
Da "WALTER
GIANNO SPLINDER COM" del 31/10/10
Il petrolio siciliano
di Walter Giannò
Raffaele Lombardo, intervistato da Il Giornale,
parlando di secessione, ha scatenato il finimondo, tant’é che ha
dovuto chiarire quanto sostenuto di sera, attraverso il suo
blog.
Si è trattata di una “provocazione”, ma c’è un argomento,
tuttavia, che esula dal discorso “romantico” di una Sicilia a
sé, inserendosi perfettamente nel tema del “Federalismo
Fiscale“, bene sviluppato da Guido Gentili su Il Sole 24 ore.
Nell’articolo “Lombardo ora rilancia con la carta secessione“,
si pone l’accento sulla “raffinazione del petrolio” e sulle
entrate derivanti (che il governatore quantifica in 10 miliardi
di euro).
Si
legge: “La richiesta di riprendersi il gettito fiscale da
petrolio figurava nel programma elettorale di Lombardo nel 2008,
quando era alleato di Berlusconi e del Pdl. Già, perché la norma
che prevedeva che i redditi prodotti in Sicilia venissero
tassati e riscossi in loco, compare all’articolo 37 dello
Statuto Speciale della Regione, entrato in vigore nel 1948 (un
anticipo sostanzioso di federalismo)”.
E ancora: “La norma ha funzionato fino alla
riforma fiscale del 1971-1973, di segno centralista, che l’ha
congelata. Un decreto legislativo di attuazione del governo
Berlusconi la riprende nel 2005 e nel 2008 interviene una
sentenza favorevole della Corte Costituzione. Spunta anche in
una delle bozze Calderoli sul federalismo fiscale, ma dopo le
proteste del Nord e del resto del Sud, il problema è rinviato a
quando verranno definite per le Regioni le forme di
compartecipazione al gettito (e siamo arrivati a questa
stagione)”.
L’interessante articolo di Gentili, poi , prosegue così: “Nel
febbraio 2009 l’aula di Montecitorio discute e approva la
mozione di un’ottantina di deputati del Pdl (primo firmatario il
siciliano Enrico La Loggia, dal 2010 presidente della
commissione bicamerale per il federalismo) che impegna il
governo – che accetta la mozione – ad attuare il famosissimo
articolo 37 dello Statuto siciliano. Cosa che chiedono con
posizioni molto simili anche Pd, Idv, e Udc, tanto che già
allora si comincia a discutere in concreto di partito
trasversale del Sud”.
Dunque, “una questione del genere pone sul piano tecnico in
termini di gettito problemi assai seri alle casse dello Stato”.
Ma ha anche una valenza politica, perché le elezioni si vincono
“nel Mezzogiorno e Palermo rappresenta uno snodo decisivo”.
Insomma, succo del discorso è che non si dice mai nulla per
caso.
http://www.waltergianno.splinder.com/


Da una "FOTO"
su Fb del 30/10/10
La mappa dell' "UNEP-MAP" con lo
Stretto
di Sicilia da tutelare
di Guido Picchetti
Sul sito ufficiale dell'UNEP-MAP è stato
pubblicato il verbale della riunione straordinaria del 1 Giugno
2010 del MAP che ha segnalato le 12 nuove "Aree di Protezione
Speciale" del Mediterraneo, tra cui le due aree dello Stretto di
Sicilia, evidenziate in giallo sulla mappa dell'UNEP-MAP qui
allegata.
Al meeting il nostro Paese era rappresentato da Mrs. Daniela
Addis (Legal Advisor Ministry for the Environment, Land and
Sea) e il Prof. Giulio RELINI (Formerly Full Professor in
Ecology University of Genova and Italian Soc. For Marine Biology).
Questo il link al verbale disponibile in lingua inglese e
francese:
http://195.97.36.231/acrobatfiles/10WG348_5_Eng.pdf

http://www.facebook.com/profile.php?id=1063270409#!/photo.php?fbid=1583464460863&set=a.1444231620129.2056854.1063270409


Da "SICILIA PARCHI COM" del 29/10/10
Intervista - 26 Ottobre
2010
D'Alì: ''Appello per i fondi''
di Ivan Trovato
Il
Sen. Antonino d’Ali' (PDL) guida la Commissione Ambiente del
Senato dall’avvio della legislatura. Tra un briefing a Palazzo
Madama sulle questioni politiche nazionali ed una audizione in
Commissione sull’emergenza rifiuti, non tralascia di certo il
problema fondi per le aree protette. Adesso che è certo che
nell’Isola salterà la manovra d’autunno, nella quale speravano
Parchi e riserve dopo il taglio da 8 milioni di euro nell’ultima
finanziaria regionale, e nella consapevolezza della distinzione
che va fatta tra parchi nazionali e regionali, chiediamo a lui,
che è siciliano di Trapani, un parere.
- Senatore, come commentare le dimissioni del commissario del
Parco delle Madonie Aliquò, rese per protesta contro i tagli ai
bilanci degli Enti Parco regionali?
“Le sovvenzioni ai Parchi sono un problema non solo siciliano,
ma nazionale. Ne abbiamo parlato con il ministro Prestigiacomo
in Commissione, perché non si depotenzi il lavoro svolto da
questi enti, che è fondamentale per la tutela della biodiversità
e non solo.
Il testo del Bilancio è in discussione in questi giorni a
Montecitorio. Lo scorso anno riuscimmo a scongiurare il rischio,
quest’anno, purtroppo, a quanto ci risulta dalla bozza, i tagli
ai parchi nazionali si attesteranno intorno ai 24 milioni di
euro. Non solo questo si ripercuoterà sul funzionamento
amministrativo degli enti, ma alcuni soggetti potrebbero
rischiare addirittura di chiudere. Ecco perché abbiamo lanciato
un appello al Governo tramite il Ministro Prestigiacomo, perché
venga scongiurato il rischio azzeramento del lavoro sin qui
svolto”.
- E’ una delle peggiori notizie che potessero giungere
nell’anno della Biodiversità.
“Occorrerebbe avviare un’opera di pressing affinchè passi presso
le sedi opportune il messaggio che la riduzione dei fondi alle
aree protette rischia di causare danni ben più' rilevanti delle
economie che vogliono ottenere. Stiamo parlando di patrimoni di
interesse nazionale e mondiale”.
- Ci sono rischi sugli istituendi parchi nazionali?
“Secondo il testo inoltrato, al momento le somme destinate
all’avviamento dei nuovi parchi nazionali in Sicilia non sono
state intaccate”.
- In Sicilia come a Roma, è possibile ipotizzare una
soluzione alternativa per uscire dalle secche della crisi
finanziaria, come il progressivo coinvolgimento dei privati?
“Assolutamente si. Vorrei citare un solo esempio, quello del
Parco delle Cinque Terre, le cui entrate in bilancio sono
rappresentate per il 70 per cento da voci private, ed il
restante 30 dal pubblico. In altri parchi le proporzioni sono
esattamente invertite, se non totalmente sbilanciate sul
pubblico. Direi che a fronte della situazione attuale, non solo
per le ristrettezze dell'economia pubblica ma anche per un
migliore utilizzo delle risorse ambientali da salvaguardare e
promuovere, si impongono moderne forme di coinvolgimento del
privato, nel rispetto dei valori istitutivi dei parchi”.
http://www.siciliaparchi.com/_newsArchivio.asp?voce=intervista&idNews=4901&back=yes&titolo=dal-appello-per-i-fondi
______________________________
Commenti su FB
#
Post di
Carmelo Nicoloso del 29/10/10
Ecco la sintesi per il reperimento
delle risorse economiche per le Aree Protette formulata dal
senatore D'Alì, presidente della Commissione Ambiente al Senato.
Diverse questioni insistono in materia di tutela e gestione
delle aree protette in Sicilia, comprese le Aree Marine
Protette, e i Parchi Nazionali già decretati e in attesa di
istituzione; una pesante minaccia incombe su detti ecosistemi e
sulla biodiversità nel Mediterraneo: le trivelIazioni e le
concessioni ratificate dal nostro governo per il Canale di
Sicilia. E' importante un tavolo tecnico con la Commissione
Europea e i governi di Italia, Tunisia e Malta.


