel Mississippi. Gli scienziati hanno trovato, fino a questo momento, almeno 20 cuccioli di delfini appena nati, o in qualche caso non ancora nati ma frutto di aborti spontanei. «Di solito in questo periodo se ne trovano al massimo uno o due, perché la stagione delle nascite raggiunge il suo culmine a marzo» ha informato Moby Solangi, direttore dell'Istituto.

Lo scorso anno in tutto sono stati trovati 89 delfini spiaggiati, fra adulti e cuccioli, mentre nel 2009 erano solo 45. Le analisi per risalire alle cause della morte sono ancora in corso ma, come spiega Solangi, il collegamento al disastro è plausibile «Per qualche ragione questi cuccioli sono nati morti, o sono stati abortiti. E' ancora presto per saltare a conclusioni sulle cause finché non avremo i risultati delle analisi, ma di sicuro questa è più di una semplice coincidenza».

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=9136


Da "PANTELLERIA COM - News"  dell'8/03/11

News n° 7188" - Lettere al Direttore

''Sono preoccupata per la piattaforma petrolifera"

Buonasera, sono Marilia Valenza. Le scrivo da Roma per dirle che sono davvero preoccupata per la situazione di Pantelleria per via della piattaforma petrolifera.

Sapevo già qualcosa e mi ero anche alterata per questo. Ritengo che il comune non stia facendo abbastanza. Si stanno prendendo in giro da soli. Ho mandato una segnalazione a "Le iene" e spero che mi ascolteranno.

Volevo sapere se c'è l'intenzione di fare l'area marina protetta, se è stata coinvolta legambiente, l'enpa, i tg. Tutti devono sapere cosa sta autorizzando (e, per l'ennesima volta, sbagliando) il governo. Forse si dovrebbero fare degli scioperi permanenti, anche con le altre isole del canale di Sicilia.

Dato che sicuramente il comune dirà che non ci sono abbastanza soldi per il parco, e dato che Pantelleria è piena di turisti notoriamente benestanti, non potrebbero contribuire alla creazione del parco con una tassa, insieme alle offerte di tutti noi cittadini? Potremmo fare degli appelli di offerte tramite la tv.

Mi rendo conto di avere solo diciotto anni, e quindi forse di volare troppo in alto, ma abbiamo un grande potere: la Generosità. Nel rispetto degli animali, dell'ambiente e dell'immagine della nostra isola. Grazie per avermi ascoltato, attendo una sua risposta.

Marilia Valenza - Roma, 08/03/2011

http://www.pantelleria.com/news/lista_news.asp?NEWS_ID=6309 (solo su abbonamento)

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News n° 7189 - Risponde il nostro esperto

Da 20 anni si sono spesi fiumi di parole

Cara Marilia, raccogliendo l’invito del direttore Salvatore Gabriele, ben volentieri rispondo alla tua lettera.

Ti invito a dare un scorsa alle pagine sul mio sito web dove sono riportati tutti gli articoli pubblicati nel corso del 2010 e nei primi mesi del 2011, a proposito dell’Area Marina Protetta di Pantelleria e alle piattaforme petrolifere nello Stretto di Sicilia. E ti invito anche a dare anche un’occhiata alle ultime novità sull’AMP di Pantelleria, che, in verità, tanto nuove più non sono... In calce troverai i relativi link, e potrai leggere quanto ti risulterà di maggiore interesse.

Potrai così renderti conto di come, su tale argomento, a partire da circa vent’anni si sono già spesi fiumi di parole, ci sono proposte, documenti, dichiarazioni e prese di posizione ufficiali a ogni livello (provinciale, regionale, nazionale e internazionale), e c’è addirittura una legge che istituisce il Parco Nazionale dell’Isola di Pantelleria.

Ma noterai pure come, a parte l’iniziativa del “No Trivella Day” realizzata la scorsa estate (quando la minaccia delle trivellazioni si fece più evidente per la vicinanza all’isola di una piattaforma impegnata in operazioni di ricerca), siamo ancora ben lontani dal concretizzare la tutela ambientale del Mare di Pantelleria, come tu hai giustamente rilevato, e tanto meno quella dello Stretto di Sicilia già prevista da convenzioni internazionali, e da cui dipende, a giudizio degli esperti, il benessere dell'intero Mediterraneo. E tutto ciò nel disinteresse totale dell’amministrazione comunale pantesca e non solo...

In questi ultimi settimane poi il problema della tutela ambientale di questo tratto di mare che è lo Stretto di Sicilia, percorso da migliaia di disperati in cerca di un futuro migliore, è passato in secondo piano, com’è giusto che sia... E quindi occorre attendere che la situazione si normalizzi, sperando però che nel frattempo non ci sia chi, approfittando proprio di questo momento, continui a farsi gli affari suoi, infischiandosene bellamente di quanto sarebbe auspicabile per il benessere di tutti.

Guido Picchetti - Pantelleria, 08/03/2011

Echi di stampa di Dicembre 2010
Echi di stampa di Marzo 2011
 
Ultime novità sull’AMP di Pantelleria

http://www.pantelleria.com/news/lista_news.asp?NEWS_ID=6310 (solo su abbonamento)


Da "L'OPINIONE IT" dell'8/03/11

ONU, UE e NATO - Qualcuno decida immediatamente

di Francesco Di Majo

L’Unione europea fa melina. Così come l’Onu. Solo la Nato (e quindi gli Stati Uniti) ha dato adito all’ipotesi dell’intervento militare in Libia. Visto che, senza alcun tema di smentita, la crisi libica ha decretato una volta per tutte che l’Europa non ha alcuna consistenza politica unitaria sui temi della Difesa e delle scelte diplomatiche, solo gli Stati Uniti, tramite la Nato, si sono esposti nel non escludere un intervento militare per mettere ordine nel Mediterraneo africano.

Infatti l’Alleanza atlantica “sta prendendo in considerazione «una vasta gamma di opzioni, tra cui potenziali opzioni militari” per la Libia, ha detto ieri il presidente Usa Barack Obama dalla stanza ovale, con accanto a sè il premier australiano, Julia Gillard, ma oltre a questo non ha risposto a nessuna domanda sulla Libia.

Aggiungendo che: “Voglio inviare un messaggio chiaro ai collaboratori del colonnello Gheddafi: dovranno rispondere delle loro azioni, saranno ritenuti responsabili delle violenze che sono inaccettabili”. E, inaspettatamente, si è aperto uno spiraglio di una novella “guerra fredda”, probabilmente non dettata più da disegni politici planetari ma da interessi più piccoli, economici e non di conquista del mondo.

Infatti la Russia è contraria a un intervento militare straniero in Libia. Lo ha affermato ieri il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, secondo quanto riferiscono media russi. Insomma, lo scacchiere della diplomazia internazionale si muove intorno alla crisi libica e sembra che al temporeggiamento delle nazioni europee ci sia l’interventismo degli Stati Uniti e (al contrario della bandiera a stelle e striscie) della Russia “immobilista”.

Fatto sta che l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno dato l’ennesima prova di immobilismo di fronte alla “quasi” cadura del Rais libico. Francia e Gran Bretagna intanto stanno premendo, in seno alle Nazioni Unite, per ottenere nei prossimi giorni il via libera a una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia che non escluda questa volta il ricorso alla forza.

Secondo fonti del Palazzo di Vetro non sarà facile al momento ottenere il via libera di Russia e Cina, ambedue con il diritto di veto. Ma Parigi e Londra sperano che le pressioni del mondo arabo, sempre più insistenti nel voler stabilire una no-fly zone, possano far loro cambiare idea.

Fino a pochi giorni fa la Francia era molto riluttante sulla no-fly zone, ma il neo ministro degli esteri Alain Juppè ha modificato la propria posizione durante il fine settimana, visto il deteriorarsi della situazione sul terreno. E un’altra volta, a conferma di quanto detto prima, l’Europa è spezzettata. Anche su questo.

http://www.opinione.it/articolo.php?arg=1&art=99590
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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... Come pensavo e rilevavo fin dall'inizio della crisi. L'Europa, al solito, è divisa su questioni riguardanti la sua sicurezza, priva di consistenza politica in fatto di difesa e di soluzioni diplomatiche. E solo la Nato da adito all'intervento militare in Libia, pur di fronte all’ennesima prova di immobilismo dell'Unione Europea e delle Nazioni Unite.


Da "IL GIORNALE" - 8/03/11

  La guerra vera è per l'oro nero : vince
chi conquista le raffinerie


I ribelli si bombardano da soli. La linea calda del fronte è il bacino della Sirte,
il forziere del petrolio. Ecco perchè il rais ha mandato il figlio Khamis
a difendere la zona

di Fausto Biloslavo

Tripoli - In Libia la linea del fronte più calda, fra governativi e ribelli, corre lungo il bacino della Sirte, il forziere del petrolio con una potenziale riserva di 37miliardi di barili di oro nero. A Ras Lanuf dove si combatte, fra conferme e smentite, per il controllo della città e Marsa El Brega bombardata nei giorni scorsi dall’aviazione di Gheddafi, grandi aziende italiane come Snamprogetti e Saipem hanno realizzato impianti e raffinerie. Tutti obiettivi strategici che i ribelli tentano di conquistare ed i governativi difendono a denti stretti utilizzando i baschi rossi, i paracadutisti agli ordini di Khamis, il figlio con le stellette del colonnello Gheddafi. Non solo: la Libia, nonostante le sanzioni, continua ad esportare petrolio al ritmo di 570mila barili al giorno nell’ultima settimana di febbraio, in piena rivolta. A questo ritmo il regime di Gheddafi continuerà ad incassare circa 200 milioni di dollari alla settimana. Soldi che per le transazioni di greggio e gas in Europa passano attraverso la banca Ubae con sede a Roma. Le sanzioni europee e dell'Onu non colpiscono l'istituto centrale libico, collettore finale degli introiti energetici.

Non è un caso che ieri sia stato ordinato alle unità della 32ima brigata aviotrasportata di spazzare via l'enclave ribelle di Al Zawia, 40 chilometri ad ovest di Tripoli. I carri armati del colonnello disertore, Hussein Darbuk, potevano facilmente colpire le cisterne bianche della raffineria sulla costa a pochi chilometri dal centro città. La più grande del Paese messa in funzione dalle consociate del'Eni, la nostra azienda nel campo petrolifero. Darbuk è stato ucciso due giorni fa ed il figlio di Gheddafi ha ricevuto l'ordine di farla finita con l'enclave dei ribelli. I suoi baschi rossi, in mimetica da deserto e alette da paracadutista sulle mostrine, sembrano soldati veri e presidiano armi in pugno la raffineria di Al Zawia. Il quartier generale della 32ima brigata si trova a cinque chilometri ed un sorridente colonnello, che non dice una parola è responsabile della sicurezza della raffineria. L'impianto, che tratta 120mila barili di petrolio lavora al 75% della sua potenzialità. La raffineria è la principale risorsa del mercato energetico interno: serve i distributori di benzina, il gas per le case e soprattutto garantisce la funzionalità di un'importante centrale elettrica. In caso di black out gran parte di Tripoli resterebbe senza luce. «Noi lavoriamo per il 100% dei libici», sostiene Nasser Sharif, presidente della compagnia libica che gestisce la raffineria, lasciando intendere che non conviene a nessuno colpirla. In rada, di fronte all'impianto, ci sono alcune petroliere ed una fiammella brucia da due torri che dominano la struttura.

Da Al Zawia l'esportazione di greggio continua anche se a livello nazionale è calata, nell'ultima settimana, a 400mila barili al giorno. Le grandi compagnie internazionali, a cominciare dall'Eni, hanno evacuato il grosso del personale, ma gli impianti devono andare avanti lo stesso. «Alcuni specialisti, pure italiani, sono rimasti in Libia, perché non si possono chiudere del tutto i pozzi o i rubinetti del gas. Altrimenti gli impianti cedono», rivela una fonte de Il Giornale a Tripoli.

L'Eni ha costituito con i libici Mellitha, una joint venture che conta come fiore all'occhiello l'omonimo complesso sulla costa, poco distante dal confine tunisino. Da questo impianto parte il gasdotto Greenstream che arriva a Gela (10% del fabbisogno italiano). La Libia è il primo paese dell'Africa per riserve energetiche con 42 miliardi di barili di petrolio e 1,3 trilioni di metri cubi di gas. Il governo di Tripoli è il più importante fornitore di greggio all'Europa.

L'Eni ha deciso di investire 28 miliardi di dollari in Libia per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e greggio fino al 2040. Le mappe delle riserve libiche si concentrano nel bacino della Sirte, dove i combattimenti sono non a caso sanguinosi. I ribelli cercano di avanzare verso ovest passando per città strategiche, dal punto di vista energetico e per gli investimenti italo-libici, come Marsa El Brega e Ras Lanut, in direzione di Sirte, la città natale del colonnello.

Il problema è che le multinazionali del petrolio si sono già accaparrati i diritti di sfruttamento di ampie fette del bacino della Sirte sulla terraferma. E pure in mare, davanti a Bengasi, roccaforte dei ribelli e Misurata, la terza città del Paese che sarebbe in mano ai rivoltosi. Non solo: l'Eni, come altre compagnie, ha concessioni nel bacino della Sirte ed in Cirenaica. Nel caos della Libia non è chiaro come, con chi e perché verranno rispettati i contratti del regime di Gheddafi. Il colonnello, nel suo discorso fiume di mercoledì, ha accusato gli occidentali di voler mettere la mani sull'oro nero. E minacciato di ribaltare le carte in tavola: «Siamo pronti a far venire compagnie (petrolifere) indiane e cinesi al posto di quelle occidentali».

(da pag. 13 dell'edizione del 6/03/11) - www.faustobiloslavo.eu

http://www.ilgiornale.it/esteri/la_guerra_vera_e_loro_nero_vince_chi_conquista_raffinerie/06-03-2011/articolo-id=510003-page=0-comments=1
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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La vera guerra è per il petrolio, scrive Fausto Biloslavo... E dove sono le riserve più ricche da cui si prevedono le future estrazioni ? Guarda caso, sono off-shore nello Stretto di Sicilia, a partire dal Golfo della Sirte per arrivare al di là di Capo Bon, al largo di Libia, Tunisia e Sicilia...

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Da "IO AMO L'ITALIA" - 8/03/11

(da "Il Giornale" del 7 Marzo 2011)

Consigli all’Italia per guidare il rilancio del mondo arabo

di Magdi Cristiano Allam

Caro Presidente Silvio Berlusconi, nel nostro incontro privato a Roma lo scorso 25 gennaio mi ha colpito il profondo senso di amarezza per l’ingratitudine che lei avverte poiché, a fronte di una grande generosità che ispira il suo rapporto con il prossimo specie se in difficoltà, si ritrova ad essere trattato quasi fosse un nemico dell’umanità. Ebbene oggi lei, più di ogni altro leader europeo, per la sua dote di imprenditore di successo e per la specificità della realtà culturale, sociale ed economica degli italiani, può riscattarsi a testa alta ed essere annoverato tra i grandi della Storia promuovendo il “Piano Berlusconi per lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Mediterraneo”.

La tragedia umana che si sta consumando sull’altra sponda del Mediterraneo costituisce indubbiamente una catastrofe per quelle popolazioni in termini di vittime e di distruzioni. Al tempo stesso, piaccia o meno, dobbiamo ammettere che è anche una nostra sconfitta per esserci fin qui limitati a considerare la dimensione materiale delle relazioni bilaterali e multilaterali senza curarci della dimensione “spirituale”, ovvero del rispetto dei diritti fondamentali della persona che sono l’essenza della nostra comune umanità, della condivisione dei valori che sono alla base della democrazia sostanziale che non si esaurisce nel processo elettorale, dell’affermazione dello stato di diritto che garantisce tutti senza alcuna discriminazione e vincola tutti senza alcuna eccezione.

Eppure la straordinarietà delle rivolte popolari che agitano gran parte dei paesi a Sud e a Est del Mediterraneo, che hanno già portato all’allontanamento dal potere dei capi di stato in Tunisia e in Egitto e stanno facendo vacillare la tirannia di Gheddafi che sta perpetrando un genocidio ed è già stato denunciato dall’Onu per crimini contro l’umanità, offrono una rara opportunità all’Europa di voltare pagina se riuscirà a leggere correttamente l’evolversi della situazione senza scadere in infondati parallelismi con il nostro 1989 obnubilati dal fascino dello spontaneismo della piazza, a valutare criticamente il nostro passato che ci ha visto ahimè complici dei dittatori pur di aver garantiti il petrolio e il gas, i fondi sovrani e l’accesso ai loro allettanti mercati, ad assumere delle scelte sagge e lungimiranti che salvaguardino i nostri legittimi interessi nel medio e lungo termine in un contesto di condivisione dello sviluppo umano, della giustizia sociale, dello stato di diritto, della democrazia sostanziale e della pace tra i popoli del Mediterraneo.