Da "BLOG SICILIA" del 28/10/10
Occorre un colpo di reni del governo italiano
Lo strumento per la difesa dello Stretto di
Sicilia c’è:
è l’UNEP-MAP
di Guido Picchetti
28 ottobre 2010 - Lo sapete. È da qualche tempo
ormai che mi sto impegnando, con il tempo e le forze che ancora
mi restano, a favore dello Stretto di Sicilia, minacciato da un
grosso problema che in realtà, specialmente qui a Pantelleria
dove vivo, sembra davvero interessare a pochi.
Ma ciò che più mi dispiace è che gli strumenti per difendere
questo prezioso specchio d’acqua compreso tra Sicilia, Tunisia e
Malta (e che bagna quest’isola, le Pelagie e le Egadi, nonchè le
coste siciliane che lo delimitano), ci sarebbero e anche
efficaci.
Basterebbe che, con un minimo di volontà politica l’Italia
decidesse di rispettare quegli impegni già presi quando, nel
1976, sottoscrisse la Convenzione di Barcellona, contribuendo
poi a costituire, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, l’UNEP-MAP,
un organismo di cui fanno parte 21 Stati che si bagnano nel
Mediterraneo più l’Unione Europea, e che ha, proprio come sua
finalità principale, la protezione del Mediterraneo da ogni
forma di inquinamento.
L’UNEP-MAP nel Giugno di quest’anno ad Istambul ha indicato lo
Stretto di Sicilia come area marina mediterranea che necessita
di una speciale tutela ambientale (Specially Protected Area,
SPA, così è definita), per una molteplicità di motivi che non
sto ora a specificare, ma facilmente comprensibili. (Vedi la
mappa qui unita).
Sembrerebbe fatta... ltro che area marina protetta, altro che
parco nazionale dell’isola di Pantelleria... È l’ONU stessa che
tramite il suo programma di tutela ambientale UNEP (United
Nations Environment Program) segnala agli Stati membri firmatari
dell’UNEP-MAP (Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Croazia,
Cipro, Egitto, la Comunità Europea, Francia, Grecia, Israele,
Italia, Libano, Libia, Malta, Monaco, Montenegro, Marocco,
Slovenia, Spagna, Siria, Tunisia, Turchia ed Unione Europea),
cosa si deve fare per lo Stretto di Sicilia, un braccio di mare
di importanza fondamentale per il benessere di tutto il
Mediterraneo.
Ma tre di quegli Stati (Italia, Tunisia e Malta), proprio quelli
lambiti dalle acque dello Stretto, tre Stati che avrebbero tutto
l’interesse a difendere questo mare a vantaggio delle loro
economie che non si basano certo sull’industria, cosa fanno
invece?
Lasciano passare sotto silenzio quelle indicazioni di tutela
che, per gli impegni presi come stati Membri del MAP (Movement
Plan Action), dovrebbero contribuire essi stessi ad attuare, e
si impegnano a lottizzare il 90% delle loro acque territoriali
in concessioni di ricerca e sfruttamento petrolifero.
E questo per quanto riguarda il nostro Paese non è ancora tutto.
In una suddivisione di compiti diversi tra gli Stati membri
dell’organismo, l’UNEP MAP aveva affidato all’Italia il
funzionamento di una struttura, l’INFO/RAC, deputata a curare
l’informazione relativa alle varie iniziative assunte dal MAP.
Questa struttura, finanziata non poco e in massima parte dalle
Nazioni Unite, fino allo scorso anno aveva sede a Palermo presso
la Regione Sicilia.
Quest’anno è stata spostata a Roma, a quanto pare presso l’ISPRA
, ma non ne sono certo. E non posso esserne sicuro in quanto il
sito web dell’INFO/RAC in lingua italiana, ancora on line fino a
un paio di settimane fa (sebbene non aggiornato da almeno due
anni), è improvvisamente scomparso dalla rete.
Attualmente sul Web si trova soltanto il sito ufficiale dell’UNEP-MAP,
la cui sede è ad Atene. E su di esso puoi consultare tutti i
documenti ufficiali, i verbali, i protocolli, le iniziative, le
news, etc., dell’organizzazione, disponibili però unicamente in
inglese, francese ed arabo!
Si può facilmente immaginare che bella figura abbiamo fatto e
stiamo facendo, come italiani, di fronte all’UNEP-MAP e non solo
! Siamo davvero il paese di Pulcinella e non ci smentiamo mai…
Per questa ragione, essendo certo che, se c’è una speranza di
arrivare ad una protezione dello Stretto di Sicilia, essa può
essere riposta solo nell’UNEP-MAP, nell’attesa che la situazione
dell’INFO/RAC (dovunque abbia o avrà la sua nuova sede in
Italia) si normalizzi e il suo sito web di informazione ritorni
on line (speriamo con una migliore efficienza), mi sono preso la
briga di riportare in un apposito spazio sul mio sito personale,
debitamente e liberamente tradotti in italiano, i documenti
istitutivi e informativi più importanti dell’UNEP-MAP, in modo
che chiunque voglia, possa prenderne visione e capire di cosa
stiamo parlando. .
Il link alla pagina introduttiva dell’UNEP-MAP è
questo. E da essa
si possono raggiungere le altre pagine web dove sono riportati
in italiano i vari documenti dell’UNEP-MAP che possono aiutarci
a comprenderne meglio funzioni e finalità.
http://www.blogsicilia.it/blog/lo-strumento-per-la-difesa-dello-stretto-di-sicilia-ce-e-lunep-map/12603/
______________________________
Commenti su FB
#
Post di
Roberto Giacalone del
28/10/10
Il problema come si gira e rigira
è sempre lo stesso... La fonte del problema rimane celata dietro
al disimpegno politico in fovore di questo e di quello...
Intanto il mare soffre, ed è ormai prossimo al collasso,
l'intero ecosistema in tutto il bacino del Mediterraneo, non
solo alcune zone come alcuni pensano... Un ecosistema creatosi
in millenni di continua evoluzione e che in pochissimo tempo
stiamo distruggendo...
#
Post di
Peppe D'Aietti
del 28/10/10
Grazie Guido... come sempre, i
tuoi interventi sono colti ed efficaci! Speriamo bene, ma ho
l'impressione che solo il passaggio all'idrogeno ci possa
salvare! A presto!
#
Post di
Luca
Siragusa del 28/10/10
Grazie... per la segnalazione, ma
soprattutto per l'articolo!

Da una mia "NOTA" su FB del 24/10/10
I limiti delle acque territoriali intorno alle
Pelagie
di Guido Picchetti
Come mettere d'accordo queste due mappe, in
particolare intorno a Linosa e tra Malta e Italia? Qualcosa non
quadra...Eppure si tratta di due documenti ufficiali.
Il primo grafico, che evidenzia la situazione delle concessioni
petrolifere intorno a Malta, è ricavato dal sito
della "MEDOIL
GAS" una delle compagnie petrolifere titolari di concessioni
in acque maltesi.

Il secondo grafico mostra invece la delimitazione
delle acque territoriali di Tunisia e Italia in base all'accordo
firmato a Tunisi il 20 Agosto 1971 e ratificato dalla legge n°
347 del 3 Giugno 1978.


Da "BLOG SICILIA" del 27/10/10
Dal Financial Times del 22
ottobre
La “Edison” accusata di inquinamento
del Mediterraneo
di Eleonora De Sabata e Guy Dinmore
(traduzione di Guido Picchetti)
La
“Edison“, una società energetica italo-francese, è stata
accusata in tribunale di avere inquinato gravemente il fondale
Mediterraneo con l’eliminazione dei residui di olio da
perforazione durante le operazioni estrattive in uno dei suoi
campi petroliferi offshore più grandi d’Italia.
È stato il Ministero dell’Ambiente italiano a
chiamare in causa l’Edison, accusandola, in violazione delle
convenzioni internazionali in materia di inquinamento marino,
dello scarico di oltre 300.000 tonnellate di olio, di fanghi e
di acque di sentina, derivanti dalla produzione del giacimento
“Vega” sistemato davanti alle coste della Sicilia meridionale.
I rifiuti sono stati iniettati a 2.500 metri sotto il fondo
marino in un periodo di quasi 20 anni, in una quantità valutata
a quasi 150.000 tonnellate della cosiddetta “acqua di
produzione” (acqua estratta con sostanze oleose); e il
procedimento adottato ha consentito alla società un risparmio di
67 milioni di euro (pari a 93 milioni di dollari), una somma che
avrebbe potuto essere spesa nel trattamento dei rifiuti.
Il procuratore di stato incaricato del caso ha tenuto la sua
udienza preliminare a Modica, in Sicilia, giovedì scorso. Gli
avvocati di difesa della “Edison” dovranno rispondere l’11
Febbraio 2011, dopo di che il giudice deciderà se il caso sarà
archiviato o se ci sono gli estremi per andare in giudizio.
La “Edison”, la seconda al mondo tra le società produttrici di
energia più “apprezzate” secondo la classifica dalla rivista
“Fortune” di quest’anno, in una sua dichiarazione afferma di non
avere infranto alcun regolamento contro l’inquinamento marino.
Un portavoce ufficiale della società, che ha chiesto di non
essere nominato, ha detto che l’”acqua di produzione” era stata
iniettata in un giacimento petrolifero sicuro e a tenuta
“ermetica” con l’autorizzazione del ministero dell’Industria.
L’azienda è la più grande compagnia italiana produttrice di
petrolio offshore e la più antica società energetica in Europa.
Il campo estrattivo “Vega” è posseduto per il 60% da Edison e
per il 40% da Eni, il gruppo di produzione energetica
controllato dallo Stato italiano.
La Edison ha sottolineato il record del “Vega” in fatto di
incidenti, mai verificatisi, precisando inoltre che da quando ha
avuto inizio nel 1987 la piena attività produttiva non ci sia
stata mai alcuna dispersione di sostanze petrolifere
nell’ambiente. Il Ministero dell’Ambiente italiano dal canto suo
dichiara sul suo sito web di non aver rilasciato alcun permesso
alla Edison che consentisse alla società di smaltire i propri
rifiuti, tra cui l’”acqua di produzione”, sotto il fondale.
Gli esperti del Ministero hanno anche dichiarato al “Financial
Times” che il giacimento non era adatto a contenere un tale
smaltimento, specialmente dopo che grandi quantità di acido
erano state in esso riversate al fine di sciogliere le rocce e
ingrandirlo. Essi prevedono che i rifiuti alla lunga potranno
fuoriuscire nell’ambiente e fanno notare che le acque di sentina
separate non possono mai e in alcuna circostanza essere di nuovo
iniettate in un giacimento. E affermano che quando furono
chiesti chiarimenti in merito allo scarico dei rifiuti, la
"Edison" disse di non avere commenti da fare al riguardo.
Le operazioni sul campo “Vega” furono interrotte nel 2007 in
seguito a delle ispezioni della Guardia Costiera, che avevano
rilevato come la nave della Edison addetta allo stoccaggio del
petrolio estratto fosse ampiamente corrosa e non soddisfacesse
gli standard di settore. La produzione riprese poi lo scorso
dicembre, dopo che una nuova nave di stoccaggio, la “Leonis”, fu
costruita e, gestita da un consorzio locale, venne ormeggiata
nei pressi del sito.
Negli ultimi 20 anni il campo Vega, che si trova 12 miglia al
largo della punta meridionale della Sicilia in 120 metri
d’acqua, ha prodotto 55 milioni di barili di olio pesante e si
prevede possa ancora produrne 12 milioni di barili nel prossimo
decennio.
http://www.blogsicilia.it/blog/la-edison-accusata-di-inquinamento-del-mediterraneo/12506/
L'articolo originale in lingua inglese pubblicato sul "FINANCIAL
TIMES" del 22/101/10
Stesso articolo anche su "FINANCE
UK" (in inglese) del 22/10/10