Ebbene affinché questa prospettiva si traduca in realtà è necessario conseguire tre obiettivi:

1. Risolvere alla radice la piaga della sofferenza economica favorendo l’avvento del ceto medio per colmare il divario tra una casta che monopolizza la ricchezza e una maggioranza fin troppo povera, incentivando la crescita dei micro, piccoli e medi imprenditori avvantaggiando principalmente i giovani che mediamente costituiscono tra il 60 e il 70 per cento delle popolazioni a Sud e a Est del Mediterraneo.

2. Affermare una concezione sostanziale della democrazia che si fonda sulla condivisione dei valori non negoziabili della sacralità della vita di tutti, della centralità della dignità della persona e del primato della libertà di scelta, compresa la libertà religiosa degli ebrei e dei cristiani e di conversione dei musulmani senza essere condannati a morte per apostasia. In particolare bisogna arginare l’ascesa al potere degli integralisti e degli estremisti islamici che praticano la dissimulazione per partecipare alle elezioni e, una volta egemonizzato il potere, uccideranno la democrazia sostanziale, imporranno la dittatura islamica e tenteranno di abbattere la nostra civiltà in crisi valoriale e identitaria perché ci vergogniamo delle nostre radici giudaico-cristiane e siamo sempre più succubi della dittatura del relativismo al punto che non sappiamo più chi siamo, raccordandosi con i pionieri del califfato islamico che sono già tra noi arroccati nelle moschee, nelle scuole coraniche, negli enti assistenziali e finanziari islamici, nei tribunali sharaitici che noi abbiamo concesso in ossequio all’ideologia dell’islamicamente corretto.

3. Accreditare il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele quale Stato del popolo ebraico come un principio non negoziabile, parte integrante e indissolubile dei rapporti bilaterali e multilaterali con l’Unione Europea. Dobbiamo porre fine all’ideologia dell’odio contro Israele e gli ebrei nell’interesse di tutti, perché da sempre viene strumentalizzata per perpetuare le dittature bellicose e aggressive, mantenere i popoli arabi ed islamici in uno stato di sottomissione, bloccare la crescita economica e la giustizia sociale, negare la democrazia sostanziale e sabotare la pace tra i popoli.

Se siamo d’accordo su queste premesse, caro Presidente Berlusconi, arriviamo al dunque. Diciamo subito che se non vuole ripetere l’insuccesso della Conferenza economica per il Medio Oriente e il Nordafrica avviata dagli Stati Uniti a Casablanca nel 1994 e sospesa a Doha nel 1997, del Partenariato Euro-Mediterraneo avviato a Barcellona nel 1995 e ormai lettera morta, dell’Unione per il Mediterraneo annunciata nel 2008 a Parigi e che non ha mai visto la luce; e se vuole andare oltre alle semplici dichiarazioni di buoni intenti come la “Banca per lo sviluppo del Mediterraneo” annunciata da Craxi nel 1990, di un “Piano Marshall” per i Territori palestinesi da lei annunciato nel 2009 e la promessa finora disattesa dei leader dei G-8 all’Aquila di donare 20 miliardi di dollari all’Africa entro il 2012, dobbiamo innanzitutto convincerci che l’investimento a favore dello sviluppo delle popolazioni e della pace nel Mediterraneo non è un’opera di beneficenza, al contrario corrisponde alla promozione dei nostri legittimi interessi economici nonché alla salvaguardia della sicurezza e della pace nostra e dei nostri figli. Anche in politica, quella degli statisti che hanno a cuore l’interesse della prossima generazione e non quella dei politicanti che si preoccupano solo della prossima elezione come sottolineò De Gasperi, vale la regola che prevenire è meglio che curare le conseguenze delle malattie.

Finora abbiamo collezionato errori su errori. Sbagliare è umano, perseverare sarebbe diabolico. Vorrebbe dire che ci vogliamo veramente del male. Non dobbiamo più occuparci solo della dimensione materiale dei rapporti bilaterali o multilaterali. Non possiamo pertanto assegnare ad una banca il compito di promuovere lo sviluppo concepito solo in termini economici. Smettiamola di favorire solo i potentati economici interessati alle grandi opere dai discutibili benefici per la maggioranza della popolazione. Se ci vogliamo veramente bene e se vogliamo il bene dei nostri dirimpettai, mettiamoli nella condizione di essere loro i protagonisti della loro emancipazione economica, diamo loro gli strumenti finanziari e formativi in un contesto politico e giuridico favorevole affinché da emarginati si trasformino in micro, piccoli e medi imprenditori. Facciamolo con la logica di chi è interessato a riscattare la loro dignità, aiutandoli affinché non debbano più chiederci aiuto. Prendiamo esempio dal Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus che concede il microcredito a chi non è in grado di dare garanzie bancarie scommettendo sulla sua umanità. Il 98% dei prestiti elargiti dalla sua Grameen Bank (Banca del villaggio) viene restituito e a beneficiarne sono al 94% delle donne giovani, analfabete e sottomesse. C’è una similitudine tra la realtà del Bangladesh, dove Yunus ha iniziato l’attività del microcredito, e quella di diversi paesi della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, considerando la percentuale dei giovani, della diffusione dell’analfabetismo e della condizione di sottomissione della donna.

Caro Presidente Berlusconi, probabilmente è più fruttuoso sul piano dell’immagine e del riscontro immediato in termini di voti investire nella militarizzazione delle coste, nella costruzione di centri di accoglienza e centri di espulsione, nell’ampliamento delle carceri che ospitano per oltre il 30% degli stranieri nonostante siano circa il 5% della popolazione residente cavalcando l’onda pericolosa del razzismo. Ma lei ha un’opportunità unica di fare un investimento di medio e lungo termine per essere ricordato nella Storia d’Italia come uno statista saggio e lungimirante, che ha scelto di agire anziché reagire, di prevenire anziché curare, per assumersi interamente la propria responsabilità anziché tramandare ai figli e ai nipoti un fardello insopportabile e ingestibile. Promuova la nascita di una Fondazione che operi sull’altra sponda del Mediterraneo attraverso lo strumento del microcredito, accompagnandolo con un percorso formativo che diffonda la cultura dei diritti fondamentali della persona, dei valori non negoziabili, della democrazia sostanziale, della pace tra i popoli. Favorisca l’accesso al microcredito ai giovani, soprattutto alle donne, che sono le più emarginate tra gli emarginati ma sono al tempo stesso la principale leva del cambiamento. Non dia l’immagine del colonizzatore ma bensì del sincero benefattore che si prodiga per il bene autentico del prossimo. Che tuttavia non corrisponde all’elemosina. La Grameen Bank esige la restituzione del credito elargito perché il vero obiettivo è formare delle persone responsabili capaci di ergersi a protagoniste della loro vita. L’economista sudafricana Dambisa Moyo ha denunciato il fiume di denaro che dalle tasche dei poveri dei paesi ricchi vanno a finire nelle tasche dei ricchi dei paesi poveri perché hanno alimentato i regimi africani dittatoriali e corrotti e hanno accreditato la cultura del parassitismo e della sottomissione tra i popoli. Ci insegna che gli africani più che di denaro hanno bisogno di formazione per riuscire ad essere pienamente se stessi a casa propria.

Questa è la soluzione da perseguire nel Mediterraneo. Dobbiamo investire in quelle terre e a beneficio di quelle popolazioni perché dobbiamo favorire il loro radicamento a casa loro. Non è nemmeno lontanamente immaginabile che l’Italia o anche l’Europa possano accogliere dall’oggi al domani 50 mila o addirittura milioni di disperati in fuga dalla guerra, dalla miseria o dall’ingiustizia sociale. Non abbiamo altra scelta che assumere con grande serietà la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Mediterraneo. Lo dobbiamo fare per noi e per loro. Lei, presidente Berlusconi, oggi ha questa opportunità unica e irripetibile. Rifletta attentamente, si affranchi dai lacci e laccioli del teatrino della politica, si elevi dalle miserie umane che ci appartengono ma che possiamo accantonare. Tutto ciò di cui oggi leggiamo e sentiamo passerà in secondo piano se il nome di Silvio Berlusconi sarà abbinato al leader italiano che ha saputo avviare sull’altra sponda del Mediterraneo un contesto affine al nostro, dove prevalgono l’amore per la vita, la considerazione della dignità della persona, il rispetto per la libertà di scelta, la promozione di uno sviluppo finalizzato al bene comune, la pace tra i popoli.

http://www.ioamolitalia.com/2011/03/consigli-all%E2%80%99italia-per-guidare-il-rilancio-del-mondo-arabo/ _______________________

Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Un bell'articolo di Magdi Allam che sento di condividere pienamente, pubblicato come editoriale su "IL GIORNALE" di ieri, e che davvero mi auguro sia ascoltato da chi di dovere... Potrebbe essere l'ultima ed unica chance di salvare il salvabile...
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Da "RAI REPLAY di RAI3" del 7/03/11

Il canale della vita

servizio di Maurizio Menicucci

Dal telegiornale della scienza "LEONARDO"
presentato da Silvia Rosa-Brusin


Quello che sta accadendo sull'altra sponda del Mediterraneo ha fatto del Canale di Sicilia uno dei tratti di mare più sorvegliati del mondo. Ci sono i barconi dei clandestini, le pattuglie che li intercettano, e le flotte militari di molti Paesi interessati all'evolversi della crisi libica. Ma ci sono anche gli scienziati che da molti anni ne esplorano i fondali pieni di sorprese. Vediamoli...


http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=1&day=2011-03-07&v=53869&vd=2011-03-07&vc=3

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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ll Canale di Sicilia e i pericoli delle trivellazioni intorno a Pantelleria in un servizio video andato in onda nella puntata di ieri del TGR "Leonardo" di RAI3. Servirà a qualcosa ? Speriamolo....


Da "TG1 RAI IT" del 7/03/11

Il piano segreto di Washington: armare i ribelli di Bengasi

Le armi potrebbero arrivare in 48 ore dall’Arabia Saudita.
Così gli Usa potrebbero scongiurare un intervento militare diretto.

WASHINGTON - Nel tentativo di far cadere Muammar Gheddafi senza un coinvolgimento militare diretto nella crisi in Libia, gli Stati Uniti avrebbero chiesto all'Arabia Saudita di rifornire armi ai ribelli di Bengasi contro il regime. Riad, che sta già facendo fronte "al giorno della collera" della sua comunità sciita (pari al 10% della popolazione), ha però mancato, fino ad ora, di rispondere alle richieste di Washington, nonostante il re Abdullah odi personalmente il leader libico che tentò di farlo assassinare circa un anno fa.

GLI USA NON VOGLIONO UN NUOVO FRONTE DI GUERRA. Secondo quanto riferisce oggi il quotidiano britannico "The Independent", gli aiuti potrebbero raggiungere Bengasi entro 48 ore attraverso una base militare o l'aeroporto. La richiesta degli Stati Uniti sarebbe in linea con altre operazioni di cooperazione militare con l'Arabia Saudita, che già negli anni '80 sostenne gli sforzi Usa per armare la guerriglia afgana in lotta contro l'esercito sovietico. I sauditi rimangono l'unico alleato arabo posizionato in maniera strategica e capace di fornire armi alla guerriglia in Libia. La loro assistenza consentirebbe a Washington di "sfilarsi" da qualsiasi coinvolgimento militare nella catena di approvvigionamento, anche se le armi - scrive The Indipendent - sarebbero americane e pagate dai sauditi.

LE ARMI AI RIBELLI IN 48 ORE. Ai sauditi è stato detto che gli oppositori di Bengasi hanno bisogno di razzi anticarro e mortai per tenere a bada gli attacchi delle forze di Gheddafi. Le forniture potrebbero raggiungere Bengasi in 48 ore, ma dovrebbero essere consegnate alle basi aeree in Libia o all'aeroporto di Bengasi: se gli insorti riuscissero ad avanzare nell'offensiva e assalire le roccaforti di Gheddafi in Libia occidentale, si alleggerirebbe la pressione politica su Usa e Nato (da ultimo, esercitata anche dai membri repubblicani al Congresso) per stabilire una no-fly zone sulla Libia.

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-88ed5fcc-3b7b-4d38-bbcb-67ef3164f58f.html _______________________

Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Troppi condizionali e "se" ipotetici in questo pezzo sul TG1 della Rai on line. Ma qualcosa di vero potrebbe esserci (... altro condizionale). Tutto da prendere con le molle in altre parole, e aspettare per vedere cosa succede...


Da "IL RIFORMISTA" - 6/03/11

Il partito italiano anti-sanzioni

Roma gioca una partita ambigua, temendo che il congelamento
delle partecipazioni libiche abbia effetti devastanti. E così nicchia, rischiando di venir marginalizzata.

di Anna Mazzone

«Non è più l’epoca degli embarghi. La Libia è un paese che gioca un ruolo importante nella stabilizzazione dell’area». Ritorno al futuro. Queste parole sono state pronunciate dall’ad dell’Eni il 6 marzo del 1998. Esattamente 13 anni fa, Franco Bernabè suggeriva di far rientrare la Libia in gioco sullo scacchiere internazionale.

L'allora capo del colosso petrolifero italiano, in un’intervista sul Corriere della Sera, proponeva di togliere l’embargo sia a Tripoli che a Baghdad. Oggi la posizione dell’Italia non è cambiata, anche se gli attuali scenari internazionali e la feroce crisi che si sta consumando in Libia non fanno presagire nulla di buono per il nostro paese.

L’Italia “amica della Libia” si trova al centro di due fuochi e la temperatura sta vertiginosamente salendo. Da una parte Roma è praticamente costretta a seguire l’Ue, approvando (seppur tiepidamente) le sanzioni, dall’altra cerca di salvare il salvabile in Libia, dove il rapporto privilegiato con il Colonnello per anni ha nutrito i maggiori gruppi di potere italiani. Insomma, come scrive il New York Times, «la rivolta libica è una campana a morte per l’economia italiana».

Parafrasando un lungo articolo di ieri sul Corriere della Sera, in cui Sergio Romano ha dettagliatamente argomentato l’inutilità delle sanzioni definendole «un’arma spuntata», potremmo dire che l’embargo alla Libia per l’Italia rappresenta un’arma non solo «spuntata», ma anche “pericolosa” e potrebbe avere l’amaro sapore di un clamoroso autogol. Da qui la forza del partito anti-sanzioni. Un’inclinazione quasi “genetica” del nostro paese nei confronti dei più disparati regimi.

Roma si sta muovendo con Bruxelles per tenere fuori dall’embargo i fondi sovrani. La partita si gioca su questi ultimi ed è cruciale per i colossi dell’economica italiana. I due fondi sovrani libici (Libyan Investment Authority e Libyan Foreign Investment Company) sono nei salotti buoni della finanza italiana. Tripoli detiene il 7% di Unicredit e il governatore della banca centrale di Tripoli siede nel board dell’istituto bancario. Nel momento in cui si tratterà di chiudere i conti annuali, alla Libia dovranno essere elargiti profitti corrispondenti alla quota. Ma, se le sanzioni venissero estese anche ai fondi sovrani, ciò sarebbe impossibile e innescherebbe una reazione a catena.

In Italia hanno investito anche fondi di altri paesi arabi. Qualora fossero bloccati i pagamenti alla Libia, è possibile che anche gli altri si ritirino dal mercato italiano, causando un buco disastroso. È il peggior incubo di Giulio Tremonti. Tripoli possiede anche il 2% di Finmeccanica, il 2% della holding Fiat e il 7.5% della Juventus. I soldi dell’oro nero di Gheddafi sostanzialmente contribuiscono all’ossatura delle grandi aziende italiane, e non solo. La Libia partecipa anche in imprese minori, nel settore tessile (Olcese) e delle tecnologie dell’informazione (Retelit).

Il sostegno alla Libia negli ultimi vent’anni è stato perfettamente bipartisan, anche se – sottolineano fonti vicine a Prodi – il centro-sinistra ha sempre osteggiato il trattato Italia-Libia siglato nel 2008, come «troppo oneroso» e frutto di un soverchiante «senso di colpa per il passato colonialista». Fino a qualche settimana fa, il ministro Frattini definiva Gheddafi come un esempio di riformismo che gli altri paesi dell’area avrebbero dovuto seguire. Adesso, sotto la pressione di Usa e Ue, Frattini ha repentinamente cambiato opinione sul Colonnello, che è diventato un «dittatore» con il quale non si può né si deve trattare. Intanto, l’Italia è l’unico paese europeo ad aver tenuto aperta la rappresentanza diplomatica a Tripoli.

Secondo l’opinione di fonti istituzionali bene informate, Roma dovrebbe «rischiare» e assumere una posizione più netta. Non accontentarsi di essere la capofila degli aiuti umanitari, ma guardare a quello che accadrà nel lungo periodo, onde evitare che si ripeta una situazione stile Iraq, quando l’intervento di Stati Uniti e Regno Unito fece praticamente piazza pulita del business italiano nel feudo di Saddam Hussein. Anche allora, è bene ricordarlo, l’Italia era contraria alle sanzioni.

Roma dovrebbe scegliere e farlo in fretta, perché i tempi sono ormai scaduti. Gheddafi ha già fatto sapere che nel caso dovesse restare al potere, dirotterà i contratti italiani verso la Cina e l’India. Se, invece, il raìs venisse spazzato via da un intervento di Usa e Nato, del piatto libico all’Italia (amica del regime) resterebbero solo le briciole. Insomma, è sul riassetto del business del futuro che si gioca la partita, e l’Italia la sta giocando in modo ambiguo, rischiando di subire un clamoroso autogol.

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/357517/
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Roma, dice il Riformista, gioca una partita ambigua. Ambiguo, a mio giudizio, è il momento della crisi libica che non lascia intravvedere a breve una sua soluzione.. E l'unica cosa da fare sarebbe quella di rispettare, con la maggiore trasparenza possibile e senza troppe indecisioni, gli accordi internazionali già presi ai vari livelli e nelle varie sedi, sperando che non siano in contraddizione tra di loro...
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Dal mensile "Il SUD - Il mezzogiorno al centro" - Marzo 2011

Inchiesta

Trivelle a tutto gas, allarme nel Mediterraneo
Il boom di richieste di concessioni per esplorazioni nel mare del Sud Italia
ha allarmato gli ambientalisti

Le grandi multinazionali del petrolio fanno rotta verso il Meridione. Tra il basso mare Adriatico, lo Jonio e il Tirreno
il più alto numero di pozzi off-shore e aumentano, di giorno in giorno, le richieste per nuove esplorazioni.
Ambientalisti in stato di allerta.

di Damiano Chiaramonte

Da una parte c’è lo spettro della Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera della Bp protagonista del disastro ambientale nel Golfo del Messico, che alimenta le preoccupazioni degli ambientalisti. Dall’altra ci sono le aspettative di al-cune tra le più importanti compagnie petrolifere mondiali che guardano all’Italia come ad un autentico serbatoio naturale di petrolio, potenzialmente il più grande dell’Europa continentale. In mezzo c’è la politica con le sue distorsioni, il dibattito infinito che non giova certo ad un settore, come quello dell’estrazione degli idrocarburi, in continua evoluzione nel nostro Paese.

E allora? E allora, l’unico punto fermo sono i numeri diffusi dal ministero dello Sviluppo economico: in Italia nel 2009 sono state estratte 4,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa il 6% dei consumi totali nazionali di greggio. Un dato in crescita visto che fino al novembre scorso i pozzi hanno tirato in superficie oltre 4,6 milioni di tonnellate di olio greggio e che, considerata la media mensile di estrazione attestata in oltre 400 mila tonnellate, potrebbe toccare quota 5 milioni di tonnellate nel 2010. Sempre secondo le stime del ministero, nel sottosuolo (e nel sottofondo marino) italiano ci sono complessivamente 129 milioni di tonnellate di greggio da recuperare, un dato che ha scatenato una vera e propria corsa all’oro nero.

Anche in questo caso sono i numeri a parlar chiaro: al 31 dicembre 2010, lo Stato ha rilasciato 117 permessi di ricerca tra terraferma e mare, mentre 148 sono le istanze per il rilascio di autorizzazioni alla ricerca che giacciono negli uffici del ministero dello Sviluppo economico. Numeri e parole: “L’Italia è un autentico tesoro, il Paese con più idrocarburi dell’Europa continentale”. Una dichiarazione d’amore di Shell, presente nel nostro paese dal 1912. Per poco meno di un secolo si è quasi esclusivamente occupata di distribuzione, ma dal 2004 ha cominciato ad acquisire interessi sull’esplorazione soprattutto in Val D’Agri (Basilicata) dove gestisce i pozzi con Eni.

“Nel 2009 abbiamo acquisito da North Petroleum il 70% delle quote di interesse sui permessi di ricerca off-shore al largo delle coste della Sicilia occidentale – conferma Patrizia Sferrazza, direttore delle relazioni esterne di Shell Italia – lasciando per il momento la fase operativa alla North Petroleum. Quella italiana è una realtà molto interessante”. È soprattutto il Meridione a far gola alle grandi multinazionali del petrolio. In Basilicata si estrae il 70% del petrolio prodotto in Italia, mentre tra il basso Adriatico, lo Jonio ed il Tirreno meridionale si concentra il più alto numero di pozzi off-shore (quattro piattaforme solo in Sicilia e tre in Abruzzo).

In Puglia, proprio Shell ha ottenuto il via libera per la ricerca in un’area di mille e 300 kmq circa nel Mar Grande di Taranto ed altre istanze di permessi di ricerca riguardano la Petroceltic Italia (società della irlandese Petroceltic Elsa) per un’area a mare di quasi 730 kq che si estende nel tratto antistante la costa abruzzese, compresa tra Pineto e Vasto. Ma gli interessi della compagnia d’oltremanica coprono l’intero specchio di mare tra la costa teramana e le isole Tremiti.

L’escalation di richieste per la ricerca petrolifera nei fondali del Sud Italia preoccupa gli ambientalisti. Per Legambiente il rischio trivellazioni minaccia pesantemente le aree marine, poiché la corsa all’oro nero avrebbe portato molte compagnie ad avanzare richieste ed in alcuni casi ad ottenere permessi di ricerca in zone localizzate per la gran parte in aree di elevato pregio ambientale e considerate sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare. Come nel caso di Shell ed i permessi acquisiti nel Canale di Sicilia. Sono troppo vicine alle isole Egadi e a Pantelleria quelle aree destinate alle esplorazioni petrolifere per gli ambientalisti che non credono nel decreto ‘anti-petrolio’, varato il 26 agosto scorso dal ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo che vieta le trivellazioni off-shore entro le 12 miglia dalla costa.

Il disastro ambientale causato l’estate scorsa nel Golfo del Messico dalla piattaforma della Bp ha interessato una porzione di mare grande quasi quanto tutto l’Adriatico e questo basta a trarre le conseguenti comparazioni rispetto a quanto potrebbe avvenire in caso di incidente grave nel canale di Sicilia. Preoccupazioni che sembrano essere condivise dal governo della Regione siciliana che però non ha voce in capitolo sulle concessioni off-shore, mentre ha competenza esclusiva in materia sulla terraferma.

“Vi è comunque un obbligo comunitario perché l’Unione europea ha istituito ‘Natura 2000’, la rete ecologica europea costituita da aree protette destinate alla conservazione della biodiversità, in cui sono comprese le isole Egadi e Pelagie, Pantelleria e diversi fondali costieri della Sicilia sud occidentale – afferma, Gianmaria Sparma, assessore siciliano al Territorio ed ambiente – e poi ricordo che, con un pronunciamento ufficiale della giunta di governo, la mia regione ha espresso una netta contrarietà al rilascio di autorizzazioni per trivellazioni off-shore nel mare Mediterraneo, nel tratto prospiciente le coste siciliane.

Il ministero allo Sviluppo economico, facendo espresso riferimento a questo documento, ha invertito la rotta e al momento, non sta rilasciando più nuove autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi”. Da Shell Italia comunque fanno sapere che i tempi legati alla ricerca e all’eventuale esplorazione nei fondali dell’area occidentale del canale di Sicilia sono molto lunghi.

“Abbiamo appreso dalla stampa di pozzi già attivi entro marzo 2011 – aggiunge Patrizia Sferrazza – ma possiamo assicurare che non c’è niente di più improbabile. I tecnici sono ancora impegnati nell’ultima fase di acquisizione delle informazioni relative allo studio sui dati sismici in 3D, mentre sono in fase di elaborazione le ricerche sulle tipologie di idrocarburi. Prima di passare alla fase successiva ed acquisire gli ulteriori permessi per l’esplorazione trascorreranno mesi”.

Shell assicura: fino al termine del 2011 niente perforazioni tra Egadi e Pantelleria. Ma su questo fronte Legambiente Sicilia ha alzato la posta, proponendo al governo regionale siciliano di affermare la rivendicazione – in forza dello statuto – della titolarità della Regione sul demanio marittimo e sul mare territoriale e di obbligare le compagnie petrolifere, che attualmente gestiscono le piattaforme nel mare territoriale siciliano, di presentare fidejussioni di importo adeguato a far fronte allo scenario di incidente più grave.

La Regione ha accettato il suggerimento e rilanciato: “Il governo Lombardo ha tra i temi fondanti, proprio la rivendicazione delle proprie prerogative statutarie e quindi quella di Legambiente sul demanio marittimo è un’enunciazione di principio in linea con la nostra azione. Concordiamo sulle proposte, ma noi andiamo oltre: vogliamo bloccare le installazioni delle piattaforme petrolifere nel canale di Sicilia. Riteniamo infatti che anche quelle autorizzazioni già rilasciate possano essere revocate, perché oltre alle conseguenze per l’ambiente e per l’ecosistema marino, queste trivellazioni sono previste in zone ad elevato rischio sismico”.

C’è però un risvolto di cui si parla poco. Se dovesse vincere la linea dura contro le esplorazioni off-shore al largo della Sicilia occidentale, le compagnie petrolifere potrebbero anche decidere di spostare la ricerca sulle vicinissime acque territoriali tunisine. L’Isola rimarrebbe a bocca asciutta sul piano delle royalties, ma non risolverebbe la questione legata alla sicurezza.

Più morbida comunque la posizione del governatore siciliano, Raffaele Lombardo, sulle esplorazioni in terraferma. Proprio nelle scorse settimane, ha firmato un protocollo d’intesa sottoscritto tra la Regione siciliana, Enimed Spa e Raffineria di Gela Spa. A fronte dell’impegno da parte delle società controllata dall’Eni ad investire per migliorare la produttività e la logistica del sito industriale di Gela, la Regione ha garantito il rinnovo delle concessioni per altri venti anni e si è impegnata a semplificare l’iter burocratico per favorire lo svolgimento delle attività estrattive e lo sviluppo di nuove iniziative di ricerca mineraria.

La sede legale delle spa Eni resta in Sicilia

II rinnovo della concessione per ricerche di idrocarburi per altri vent'anni in cambio di un massiccio piano di investimenti (800 milioni di euro da qui al 2015) nel polo della raffineria di Gela, in provincia di Caltanissetta. Questo, in sintesi, l'accordo siglato tra la Regione Siciliana e le società Enimed e Raffineria di Gela s.p.a. Uno dei punti centrali dell'intesa è l'obbligo per le due società di mantenere la sede legale in Sicilia. Un passaggio che assicurerà alla Regione la riscossione dei tributi, oltre alle royalties, per tutta la durata della nuova concessione (circa un miliardo di euro). Le società si sono impegnate, inoltre, ad avviare alcuni interventi di bonifica, tra cui il ripristino della diga foranea, il porto della città distrutto da una mareggiata. Il Piano industriale passa anche "dalla razionalizzazione delle forze occupazionali per recuperare competitivita". La Raffineria attualmente da lavoro a 1400 dipendenti. Nei mesi scorsi si era diffuso il panico di licenziamenti.. "Non ci sarà nessun licenziamento" assicurano i vertici del gruppo Eni. Dalla Regione apprezzamento per l'impegno delle due società private a continuare ad investire in Sicilia.

A fronte dell’impegno da parte delle società controllata dall’Eni ad investire per migliorare la produttività e la logistica del sito industriale di Gela, la Regione ha garantito il rinnovo delle concessioni per altri venti anni e si è impegnata a semplificare l’iter burocratico per favorire lo svolgimento delle attività estrattive e lo sviluppo di nuove iniziative di ricerca mineraria. In cambio di maggiori introiti in termini di royalties e fiscalità, Lombardo ha chiesto ad Eni di minimizzare l’impatto ambientale dei pozzi Tresauro, nel ragusano, e al contempo ha invitato gli organi competenti, a rispettare il protocollo, rivedendo l’iter per le autorizzazioni delle relative concessioni che allo stato attuale sono bloccate.

Diversa la situazione a poche decine di chilometri di distanza, dove da anni si assiste ad un braccio di ferro tra associazioni ambientaliste, regione siciliana e Panther Eureka sulle trivellazioni in Val di Noto e dove il governo Lombardo conferma le distonie che lo hanno fin qui caratterizzato. A parlare è di nuovo l’assessore regionale al Territorio ed ambiente Gianmaria Sparma: “Intanto il piano paesistico per la provincia di Ragusa vieta questo tipo di interventi in quel territorio; a tal riguardo abbiamo avviato una attività di ricognizione e verifica di tutti gli atti relativi alle attività estrattive e di ricerca degli idrocarburi nell’isola al termine della quale relazioneremo alla giunta per l’adozione dei relativi provvedimenti”.

L’iter si trascina sin dal primo governo Cuffaro: la Panther Eureka ha ottenuto i permessi per le perforazioni nel fiume Tellaro, tra le provincie di Ragusa e Siracusa (il famoso Val di Noto, terra di agricoltura e barocco), ma per il momento sono sospesi. Come molte altre cose in questa vicenda che è diventata un po’ il simbolo della lotta tra petrolieri e ambientalisti.

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Rigassificatori e polemiche

Due storie tormentate. Due progetti che fanno discutere. Due rìgassificatori, da realizzare in Sicilia, che fino ad oggi non hanno avuto vita facile. Anzi. Il primo, che dovrebbe vedere la luce a Porto Em-pedocle, a due passi dalla Valle dei Templi di Agrigerito. Bloccato da una serie di ricorsi al Tar. Più -complessa la-vicenda del rigassificatore di Priolo-Melilli. Rimpianto dovrebbe essere realizzato nell'area del polo del petrolchimico. Il problema è che quest'angolo della provincia di Siracusa è una zona ad alto rìschio sismico. Ed è per questo che gli uffici della Regione tentennano. A sponsorizzare questo impianto c'è uno schieramento trasversale che va dalla ministra per l'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a un 'pezzo' importante della sinistra di Siracusa: la Cgil e alcuni parlamentari del \ Pd. A complicare il quadro, una recente I inchiesta dell'Espresso, stando alla qua-\ le alla gestione di questo rigassificatore sarebbero interessati i russi della Eukoil già presenti nell'area. Cosa, questa, che non piacerebbe agli americani. Va da sé che l'obiettivo dei rìgassificatori sarebbe assicurare una molteplicità di fonti di approvigionamento di gas all'Italia. Ma sull'argomento non mancano polemiche e soprattutto, a giudicare dalla proteste, gli impianti non sono molto graditi alle comunità (le direttive dell'I]e prevedono consultazioni popolari). Ultimamente anche il governo nazionale sembra meno pressante. "I rìgassificatori si conteranno sulle dita di una mano" ha detto Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico "non ci sarà spazio per tutti gli impianti per cui è stata fatta richiesta, anche perché dovrà rìdursi la percentuale di gas presente in Italia rispetto alle quote che verranno destinate al nucleare".

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L'oro nero dello Stretto di Sicilia è il "tesoro" della Shell

di Guido Picchetti

Nel Maggio scorso a Pantelleria, dalle coste dell'isola in direzione di maestrale, si iniziavano a vedere la sera delle strane luci in movimento sull'orizzonte. Erano le prime avvisaglie di quelle che, da lì a poco, sarebbero diventate le luci fisse della piattaforma petrolifera dell'ADX, posizionata, per le sue ricerche in acque tunisine, appena 300 metri al di là del limite delle 13 miglia che separano tra Italia e Tunisia le acque di rispettive competenze territoriali.

Le trivelle dell'ADX entrarono in azione a metà Luglio, ma solo a metà Agosto fu confermata di fatto la presenza della piattaforma al largo di Pantelleria sul giacimento "Lambouka-1", un giacimento che si estende nel fondale marino in direzione dell’isola fino a 6 o 7 miglia dalle sue coste. Il fatto suscitò, come molti ricorderanno, una decisa reazione tra gli abitanti di Pantelleria, che culminò a fine Agosto in un "No Trivella Day", cui parteciparono anche alcune note personalità politiche delle istituzioni locali e regionali.

Ma quello che era sfuggito a molte di quelle stesse personalità, e di cui nessuno sull'isola era a conoscenza, è che proprio in quel mese di Maggio, il giorno 4 per l'esattezza, Il presidente e amministratore delegato della Shell, Marco Brun, aveva rilasciato un’intervista a Corriere Economia, l’inserto del Corriere della Sera, nella quale, informando che la sua società aveva inviato nel Canale di Sicilia una nave specializzata in ricerche petrolifere, la Atlantic Explorer, spiegava: “I risultati della sismica tridimensionale rilevati in mare ci diranno se varrà la pena costruire il primo pozzo esplorativo per scandagliare i fondali che, secondo le nostre rilevazioni, potrebbero custodire un autentico tesoro." E aggiungeva ancora: “Se davvero il giacimento siciliano confermerà le attese, l’Italia si confermerebbe il Paese con più idrocarburi dell’Europa continentale".

Una bella prospettiva davvero per lo Stretto di Sicilia e per quanti hanno a cuore la sua tutela ambientale, da cui possono dipendere, diciamolo chiaramente una volta per tutte, le condizioni dell'intero Mediterraneo! Ma quello che quell'intervista mi sembra non precisasse, era che le ricerche della Atlantic Explorer, effettuate dalla Shell in joint venture con la Northern Petroleum, sarebbero state condotte in quella concessione di cui è titolare la società britannica denominata C.R147.NP, una concessione che, iniziando a ca. 8 miglia da Pantelleria, si estende verso nord fino al Banco roccioso che porta lo stesso nome dell’isola. E che confina ad ovest con la concessione in acque italiane dell'ADX, sotto la quale la stessa società, con le sue trivellazioni in acque tunisine dell’estate scorsa, ha scoperto che il ricco giacimento "Lambouka-1" si estende anche nel sottosuolo italiano arrivando fino a poche miglia da Pantelleria.