Da "BLOG
SICILIA" del 27/10/10
Lo sostiene il
vicepresidente della commissione nazionale antimafia
Granata: “La Regione vieti le
trivellazioni petrolifere”
di BlogSicilia
26 ottobre 2010 - “La paventata ripresa delle
trivellazioni petrolifere in Provincia di Ragusa, dopo la
recente sentenza del Tribunale Amministrativo che ha visto
soccombere il ricorrente Comune di Vittoria, riporta d’estrema
attualità l’applicazione immediata del nuovo piano paesistico
nell’area iblea”.
Lo
sostiene l’on. Fabio Granata, V.Presidente della Commissione
Nazionale Antimafia.
“Solo una rigida coerenza con le previsioni dello strumento di
pianificazione territoriale potrà garantire che non si perpetri
un ulteriore, grave scempio ai danni del territorio ragusano e
dell’intero sudest”.
“Accanto alla chiamata a responsabilità di quanti sono
istituzionalmente tenuti a rispettare le previsioni di piano, è
necessario che la Regione intervenga al più presto per normare
la materia delle ricerche petrolifere nel territorio siciliano,
annullando l’obbrobrio amministrativo provocato dalle
determinazioni dell’allora assessore Noè, e trasformando
finalmente in legge, come avevo tentato di fare da Assessore
Regionale ai Beni Culturali, il divieto assoluto di perforazione
sul territorio siciliano”.
“Ritardi - ha continuato Granata - , omissioni, proteste
strumentali, saranno solo condizioni di correità rispetto al
gravissimo delitto che, nell’indifferenza generale, si sta
perpetrando ai danni della Sicilia, della sua identità e del suo
patrimonio naturalistico”.
“La battaglia di Sindaci coraggiosi, come Nicosia a Vittoria, va
appoggiata e tutelata, mentre vanno additate come rigurgiti di
basso populismo gli atteggiamenti di chi, come l’on. Riccardo
Minardo, da un lato si esprime contro le trivellazioni ed inonda
in tal senso di comunicati le redazioni, e poi si vanta di aver
accompagnato dal Presidente Lombardo i dipendenti delle società
concessionarie delle estrazioni che temono di perdere il lavoro
in caso di blocco o revoca delle concessioni”.
“Nessuno in questa battaglia venga a proporre logiche di
territorialità o di esclusività nell’analisi del problema,
poiché la Provincia di Ragusa ed il sudest, patrimonio Unesco,
sono beni che appartengono a tutta l’umanità e come tali vanno
tutelati da tutti e senza tentennamenti o equivoci”.
“Per tale ragione la mia attenzione, anche nella qualità di vice
Presidente della commissione Antimafia, sarà massima e si
trasformerà nell’appoggio concreto ed assoluto a quanti,
amministratori ed istituzioni, ma anche associazioni ed
espressioni della società civile, avranno il coraggio e la
determinazione per ribellarsi alle logiche imperanti del
profitto anche a danno della salvaguardia del territorio”.
http://ragusa.blogsicilia.it/granata-la-regione-vieti-le-trivellazioni-petrolifere/12222/
______________________________
Commento di Guido Picchetti
del 27/10/10 a margine dell'articolo
Lo Stretto di
Sicilia, almeno in parte, appartiene alla Sicilia ? Se si,
diamoci da fare…


Da "BLOG
SICILIA" del 26/10/10
Malta e la moratoria sulle
trivellazioni
nello Stretto di Sicilia
di Guido Picchetti
26
ottobre 2010 - Per avere un’idea di come si è andato sviluppando
il dibattito a Malta riguardo le concessioni petrolifere
off-shore è bene dare una scorsa agli ultimi articoli in tema
usciti sul “Times of Malta“, il quotidiano dell’isola in lingua
inglese che ha anche una sua edizione on line.
Il 3 Ottobre u.s. è stato pubblicato su quel
giornale un articolo a firma di Ivan Camilleri intitolato “Malta
indecisa sulla moratoria“.
Ci si riferiva alla risoluzione che, a seguito dell’appello del
Commissario dell’Energia Gunter Oettinger, il parlamento Europeo
avrebbe dovuto votare nei giorni seguenti, e che, se approvata,
avrebbe impegnato tutti gli Stati membri a rinviare eventuali
piani di perforazione offshore, in modo che l’UE potesse
valutare la situazione all’indomani della catastrofe della
“Horizon” nel Golfo del Messico.
Ancora prima della votazione prevista la Commissione Ambiente
del Parlamento Europeo ha votato a favore della risoluzione, ma
senza che nessun rappresentante di Malta fosse presente.
In quella occasione un portavoce del Ministero delle Risorse,
responsabile della politica di esplorazione petrolifera di
Malta, ha rifiutato di indicare la posizione del suo governo
sulla possibile moratoria, pur affermando che “Malta è a favore
di una revisione della normativa esistente in materia, che
consenta attività di perforazioni off-shore in condizioni
estreme.”
Ed ha aggiunto che tali revisioni dovrebbero prendere in
considerazione l’esito delle indagini in corso sull’incidente
della BP al largo deli Stati Uniti, e quindi valutare le
situazioni caso per caso.
Secondo l’articolista, la verità è che, sebbene Malta non
disponga di una vera e propria industria del petrolio, una
moratoria in questa fase potrebbe disturbare i piani operativi
delle due società cui sono state rilasciate concessioni per
trivellazioni petrolifere in acque maltesi a sud dell’isola,
rispettivamente alla “Heritage Oil” nel Dicembre 2007 e alla
“Malta Oil Plc Lmt” nel Luglio 2008.
Finora queste due società hanno solo eseguite le attività di
esplorazione nei settori assegnati, anche se entrambe hanno già
dichiarato pubblicamente che intendono avviare al più presto le
trivellazioni per lo sfruttamento.
In pratica anche la piccola Malta, se da un lato (ed è proprio
il caso di dirlo) sulle sue coste a nord si sta impegnando
nell’istituzione di Aree Marine Protette, quale il Santuario
Marino di Cirkewwa, dall’altro lato, nelle acque a sud
dell’isola è costretta a tenere un atteggiamento diverso sotto
la pressione degli interessi economici legati alla produzione di
petrolio.
Dieci giorni dopo, giorno 14 Ottobre u.s. a votazione del
Parlamento Europeo avvenuta, sullo stesso “Times of Malta” esce
un articolo a firma di Christian Peregin intitolato “Bruxelles
abbassa i toni sulla moratoria”.
In esso si evidenzia come e perché la moratoria richiesta per le
trivellazioni in Mediterraneo dal Parlamento Europeo sia
divenuta un “optional”, e ogni decisione in merito condivisa da
tutti gli Stati Membri dell’UE sia stata rinviata alla prossima
primavera, quando dei nuovi regolamenti in grado di rendere
sicure le attività di trivellazioni off-shore in Europa
dovrebbero essere emanati.
Riporto dal testo ufficiale del comunicato: “The European
Commission has proposed an “optional” moratorium on future oil
and gas explorations until next spring when it will issue
regulations to ensure “state of the art” practices across Europe”.
In altri termini: “Campa cavallo che l’erba cresce…”
Un’ultima considerazione riguarda il nostro Paese che, come
Tunisia, Libia e Malta, hanno iniziative e interessi nel campo
dell’industria petrolifera, condividendone non solo una delle
aree marine mediterranee a maggior rischio ambientale, lo
Stretto di Sicilia, ma anche i rischi che da un sempre possibile
incidente potrebbero derivarne.
Ed è questa: grazie al “Times of Malta” abbiamo potuto conoscere
la posizione del governo maltese nel dibattito svoltosi al
Parlamento Europeo, ma, a quanto mi consta, poco o nulla si è
saputo della posizione assunta sulla questione dai nostri
rappresentanti a Bruxelles. Possibile che invece dalla nostra
stampa dobbiamo sapere tutto di Montecarlo e di Antigua?
E, per finire, una domanda senza risposta: se davvero la
moratoria richiesta è ora diventata per gli Stati Europei un
“Optional” come dichiarato dalla UE, perché la Regione Sicilia
non la fa sua nel pieno rispetto della propria autonomia ?
http://www.blogsicilia.it/blog/malta-e-la-moratoria-sulle-trivellazioni-nello-stretto-di-sicilia/12138/


Da "ASCA IT" del
25/10/10
AMBIENTE
IDV, DA TRIVELLAZIONI IN SICILIA
ENORME PERICOLO PER COSTE
(ASCA) - Roma, 25 ott - ''I meravigliosi litorali
della costa agrigentina rischiano danni irreparabili
dall'assalto delle trivelle in cerca di petrolio''. E' il
commento indignato dell'On. Scilipoti (IDV), in riferimento alle
numerose richieste di trivellazione da parte di società italiane
e straniere, interessate all'ipotetica massa di petrolio
contenuta dalla fascia meridionale e occidentale delle coste
siciliane.
''Siamo fermamente contrari e pronti ad ogni battaglia per
impedire lo scempio dei litorali di Licata, Palma di
Montechiaro, Porto Empedocle, Siculiana, Sciacca, Lampedusa,
Linosa e di ogni pezzo del territorio siciliano. Già 241 pozzi
succhiano dalle arterie siciliane 600 mila tonnellate di greggio
l'anno - continua il deputato di Italia dei Valori - e portano
300 milioni di euro nelle tasche delle ricche compagnie
petrolifere: alla Sicilia va solo una manciata di spiccioli; in
compenso, vedi le aree di Priolo, Milazzo, Gela, si arrecano
enormi danni alla salute e al territorio dei siciliani''.
''Quando c'e' da saccheggiare la Sicilia, tutto va avanti
rapidamente. Quando si debbono costruire autostrade,
collegamenti ferroviari, aeroporti, creare posti di lavoro,
mercato ai prodotti dell'agricoltura, sostegno all'economia,
all'artigianato, al turismo, passano decenni senza nulla
vedere''. Conclude Scilipoti: ''Ecco Agrigento, la provincia più
povera d'Italia. Contro la logica del profitto, contro lo
scempio delle coste, contro lo sfruttamento coloniale, contro
l'inquinamento e il disastro ambientale del territorio e del
mare della Sicilia, intervenga il Governo a tutelarla negando il
rilascio di ulteriori autorizzazioni alle trivelle''.
http://www.asca.it/regioni-AMBIENTE__IDV__DA_TRIVELLAZIONI_IN_SICILIA_ENORME_PERICOLO_PER_COSTE-544527-sicilia-16.html25-10-2010


Da "BLOG
SICILIA" del 25/10/10
Trivelle nello Stretto di
Sicilia, ecco cosa accade a Malta
di Guido Picchetti
25 ottobre 2010 - Dopo aver presentato la
situazione delle concessioni petrolifere in Tunisia nello
Stretto di Sicilia, ecco, allegata all’articolo in inglese di
“Energy-pedia.com” che qui segnaliamo, il grafico che mostra le
due concessioni off-shore rilasciate nel 2007 dal governo di
Malta alla “Heritage Oil“.
Su queste concessioni, terminate le prospezioni che hanno
confermato la bontà dei giacimenti esistenti nella zona, la
stessa società ha dichiarato nel Gennaio di quest’anno
l’intenzione di iniziare le operazioni di sfruttamento entro la
fine del 2010.
Le aree interessate distano una settantina di km 70 Km dal porto
de La Valletta, molto meno dei 600 km di distanza dalle coste
italiane delle trivellazioni offshore previste dalla Libia, che
pur tanto scalpore nei mesi scorsi avevano suscitato nel nostro
Paese. Come spiegarlo?
Ma quel che è peggio è che il grafico lascia intravvedere come
anche intorno a Malta le trivelle non scherzano affatto… Povero
Stretto di Sicilia…

http://www.blogsicilia.it/blog/trivelle-nello-stretto-di-sicilia-ecco-cosa-accade-a-malta/11753/


Da "IL CORRIERE DELLA SERA IT" del 24/10/10
IL REPORTAGE
Sull'isola (d'acciaio) che non ha paura del
petrolio
Sulla piattaforma Vega-A, nel canale di Sicilia, tra orgoglio e
frustrazione
di Paolo Ligammari
VEGA-A (Canale di Sicilia) - «Mai è stata versata
una sola goccia di petrolio in mare, in oltre vent’anni di
attività». Sulla piattaforma Vega-A, che sorge al largo di
Pozzallo, nel Canale di Sicilia, l’hanno presa male. Il rinvio a
giudizio dei responsabili della struttura di Edison, accusati
dalla Procura di Modica di aver sversato in mare rifiuti
pericolosi («con modalità illecite e nocive per l’ecosistema, ma
che avrebbero consentito risparmi per decine di milioni di
euro»), è considerato disonorante. Eppure non perdono la
serenità: «La Procura parla di sversamenti in mare - osservano
dalla società di Foro Buonaparte – quando invece si tratta di
reiniezione di acque di strato all’interno del giacimento». In
pratica, per un certo periodo, dai pozzi insieme al petrolio è
venuta fuori acqua, reintrodotta nel giacimento dai tecnici
della compagnia per ripristinare la pressione interna e favorire
l’uscita del greggio. «Si tratta di una pratica comune
nell’industria petrolifera. Che non crea problemi all’ambiente»,
spiega Sten Stromberg, capo di Edison in Sicilia, un ingegnere
svedese di 46 anni, nel gruppo dal 2001. Il problema è che il
materiale di risulta, una volta estratta da una cava o da un
pozzo petrolifero, che sia terra o l’acqua di un giacimento,
diventa un «rifiuto»: va cioè smaltita secondo norme precise e
non può essere reintrodotta nell’ambiente se non seguendo
specifiche procedure o in base a autorizzazioni amministrative.
«Proprio quelle che all’epoca dei fatti mancavano», osserva
Stromberg.
FRUSTAZIONE E AMBIZIONE – Fare il petroliere, dunque, conviene.
Ma non è sempre facile. Basti pensare che Vega-A ha ripreso a
produrre petrolio da meno di un anno, dopo uno stop di 24 mesi.
Nessun problema a bordo della piattaforma, maestosa nell’azzurro
del Canale, con i suoi 50 metri di altezza (fuori dalle onde, e
altri 120 sotto il livello del mare): è stato necessario
sostituire la nave-cisterna, in gergo Fso (Floating storage
oil), che serve a immagazzinare il greggio pompato dal
giacimento e a rifornire le piccole petroliere che fanno la
spola con le raffinerie (soprattutto il petrolchimico di Gela).
La vecchia “Vega-oil” non era equipaggiata con il doppio scafo
e, pur non essendo dotata di motore, per la Capitaneria di porto
non rispettava più le norme di sicurezza (altra inchiesta della
Procura). Così Edison ha provveduto a equipaggiarne una nuova e
a sostituirla: oggi, agganciata alla moderna boa a 2,5 miglia
dal grattacielo di tubi gialli, container e gru, c’è la “Leonis”.
«Come dimostrano questi episodi i controlli non mancano, anzi –
spiega Stromberg – E sono bene accetti da noi tutti. È
soprattutto nostro interesse fare in modo che tutti fili per il
verso giusto, senza incidenti, incertezze e rischi». Però, dopo
l’incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che
ha provocato un disastro ecologico del quale si sta ancora
cercando di delineare i contorni, controlli e iter per
autorizzazioni si sono fatti ancora più complessi e farraginosi.
Addirittura “troppo”, per il responsabile di Edison in Trinacria:
«Ho lavorato quasi ovunque, dal Mare del Nord al Delta del Niger
- rileva l'ingegnere - e posso assicurarvi che i controlli e i
metodi delle autorità italiane sono in assoluto i migliori. Ma
le attività di ricerca e di esplorazione, con il nuovo regime,
sono diventati praticamente impossibili. Ci sono vincoli fisici,
ovvero una certa distanza da oasi ambientali o coste, e altri di
tipo amministrativo. Per dirne una, Adriatico e Ionio con le
nuove norme sono praticamente off-limits. E anche gran parte del
mare attorno alla Sicilia».
MORATORIA E TRIVELLE - E va ancora bene che non sia ancora stata
approvata una moratoria totale in Europa, dove si contano un
migliaio di piattaforme tra Atlantico e Mare del Nord e un
centinaio all’interno delle colonne d’Ercole. Il commissario Ue
per l’Energia, Gunther Oettinger, pretende lo stop finché le
regole dei differenti Paesi in materia non siano armonizzate. Al
tempo stesso, in America il presidente Obama, ha deciso di
riaprire la danza delle trivelle con un paio di mesi di anticipo
sul previsto dopo lo stop dovuto al caso Bp. Insomma,
l’incertezza domina sovrana. «E le cause del disastro non sono
ancora state chiarite».
MOTO PERPETUO - Ma allora non sarebbe meglio fermare tutto e
rivedersi tra un po’, quando ci sarà qualche certezza in più?
«Noi siamo convinti di lavorare al meglio, in totale sicurezza –
incalza l’ingegnere – Non siamo dei criminali né dei folli che
amano il pericolo». Sulla piattaforma, in effetti, l’attività è
continua: i parametri “vitali” continuamente monitorati e
squadre di operai e tecnici specializzati sono perennemente al
lavoro: «Vega è una macchina complessa che non si ferma mai –
Spiega Salvatore Torneo, a bordo dal primo giorno e oggi capo
piattaforma – È un po’ come la fabbrica del Duomo di Milano: c’è
sempre qualcuno al lavoro, per la manutenzione ordinaria e
straordinaria dei vari apparati e delle strutture portanti».
Lavoro continuo, dalla cima della torcia (a 50 metri d'altezza
sul livello del mare) che brucia il gas estratto col greggio,
fino ai grandi artigli del jacket, il trespolo che fissa la
megastruttura sul fondale. E però di perforare e trivellare per
ora non se parla. Conviene accontentarsi del vecchio giacimento,
che produce a un ritmo di 1,2 milioni di barili all’anno e ne
avrà ancora per una decina di anni. «Peccato – dice Stromberg –
perché in Sicilia ci sono ancora buone occasioni off-shore da
sfruttare, dal mare al largo delle Egadi fino a quello tra
Pantelleria e Libia». O anche qui vicino, al campo Vega-B, a
poche miglia dalla piattaforma, e raggiungibile, con le moderne
tecnologie, anche da trivellazioni orizzontali, senza spostare
nemmeno di un millimetro la cattedrale nel mare di Pozzallo.
Insomma, non sarà come diceva Enrico Mattei, che amava ripetere
che la «Sicilia galleggiava sul petrolio», ma questi mari caldi
e pescosi nascondono forzieri pieni di oro (nero). Che
resteranno sigillati, ancora per un po’.

I due video che corredano il servizio de "IL
CORRIERE DELLA SERA"
http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_24/piattaforma-vega-liga_bfee2eec-dfb6-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml
Stesso servizio su "RADIORMT IT" del 25/10/10
Articolo sullo stesso argomento,
ma di tono diverso, su "ECOBLOG
IT" del 26/10710
______________________________
Commento di Guido Picchetti
su FB del 25/10/10 a margine dell'articolo
Un bell'articolo... niente da
dire, che riporta giustamente la voce di chi lavora
materialmente sulle piattaforme... Ma ciò che ci deve
preoccupare, tutti indistintamente, è il numero e la
dislocazione delle piattaforme al di qua delle "Colonne
d'Ercole", in verità ben superiore al numero indicato nel
servizio; e, soprattutto, la loro dislocazione in zone di
importanza vitale per la sopravvivenza stessa del
Mediterraneo... Le possibilità di incidenti dipendono
direttamente dal numero degli impianti, come le conseguenze
ambientali ed economiche dipendono dalla loro dislocazione... Ed
è quest'ultimo fattore che occorre tenere maggiormente presente
...
Altri post a seguire su FB
#
Post di Eleonora de Sabata
il Corriere non accenna minimamente all'accusa più grave: Edison
ha sotterrato 340.000 tonnellate di "morchia" della petroliera
sotto il mare. Cosa che è vietata dalla convenzione di Londra.
Ma questo i PR non lo dicono! Leggi il mio pezzo sul Financial
Times di venerdì, riportato qui:
http://www.ft.com/cms/s/0/26245108-dde3-11df-8354-00144feabdc0.html
#
Post di Guido Picchetti
Grazie Eleonora... Darò sicuramente una letta al tuo pezzo
appena avrò messo in rete le novità di stamane che non sono nè
poche, nè prive di interesse.. Ma perchè, mi viene da dire, non
mi dai una mano anche tu, segnalandomi e postando le notizie che
in tema ti sembrano più utili alla causa?
#
Post di Eleonora de Sabata
Hai ragione, m'è passato di mente!
#
Post di Guido Picchetti
E aggiungo, avendo appena aperto il tuo link, che sarebbe bene
postare le note, se non in dialetto..., almeno in italiano...
Altrimenti la battaglia la facciamo fuori casa e siamo sconfitti
in partenza... Dal canto mio, proprio per questa r...agione, sto
traducendo e mettendo in rete tutti i documenti dell'UNEP-MAP,
dopo che l'INFO/RAC italiano che dovrebbe curare la diffusione
nel nostro Paese delle decisioni del MAP, dopo due anni di
inattività, adesso ha chiuso addirittura il suo sito web. E
dell'UNEP-MAP l'Italia è membro effettivo... e dovrebbe
rispettarne le indicazioni..
#
Post di Eleonora de Sabata
Si, Guido, hai ragione, ma il tempo è quello che è...