E ancora sono invero pochi a rendersi conto di quanto potrebbe avvenire nei prossimi mesi: da un lato la Shell e la Northern Petroleum, che cercheranno di ottenere con le prossime trivellazioni (già preannunciate da un loro comunicato del dicembre scorso) dei preziosi e concreti assaggi di quel "tesoro" in oro nero la cui presenza è stata regolarmente confermata dalle prospezioni sismiche in 3D effettuate l'estate scorsa, ad insaputa di tutti gli abitanti di Pantelleria e senza che nessuno avesse nulla da obiettare a livello locale e regionale. E dall’altro l’ADX, che nei prossimi mesi inizierà lo sfruttamento del giacimento da lei individuato a cavallo del limite delle acque territoriali tra Tunisia e Italia, succhiandone, però, ad ulteriore beffa per il nostro Paese, il petrolio in diagonale direttamente da acque tunisine.

D’altronde chi e cosa potrà fermare la veloce e forsennata caccia a questo "tesoro nero" "dello "Stretto di Sicilia", o almeno rallentarne la corsa riducendone conseguentemente i rischi, in attesa che vengano istituite le famose "Area Marine Protette di Altomare" già previste dall'UNEP-MAP ? Difficile dirlo, oggi come oggi... Ma, confidando nel Dio del Mare, speriamo che qualcuno ci sia e che qualcosa di buono davvero accada...

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Gli approfondimenti

Petrolio, Mediterraneo, Ministero dello Sviluppo Economico, idrocarburi, trivellazioni, Eni, rigassificatore, Pantelleria, Eni, Shell, North Petroleum
"Alla Regione e in Parlamento contro le trivellazioni a Pantelleria" di Guido Picchetti
 - su Blog Sicilia del 20 Gennaio 2011

D'Alì: “No alle trivellazioni al largo di Pantelleria"
"Si faccia subito l'Area Marina Protetta - D’Alì: No alle trivellazioni al largo di Pantelleriadi Guido Picchetti
 - su Blog Sicilia del 7 Febbraio 2011

Il New York Times denuncia: trivellazioni nel Golfo del Messico senza permessi
"Nel golfo del Messico la BP tenta il tutto per tutto per arginare la fuoriuscita di greggio. Ma il New York Times denuncia: le trivellazioni non avevano tutti i permessi richiesti dalla legge"
 - video servizio di Nico Piro dal TG3 andato in onda il 14/5/2010

Il disastro petrolifero nel Golfo del Messico
"Petrolio: quale futuro dopo il disastro del Golfo del Messico? - Il servizio chiarisce dinamiche, rischi, particolarità e dettagli di questa catastrofe ambientale e come, più in generale, siano gestite e regolate le attività petrolifere nel mondo."
 - video servizio di Lorenzo Pinna da Superquark in rete su YouTube dall'8 Luglio 2010

L'allarme ambientale nel Golfo del Messico
"Tg2 - Allarme ambientale nel Golfo del Messico. Contrariamente alle rassicurazioni delle prime ore viene dispersa in mare una quantità di greggio pari a mille barili al giorno."
 - video servizio di Daniela de Robert dal TG2 andato in onda il 26 Aprile 2010

Raffaele Lombardo: “No alle trivellazioni nel Mediterraneo"
"Il mare è una riserva infinita di vita. No alle trivellazioni nel Mediterraneo. Raffaele Lombardo interviene a proposito della questione delle trivellazioni nel Mediterraneo"
 - video su YouTube da "raffaelelombardoblog" del 4 Agosto 2010

L'On. Sonia Alfano al Parlamento Europeo
"L'intervento di Sonia Alfano al PE sulle trivellazioni nel Mediterraneo del 6 Ottiobre 2010 a Bruxelles"
 - video servizio su "YouTube" da "Il canale di Sonia Alfano" dell' 8 Ottobre 2010

Trivellazioni a Sciacca
"La ricerca del petrolio è soggetta a quali regole? E queste regole sono rispettate?"
 - video servizio di Milena Gabbianelli su Report di Rai3 andato in onda il 31/10/2011

I risultati delle trivellazioni petrolifere dell’ADX nello Stretto di Sicilia
"In più i programmi operativi previsti per il 2011. I risultati delle trivellazioni petrolifere dell’ADX nello Stretto di Sicilia" di Guido Picchetti
 - su Blog Sicilia del 27 Settembre 2010

Legambiente lancia l'allarme trivellazioni off-shore
"Petrolio made in Italy, Legambiente lancia l'allarme trivellazioni offshore"
 - pubblicato il 25 Agosto 2010 sul sito web "Corso Energia e Ambiente dell'Università degli Studi di Napoli Federico II

Il “No” di Stefania Prestigiacomo, Ministro dell'Ambiente
“No Trivella Day non si può esaurire dall’alba al tramonto" di Guido Picchetti
 - su Blog Sicilia del 26 Agosto 2010

La caccia “all'oro nero” nel Canale di Sicilia
"Si rischia il disastro ambientale. Petrolio, riparte la caccia all'«oro nero» nel Canale di Sicilia. L'annuncio delle compagnie petrolifere americane di trivellazioni in aree protette"
 - pubblicato il 13 Gennaio 2011sul sito web de "Il Corriere del Mezzogiorno" (fonte Italpress)

Altri link utili:

Il "Ministero dello Sviluppo Economico" -  L' "Eni – Ente Nazionale Idrocarburi" - La "Shell" - La  "North Petroleum" - "Legambiente" - "Natura 2000" - Il "Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare"

http://www.sudmagazine.it/inchiesta/trivelle-a-tutto-gas-allarme-nel-mediterraneo/328/
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Post su FB in relazione all'inchiesta
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Da "LA7 IT" - 5/03/11

 

Crisi in Libia, i rischi dell'opzione militare

 

04/03/2011 - Le diplomazie internazionali si interrogano sull'intervento militare, ma serve prima una risoluzione dell'Onu, come accadde per Milosevic e Saddam Hussein.


http://www.la7.it/Esteri/video-390954


Da "PL-IT - PRENSA LATINA CU" - 5/03/11

La guerra inevitabile della NATO

di Fidel Castro Ruz

4 mar (Prensa Latina) - Fidel Castro Ruz, nella seconda parte del suo articolo sulla Libia, condanna decisamente un’intervenzione statunitense ed approva l’offerta del presidente venezuelano Hugo Chavez di formare una commissione di pace che favorisca il dialogo tra i fattori in disputa. Di seguito pubblichiamo la versione integrale della Riflessione del Comandante in Capo: “Quando Gheddafi, colonnello dell'esercito libico, ispirato nel suo collega egiziano Abdel Nasser, ha sconfitto il Re Idris I nel 1969 con soli 27 anni di età, applicò importanti misure rivoluzionarie come la riforma agraria e la nazionalizzazione del petrolio. Le crescenti entrate sono state dedicate allo sviluppo economico e sociale, particolarmente ai servizi educativi e di salute della ridotta popolazione libica, ubicata in un immenso territorio desertico con molta poca terra coltivabile.

Sotto questo deserto esisteva un esteso e profondo mare di acque fossili. Ebbi l'impressione, quando conobbi un'area sperimentale di coltivazioni che quelle acque, in un futuro, sarebbero state più preziose del petrolio. La fede religiosa, predicata col fervore che caratterizza i popoli musulmani, aiutava in parte a compensare la forte tendenza tribale che ancora sussiste in questo paese arabo. I rivoluzionari libici elaborarono ed applicarono le loro proprie idee rispetto alle istituzioni legali e politiche che Cuba, come norma, rispettò. Ci astenemmo completamente di emettere opinioni sulle concezioni della direzione libica.

Vediamo con chiarezza che la preoccupazione fondamentale degli Stati Uniti e della NATO non è la Libia, bensì l'onda rivoluzionaria scoppiata nel mondo arabo, che desiderano ostacolare a qualunque prezzo. È un fatto irrefutabile che le relazioni tra gli Stati Uniti ed i suoi alleati della NATO con la Libia negli ultimi anni erano eccellenti, prima che sorgesse la ribellione in Egitto ed in Tunisia. Negli incontri di alto livello tra Libia ed i dirigenti della NATO nessuno di loro aveva problemi con Gheddafi. Il paese era una fonte sicura di fornitura di petrolio di alta qualità, gas e perfino potassio. I problemi sorti tra di loro durante le prime decadi erano stati superati.

Si aprirono all'investimento stranieri settori strategici come la produzione e distribuzione del petrolio. La privatizzazione ha raggiunto molte imprese pubbliche. Il Fondo Monetario Internazionale ha svolto il suo beatifico ruolo nella strumentazione di queste operazioni. Come è logico, Aznar si prodigò in elogi a Gheddafi e dopo di lui Blair, Berlusconi, Sarkozy, Zapatero, e perfino il mio amico il Re di Spagna, sfilarono davanti al sguardo burlone del leader libico. Erano felici.

Benché sembri che mi diverti a dire queste cose, non è così; mi domando semplicemente perché vogliono ora invadere la Libia e portare Gheddafi alla Corte Penale Internazionale de L'Aia. L'accusano durante le 24 ore del giorno di sparare contro cittadini disarmati che protestavano. Perché non spiegano al mondo che le armi e soprattutto le squadre sofisticate di repressione che possiede la Libia sono state somministrate dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna ed altri illustri anfitrioni di Gheddafi?

Mi oppongo al cinismo ed alle bugie con le quali ora si vuole giustificare l'invasione ed occupazione della Libia. L'ultima volta che visitai Gheddafi fu in maggio del 2001, 15 anni dopo che Reagan attaccò la sua residenza abbastanza modesta, dove mi portò per vedere cosa era rimasto. Ha ricevuto un impatto diretto dell'aviazione ed era considerevolmente distrutta; sua figlia piccola di tre anni morì nell'attacco: fu assassinata da Ronald Reagan. Non c’è stato accordo previo della NATO, del Consiglio dei Diritti Umani, né del Consiglio di Sicurezza.

La mia precedente visita aveva avuto luogo nel 1977, otto anni dopo l'inizio del processo rivoluzionario in Libia. Visitai Tripoli; partecipai al Congresso del Popolo libico, a Sebha; ho visitato i primi esperimenti agricoli con le acque estratte dall'immenso mare di acque fossili; ho conosciuto Bengasi, fui oggetto di un caldo ricevimento. Si trattava di un paese leggendario che era stato scenario di storici combattimenti nell'ultima guerra mondiale. Non aveva ancora sei milioni di abitanti, né si conosceva il suo enorme volume di petrolio leggero ed acqua fossile.

Già le antiche colonie portoghesi dell'Africa si erano liberate. In Angola avevamo lottato per 15 anni contro le bande mercenarie organizzate dagli Stati Uniti su basi tribali, il governo di Mobutu, ed il bene equipaggiato ed allenato esercito razzista dell'apartheid. Questo, seguendo istruzioni degli Stati Uniti, come oggi si riconosce, invase l'Angola per ostacolare la sua indipendenza nel 1975, arrivando con le sue forze motorizzate nelle vicinanze di Luanda. Vari costruttori cubani morirono in quella brutale invasione. Con ogni urgenza si inviarono risorse. Espulsi da questo paese da parte delle truppe internazionaliste cubane ed
angolane fino alla frontiera con Namibia occupata dal Sudafrica, per 13 anni i razzisti hanno avuto la missione di liquidare il processo rivoluzionario in Angola.

Con l'appoggio degli Stati Uniti ed Israele svilupparono l'arma nucleare. Possedevano già questo strumento quando le truppe cubane ed angolane sconfissero a Cuito Cuanavale le loro forze terrestri ed aeree, e sfidando il rischio, usando le tattiche ed i mezzi convenzionali, avanzarono verso la frontiera di Namibia, dove le truppe dell'apartheid pretendevano resistere. Due volte nella storia le nostre forze sono state sotto il rischio di essere attaccate con questo tipo di armi: nell’ottobre del 1962 e nel Sud dell'Angola, ma in questa seconda occasione, neanche utilizzando quelle che possedeva il Sudafrica avrebbero potuto ostacolare la sconfitta che segnò la fine dell'odioso sistema. I fatti succederono sotto il governo di Ronald Reagan negli Stati Uniti e Pieter Botha in Sudafrica.

Di questo, e delle centinaia di migliaia di vite che costò l'avventura imperialista, non si parla. Lamento dovere ricordare questi fatti quando un altro grande rischio incombe sui paesi arabi, perché non si rassegnano a continuare ad essere vittime del saccheggio e dell'oppressione. La Rivoluzione nel mondo arabo che tanto temono gli Stati Uniti e la NATO, è pertanto quella di quelli a cui mancano tutti i diritti di fronte a quelli che ostentano tutti i privilegi, chiamata, per tanto, ad essere più profonda di quella che nel 1789 scoppiò in Europa con la presa della Bastiglia. Neanche Luigi XIV, quando proclamò che lui era lo Stato, possedeva i privilegi del Re Abdulá dell'Arabia Saudita, e molto meno l'immensa ricchezza che giace sotto la superficie di questo paese quasi desertico, dove le multinazionali yankee determinano la perforazione e, pertanto, il prezzo del petrolio nel mondo.

A partire dalla crisi in Libia, l'estrazione in Arabia Saudita è aumentata di un milione di barili giornalieri, ad un costo minimo ed, in conseguenza, per questo concetto le entrate di questo paese e coloro che le controllano si alzano a mille milioni di dollari giornalieri. Nessuno immagini, tuttavia, che il popolo saudita abbia denaro. Sono commoventi i racconti delle condizioni di vita di molti lavoratori della costruzione ed altri settori che si vedono obbligati a lavorare 13 e 14 ore con salari miserabili.

Spaventati per l'onda rivoluzionaria che scuote il sistema di saccheggio prevalente, dopo quanto accaduto coi lavoratori dell'Egitto e della Tunisia, ma anche per i giovani senza impiego in Giordania, i territori occupati della Palestina, Yemen, e perfino Bahrein e gli Emirati Arabi con entrate più elevate, l'alta gerarchia saudita è sotto l'impatto degli avvenimenti. A differenza di altri tempi, oggi i paesi arabi ricevono informazione quasi istantanea degli eventi, benché straordinariamente manipolata.

La cosa peggiore per lo status quo dei settori privilegiati è che i fatti tenaci stanno coincidendo con un considerabile incremento dei prezzi degli alimenti e l'impatto demolitore dei cambiamenti climatici, mentre gli Stati Uniti, il maggiore produttore di mais del mondo, spende il 40% di questo prodotto sovvenzionato ed una parte importante della soia per produrre biocombustibili per alimentare le automobili. Sicuramente Lester Brown, l'ecologista nordamericano migliore informato del mondo sui prodotti agricoli, possa offrirci un'idea dell'attuale situazione alimentare.

Il presidente bolivariano, Hugo Chavez, realizza un coraggioso sforzo per cercare una soluzione senza l'intervento della NATO in Libia. Le sue possibilità di raggiungere l'obiettivo si incrementerebbero se riuscisse la prodezza di creare prima un ampio movimento di opinione e non dopo che si produca l'intervento, ed i popoli non vedano ripetersi in altri paesi l'atroce esperienza dell'Iraq. Fine della Riflessione.

http://pl-it.prensa-latina.cu/index.php?option=com_content&task=view&id=26639
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Certamente interessante da leggere... E', naturalmente, il suono dell'alta campana, anzi quella del grande "campanone" Fidel Castro, che fa sentire la sua voce in favore di Gheddafi, contro gli Stati Uniti e la Nato... Ignorarne le tesi sarebbe uno sbaglio, in quanto su di esse si basa la resistenza del Rais contro chi si batte per le libertà democratiche in Libia...


Da "CARTA ORG" - 4/03/11

Sbarcare a Tripoli ?

di Enzo Mangini

3/03/11 - In una intervista rilasciata all’emittente britannica Channel 4, il presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai ha consigliato all’Occidente di «stare alla larga dalla Libia». Seduto sulle baionette della Nato, Karzai dice che un eventuale intervento straniero in Libia avrebbe conseguenze disastrose. Dall’opposizione libica arrivano segnali contrastanti, almeno a giudicare dalla stampa internazionale. Il Washington Post riferisce che a Bengasi i leader della rivolta, o quantomeno una parte di essi, starebbero pensando a chiedere invece un appoggio militare, specialmente se le truppe regolari e mercenarie ancora fedeli a Gheddafi dovessero continuare con gli attacchi. Poiché questa è più di una semplice eventualità, non è improbabile che arrivi davvero una richiesta di aiuto, fosse anche solo per scongiurare i bombardamenti aerei come quelli che stanno colpendo Barga e altre città. Una situazione talmente grave che perfino la Lega Araba sta valutando l’ipotesi di decretare una no-fly zone sui cieli libici, assieme all’Unione africana. Sarebbe un gesto senza precedenti e però essenzialmente politico visto che nessuno stato arabo ha la possibilità di fare eventualmente rispettare una no-fly zone.