Da
"AGRIGENTO WEB" del
22/10/10
Anche il comune di Lampedusa dice no
alle trivellazioni nelle Pelagie
“L’amministrazione comunale di Lampedusa e Linosa è vicina a
coloro che hanno organizzato e preso parte al No Trivella Day,
tra questi Legambiente e diverse associazioni locali, per dire
no alle ricerche di idrocarburi nei mari delle Pelagie”. E’
quanto afferma il sindaco Bernardino De Rubeis, sottolineando
come già nei mesi passati, il Comune aveva espresso grande
perplessità su tutte le trivellazioni che venivano effettuate
nel Mediterraneo. Preoccupazione per le conseguenze sul
difficilissimo e fragile ecosistema. “Condividiamo le ragioni
della protesta e non permetteremo che i nostri mari, che
rappresentano la nostra migliore risorsa in termini turistici e
commerciali, vengano messi a rischio. Ci opporremo a qualunque
forma di trivellazione che avvenga a una distanza inferiore a
300 chilometri dalle nostre coste”.
http://www.agrigentoweb.it/anche-il-comune-di-lampedusa-dice-no-alle-trivellazioni-nelle-pelagie_60640/


Da "BLOG
SICILIA" del 22/10/10
"No Trivella Day" promosso
da Lega Ambiente
Lampedusa per lo Stretto di Sicilia
di Guido Picchetti
22
ottobre 2010 - Si è svolta ieri a Lampedusa la manifestazione
del “No Trivella Day” promossa dalla sezione locale di Lega
Ambiente, con la collaborazione di numerose associazioni.
“Giovani Lampedusa, “Askavusa“, “Alternativa Giovani“,
“Cittadinanza Attiva“, “Libera Espressione“, e “Diving Center
Pelagos“.
Questi i vari gruppi partecipanti, che hanno
inteso con il loro appoggio all’iniziativa dare un segnale forte
che servisse a sensibilizzare e stimolare la partecipazione di
tutta la popolazione isolana alla difesa del loro territorio e
dell’economia locale, entrambi gravemente minacciati dalle
prospezioni petrolifere già autorizzate nel Febbraio del 2009
intorno alle isole Pelagie, a poche miglia di distanza dai
confini dell’Area Marina Protetta già istituita...
La manifestazione è stata ripresa dalle telecamere della Rai di
Linea Blu, che dovrebbe andare in onda nella puntata di domani
sabato 30 ottobre a partire dalle 14.30.
Anche le telecamere dell’associazione locale “Libera
Espressione” hanno registrato un video della manifestazione con
alcune interviste agli organizzatori, video già pubblicato da
“Lampedusa On Line” su “You Tube” dove può esser visionato
collegandosi al link:
http://www.youtube.com/watch?v=bvrLFKbur4E
Un report sul “Lampedusa No Trivella Day” è stato infine appena
pubblicato da “Green Report“, il notiziario di Lega Ambiente,
intitolato “No Trivella Day a Lampedusa. Ma è a rischio petrolio
anche il mare di Pantelleria“.
È un titolo significativo, da non sottovalutare. Che finalmente
ci si stia rendendo conto che la minaccia non è solo per una
zona o per l’altra, ma che è tutto lo Stretto di Sicilia ad
essere a rischio, dalla costa tunisina ad ovest alle coste
siciliane ad est, e dal banco Skerki a nord fin sotto il Golfo
di Hammamet a sud ? Per non parlare poi di Malta e delle sue
isolette, che, pur nazione a parte, è bagnata dallo stesso mare,
racchiudendo a sud-est lo Stretto di Sicilia...
Questo il link al report in questione:
http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=+07272
http://www.blogsicilia.it/blog/lampedusa-per-lo-stretto-di-sicilia/11363/


Da "GREEN
REPORT" del 22/10/10
22 ottobre 2010 - Aree
protette e biodiversità
No trivella day a Lampedusa. Ma è a
rischio petrolio
anche il mare di Pantelleria
LAMPEDUSA
(Agrigento). «Ce l'abbiamo fatta! Il primo "No trivella day"
delle Pelagie è andato bene!». E' soddisfatta Legambiente
Lampedusa che insieme ai Giovani Lampedusa, Askavusa,
Alternativa Giovani, Cittadinanza attiva, e Libera Espressione e
il Diving center PelagosLibera Espressione e diving center
Pelagos ha organizzato la protesta contro la pretesa della Puma
petroleum, la filiale della piccola multinazionale australiana
Key Petroleum di trivellare 2 pozzi petroliferi offshore a sud
delle Pelagie.
«E' servito come segnale forte per iniziare la
mobilitazione di tutti i cittadini! Siamo stati tutti
bravissimi, bellissimi e colorati», dice Giusi Nicolini di
Legambiente che è indaffaratissima a seguire le troupe di Linea
Blu che sta facendo riprese nella Riserva naturale e nell'isola
per un servizio che dovrebbe andare in onda il 30 ottobre.
Ma intanto Giusi trova il tempo di scrivere per "Greenreport"
cosa vorrebbe fare la Key/Puma Petroleum al largo di Lampedusa,
2000 ettari circa e delle isole Pelagie, un arcipelago che
avrebbe un regime vincolistico che sembrerebbe inattaccabile
dalle trivelle australiane: Area Marina Protetta istituita nel
2002 dal ministero dell'ambiente; Riserva Naturale Terrestre
regionale istituita nel 1996; Sito di Importanza Comunitaria
(SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS), istituite ai sensi
delle direttiva comunitaria per la protezione di specie ed
habitat minacciate di estinzione e della Direttiva Uccelli.
«Eppure - spiega l'esponente del Cigno Verde - ci sono 2
Progetti di ricerca finalizzati all'escavazione di pozzi
petroliferi nelle Isole Pelagie approvati dal ministero dello
sviluppo economico. Il ministero dell'Ambiente sinora ha
rilasciato nel febbraio 2009 soltanto le autorizzazioni ad
effettuare le ricerche, mentre ha stabilito che l'escavazione
dei pozzi deve essere sottoposta a procedura di Valutazione di
Impatto Ambientale. L'estensione delle 2 aree di intervento: una
70.000 e l'altra 71.000, per un totale di oltre 140.000 ettari.
I pozzi dovrebbero essere scavati a 2.800 m di profondità!
Localizzazione delle aree di intervento: Tutto il fronte sud
verso l'Africa e l'area compresa tra Lampedusa e Lampione».
Ma non ci sono solo le isole Pelagie, in Sicilia sono oltre 20
le autorizzazioni rilasciate e tutte le isole minori sono
coinvolte. Giusi Nicolini spiega che «A seguito delle proteste
scatenate in tutta Italia dalle associazioni ambientaliste, dai
Comitati No Triv, dalle popolazioni interessate, il ministro
Prestigiacomo ha emesso un decreto entrato in vigore ad agosto
2010, che stabilisce il divieto per le trivelle entro 12 miglia
dal perimetro esterno delle aree costiere protette. Però, tale
divieto non si estende ai progetti già autorizzati prima, come
quelli delle Pelagie, Pantelleria, ecc. e 12 miglia non
offrirebbero comunque un margine serio di sicurezza se si pensa
al disastro ambientale successo nel Messico. La giunta regionale
siciliana del Governo Lombardo, su proposta dell'Assessore al
Territorio e Ambiente ha espresso la propria contrarietà ai
progetti di trivellazione che interessano le coste e le isole
minori della Sicilia. Da ultimo, è stata presentata una mozione
al Parlamento Europeo per chiedere la sospensione delle
trivellazioni in corso e di quelle che stanno per iniziare».
Intanto l'ultimo rapporto di un'altra compagnia australiana che
ha preso di mira il mare tra la Sicilia e l'Africa, l'ADX Energy
Limited, riporta le prime stime sulle potenziali risorse dei due
campi petroliferi di Lambouka e Dougga su cui ha effettuato nei
mesi scorsi le trivellazioni esplorative nello Stretto di
Sicilia, appena fuori delle acque territoriali italiane. I
risultati sembrano buoni per l'ADX che infatti prevede partire
dal 2011, di unire le risorse dei due campi in un 'unica
ulteriore operazione di esplorazione e di successivo
sfruttamento.
All''ADX Energy Limited sono state rilasciate concessioni
esplorative in Tunisia, da Capo Bon fino al limite delle acque
territoriali tunisine, e in Italia, a nord e ad ovest di
Pantelleria. All'interno queste aree sono stati individuati due
giacimenti petroliferi nei campi di ricerca Lambouka e Dougga
che si estendono per molte miglia in acque territoriali italiane
in direzione sud-est, arrivando fino a 7 miglia circa dall'isola
di Pantelleria.
http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=+07272
______________________________
Commenti su FB
#
Post di Guido Picchetti del 21/10/10
Meno
male... Pare che si stia andando nella giusta direzione... E ci
stiamo cominciando a rendere conto che il problema è comune, e
non solo di una zona o di un'altra... E' tutto lo Stretto di
Sicilia che è a rischio, dalla costa tunisina ad ovest alle
coste siciliane ad est, e dal banco Skerki a nord fin sotto il
Golfo di Hammamet
a sud...