I ministri degli esteri dell’Ue discuteranno anche di questo, il 10 marzo, a Bruxelles, nel vertice di emergenza convocato da Catherine Ashton, Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza.

Anche se ufficialmente l’Alleanza atlantica si limita a «monitorare la situazione e a prepararsi per qualsiasi evenienza», i comandi, intanto, lavorano. Le ipotesi plausibili sono diverse, secondo uno schema di escalation che tiene conto anche delle possibili ripercussioni politiche di un’eventuale azione militare. Il primo problema è chi potrebbe muoversi: l’Italia non ha alcuna intenzione di farlo direttamente, troppo pesante l’eredità coloniale, troppo stretti i rapporti tra la dittatura e il governo italiano, troppo debole il governo stesso, costretto dalla pressione internazionale a cambiare linea mentre Gheddafi faceva massacrare i suoi concittadini. Anche la Francia ha escluso interventi militari. Restano, ovviamente, gli Stati Uniti che in queste ore stanno posizionando davanti alla Libia una portaerei, con relativo gruppo di navi appoggio, e una portaelicotteri d’assalto del corpo dei Marines. Congelato il trattato di amicizia con il tiranno di Tripoli, l’Italia potrebbe però mettere a disposizione la base di Sigonella, in Sicilia: a poche ore di volo dalla Libia e perfettamente attrezzata, sarebbe eccellente come «piattaforma» per le operazioni nella Tripolitania. Per la Cirenaica, invece, c’è la base Nato di Souda, a Creta.

Le opzioni possibili vanno da una «semplice» no-fly zone fino ad attacchi diretti contro le unità di Gheddafi, una volta chiarito un dettaglio tutt’altro che secondario: come distinguerle da quelle degli insorti ?

Le capacità militari libiche, anche se non conosciute nei dettagli, consigliano estrema prudenza. Secondo una fonte militare, dall’inizio della rivolta i comandi stanno analizzando immagini e dati provenienti dai satelliti per capire, per esempio, se e quante batterie antiaeree sono davvero operative e quanti caccia libici siano in grado di volare. I piloti libici che hanno disertato nei giorni scorsi sarebbero una buona fonte di informazione per le intelligence militari della Nato, che hanno bisogno di notizie aggiornate sulla «qualità» dell’aviazione militare di Gheddafi e sullo stato delle difese delle basi aeree.

La seconda opzione prevede che oltre alla no-fly zone, si possa creare una no-sail zone, cioè interdire il movimento della marina libica [peraltro equipaggiata in parte dall’Italia]. Di fatto, questa opzione è già in parte realizzata, visto che nei porti libici arrivano navi anche militari di altri paesi per evacuare i cittadini stranieri rimasti bloccati nel paese. Sono operazioni rischiose, perché, come dimostra il caso dei marinai olandesi sequestrati dalle forze di Gheddafi, è facile che accadano «incidenti» capaci di far salire improvvisamente la tensione. Gheddafi, aggrappato ai kalashnikov dei suoi mercenari [25 mila secondo la Lega libica per i diritti umani], non aspetta altro che potersi presentare di nuovo come il campione dell’anticolonialismo e screditare così l’opposizione facendo appello perfino alla solidarietà araba, ovvero a quella degli altri regimi ancora in sella.

Il terzo livello di un eventuale intervento straniero prevede infine attacchi diretti contro le truppe di Gheddafi, specialmente contro le brigate dell’esercito regolare che ancora rispondono agli ordini del colonnello. Il rischio tecnico e politico di questa opzione è che, com’è successo spesso in Afghanistan nei primi mesi del 2001, sia impossibile distinguere le unità «nemiche». Questa ipotesi, naturalmente, sarebbe la più pesante dal punto di vista politico, per la possibile reazione dei governi arabi e della piazza – non necessariamente nella stessa direzione, peraltro. Il rischio di contraccolpo è forte, specialmente nei riguardi dei regimi ancora «amici»: se domani fosse il governo saudita a trovarsi in quella che è oggi la posizione di Gheddafi? Due pesi e due misure di nuovo in nome del petrolio?

Dal punto di vista politico, l’ipotesi del presidente venezuelano Hugo Chavez potrebbe essere una soluzione, ad alto costo politico per lo stesso Chavez, perché per quanto il suo ruolo internazionale potrebbe uscire rafforzato, non è certo facile giustificare una via d’uscita a un dittatore che ha fatto bombardare il «suo» popolo. Dal punto di vista militare ci sono ovviamente opzioni meno eclatanti e più «discrete». I britannici hanno già usato reparti speciali del Sas per organizzare l’evacuazione dei propri cittadini e non è difficile immaginare che altri piccoli gruppi di reparti speciali possano entrare in Libia, specialmente se, grazie alle missioni umanitarie per soccorrere i profughi [ed evitare arrivi massicci sulle coste europee], il controllo dei confini libici passa di mano ai paesi della sponda nord del Mediterraneo. Di certo c’è qualcuno che preme per una decisione rapida: sono le compagnie petrolifere preoccupate per gli impianti e per il controllo dei pozzi di greggio. Minacciando gli impianti petroliferi, Gheddafi sa, e probabilmente spera, di poter provocare una reazione isterica che spinga l’Europa e gli Stati Uniti a mettersi in trappola, senz’altra scelta che intervenire: per i diritti di estrazione e non per quelli dei cittadini libici che combattono contro la dittatura.

http://www.carta.org/2011/03/sbarcare-a-tripoli/

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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C'è attesa per il vertice di emergenza dell'UE convocato per il 10 Marzo p.v. a Bruxelles, e si spera che sia la Lega Araba a decretare una no-fly zone sui cieli libici, assieme all’Unione Africana. Se ciò avvenisse, Nato e Frontex potrebbero forse intervenire accogliendo la richiesta di aiuto dei rivoltosi...
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Da "TM NEWS IT" del 4/03/11

Lombardo lancia l'allarme: a Lampedusa
turismo in ginocchio
Emergenza immigrati non è un solo un problema di fondi

Il presidente della regione Sicilia, Raffaele Lombardo, lancia un campanello d'allarme per il turismo a Lampedusa: gli sbarchi di immigrati rischiano di compromettere la stagione turistica, che per l'economia dell'isola sarebbe una vera e propria tegola sulla testa. Per il presidente siciliano va chiarito che l'emergenza immigrati non è solo una questione di fondi. La Giunta regionale siciliana in una seduta serale giovedì 3 marzo ha concesso un contributo di 800mila euro a favore dei comuni di Lampedusa e Linosa per far fronte all'emergenza immigrati che ha interessato le Pelagie.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/videonews/20110304_video_13280862.shtml
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Totalmente condivisibili queste parole del Presidente della Regione Sicilia Lombardo: "L'Europa, da Barcellona in poi, non ha voluto prendere in considerazioni delle vere politiche per il Mediterraneo", nè ambientali, nè sociali, aggiungo personalmente ..
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Post di Franco Carissimi
L'Unione Europea DEVE offrire soluzioni dignitose agli immigrati e difendere le genti e i luoghi più esposti al ricevimento degli esuli africani. Quindi creare le premesse nei luoghi di origine affinchè non si debba rischiare la vita per fuggire dalla miseria.
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Post di Roberto Frigerio
Non so se per la Tunisia e per gli altri paesi del Nord Africa in difficoltà saremo in grado di fare ciò che beno o male è già stato fatto con l'Albania. Da lì almeno gli sbarchi sono cessati.
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Da "CITTA' NUOVA" del 4/03/11

La storia vi chiede un prezzo alto

L’arcivescovo di Agrigento in visita a Lampedusa: «Continuate a pagare quanto non si riesce a decidere nei palazzi di chi amministra». La Caritas aprirà un presidio permanente

di Rachele Marini

Senza telecamere che ne riprendessero l’arrivo e gli incontri programmati, l’arcivescovo di Agrigento monsignor Francesco Montenegro è atterrato a Lampedusa, ultimo presidio della sua diocesi, insieme all’altra isola delle Pelagie, Linosa. Isole che sono la fine territoriale dell’Europa e al contempo la porta dell’Africa, di un’Africa che, in questi giorni di rivolte, bussa con prepotenza e necessità alle porte dei nostri Paesi. Ha voluto incontrare il consiglio pastorale mons. Montenegro per mostrare la sua vicinanza e pensare insieme a progetti efficaci per l’annunciata ondata migratoria che seguirà alla crisi libica. Ai suoi fedeli, stipatissimi nella chiesa ha parlato a cuore aperto. «Sarei voluto venire subito, ha detto il presule, ma c’era troppa presenza mediatica che avrebbe distorto il motivo reale della mia visita: essere con voi». Lo ha ribadito più volte durante l’omelia della messa: «Sono qua per dirvi di non sentirvi soli, per incoraggiarvi e dirvi grazie per la testimonianza che date».

Mons. Montenegro è consapevole delle difficoltà che l’isola si trova ad affrontare, gli appena cinquemila abitanti in pochi giorni si son visti arrivare più di tremila stranieri, mentre il mare di questi giorni continua ad incoraggiare nuovi sbarchi. Negli ultimi due giorni sono undici i barconi arrivati e non si riesce ad avere una conta precisa degli esuli. Sa che i suoi fedeli si sono sentiti soli nell’affrontare questo esodo massiccio, abbandonati, «investiti di promesse a cui è difficile credere». «Ancora una volta ci siamo scontrati con la confusione, l’incompetenza e la fedeltà a pregiudizi che diventano penalità ed offesa per chi deve subirli». Il riferimento alle accuse di razzismo che hanno investito le istituzioni e la popolazione è velato, ma chiaro.

«Continuate a pagare − e non è giusto − quanto non si riesce (non oso dire non si vuole, spero che non sia così) a decidere nei palazzi di chi amministra la cosa pubblica» è la dichiarazione forte del vescovo che trova aperta approvazione nei lampedusani. Non usa mezzi termini nel denunciare che l’emergenza in realtà cela un problema grave, il problema dell’Africa, «un problema di tutti» e non solo di Lampedusa e Linosa. «Se anziché essere isole in mezzo al mare, fossero un luogo vicino a città importanti, come si sarebbero comportati coloro che decidono?», incalza Montenegro che domanda soluzioni non limitate «a ronde» e ad «accordi economici vantaggiosi solo per una parte» e non si possono tener chiusi gli occhi o fingere che, «solo la forza (il divieto), possa sortire l’effetto desiderato».

Sollecita il governo e i governi, Montenegro «a trovare soluzioni che siano rispettose di tutti, di loro, di noi», proprio nella criticità sociale del momento, dove «la cultura del diverso è carente. I pregiudizi, l’accentuazione e il rifiuto della diversità, gli interessi di parte, la finanza sfrenata, la logica dei faraoni del vecchio Egitto, la politica a corto respiro, sia mondiale che nazionale (alla nostra bisogna aggiungere litigiosa), sta portando il mondo a rivoltarsi e questo non si può negare». Il vescovo ha prospettive che esulano dalla contingenza e spinge a guardare oltre, a quelle situazioni che generano queste migrazioni e questi rivolgimenti.

Ma Lampedusa continua a restare “luogo di speranza” per questi immigrati: lo testimoniano le manifestazioni pubbliche di ringraziamento tributate agli abitanti dagli stessi profughi che vogliono in qualche modo ripagare le tante dimostrazioni concrete di accoglienza: il the mattutino preparato da alcune signore, la pasta da offrire a chi passava per le strade, le ricariche telefoniche offerte gratuitamente, l’indirizzo per consentire ai parenti di inviare notizie e danaro. Certo ci sono state violazioni di domicili chiusi, l’accaparramento di dispense ben fornite in case disabitate, ma non ci sono stati episodi di violenza. Spesso i media hanno amplificato la paura, commenta qualcuno degli isolani, ma ora le porte chiuse del centro lasciano in tutti maggiore tranquillità, ma non fanno calare la tensione a rendersi utili, a testimoniare il Vangelo.

«Siate, siamo, anche se da molti definiti illusi, costruttori di un mondo nuovo e diverso», è il commento conclusivo del vescovo che invita a guardare a «Maria la guida della rivoluzione, quella vera, quella del Magnificat, quella di Dio, senza armi e senza violenza». Il vescovo ha poi visitato il centro d’accoglienza, accompagnato dal direttore della Caritas agrigentina Valerio Landri che ha valutato, insieme agli operatori presenti sull’isola, la possibilità di aprire un presidio permanente, che potrebbe offrire servizi efficaci e tempestivi ai nuovi immigrati. (AP Photo/Luca Bruno)

http://www.cittanuova.it/contenuto.php?TipoContenuto=web&idContenuto=31935
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Questa, lo dico forte, è la Chiesa che preferisco... che capisce, conforta e consola. E non aggiungo altro...

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Da "PANORAMA" del 4/03/11

Crisi libica: le opzioni militari

di Gianandrea Gaiani

Continua la situazione di stallo militare nella crisi libica che vede le forze fedeli a Muhammar Gheddafi contrattaccare tra Mersa el Brega ed Agedabia, per ora senza successo mentre è evidente che i ribelli, sulla difensiva, non sono in grado al momento di prendere Tripoli e chiudere la partita. La comunità internazionale sembra aver raffreddato gli entusiasmi per un intervento militare limitandosi per ora a varare piani di assistenza umanitaria con carichi di aiuti diretti ai profughi in Tunisia e alla popolazione della Cirenaica.

L’ipotesi di istituire una no fly zone per impedire a Gheddafi di impiegare i suoi jet ed elicotteri è osteggiata all’Onu da Russia e Cina e ritenuta poco efficace dalla Francia. Londra e Washington l’avevano spinta con determinazione ma anche il Pentagono esprime dubbi circa l’opportunità di un’operazione che richiederebbe, secondo Robert Gates anche un attacco preventivo contro radar, basi missilistiche e aeroporti ancora in mano a Gheddafi.

Una valutazione contestabile perché le no fly zone istituite negli anni ‘90 dalla Nato e dagli anglo-americani su Bosnia e Iraq videro i jet alleati pattugliare i cieli attaccando le batterie missilistiche serbe e irachene solo quando queste prendevano di mira i velivoli.

Più probabile che, se la crisi dovesse prolungarsi, venga istituita una forza navale in grado di controllare il rispetto dell’embargo sulle forniture di armi a Gheddafi decretato dalla Risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza. Una missione che sembra essere già in avanzato stato di pianificazione considerato che il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nei giorni scorsi ha parlato di una forza di sedici navi tra le quali alcune italiane basate in Sicilia (forse le corvette di Augusta).

Né una no fly zone né un blocco navale sembrano però in grado di impedire le controffensive dei governativi già abbondantemente dotati di armi, mezzi terrestri e munizioni. Da Bengasi gli insorti hanno chiesto ufficialmente l’aiuto internazionale lamentando scarse capacità militari e la superiorità delle forze fedeli a Gheddafi rispetto ai giovani volontari quasi privi di addestramento che costituiscono il grosso delle milizie dei rivoltosi.

Un aiuto militare diretto difficilmente potrà essere autorizzato dall’Onu mentre la Nato “non prevede di intervenire in Libia” (come ha detto il segretario generale Anders Foghj Rasmussen) e la Ue ha deciso di discutere “con urgenza” della Libia solo tra una settimana. Un’operazione militare sul suolo libico potrebbe però svilupparsi su iniziativa anglo-americana giustificata dalla necessità di impedire un bagno di sangue, le rappresaglie di Gheddafi e prevenire una catastrofe umanitaria.

Per ora è solo un ipotesi ma 400 marines sono stati trasferiti d’urgenza a Creta da dove si imbarcheranno su una flotta da assalto anfibio in arrivo davanti alle coste libiche con la portaelicotteri Kearsage, la nave da sbarco Ponce e un cargo. A bordo vi sono altri 2 mila marines, carri armati, blindati, artiglierie, 30 elicotteri e 5 cacciabombardieri Harrier. (Credits: Ansa/Str)

http://blog.panorama.it/mondo/2011/03/03/crisi-libica-le-opzioni-militari/
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Altro articolo dello stesso giornalista, Gianandrea Gaiani, un esperto sulle "Guerre di Pace Italiane", come ama definirsi. Completa e arricchisce di ulteriori particolari l'attuale situazione di crisi.


Da "IL SOLE 24 ORE" del 3/03/11

La Nato non prevede un intervento militare in Libia,
ma è pronta «ad ogni eventualità»

di Gianandrea Gaiani

«La Nato non prevede di intervenire militarmente in Libia ma si prepara ad ogni eventualità»: lo ha detto oggi il segretario generale dell'Alleanza, Anders Fogh confermando che la richiesta di aiuto formulata ieri dai ribelli libici è stata registrata dall'Alleanza Atlantica . «Vorrei sottolineare che la Nato non ha intenzione di intervenire in Libia ma come organizzazione di difesa e sicurezza dobbiamo prudentemente pianificare per far fronte a ogni evenienza».