Da "YOU TUBE" del 22/10/10
Il video di "Lampedusa No
Trivella Day"
21 ottobre 2010 - Le telecamere di LIBERAESPRESSIONE al "NO
TRIVELLA DAY" a Lampedusa, Piazza Castello, dalle ore 11. In
gioco c'è il futuro dell'arcipelago delle Pelagie, che, per la
sua posizione strategica nel Mediterraneo, è uno straordinario
serbatoio di biodiversità ed è al centro delle rotte migratorie
per balene, delfini, tartarughe.
Promotore dell'iniziativa: Legambiente, sezione di Lampedusa.
Con la collaborazione di: Libera Espressione - Giovani Lampedusa
- Associazione Pescatori di Lampedusa - Arci Askavusa -
Cittadinanza Attiva - Alternativa Giovani

lampedusaonline
http://www.youtube.com/watch?v=bvrLFKbur4E
Stesso video con articolo su "CANICATTI
WEB" del 22/10/10


Dalla
Bacheca su FB di "NO TRIVELLA DAY LAMPEDUSA" del 21/10/10
La mappa di Legambiente che mostra i
siti di estrazione
di petrolio in Italia (Luglio 2010)
postata da Luca Siragusa il 21/10/10

http://www.facebook.com/event.php?eid=134440416607634
#
Post di Guido Picchetti del 21/10/10
Da questa mappa di Lega Ambiente sembra proprio che Pantelleria
e le Pelagie non facciano parte dell'Italia... Che tristezza...
#
Post di Toni Pusateri del 21/10/10
Penso che l'Unità d'Italia non si sia mai concretizzata... Che
tristezza...


Da "BLOG
SICILIA" del 21/10/10
In difesa dello Stretto di
Sicilia
A Lampedusa il “No Trivella Day”
di Guido Picchetti
21
ottobre 2010 - Finalmente anche Lampedusa e le Pelagie hanno
deciso di impegnarsi in questa battaglia comune in difesa dello
Stretto di Sicilia. In mare non ci sono confini e gli interessi
sono comuni.
Auguri a tutti noi, abitanti delle isole (Pelagie, Egadi e
Pantelleria) e delle coste dello Stretto (anche di quelle
tunisine oltre che siciliane), sebbene le speranze di successo
sono in questo momento davvero basse.
Forse solo l’impegno dell’UNEP-MAP, sotto l’egida delle Nazioni
Unite, e di cui fa parte l’Unione Europea e i cui dettami 21
Paesi Mediterranei (tra cui l’Italia e la stessa Unione Europea)
si sono impegnati a rispettare, potrà portare a qualche
risultato utile.
La manifestazione è indetta da Legambiente, Associazione dei
Pescatori di Lampedusa e associazioni giovanili locali e sarà
trasmessa durante il programma Linea Blu (Rai1), nel servizio
dedicato all’isola di Lampedusa.
L’appuntamento è per le ore 11,00 in Piazza Castello, a
Lampedusa.
http://www.blogsicilia.it/blog/a-lampedusa-il-no-trivella-day/11018/
______________________________
Precisazione su FB di
"Giovani Lampedusa e su "BLOG SICILIA" del 21/10/10
21/10/10 - "NO TRIVELLA DAY" a
Lampedusa, Piazza Castello, dalle ore 11. In gioco c’è il futuro
dell’arcipelago delle Pelagie, che, per la sua posizione
strategica nel Mediterraneo, è uno straordinario serbatoio di
biodiversità ed è al centro delle rotte migratorie per balene,
delfini, tartarughe.
Promotore dell'iniziativa: Legambiente, sezione di Lampedusa
Con la collaborazione di: Giovani Lampedusa - Associazione
Pescatori di Lampedusa - Arci Askavusa - Cittadinanza Attiva -
Alternativa Giovani - Libera Espressione
______________________________
Commenti sulla Bacheca di "Giovani
Lampedusa"
#
Post di Sabrina Pistillo
Sono lontana.. ma tanto vicina a chi vuole preservare queste
isole splendide!!
#
Post di Véronique Touchot Schoenhentz-Kzink
Je suis a plusieurs heures d'avion mais de tout coeur avec ceux
qui font tout leur possible pour proteger cette ile magique...
#
Post di Claudio Piola
La British Petroleum, da parte sua, ha confermato la volontà di
effettuare delle trivellazioni del primo di cinque pozzi
esplorativi, ma che ancora non c’è nessuna data specifica per la
partenza dei lavori. Un portavoce della BP ha minimizzato la
questione della moratoria spiegando, sempre al Financial Times,
che "nessuno l’ha suggerita" e che "non c’è nessuna autorità per
il Mediterraneo" sottolineando di fatto, ha osservato FT, la
mancanza di un meccanismo istituzionale di coordinamento delle
politiche del Mediterraneo... Il ministro degli Esteri Franco
Frattini, ha ricordato il quotidiano britannico, ha suggerito
che la questione venga deferita all’Unione per il Mediterraneo,
ma l’organismo "ha sempre avuto un parto difficile bloccato
dalle rivalità tra paesi europei e dalle tensioni tra Israele e
i vicini paesi arabi".
#
Post di
Guido Picchetti
Ripeto quanto ho già detto a Luca ringraziandolo per l''invito
alla manifestazione odierna del "No Trivella Day" a Lampedusa.
Bravo Luca... Sono lieto che finalmente anche Lampedusa si
impegni in questa battaglia comune in difesa dello Stretto di
Sicilia... In mare non ci sono confini e gli interessi sono
comuni... Auguri a tutti noi, sebbene le speranze di successo
sono in questo momento davvero basse ... Forse solo l'impegno
dell'UNEP-MAP, sotto l'egida delle Nazioni Unite, e di cui fa
parte l'Unione Europea, e i cui dettami 21 Paesi Mediterranei
(tra cui l'Italia e la stessa Unione Europea) si sono impegnati
a rispettare, potrà portare a qualche risultato utile... Auguri
per l'iniziativa...
#
Post di Franca Santaterra
Come se mi trovassi lì con
voi, speriamo in una ampia partecipazione. Bisogna trovare altre
forme più incisive per contare e salvare le nostre isole. Es. un
buon trafiletto su punta sottile e spedirlo al nostro presidente
della Repubblica, con foto della partecipazione, oppure
registrare la puntata, se è incentrata su questo problema, ed
anche questa farla pervenire alle autorità, (ai nostri politici
dx, sx e centro), di modo che non possano dire che non sapevano
nulla, e chiedendo di prendere posizione in merito, magari
abbinando gli ultimi eventi disastrosi nel mondo. Ciao Mimmo.
#
Post di Guido Picchetti
Rispondo a Claudio Piola. Non è esatto quanto affermato dal
Financial Times circa la mancanza di un meccanismo istituzionale
di coordinamento delle politiche del Mediterraneo...
Quest'organismo c'è ed è l' UNEP-MAP, cui ho fatto cenno nel
post precedente. E' un organismo riconosciuto dalle Nazioni
Unite sotto la cui egida opera, emanazione diretta della
"Convenzione di Barcellona" per la protezione del Mar
Mediterraneo dall'inquinamento, firmata nel 1975 dall'Unione
Europea e da altre 16 Paesi costieri mediterranei.
Oggi, a trent'anni di distanza, i Paesi membri di
quest'organismo sono diventati 23, Unione Europea compresa,
tutti impegnati, in qualità di membri firmatari, alla protezione
del Mediterraneo attraverso una serie di protocolli specifici.
Ed è proprio l'UNEP-MAP che ha individuato nel Giugno scorso le
aree più a rischio del Mediterraneo richiedendone la tutela ai
Paesi interessati. E di tali aree due comprendo proprio tutto lo
Stretto di Sicilia:
Lo strumento c'è, quindi... E, possiamo ben dirlo, è l'unico in
cui oggi possiamo sperare. Ciò che manca invece è la volontà e
la capacità politica da parte di alcuni Paesi membri, l'Italia
tra questi, di rispettare gli impegni presi, sotto la pressione
certamente di forti interessi, ma approfittando soprattutto
dell'ignoranza che su questi temi spesso regna sovrana...
Il sito web ufficiale dell'UNEP-MAP d'altronde è in tre lingue
(francese, inglese ed arabo), e questo certamente non facilita
la diffusione delle informazioni sull'attività di questo
organismo, che, tra l'altro, ha la sua sede ad Atene. Ed è stata
proprio questa la ragione per cui nei giorni scorsi ho deciso di
riportare, in apposito spazio dedicato sul mio sito personale
(ancora in via di completamento, i documenti più importanti e
interessanti pubblicati dall'UNEP-MAP tradotti nella nostra
lingua. Questo l'url cui può collegarsi chiunque ha interesse a
conoscerli:
http://www.guidopicchetti.it/Il%20CPPM%20di%20Pnt/News%202010/111010_UNEP_Map.htm.


Da "GIOVANI
LAMPEDUSA IT" del 20/10/10
No Trivella Day a Lampedusa
Comunicato Lega Ambiente
Giorno
21 Ottobre a Lampedusa, Piazza Castello, dalle ore 11 ci sarà la
manifestazione "No Trivella Day". La manifestazione è indetta da
Legambiente, Associazione dei Pescatori di Lampedusa e
Associazioni Giovanili locali.
Nelle Isole Pelagie sono stati rilasciati n. 2 permessi per
ricerche petrolifere alla Società Puma Petroleum. Il Ministero
dell’Ambiente ha stabilito che le trivellazioni dei pozzi
dovranno essere sottoposte a procedura di Valutazione di Impatto
Ambientale, ma per le ricerche preliminari è stato dato il via
libera già nel febbraio del 2009.
L’estensione complessiva delle aree di ricerca è di oltre
140.000 ettari e riguarda tutto il fronte meridionale
dell’arcipelago e il tratto di mare compreso tra Lampedusa e
Lampione. La profondità prevista di escavazione sarà superiore
ai 2.800 m. Le Pelagie sono situate in una zona di mare di
importanza vitale per tutto il bacino del Mediterraneo e un
eventuale incidente potrebbe avere effetti dannosi
inimmaginabili e irreparabili.
Nessuna garanzia sull’osservanza delle più
restrittive norme sulla sicurezza, nessuna assicurazione sul
rispetto delle disposizioni in materia di controlli preventivi,
nessuna promessa di trasparenza e correttezza nello svolgimento
delle operazioni in mare, ci farà desistere dall’opporci senza
se e senza ma alle trivellazioni nel nostro mare. Il dramma
causato dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater
Horizon nel Golfo del Messico è solo l’ultimo di una lunga serie
di disastri avvenuti negli anni in varie parti del pianeta che
dimostrano in modo inoppugnabile che non esistono procedure che
rendano sicure le attività estrattive.
A seguito delle proteste scatenate in tutta Italia dalle
associazioni ambientaliste, dai Comitati NO TRIV, dalle
popolazioni interessate (in Sicilia sono oltre 20 le
autorizzazioni rilasciate e tutte le isole minori sono
coinvolte), il Ministro Prestigiacomo ha emesso un decreto
entrato in vigore ad agosto 2010, che stabilisce il divieto per
le trivelle entro 12 miglia dal perimetro esterno delle aree
costiere protette. Ma è importante precisare che tale divieto
non si estende ai progetti già autorizzati prima, come quelli
delle Pelagie, Pantelleria, ecc. e che 12 miglia non
offrirebbero comunque un margine serio di sicurezza se si pensa
al disastro ambientale successo nel Messico.
In gioco c’è il futuro dell’arcipelago delle Pelagie, che per la
sua posizione strategica nel Mediterraneo, è uno straordinario
serbatoio di biodiversità ed è al centro delle rotte migratorie
per balene, delfini, tartarughe. Il destino di queste isole non
può essere condizionato o compromesso da scelte miopi e ciniche,
che guardano ancora al petrolio come unica fonte energetica.
http://www.giovanilampedusa.it/blog/267-no-trivella-day-a-lampedusa-comunicato-legambiente.html
Post di Guido
Picchetti del 21/10/10
Bravo Luca... Sono lieto che
finalmente anche Lampedusa si impegni in questa battaglia comune
in difesa dello Stretto di Sicilia... In mare non ci sono
confini e gli interessi sono comuni... Auguri a tutti noi,
sebbene le speranze di successo sono in questo momento davvero
basse ... Forse solo l'impegno dell 'UNEP-MAP, sotto l'egida
delle Nazioni Unite, e di cui fa parte l'Unione Europea, e di
cui dettami 21 Paesi Mediterranei (tra cui l'Italia e la stessa
Unione Europea) si sono impegnati a rispettare, potrà portare a
qualche risultato utile... Auguri per l'iniziativa...
#
Post di Carmelo Nicoloso del 21/10/10
Caro Guido, ho inviato tramite email a D. Bianchi, il nostro
ultimo comunicato di Pro Natura, giacche' si trova a Lampedusa
per girare una puntata di Lineablu, l'ho invitato a parlare
della questione, speriamo che questo amico possa essere
contattato e confermare le nostre preoccupazioni e il nostro
travagliato iter per concretizzare la tutela del Canale di
Sicilia
#
Post di Guido Picchetti del 21/10/10
Se posso esprimere un ultimo augurio è che occorre ancora che su
questo problema si svegli anche Malta, altro membro firmatario
dell'UNEPMAP, al pari di Italia, Tunisia, Unione Europea e altri
18 Paesi del Mediterraneo... Possibile che su quell'isola non ci
sia nessuno che si preoccupi di quel che può accadere al "loro"
mare e alle loro coste ?


Da "BLOG SICILIA" del 18/10/10
Il convegno si terrà
a Taormina
La Sicilia verso una nuova politica di
gestione delle coste
di Guido Picchetti
18 ottobre 2010 - “Verso una nuova politica di
gestione delle coste”: questo il titolo del convegno promosso
dalla Presidenza della Regione Siciliana, che il Palazzo dei
Congressi di Taormina ospiterà venerdi e sabato prossimi, e che
vedrà raccolti intorno un tavolo tutti i soggetti che, con vari
gradi di responsabilità ed interesse, avranno un ruolo concreto
nella costruzione del nuovo sistema gestionale dei territori
costieri siciliani.
A presentare il nuovo Piano Coste della Regione Sicilia saranno
il Presidente On. Raffaele Lombardo e il Prof. Giovanni Randazzo
dell’Università degli Studi di Palermo, suo consulente in
materia.
Il programma dei lavori prevede lo svolgimento di tre seminari
su “Turismo e Cultura”, “Porti e Infrastrutture” e “Erosione e
Ambiente”, con la partecipazione di numerosi esperti.
Si tratta di tre temi fondamentali per una corretta gestione
degli ambienti costieri dell’isola, la cui responsabilità è
stata in gran parte affidata dalla riforma costituzionale del
2001 agli istituti regionali con compiti politici, legislativi e
amministrativi concernenti le aree marine e costiere, per la
loro difesa e tutela soprattutto a fini turistico e ricreativi.
Nella mattinata di sabato concluderà i lavori una Tavola Rotonda
sul tema “Le nuove prospettive per la valorizzazione delle
coste”.
Ad introdurla l’On. Giuseppe Maria Reina, sottosegretario di
Stato del Ministero Infrastrutture e Trasporti. Tra i relatori,
il Prof. Sebastiano Missineo, assessore regionale ai BB.CC.,
l’Avv. Pier Carmelo Russo, assessore alle Infrastrutture e
Mobilità della Regione Sicilia, il Dott. Gianmaria Sparma,
assessore regionale all’Ambiente e Territorio, il Prof. Daniele
Tranchida, assessore regionale al Turismo, nonché l’Avv.
Francesco Attagulle, responsabile per la Regione Sicilia dei
rapporti con l’Unione Europea.
Una presenza, quest’ultima, che lascia sperare che il convegno
di Taormina possa essere l’occasione giusta per sollecitare il
governo italiano a ratificare l’ “ICMZ”, ossia quel protocollo
denominato “Integrated Coastal Zone Management”, già
sottoscritto dall’Unione Europea e da altri quattro Paesi membri
(Slovenia, Francia, Albania e Spagna), ma cui occorre ancora una
firma perchè entri in funzione e diventi vincolante per tutti i
Paesi aderenti alla Convenzione di Barcellona che si affacciano
sul Mediterraneo. Cosa aspetta l’Italia ? Vorremmo fatti, non
parole…
Il programma del
Convegno.
http://www.blogsicilia.it/blog/la-sicilia-verso-una-nuova-politica-di-gestione-delle-coste/10213/


Da "BLOG
SICILIA" del 17/10/10
E poi si dice che L'Italia non ha
risorse energetiche ...
di Guido Picchetti
Da
un articolo dell'americano Gene Kliewer, pubblicato il 1 Aprile
2010 nella rubrica "Geosciences" del sito "offshore" della
Pennwell, riporto in estratto la parte del testo che riguarda la
sacca petrolifera "Sambuca", sulla quale, pur restando nello
specchio d'acqua di competenza tunisina, ha operato a 13 miglia
da Pantelleria nei mesi scorsi la piattaforma "Lambouka-1.
Il giacimento "Sambuca" è chiaramente indicato nella mappa a
lato, che evidenzia come esso si estenda principalmente in acque
italiane fino a poche miglia da Pantelleria. Ma ciò che
maggiormente deve preoccupare chiunque abbia a cuore l'integrità
dello Stretto di Sicilia, è quanto viene riferito nell'articolo
in questione a proposito delle potenzialità di quel giacimento,
peraltro confermate dalle recenti trivellazioni esplorative,
laddove si precisa che il "Sambuca" costituisce uno dei più
vasti giacimenti ancora vergini esistenti nel Mediterraneo.
A scanso di ogni equivoco, riporto il testo originale in
inglese:
(omissis)
Tunisia: AuDAX Resources Ltd. has contracted PGS to acquire 670
sq km (259 sq mi) of 3D seismic data using Geostreamer
technology in the Kerkouane permit offshore Tunisia. Work
expected to start in mid-March. Previous exploration in the
Pantelleria and Kerkouane permits shows several prospects and
leads, says AuDAX, the most prospective being the Sambuca
prospect extending east into the adjacent Pantelleria permit
across the Italian-Tunisian maritime border. This structure
appears to be one of the largest undrilled structures in the
Mediterranean Sea.
(omissis)
approfondimento:
http://www.offshore-mag.com/index/article-display/6297380130/articles/offshore/volume-70/Issue-4/departments/geosciences/GEOSCIENCES.html
http://www.blogsicilia.it/blog/e-poi-si-dice-che-litalia-non-ha-risorse-energetiche/10124/
______________________________
#
Post di
Maria Ghelia del 18/10/10
E se trivelleranno, magari senza "se", ci toglieranno
letteralmente la terra da sotto i piedi dell'isola!