Le spaccature e i distinguo all'interno dei partners Nato circa un possibile intervento militare in Libia costringono Rasmussen a mantenere un basso profilo. La Francia è scettica nei confronti dell'efficacia di una ‘no fly zone' che impedisca all'aeronautica di Gheddafi di bombardare i ribelli, opzione che sembrava piacere a Casa Bianca e Downing Street ma che ieri è stata messa in discussione dal segretario alla Difesa, Robert Gates, che ha messo in guardia circa i costi, il numero di mezzi necessario a bloccare i cieli libici e la necessità di condurre attacchi preventivi contro le forze radar, aeree e missilistiche di Gheddafi.

Anche l'Italia sembra smarcarsi da un intervento militare sulla "quarta sponda". Il Ministro degli esteri, Franco Frattini l'ha definita "un'ipotesi che ha già sollevato le perplessità della Lega Araba. Escludo categoricamente che l'Italia possa partecipare ad un'azione militare in Libia, per ovvi motivi legati al nostro passato coloniale. Al massimo, potremmo dare la disponibilità logistica delle nostre basi, ma anche in questo caso occorre un chiaro mandato internazionale dell'Onu. E, comunque, qualsiasi tipo d'azione deve tener presente il delicato contesto politico e culturale del mondo arabo''.

Le perplessità di molti Stati membri sembrano quindi tagliare fuori la Nato da un coinvolgimento nella crisi libica mentre le resistenze di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza rendono improbabile al momento una risoluzione che autorizzi l'uso della forza contro i governativi libici. Anche l'Unione Europea pare non avere fretta di prendere decisioni sulla gestione della crisi libica considerato che terrà solo l'11 marzo un vertice straordinario per esaminare la situazione in Libia, Tunisia ed Egitto e il giorno prima si riuniranno informalmente i ministri degli esteri dei 27. Le opzioni più probabili sul piano militare restano due. Se la crisi dovesse prolungarsi potrebbe essere dispiegata una forza navale che garantisca il rispetto dell'embargo sulle forniture di armi alle forze di Gheddafi decretato dall'Onu. Missione già accennata nei giorni scorsi dal ministro della Difesa, Ignazio La russa, che parlò di una forza di sedici navi tra le quali alcune italiane. Un intervento diretto sul territorio libico a sostegno degli insorti, che ieri hanno chiesto aiuti militari, potrebbe venire organizzato in modo unilaterale dagli anglo-americani facendo leva anche sulla necessità umanitaria di impedire a Gheddafi di bombardare la Cirenaica, colpire i civili e distruggere gli impianti petroliferi.

Quattrocento marines del primo battaglione sono arrivati ieri a Creta dalla North Carolina. Dalla base statunitense nella Baia di Suda verranno trasferiti nei prossimi giorni sulle navi del gruppo anfibio entrato ieri nel Mediterraneo da Suez e composto da tre navi tra le quali la portaelicotteri Kearsage.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-03/nato-prevede-intervento-militare-133551.shtml?uuid=AaMi16CD#continue _______________________

Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Come voleasi dimostrare. Continua l'indecisione della Nato, e non solo, sulla linea da seguire di fronte alla crisi libica in atto, favorita dai pareri niente affatto concordi degli Stati europei...


Da una mia nota su FB del 3/03/11

E Pantalone paga...

I clandestini fantasma di Pantelleria e di Lampedusa

di Guido Picchetti

L'articolo è stato pubblicato da "Pantelleria Com Internet News" un paio di giorni fa e porta la firma del Direttore di questa testata on line, il giornalista Salvatore Gabriele. E parla di un fatto che merita far conoscere, in quanto evidenzia un problema che interessa le tasche di ogni cittadino italiano, il quale alla fine di riffa o di raffa ne paga le spese.

Riguarda il processo di 80 clandestini sbarcati sull'isola nelle scorse settimane, svoltosi ieri a Pantelleria davanti al giudice di pace dell'isola Bruno Di Girlanda con tanto di avvocati difensori di ufficio (gli avvocati Antonio Consentino e Gaetano Di Bartolo), e conclusosi dopo poche ore con la condanna degli accusati al pagamento di una ammenda di 6.000 euro ciascuno e delle spese processuali.

E' stato un processo davvero rapido, che smentisce la diceria che in Italia i processi si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono... Un processo dove, possiamo dire, è filato tutto liscio, a parte un paio di problemi.

Primo, quello che degli 80 clandestini condannati, attualmente sistemati in vari centri di accoglienza sulla terraferma (tutti indicati con un nome di fantasia in quanto privi di qualsivoglia documento al momento del fermo), nessuno era presente al processo.

Secondo, quello che, come di norma avviene in questi casi, nessuno di loro pagherà l'ammenda comminatagli, nè le spese processuali... E alla fine a pagare gli avvocati difensori, com'è giusto il dovuto, sarà lo Stato, cioè noi...

Ma meno male che nessuno dei clandestini chiamati in causa ha chiesto stavolta di intervenire al processo a suo carico, com'è pure loro diritto, altrimenti lo Stato avrebbe dovuto pagare anche il viaggio e la scorta per ciascuno di essi.

La nuova legge sull’immigrazione clandestina prevede, infatti, che chi entra in Italia in maniera irregolare deve essere processato dal giudice di Pace competente per territorio, Pantelleria appunto in caso di sbarco avvenuto sull'isola.

Purtroppo non è nè la prima nè l'ultima volta che ciò accade, nel pieno rispetto di una legge che così stabilisce...

E' accaduto ad esempio il 15 Febbraio u.s. quando quattro clandestini, di un gruppo di sei sbarcati lo scorso 25 Gennaio a Pantelleria e successivamente ospitati presso il Centro Corelli di Milano, sono ritornati in aereo sull'isola debitamente scortati da 5 agenti per essere processati davanti al giudice di Pace di Pantelleria. E nel pomeriggio, dopo la condanna a 5.000 mila euro di multa e alle spese processuali (che, c'è da scommettere, non pagheranno mai), sempre in aereo sono ritornati a Milano in compagnia della loro scorta !

E gli altri due? Beh, per loro la storia è andata diversamente. Uno ha rinunciato al processo, facendo risparmiare allo Stato almeno il costo del biglietto aereo A/R, e l’altro era minorenne, e quindi il caso era di competenza del tribunale dei minori.

Ma situazioni analoghe si ripeteranno prossimamente, e in forma ben più rilevante, con le migliaia di immigrati transitati in questi giorni dalle Pelagie, i cui processi, non essendoci a Lampedusa un giudice di pace, saranno celebrati ad Agrigento.

Si potranno così risparmiare almeno i costi del traghetto, oltre alle spese di viaggio e di accompagnamento per quelli che, bontà loro, preferiranno rimanere nei centri d'accoglienza dove sono ospitati anzichè assistere ai processi a loro carico... Resteranno pur sempre le spese processuali e degli avvocati difensori d'ufficio previsti, certamente non di lieve entità, e che, sebbene a carico dei condannati (insieme alle eventuali multe comminate), molto difficilmente entreranno nelle casse dell'erario ... Ma non c'è da preoccuparsi. Tanto alla fine c'è sempre Pantalone che paga...

http://www.facebook.com/guido.picchetti#!/note.php?note_id=203910932954063
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Commenti su  FB a margine della nota
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Post di Roberto Frigerio
Immaginiamo per un attimo che a anche a Lampedusa ci sia un Giudice di Pace e che tutti i clandestini che arrivano nell'isola decidessero di essere presenti al loro processo? Cosa succederebbe?
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Post di Guido Picchetti
E' una bella domanda... Bisognerebbe chiederlo a qualche giudice o a qualche pm... o meglio ancora a chi ha stilato la legge e il regolamento di applicazione... così potremmo almeno sapere a chi la dobbiamo...
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Post di Roberto Frigerio
Basterebbe solo usare la regola "del buon padre di famiglia" prima di intraprendere azioni o provvedimenti alla cieca senza valutarne gli aspetti economici... tanto paga pantalone...
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Post di Maria Ghelia
Sempre e solo pantalone...
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Da "SKY-TG24" del 3/03/11

Libia, i ribelli chiedono l'intervento dell'Occidente

Gheddafi minaccia la Nato in tv: "Se ci attaccate ci saranno migliaia di morti". Gli insorti chiedono una copertura aerea contro i mercenari. Ma Onu e Stati Uniti frenano: per il momento, è esclusa una "no fly zone".

Di fronte alla nuova reazione del leader libico Muammar Gheddafi, che ha minacciato in Libia "migliaia di morti in caso di intervento militare Usa-Nato", i ribelli chiedono aiuto: da Bengasi hanno avanzato la richiesta che l'Occidente garantisca al più presto una 'no fly zone' e invii aerei e armi.

Ma gli Stati Uniti frenano. E anche all'Onu l'opzione non trova consensi. Nel giorno stesso in cui due navi da guerra Usa hanno fatto il loro ingresso nel Mediterraneo, da Washington il segretario di Stato, Hillary Clinton, e quello della Difesa, Robert Gates, in due distinte audizioni al Congresso hanno escluso che una 'no fly zone' possa essere stabilita in tempi brevi.

Nello stesso tempo, il rappresentante permanente della Cina all'Onu, Li Baodong, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha fatto presente che per la Cina si deve cercare una soluzione della crisi libica "solo attraverso mezzi pacifici". "L'idea (di una 'no fly zone', ndr) sta attraversando i corridoi" del Palazzo di Vetro - ha detto -, ma "al Consiglio di Sicurezza nessuno l'ha presentata". Nel caso, però, i rappresentanti della Lega Araba la appoggerebbero.

Va in questa direzione la risoluzione approvata mercoledì dai ministri degli Esteri della Lega Araba, che prevede tra le altre anche l'opzione di imporre una zona di interdizione aerea di concerto tra Lega Araba e Unione Africana. In attesa che si trovi o meno un consenso al riguardo, un dato è certo: l'ipotesi di creare sulla Libia condizioni di sicurezza aerea si allontana.

"Parliamoci chiaro - ha detto a Washington il segretario americano Gates al Congresso -: per stabilire una zona di sicurezza aerea è necessario un intervento militare, che comincia con un attacco contro la Libia per distruggere le sue difese antiaeree. Solo dopo sarebbe possibile far volare aerei sul Paese senza la preoccupazione che possano essere abbattuti".

I ribelli: "Abbiamo bisogno del vostro aiuto"
E l'Onu proprio mercoledì ha invitato a trovare "una soluzione pacifica" alla crisi libica. Anche per questo è meglio procedere sulla Libia con estrema cautela. Lo ha sottolineato Hillary Clinton parlando alla Commissione Affari Esteri del Senato. La 'no fly zone' è una delle eventualità sul tappeto - ha detto - ma al riguardo la decisione "è lontana".

In Libia si sta delineando una situazione paragonabile a quella nei Balcani alla fine degli Anni Novanta. Anche allora "l'eventualità di una no fly zone non era vista in termini favorevoli, per tutta una serie di ragioni. Alla fine fu presa in considerazione nell' interesse della pace e della stabilità nella regione". In Libia "siamo lontani da una decisione analoga".

Intanto da Bengasi un portavoce delle forze antigovernative, identificatosi con il nome di battaglia di Saadoun, ha detto al Washington Post che i ribelli hanno bisogno dell'aiuto militare occidentale: "Gheddafi ha tutte le armi e tutto il denaro - ha detto - Possiamo resistere ma non ce la faremo ad abbatterlo senza aiuti militari".

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2011/03/02/libia_muammar_gheddafi_scontri_cirenaica_nato_guerra_news.html _______________________

Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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E questo è quanto oggi riferisce il TG24 di SKY, probabilmente ripreso in tutte le sue versioni internazionali. Cosa si nota ? L'assoluta assenza di ogni riferimento alla Nato, al Frontex dell'UE, alle nazioni europee che sono più direttamente coinvolte nella crisi, e alla loro incapacità di decidere azioni comuni. Svegliati Europa !!!
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Da "REPUBBLICA IT" - 3/03/11

LIBIA

Gheddafi sfida l'Occidente
controffensiva contro i ribelli

In un discorso fiume il leader libico si rivolge a una platea di sostenitori in occasione
 del 34esimo anniversario dell'istituzione della Jamahiria. E minaccia "milioni di morti" in caso di intervento militare internazionale. Attacca anche l'Italia: "Costretti in ginocchio, dovrà pagare". Bombardamenti a Brega,
battaglia nell'est. Continua l'emergenza profughi alle frontiere

Gheddafi sfida l'Occidente controffensiva contro i ribelli Muammar Gheddafi
2 Marzo 2011 - TRIPOLI - "Il potere è nelle mani del popolo, sfido chiunque a dimostrare il contrario". Muammar Gheddafi riappare in pubblico, circondato dai suoi sostenitori, e torna a far sentire la sua voce in occasione del 34esimo anniversario della Jamahiria, "l'instaurazione dell'autorità del popolo". Immagini trasmesse dalla tv di Stato libica, rilanciate dai network internazionali, mostrano il raìs che si rivolge a una platea che lo osanna, intonando canti in suo favore e applaudendo. E lancia la sua sfida alla Nato, all'Europa e agli Stati Uniti minacciando "milioni di morti" in caso di intervento militare. "Vogliono rioccuparci per prenderci il nostro petrolio ma noi - ha detto - lotteremo fino all'ultimo uomo e all'ultima donna". Parole pronunciate mentre le forze a lui fedeli lanciano la controffensiva militare nell'est bombardando Brega. E gli Usa fanno sapere - per bocca del ministro della Difesa Robert Gates - che la creazione di una 'no-fly zone' richiederebbe un attacco contro la Libia.

Il discorso di Gheddafi: "Al Qaeda dietro i disordini".
Rivolgendosi alla comunità internazionale, Gheddafi alterna frasi ad effetto, retorica e minacce, rivendicando prima di tutto la specificità del sistema politico libico: "Non siamo un regime presidenziale, il nostro sistema è diverso, tutto il potere è nelle mani dei comitati popolari" dice. "Il popolo è la guida del Paese" aggiunge, sfidando la comunità internazionale che gli chiede di dimettersi: "Dal 1977 non ho più poteri, né di tipo politico né di tipo amministrativo". Non ha alcun ruolo da cui dimettersi, quindi. Il colonnello attacca ancora una volta anche l'Italia: "Li abbiamo costretti ad inchinarsi, a scusarsi per il regime coloniale, ci pentiamo del rapporto che abbiamo avuto con loro, l'Italia dovrà pagare". A Berlusconi che dice che non controlla la Libia risponde: "La famiglia Gheddafi è la Libia".

Nel suo discorso fiume - il terzo dall'inizio della rivolta - accusa l'estero di fomentare la rivolta: "Tutto quello che sta accadendo è solo un insulto alla nostra storia", dice attribuendo la responsabilità dei disordini che stanno spaccando il Paese alla rete del terrore di Bin Laden: "Ci sono i militanti di Al Qaeda e alcuni libici reduci dall'Afghanistan dietro la rivolta di questi giorni", denuncia il raìs. Che non risparmia, ancora una volta, la stampa estera, colpevole di aver "montato il caso di una sola e piccola manifestazione nella città di Bengasi". In caso di un intervento della Nato o degli Stati Uniti nel Paese, minaccia poi, ci saranno "milioni di morti". Gheddafi lancia infine un avvertimento alle compagnie petrolifere: la produzione di petrolio in Libia è scesa ai livelli "più bassi", a causa della partenza dei dipendenti delle società straniere dopo l'inizio della rivolta: "Siamo pronti a sostituire le compagnie occidentali con imprese dalla Cina e India", dice.

Controffensiva dei fedeli al regime, battaglia a Brega.
Sul campo, le forze armate libiche rimaste fedeli al regime hanno lanciato una controffensiva dopo che nei giorni scorsi gli insorti si erano spinti fino alle porte di Tripoli. Nella città di Brega, a circa 200 chilometri a est di Bengasi, quartier generale dei ribelli, l'esercito regolare ha occupato con mezzi pesanti un quartiere residenziale e si sono scatenati pesanti scontri per il controllo del porto. Nel pomeriggio c'è stato un nuovo attacco aereo contro la città e gli oppositori. Nello stesso tempo l'aviazione avrebbe condotto raid nella regione di Ajdabiya, controllata dagli insorti, a quanto pare per distruggere un deposito di munizioni finito nelle mani dei rivoltosi nei giorni scorsi.

Il controllo di Brega e Ajdabiya è strategico per permettere agli insorti di lanciare un'offensiva contro la capitale nella speranza di riuscire a deporre il colonnello. Ieri le forze fedeli al regime erano riuscite a riprendere il controllo della regione immediatamente a sud di Tripoli arrivando nei pressi della città di Zenten, a 145 chilometri dalla capitale. Nella stessa Tripoli intanto appare predominare la calma mentre l'aeroporto si è trasformato in una sorta di campo profughi con migliaia di persone che attendono di poter partire.

Emergenza profughi alle frontiere.
Gli immigrati in fuga si stanno ammassando al valico di frontiera con la Tunisia, Ras Jedir, "al ritmo di 10.000 al giorno". E' quanto afferma il colonnello Moez Dachraui, responsabile delle operazioni di accoglienza in Tunisia, e si teme "una catastrofe umanitaria". Dall'Italia, fa sapere il ministro degli Esteri Franco Frattini, verrà allestito in tempi molto rapidi un campo di assistenza in territorio tunisino, al confine con la Libia, per dare "assistenza, cibo e cure mediche" alle decine di migliaia di profughi. Le navi sono pronte a partire, ha detto il ministro, "e questo avverrà entro 24-48 ore".

Barroso: "Gheddafi vada via".
Informato della tragedia di chi cerca con ogni mezzo di lasciare la Libia, il Papa ha espresso tutta la sua preoccupazione, mentre la comunità internazionale continua a chiedere che il raìs si faccia da parte. "Se ne vada e liberi il suo popolo", dice José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea. Il governo di Madrid annuncia che congelerà i beni di Gheddafi in Spagna, mentre il procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, apre un'inchiesta formale sui crimini commessi in Libia dal 15 febbraio scorso. E la Lega libica per i diritti umani, una ong con sede a Ginevra, sostiene che dall'inizio degli scontri sono state uccise 6.000 persone.

Stampa Usa: Insorti a favore di intervento militare in Libia.
A chiedere aiuto all'estero sarebbero gli stessi insorti, invocando un intervento militare internazionale in Libia. Lo riporta il Washington Post - ma la notizia è riferita anche da altri quotidiani Usa - citando un portavoce di un comitato di forze anti-Gheddafi formatosi a Bengasi, che si identifica con il suo nome di battaglia, Saadoun. "Vogliamo attacchi militari mirati contro le milizie di Gheddafi per fare in modo che tutto ciò finisca subito", ha dichiarato il portavoce al quotidiano americano, rifiutando di identificarsi con il suo vero nome per ragioni di sicurezza.

Navi Usa in Mediterraneo.
Intanto, tre navi da guerra statunitensi dirette verso la Libia sono entrate nel Mediterraneo dopo aver attraversato il canale di Suez. Si tratta della Uss Kearsarge, che trasporta elicotteri, della Uss Ponce con a bordo munizioni e mezzi da sbarco e dell'unità da trasporto Andrid che ha a bordo blindati.

Appello Unicef: servono fondi per donne e bambini.
Fra le vittime di una situazione sempre più critica nel Paese africano ormai in preda al caos sono in primo piano donne e bambini. L'Unicef ha lanciato un appello di raccolta fondi per 5,2 milioni di euro per rispondere alle loro necessità immediate, "colpiti dalle violenze in Libia e per far fronte all'incombente minaccia di una crisi umanitaria su più vasta scala". L'appello, spiega l'agenzia Onu in una nota, servirà per aiutare nelle prossime 8 settimane 190.000 bambini e donne colpiti dalla crisi libica (60.000 in Tunisia, 30.000 in Egitto e 100.000 in Libia). Due squadre di tecnici Unicef sono state inviate in Egitto e Tunisia: saranno impegnate a intervenire nei settori acqua, sanità e igiene; protezione dei bambini; salute e nutrizione. E sono in corso trattative per preparare una presenza operativa in Libia.

http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/02/news/gheddafi_parla_in_pubblico-13085790/?ref=HRER1-1
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Su "Repubblica" invece sono riportate le minacce di Gheddafi a destra e a manca. E mentre davanti alle coste libiche arrivano navi da guerra degli USA e del Canada (entrambi Stati membri della Nato), gli altri Stati membri europei discutono sulle misure da intraprendere...
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Post di Roberto Tarli

Dietro la rivolta c'è qualcosa di molto più potente di Al Qaeda, spero che prima o poi qualcuno lo sveli...


Da "IL TEMPO IT" del 3/03/11

La "no fly zone" divide la Nato

di Maurizio Piccirilli

Hillary Clinton: rischiamo una nuova Somalia. La Lega Araba dice no a interventi militari stranieri ma apre al divieto di sorvolo. Solo Washington e Londra pronte ad agire. Italia, Francia e Turchia contrarie. ANALISI -  Le rivolte arabe beffano la Cia

Tutto è pronto, ma nessuno vuole rischiare. Il Pentagono ha dispiegato le navi nel Golfo della Sirte, Cameron ha già fatto intervenire i commandos nel deserto libico, la giunta militare che gestisce la transizione in Egitto, ha mandato una divisione corrazzata sul confine libico. In Libia i morti sono migliaia e i combattimenti sempre più feroci. Si parla di squadroni della morte in azione a Tripoli contro gli oppositori. Non ci sono più bare disponibili e gli ospedali non riescono a curare tutti i feriti. In questa situazione l'intervento militare internazionale sembrava essere l'unica soluzione per evitare la carneficina. Invece le cancellerie occidentali hanno fatto macchina indietro. Prima la Francia si è detta contraria a un'eventuale azione militare incassando il sostegno di Mosca. Anche la Turchia, Paese Nato si è detta contraria alla no fly zone. Quindi i tentennamenti e i dubbi dell'Italia che, prima ha messo le basi in «massima allerta», poi ha decisamente smentito la partecipazione a un'operazione militare spiegando che le basi possono essere messe a disposizione solo dopo una risoluzione Onu. Un'ambiguità visto che come Paese della Nato abbiamo l'obbligo di fornire il supporto logistico e quello militare agli alleati quando questi lo richiedano. Ieri, poi, la Lega Araba ha confermato «il rifiuto categorico» a qualsiasi intervento militare straniero in Libia, sostenendo l'integrità territoriale del Paese.

«La situazione in Libia è catastrofica e non dovremmo accettarla», ha sostenuto Amr Moussa leader della Lega araba. La stessa Lega Araba si è, però, detta disponibile a una no fly zone garantita dalla Nato. Del resto per il mondo arabo, Gheddafi resta il «cane pazzo» e la sua sorte interessa a pochi. Gli Stati Uniti si giocano una carta importante. Obama non vuole una nuova guerra, ma sa che questa crisi è un test importante per la sua amministrazione. Così, Hillary Clinton ha spiegato che la decisione sulla «no fly zone» è lontana. Troppe difficoltà. Soprattutto troppi tentennamenti tra gli alleati, gli stessi che sono mancati nelle crisi balcaniche. Se l'intervento internazionale sulla Libia non sarà valutato con estrema cautela, ha detto la Clinton, «c'è il rischio che la Libia sprofondi nel caos e si trasformi in una gigantesca Somalia».

«Diciamo le cose come stanno. Una no-fly zone inizia con un attacco contro la Libia per distruggere le sue difese aeree», ha detto il capo del Pentagono Robert Gates. La situazione resta grave. Il Consiglio nazionale della rivolta, da Bengasi, chiede aiuto agli Stati Uniti per impedire gli attacchi aerei di Gheddafi alle città liberate e i voli di rifornimenti di armi ai mercenari assoldati dal rais. Negli ultimi giorni almeno due aerei cargo, pieni di mercenari e di armi, sarebbero atterrati nella base di Sabha a sud della Libia. A qualche centinaia di miglia dall'Europa e dall'Italia si compie un massacro e tutti stanno a guardare. L'unica preoccupazione è quella di evitare l'invasione di derilitti.

http://www.iltempo.it/interni_esteri/2011/03/03/1241075-zone_divide_nato.shtml?refresh_ce
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Buono e condivisibile, a mio giudizio, questo pezzo di Maurizio Piccirilli su "Il Tempo" di oggi...


Da "TGCOM MEDIASET IT" del 3/03/11

Gheddafi: "Guerra se Nato attacca"
Libia, "ci saranno migliaia di morti"

Gheddafi resiste alle proteste e lancia nuovi messaggi in tv: "Migliaia di morti se ci sarà un attacco Usa o Nato". Poi tira in ballo l'Italia: "Berlusconi ricordi che la Libia sono io - ha detto il colonnello -. Abbiamo costretto l'Italia a scusarsi per il suo colonialismo, Roma ha pagato i danni". Intanto l'Ue attiva la Protezione civile. Gli Usa: "Una 'no-fly zone' richiederebbe l'attacco militare". Tre navi da guerra americane nel Mediterraneo.

Crimini contro l'umanità, Corte Aja apre inchiesta su Libia
La Corte penale internazionale de L'Aja ha deciso di aprire un'inchiesta sui "crimini contro l'umanità compiuti in Libia dal 15 gennaio scorso": lo ha detto il procuratore generale della Corte, Luis Moreno Ocampo. L'inchiesta riguarda il colonnello Muammar Gheddafi, alcuni suoi familiari in posti chiave di potere, il ministro degli esteri, i vertici dei servizi di sicurezza esterna ed interna, e i esterna ed interna, e il capo della sicurezza personale di Gheddafi.

Napolitano convoca il Consiglio di difesa
Il Presidente della Repubblica ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa, al Palazzo del Quirinale, per mercoledi' 9 marzo 2011, alle ore 10.30. All'ordine del giorno della riunione, un aggiornamento del quadro di situazione internazionale, con particolare riferimento ai recenti eventi in Nord Africa e Medio Oriente ed alle aree di crisi ove operano i nostri contingenti militari, all'attuazione della strategia di transizione in Afghanistan, all'evoluzione della minaccia terroristica internazionale e della pirateria e agli esiti del Vertice di Lisbona.

Tre navi Usa verso la costa libica
Si tratta della Uss Kearsarge, che trasporta elicotteri, della Uss Ponce con a bordo munizioni e mezzi da sbarco e della nave da trasporto ''Andrid'' che ha a bordo mezzi blindati. Le tre navi da guerra Usa hanno effettuato il passaggio del Canale di Suez e sono entrate nel Mediterraneo ieri pomeriggio.

Appello Unicef: "Servono fondi"
Mentre cresce la preoccupazione per l'afflusso di rimpatriati e di lavoratori migranti in Tunisia, l'Unicef sta mobilitando ai confini occidentali e orientali della Libia personale e aiuti. Lo riferisce una nota dell'organizzazione che lancia un appello di raccolta fondi per 7,2 milioni di dollari per rispondere ai bisogni immediati di donne e bambini colpiti dalle violenze in Libia. Per questa emergenza l'Unicef ha attivato proprio personale, gia' distribuito lungo le regioni di confine di Tunisia e Egitto; su entrambi i confini, l'Unicef sta lavorando in collaborazione con l'Unhcr, l'Oim, le Societa' della Mezzaluna Rossa di Egitto e Tunisia. Nei prossimi giorni voli charter Unicef raggiungeranno le due capitali confinanti con oltre 160 tonnellate di aiuti (con priorita' per kit per l'igiene e nutrizionali, materiali ricreativi e per il recupero psico-sociale dei bambini) per far fronte ai bisogni umanitari immediati lungo i confini dell'Egitto e della Tunisia.

Lega araba studia il piano di pace di Chavez
"Il piano di pace per la Libia proposto dal presidente venezuelano Hugo Chavez e' allo studio della Lega Araba". E' quanto ha affermato il segretario della Lega Araba, Amr Moussa, citato dalla tv satellitare 'al-Arabiya'. "Quella venezuelana e' una proposta che potrebbe portare a una soluzione pacifica del conflitto in Libia - ha affermato - la situazione in quel paese e' ormai drammatica".

Onu: 180mila i profughi dalla Libia
Melissa Fleming, portavoce dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati, ha detto che circa 180mila profughi sono in attesa sui confini. Circa 77.300 persone hanno attraversato i confini tra la Libia e l'Egitto, in gran parte egiziani, mentre un numero simile è fuggito a ovest in Tunisia, ha riferito Fleming. Altri 30mila sono ancora in attesa nel Paese, ai confini, tentando di entrare in Tunisia. Fleming ha detto che le forze di Muammar Gheddafi sembrano prendere di mira proprio tunisini ed egiziani, forse credendoli la causa che ha dato spinta alle rivolte popolari contro il regime. Nei Paesi vicini, infatti, i regimi autoritari sono già stati scalzati nei passati due mesi da ondate di proteste. "Ci sono tanti, tantissimi rifugiati terrorizzati" nella capitale di Tripoli e a Bengasi, che hanno troppa paura di essere uccisi per riuscire a muoversi, ha detto Fleming, perché si sentono "braccati" perché vengono scambiati per mercenari ingaggiati da Gheddafi. Human Rights Watch ha detto che la fuga dei lavoratori africani è "particolarmente rischiosa per la minaccia della rabbia popolare contro i mercenari assoldati da Gheddafi.

Libia: gli oppositori non vogliono soldati stranieri
Gli oppositori del colonnello Muhammar Gheddafi "rifiutano l'ingresso di truppe straniere in Libia", per "non trasformare il paese in un nuovo Iraq" e danno il benvenuto invece all'istituzione di una no-fly zone "per impedire a Gheddafi di usare le sue forze aeree per bombardare le zone liberate". E' quanto affermato da un membro del Comitato militare di Misurata, Bou al-Qassem al-Queiry, il quale ha confermato che i rivoltosi controllano la città di Bengasi. "Il popolo libico ha urgente bisogno di scorte e medicinali - ha aggiunto al Queiry, citato dal quotidiano iracheno "Al Zaman" - perché le riserve stanno finendo".

Maroni: pronto anche un piano B
In caso di esodo di massa verso l'Italia, Maroni spiega che verranno predisposte strutture per la prima accoglienza. "I prefetti - dice Maroni - stanno facendo una ricognizione sul territorio nazionale". L'utilizzo del villaggio di Mineo verrà accompagnato da un patto territoriale per la sicurezza con i sindaci dell'area.

Via Libera del governo alle missioni in Tunisia e a Bengasi
Il governo ha approvato la duplice missione umanitaria in territorio nordafricano, come era stato deciso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi martedì sera. Ad annunciare e a illustrare le linee dell'impegno italiano, sono stati, al termine della riunione del Consiglio dei ministri, Franco Frattini, Roberto Maroni, Ignazio La Russa e Ferruccio Fazio. L'azione, ha spiegato il ministro degli Esteri, si svilupperà in Tunisia e in Cirenaica".

Ue blocca beni a famiglia e entourage Gheddafi
Da oggi è operativo il blocco dei beni dei sei principali componenti della famiglia Gheddafi e di 20 stretti collaboratori del regime libico. Il regolamento Ue che dispone il congelamento di tutti i fondi e le risorse economiche di queste 26 persone è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Ue ed è entrato immediatamente in vigore.

Nuovo bombardamento su Brega
Un aereo da guerra ha bombardato il terminal petrolifero di Brega, la città libica orientale dove mercoledì gli insorti hanno respinto un attacco aereo e di terra delle truppe fedeli di Gheddafi. Lo riferiscono testimoni.

Rafforzate posizioni a Brega e Adjabiya
Gli insorti libici stanno rafforzando le proprie posizioni sulla costa orientale, in particolare a Brega e Adjabiya, teatro di una controffensiva delle forze fedeli a Muammar Gheddafi che non ha avuto successo. I ribelli sono armati di lanciarazzi, cannoni anti-aerei e anti-carro e qualche carro armato. Molti sono stati addestrati all'uso di queste armi negli ultimi giorni.

Villaggio Italia aiuterà 50mila profughi
Mentre anche la Ue si muove, il Consiglio dei ministri oggi vara la missione umanitaria per aiutare i profughi al confine con la Tunisia. Una nave con aiuti diretta a Bangasi, città liberata dagli insorti, sarà inoltre inviata non appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno. Il campo profughi che verrà allestito ai confini della Tunisia dove si stanno ammassando sia libici che decine di migliaia di lavoratori immigrati in Libia sarà gestito da Elisabetta Belloni, capo della Cooperazione della Farnesina ed ex capo dell'Unità di crisi ai tempi della guerra in Iraq e in Afghanistan. Il campo, allestito a Ras Jedir, avrà decine di tende della croce rossa e sarà messo in piedi da una ottantina tra volontari e cooperanti. Identificazione e smistamento dei rifugiati invece saranno compiti dell'Onu, attraverso l'Alto commissariato per i rifugiati.

Catturati tre soldati olandesi
Tre soldati olandesi sono stati catturati da uomini armati durante un'operazione di evacuazione di civili in Libia. Lo si apprende dal ministero della Difesa olandese. Secondo il quotidiano olandese De Telegraaf, i tre soldati olandesi, fucilieri della marina, sono stati catturati da uomini armati del colonnello Muammar Gheddafi mentre a Sirte partecipavano all'evacuazione di due civili, un olandese e un altro europeo, tramite un elicottero.

Chavez: "Missione internazionale di pace"
Il presidente venezuelano, Hugo Chavez, ha parlato al telefono con Muammar Gheddafi proponendo l'invio di una missione internazionale di pace per risolvere il conflitto in Libia. Lo ha annunciato il ministro venezuelano delle Comunicazioni, Andres Izarra. Lunedì il capo dello Stato venezuelano aveva lanciato la proposta di creare una missione internazionale formata da Paesi amici per mediare tra i dirigenti libici e i ribelli.

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo504650.shtml?refresh_cens&fontsize=medium
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Belle notizie (si fa per dire...)... L'incertezza e l'indecisione continua, nonostante Nato e Frontex...

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A Roberto Tarli piace questo elemento.


Da "L'UNICO" del 2/03/11

Libia: Canada invia una fregata nel Mediterraneo

Il governo canadese ha disposto l'invio di una fregata nel Mediterraneo per sostenere le azioni internazionali nei confronti della crisi libica. Lo ha annunciato in parlamento il primo ministro canadese Stephen Harper. La fregata, con a bordo un elicottero, partirà oggi dal porto di Halifax e dovrebbe arrivare a destinazione fra una settimana. A bordo, riferiscono i media canadesi, vi sono un elicottero e 240 marinai. Il ministro canadese della Difesa Peter MacKay ha spiegato che la nave porterà aiuti umanitari alla popolazione libica e potrà aiutare nell'evacuazione degli stranieri. MacKay non ha escluso che la Charlottetown possa partecipare ad azioni per l'imposizione delle sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza Onu contro il leader libico Muammar Gheddafi. Il Canada ha già dispiegato un aereo da trasporto militare Hercules a Malta.

http://www.lunico.eu/2011030240368/mondo/libia-canada-invia-una-fregata-nel-mediterraneo.html
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Le nazioni serie si riconoscono da certi particolari. Il Canada fa parte della Nato insieme a 25 Stati Europei e agli Stati Uniti, e tiene fede ai suoi impegni di membro dell'Alleanza Atlantica pure per una crisi non certo vicina a casa propria...


Da "IL CORRIERE DEL TICINO" del 2/03/11

I rifugiati vanno accolti

MALTA - Per l'agenzia di frontiera europea Frontex l'opzione del respingimento di immigrati o rifugiati dal Nord Africa è esclusa. Lo ha detto il responsabile di Frontex Ilka Laitinen in una conferenza stampa a Malta in chiusura di una riunione di emergenza per trovare modi e soluzioni alla crisi umanitaria scoppiata con la rivolta in Libia.

Laitinen ha affermato che spetta a tutti i paesi membri dell'Unione Europea di mandare risorse nel Mediterraneo per assistere l'Italia, Malta e la Grecia nell'affrontare l'emergenza e tutti i possibili scenari di un esodo di immigrati e rifugiati dal Nord Africa. «Chiediamo solidarietà in tutti i sensi sia finanziaria e di assetti militari di essere inviati nel Mediterraneo per assistere gli stati membri come l'Italia, Malta e la Grecia in questa crisi», ha detto Laitinen. Rispetto alle cifre fornite dal ministro dell'Interno italiano Roberto Maroni di circa 1,5 milioni di persone in attesa di attraversare il Nord Africa verso l'Europa, Laitinen ha risposto che per adesso sono cifre «speculative» perché sono cifre date dall'Organizzazione internazionale dell'immigrazione (Iom).

Da parte sua il ministro degli Interni di Malta, Carmelo Mifud Bonnici, ha affermato che questo scenario è «completamente nuovo e non ha niente a che fare con i flussi migratori a cui eravamo abituati».
(ats/ansa)

http://www.cdt.ch/mondo/cronaca/40237/i-rifugiati-vanno-accolti.html

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Oltre alla Nato, per la soluzione di certi problemi derivanti dalla crisi libica c'è anche il Frontex, l'agenzia europea incaricata di coordinare le operazioni nelle questioni inerenti la sicurezza dei confini degli stati dell'UE. Ma anche per il Frontex le indicazioni degli stati europei non sembrano essere tuitte sulla stessa linea...


Da "BLOG SICILIA" del 2/03/11

Libia e i diritti umani,
l’Onu ne discuterà il 18 Marzo

di Guido Picchetti

2 marzo 2011 - Il fatto è segnalato dall’organizzazione non governativa “UN Watch“, che da anni si batte per l’esclusione della Libia e dell’Iran dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per i Diritti Umani. Ed è ripreso on line sul sito “Global Governance” della Fondazione Camis De Fonseca.

Il prossimo 18 marzo 2011 all’ordine del giorno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ci sarà l’approvazione del rapporto sullo status dei diritti umani in Libia. Si tratta di un rapporto che raccomanda la permanenza della Libia nel Consiglio (composto di 47 stati) apprezzandone la collaborazione fattiva, e loda la Libia per i grandi miglioramenti apportati al rispetto dei Diritti Umani al propri interno (sic!).

Le lodi alla Libia sono state firmate dai seguenti altri paesi membri del Consiglio: Iran, Algeria, Qatar, Sudan, Siria, Nord Corea, Bahrein, Autorità Palestinese, Iraq, Arabia Saudita, Tunisia, Venezuela, Giordania, Cuba, Oman, Malesia, Egitto, Malta, Bangladesh, Marocco, Pakistan, Messico, Myanmar, Vietnam, Thailandia, Brasile e Kuwait.

Che ci vuoi fare? Questa è l’ONU... Ci vogliono 16 giorni per decidere se la Libia difende i diritti umani o no ! Frattanto gli “umani” della Libia, impegnati a difendere i loro diritti, potrebbero scomparire, lasciando soli i “disumani”... E il Consiglio Atlantico, vale a dire la NATO, di cui fan parte 26 Stati Europei, Italia inclusa, più Canada e Stati Uniti ? Resta in stand-by, “pronto” ad intervenire...

http://www.blogsicilia.it/blog/libia-e-i-diritti-umani-lonu-ne-discutera-il-18-marzo/33209/
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Notizie simili su:
"FONDAZIONE CAMIS DE FONSECA" del 1/03/11
Il consiglio ONU sui diritti umani in imbarazzo sulla Libia [...segue]
http://www.fondazionecdf.it/site/index.php?page=main&name=sez&catele=10&sez=1652
"LA PULCE DI VOLTAIRE" del 1/03/11
Lodi alla Libia da Consiglio Onu sui diritti umani di Paolo Della Sala [...segue]

http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2011/03/lodi-alla-libia-da-consiglio-onu-sui-diritti-umani.html


Da "SICILIA INFORMAZIONI" - 2/03/11

Oddo: "Inserire le aree marine protette
nei bandi per i fondi comunitari"

1 marzo 2011 - L’on. Camillo Oddo, Vicepresidente dell’ARS, ha presentato un’interrogazione urgente al Presidente della Regione e all’Assessore Regionale Territorio ed Ambiente per chiedere l’inclusione delle Aree Marine Protette siciliane nei bandi promossi dalla Regione afferenti i fondi comunitari e nazionali.

In Sicilia sono cinque le aree marine protette (A.M.P.): Isola di Ustica, Isole dei Ciclopi, Isole Egadi, Capo Gallo-Isola delle Femmine, Isole Pelagie, Plemmirio, istituite con diversi decreti ministeriali, rispettivamente gestite : tre dai Comuni, come le Isole Egadi, Pelagie e Ustica; una dall’Università di Catania che attraverso un suo braccio operativo gestisce Isola dei Ciclopi; la quinta, da un consorzio fra Comune e Provincia di Siracusa che gestisce l’A.M.P “Plemmirio”.

Lo scorso mese di gennaio, infatti, - dichiara Oddo - la Regione ha avviato specifici bandi per i parchi e le riserve siciliane attraverso il P.O F.E.S.R. non tenendo in considerazione le Aree Marine Protette. Ritengo sia opportuno, invece, dare la possibilità agli enti gestori delle A.M.P di partecipare a questi strumenti di programmazione con progetti che consentano di intensificare la tutela e la valorizzazione di questi siti (dichiarati recentemente Siti di Importanza Comunitaria dall’ARTA), di enorme rilievo ambientale, culturale e turistico”.

“Tali enti, peraltro, vivono un momento di assoluta difficoltà tanto da comprometterne il funzionamento ordinario a causa dei tagli drastici operati dal governo nazionale. Auspico che il Presidente della Regione e l’Assessore Sparma, che si è già dichiarato d’accordo su questa apertura, accelerino le procedure per superare questa sostanziale disparità di trattamento fra territori così meritevoli di tutela e valorizzazione."

http://www.siciliainformazioni.com/giornale/politica/118372/oddo-inserire-aree-marine-protette-bandi-fondi-comunitari.htm
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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Anche questa è bella ! Per gli enti gestori delle Aree Marine Protette della Regione Sicilia niente fondi comunitari e nazionali... Eppure la Sicilia è contornata dal mare. E' proprio vero ! E' sempre il calzolaio che ha le scarpe rotte...
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Post di Carmelo Nicoloso

Purtroppo le AMP sono regolamentate dal Ministero dell'Ambiente, quindi questa contorta diatriba gestionale tra Regione Siciliana e AMP va avanti da diverso tempo. Vedi il caso dell'Isola dei Ciclopi ad Acitrezza che e' tutelata a terra dalla Regione e a mare dal Ministero attraverso l'AMP, e guarda caso la parte marina vive una tale quantità di problematiche, comprese quelle economiche, che serve l'avvocato "azzeccacarbugli" per sbrogliare l'atavica matassa aggrovigliata nei fondi della burocrazia istituzionale del nostro Paese.
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A Roberto Tarli piace questo elemento.


Da "BLOG SICILIA" del 1/03/11

Congresso a Roma sulla tutela della biodiversità marina

di Guido Picchetti

1 marzo 2011 - Il 1° Congresso Nazionale dell’AISA (Associazione Italiana Scienze Ambientali) si svolgerà a Roma il 18 e 19 Marzo p.v. presso l’Orto Botanico in Largo Cristina di Svezia. Temi di dibattito, la “Gestione della fascia costiera e tutela della biodiversità marina”, la “Pianificazione territoriale” e la “Valutazione e prevenzione dei rischi ambientali”.

Patrocinano il Congresso il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, il Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, la SIBM – Società Italiana di Biologia Marina, l’AIGeo – Associazione Italiana di Geografia Fisica e Geomorfologia, la SIGEA – Società Italiana di Geologia Ambientale, e il Dipartimento di Scienze dell’ Ambiente e del Territorio dell’Università degli Studi di Milano “Bicocca”.

Qui il programma del congresso.

http://www.blogsicilia.it/blog/congresso-a-roma-sulla-tutela-della-biodiversita-marina/33083/

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Anche su Blog Sicilia ne ho dato notizia (grazie Walter..). Ma alle parole (tante e tante e in qualificate sedi...) seguiranno mai i fatti ?


Da "ANSA IT" del 1/03/11

Usa, le opzioni militari allo studio. Gb: 'noi pronti'
Lo scrive il New York Times on line

NEW YORK - Le ampie opzioni militari allo studio negli Usa per risolvere il dramma libico, tutte definite di assistenza umanitaria, vanno dall'imposizione di una no-fly zone sulla Libia per arginare i Mig del colonnello Muammar Gheddafi, all'evacuazione di feriti ed innocenti in pericolo, passando per una serie di dimostrazioni di forza al largo delle coste libiche.

E' quanto scrive il New York Times online, secondo cui e' in corso una accelerazione della pianificazione delle opzioni allo studio, nel caso in cui il presidente Usa Barack Obama chiedesse un intervento, una ipotesi che l'ambasciatrice Usa all'Onu Susan Rice ha per il momento definito ''decisamente prematura''.

Fonti del Pentagono indicano che e' verosimilmente intenzione degli Usa richiedere un consenso internazionale in caso di potenziale intervento, verosimilmente dell'Onu ma anche alla Nato, mentre l'invio di truppe di terra verrebbe escluso categoricamente. Attualmente, gli Usa hanno nel Mar Rosso una portaerei con una serie di navi di appoggio, oltre ad una nave anfibia per lo sbarco di truppe, con Marines ed elicotteri.

Il premier britannico David Cameron non ha escluso l'uso di ''mezzi militari'' nella crisi libica e ha chiesto ai vertici della Difesa di di predisporre gli strumenti per creare una zona di 'non volo' (no fly zone) sulla Libia. Lo ha detto Cameron parlando ieri al Question Time alla Camera dei Comuni. ''Stiamo facendo ogni mossa possibile per isolare il regime di Gheddafi, privarlo dei finanziamenti, restringere il suo potere e assicurare che i responsabili degli abusi sia portato davanti alla giustizia'', ha detto Cameron al parlamento britannico. Tra le misure possibili per aumentare la pressione ''non escludiamo affatto l'uso di mezzi militari'', ha detto il primo ministro.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/03/01/visualizza_new.html_1561833949.html

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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E questo il comunicato dell'Ansa, più sintetico di quello pubblicato da Virgilio.it, ma ugualmente esplicito...


Da "VIRGILIO NOTIZIE" del 1/03/11

Missili del rais sugli insorti. La Nato pensa all'uso della forza
Gheddafi: Il popolo mi ama. La Casa Bianca: Il colonnello vada in esilio.
La Ue sanziona. I ribelli si spostano verso Ovest

L'offensiva delle forze fedeli al leader libico Muammar Gheddafi ha impedito finora ai rivoltosi di raggiungere Tripoli e cacciare il colonnello ma dopo il summit di ieri a Ginevra si fa più concreta l'ipotesi di un intervento Nato, con, tra le varie misure, la creazione di una no-fly-zone. Stando a quanto scrive oggi il Washington Post, sul campo si è creata una situazione di stallo, con le forze paramilitari di Gheddafi che non riescono a riconquistare le città e il territorio finiti in mano all'opposizione e i rivoltosi che non riescono a puntare sulla roccaforte del regime.

Gli ultimi scontri sono scoppiati ieri a Misurata, terza città del Paese a est di Tripoli, da giorni finita in mano ai ribelli, ma dove le forze fedeli a Gheddafi hanno ancora il controllo di una base aerea e di una caserma. Gli abitanti hanno riferito infatti di attacchi e contrattacchi quotidiani. Negli ultimi giorni sono rimaste uccise 34 persone, mentre più di 300 sono state ferite.

Da Ginevra emerge la prospettiva che i Paesi della Nato si risolvano a usare la forza per costringere Gheddafi a lasciare il Paese, scongiurando così un disastro umanitario sulla costa meridionale europea. Stando a quanto scrive oggi il Times, l'Alleanza Atlantica starebbe mettendo a punto i piani per inviare una forza aerea in Libia e armare i ribelli. Ieri, il premier britannico ha fatto sapere di aver ordinato al capo di Stato maggiore di "lavorare insieme ai nostri alleati su una no-fly-zone militare", mentre gli Stati Uniti hanno annunciato un riposizionamento delle proprie forze aeree e navali e l'invio nel Mediterraneo di circa 2.000 marine. Tuttavia, ieri il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha dichiarato che non è prevista alcuna azione militare in Libia che coinvolga delle unità navali statunitensi.

In Francia, il premier François Fillon ha confermato che sono allo studio tutte le opzioni, compresa quella di interdire le operazioni di volo sul territorio libico, che richiederebbe il coinvolgimento della Nato dopo l'approvazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu. L'Italia si è dichiarata favorevole a una no-fly zone. Tuttavia, il capo della diplomazia canadese Lawrence Canon ha fatto sapere che "non sembra esserci consenso" tra gli alleati occidentali sull'imposizione di una zona di interdizione di volo in Libia.

Quanto al futuro di Gheddafi, la Casa Bianca, ieri, ha chiarito di non escludere l'ipotesi esilio. "L'esilio è sicuramente una possibilità" ha detto il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, lunedì, ripetendo che "Gheddafi deve farsi da parte". Ma il leader libico continua ad avere un tono di sfida. Sull'ipotesi di esilio "in questo momento occorre molta cautela perché la situazione in Libia è in continua evoluzione", ha detto in un'intervista al "Messaggero" il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ribadendo di essere "molto preoccupato" per ciò che sta accadendo in Libia e precisando che l'Italia sarà "perfettamente in linea con quanto deciderà la comunità internazionale".

"Tutto il popolo mi ama. Sarebbe disposto a morire per proteggermi" ha detto il colonnello che ha parlato a Tripoli a un piccolo gruppo di giornalisti. Gheddafi ha aggiunto di "sentirsi tradito" da quelle nazioni occidentali con cui aveva costruito "un solido rapporto negli ultimi anni", accusandole di voler "colonizzare la Libia". Gheddafi ha poi ripetuto che i manifestanti sono sotto "l'effetto della droga" fornita da "Al Qaida". Alla domanda se avrebbe usato delle armi chimiche contro il suo popolo, Gheddafi ha risposto che si tratta di mezzi così terribili da non vedere come possano esser usati contro un nemico, figurarsi contro i propri cittadini; il leader libico ha poi negato che le forze di sicurezza abbiano aperto il fuoco sui dimostranti o che abbiano ricevuto l'ordine di farlo. (TMNews)

http://notizie.virgilio.it/esteri/crisi-libia-gheddafi-tripoli-esilio-embargo.html

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Commento del sottoscritto su  FB a margine dell'articolo
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Una frase dell'articolo: "Il capo della diplomazia canadese Lawrence Canon ha fatto sapere che non sembra esserci consenso tra gli alleati occidentali sull'imposizione di una zona di interdizione di volo in Libia". E quando ci sarà mai ? Alleati di nome, ma non di fatto... Ognuno tira l'acqua al suo mulino...


(copyright Guido Picchetti)

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Questa pagina è stata aggiornata il 01/01/12 .