Da "ECQUO"
del 14/10/10 (16/10/10 sul sito)
La Commissione europea si sveglia:
“Norme più severe per le trivellazioni in mare aperto”
Norme più severe e più controlli perchè le
compagnie petrolifere possano ottenere l’autorizzazione per
nuove trivellazioni offshore, ma nessuna richiesta di moratoria
come invece si vociferava a Bruxelles dopo il disastro
ambientale provocato nel Golfo del Messico dall’esplosione della
piattaforma petrolifera della British Petroleum. È il contenuto
della comunicazione della Commissione europea presentata oggi
dal commissario Ue all’energia Guenther Oettinger.
A prevalere, secondo quanto riportato da fonti vicine al
dossier, sarebbe stato il 'no' imposto dalla Gran Bretagna,
paese della Bp. A opporsi e chiedere di eliminare il termine
'moratoria' dal documento di Bruxelles sarebbe stata infatti la
vicepresidente della Commissione Ue e Alto rappresentante per la
politica estera e di sicurezza, la britannica Catherine Ashton.
Nel testo di Bruxelles, infatti, non compare una sola volta la
parola 'moratoria', mentre si invita solo gli stati membri ad
adottare un “approccio rigoroso di cautela nella concessione di
nuove autorizzazioni” e di “esaminare se è necessaria la
possibilità di sospensione delle autorizzazioni per le nuove
trivellazioni” sino a quando non sarà fatta chiarezza sulle
condizioni di sicurezza degli impianti offshore.
“Sono realista, la nostra proposta riguarda le nuove piattaforme
e quelle non ancora in funzione, in quanto penso che bloccare
impianti già attivi può essere più difficoltoso e renderci per
altro più dipendenti dalle importazioni di petrolio”, ha ammesso
Oettinger, che negli scorsi mesi si era invece mostrato
favorevole a uno stop alle trivellazioni in mare aperto dopo il
disastro del Golfo del Messico.
La nuove norme richieste da Bruxelles, che saranno trasformate
in proposte legislative a inizio 2011, prevedono quindi che le
compagnie che vogliono effettuare trivellazioni rispettino
rigidi requisiti di sicurezza fissati dall’Ue, abbiano un piano
d’emergenza e i mezzi finanziari per risarcire gli eventuali
danni ambientali. Inoltre i controlli di sicurezza effettuati
dalle autorità nazionali dovranno sottostare a loro volta a una
supervisione europea. Altro obiettivo di Bruxelles è quello di
fare adottare la futura legislazione europea anche ai paesi
terzi vicini, in particolare nel Mediterraneo e Mare del Nord.
Sono infatti circa 900 le piattaforme petrolifere nell’Ue, di
cui 486 in Gran Bretagna, 181 in Olanda, 123 in Italia e 61 in
Danimarca.
http://magazine.quotidiano.net/ecquo/ecquo/2010/10/14/la-commissione-europea-si-sveglia-norme-piu-severe-per-le-trivellazioni-in-mare-aperto/
______________________________
Commenti su FB
#
Post di
Roberto Giacalone
del 20/10
Non è mai troppo tardi... ma
quasi quasi lo sarà...


Da "BLOG
SICILIA" dell'8/10/10 (il 16/10/10 sul sito)
Catania, conferenza stampa dell'On.
Fiorenza
sulle trivellazioni petrolifere
8 ottobre 2010 - Si è svolta oggi, alla sede
catanese dell’Assemblea Regionale Siciliana, la conferenza
stampa indetta dall’on. Dino Fiorenza, V. Presidente della
Commissione antimafia e Presidente del Gruppo misto, al fine di
illustrare la propria Interpellanza in tema di trivellazioni
petrolifere al largo delle coste siciliane.
Con tale iniziativa, l’on. Fiorenza chiede al governo Regionale
di intervenire in sede di Consiglio dei Ministri, ai sensi
dell’art. 21 dello Statuto della Regione Siciliana, al fine di
tutelare ed evitare che possano verificarsi disastri ecologici,
simili a quelli accaduti nel golfo del Messico, lungo le coste
del mar Mediterraneo.
In particolare, alle 6 piattaforme già attive, l’on. Fiorenza
sottolinea come il Governo Nazionale ha concesso ben 20 permessi
di ricerca a varie società offshore (tra cui una società con
appena 10.000,00 euro di capitale sociale) lungo le coste
meridionali della regione dalle Egadi a Pozzallo e al largo
dell’isola di Lampedusa.
“Tutto il mondo è a caccia di petrolio nel canale di Sicilia in
barba alle più elementari misure di sicurezza, quali interessi
si voglio agevolare con tali interessi? È interessante notare
che potrebbero nascondersi dei legami tra le società
destinatarie di tali permessi e personaggi influenti che si
affacciano nel mercato finanziario italiano ed europeo. La Libia
ad esempio, fino a poco tempo fa era fuori da questo sistema, in
soli due anni, ha acquistato quote sociali pari al 7% di
UNICREDIT (che ha assorbito il BDS) e il 7,5% della Juventus FC,
e che oggi guarda con interesse a società quali Telecom Italia,
Finmeccanica ed Eni (e di qualche settimana fa la notizia che il
governo di Tripoli ha concesso alla Eni un concessione per
l’utilizzo delle risorse energetiche per un periodo pari a 25
anni.)”
L’on. Fiorenza conclude che tale situazione
rappresenta un rilevante pericolo per l’ecosistema dell’Isola,
dato dal fatto che il mar Mediterraneo rappresenta un bacino
marino chiuso, con un ricambio lentissimo di acque e con un
rilevante traffico interno riguardo al trasporto marittimo e
commerciale.
http://www.blogsicilia.it/comunicati/catania-conferenza-stampa-sulle-trivellazioni-petrolifere/8221/#comment-4321
Notizia simile su "IL
CORRIERE DEL SUD" dell'8/10/10
______________________________
Commenti su FB
#
Post di
Guido Picchetti e anche su
"BLOG SICILIA" del
15/10/10
Mi viene spontaneo un commento in
merito alla conferenza stampa dell'On. Dino Fiorenza dell'8/10 a
Catania. Consiste in due domande che mi sarebbe piaciuto
rivolgergli. La prima riguarda gli interessi nascosti che si
celerebbero dietro all'intesa attività di ricerca petrolifera
nelle acque dello Stretto di Sicilia, ed è questa.
Va bene guardare in alto alla Libia, tirando in ballo Unicredit,
Juventus, Telecom, Finmeccanica ed Eni... Ma, più terra terra,
perchè non cercare di capire anche come sia potuto avvenire il
rilascio delle concessioni petrolifere ad ADX e alla Northern
Petroleum intorno a Pantelleria, pur in presenza del
procedimento istitutivo di un'Area Marina Protetta prevista
addirittura dalla 394 del 1991 ? E chi (tra Regione, Provincia e
Comune) sapeva di queste concessioni richieste nel 2004 e ha non
ha mosso ciglio, lasciando, o facendo in modo, che fossero
autorizzare da chi di competenza, senza neppure che venisse
attuato il procedimento per la Valutazione di Impatto Ambientale
(VIA) previsto per legge ?
Seconda domanda: perchè ci si preoccupa tanto delle trivelle
off-shore della Libia previste ad oltre 600 km di distanza
dall'Italia, e si evita invece di parlare della ben più grave
situazione che c'è attualmente a poche bracciate da casa nostra,
nelle acque territoriali tunisine dello Stretto di Sicilia, dove
tutto lo specchio di mare che va da Capo Bon al limite delle
acque territoriali italiane (a sole 13 miglia da Pantelleria),
estendendosi poi a sud fino alle coste del Golfo di Hammamet, è
totalmente interessato da concessioni di ricerca e di
sfruttamento petrolifero, con minacce ben più gravi per le coste
italiane prima, e per l'intero bacino del Mediterraneo poi, in
caso di malaugurati incidenti ?
#
Post di
Maria Ghelia del 16/10/10
Grazie Guido! Ottime domande.
#
Post di
Roberto Giacalone del 20/10/10
Guido, i tuoi punti di domanda
su cui ti interroghi credo che... chi più e chi meno, tutti ce
li
poniamo; ovviamente una delle risposte su tutte è: chissà quali
interessi economici ci sono dietro... !!!


Da "BLOG
SICILIA" del 15/10/10
Stretto di Sicilia, i 5 temi centrali
della proposta dell’UE
di Guido Picchetti
15 ottobre 2010 - Da Bruxelles arriva la notizia
che la Commissione europea, per la prima volta, prevede di
adottare delle «Norme approfondite relative alle piattaforme
petrolifere in materia di prevenzione, capacità di reazione e
responsabilità finanziaria. Tali norme potrebbero essere riunite
in un unico testo legislativo».
È
certamente una buona notizia, che viene presentata sul sito di
Green Report corredata da una mappa (qui allegata) che illustra
in modo sommario, ma sufficientemente chiaro, la situazione
attuale delle trivellazioni petrolifere nei mari che contornano
gli stati dell’Unione Europea.
Dalla mappa risulta evidente
che tra le aree dove più si addensano attualmente le
trivellazioni c’è nel Mediterraneo lo Stretto di Sicilia, dove
l’isola di Pantelleria e le Pelagie appaiono contornate da una
significativa corona di punti rossi, che indubbiamente non
lascia sperare in nulla di buono.
Siamo tra l’altro in una zona di mare (l’abbiamo detto più
volte...) di importanza vitale per tutto il bacino del
Mediterraneo, e un eventuale incidente (sempre possibile...
ormai lo sappiamo), potrebbe avere effetti dannosi
inimmaginabili...
La proposta della Commissione Europea prevede 5 temi centrali
che qui a seguire riportiamo, non senza però prima evidenziare
il punto conclusivo, a mio giudizio di maggiore importanza, che
afferma come una firma ancora mancante da parte dell’ Italia
possa risultare determinante per dare efficacia attuativa al
protocollo relativo alla convenzione di Barcellona per garantire
la sicurezza delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo...
Ma cosa aspetta il governo ad apporre questa firma ?
Ecco in cinque punti cosa prevede la proposta della commissione
della U.E.:
1. Permessi: anche
se gli Stati membri continueranno a concedere permessi per
le trivellazioni, dovranno tuttavia applicare i criteri
fondamentali dell’Unione. Le compagnie petrolifere devono
avere un piano di emergenza e dimostrare di disporre delle
risorse finanziarie per far fronte ai danni ambientali
provocati in caso di incidenti.
2. Controlli: le piattaforme petrolifere sono
controllate dalle autorità nazionali. Le attività di
supervisione svolte dalle autorità nazionali dovranno essere
valutate da esperti indipendenti: si tratta di un obbligo
totalmente nuovo.
3. Norme relative ai dispositivi di sicurezza: le
norme tecniche garantiranno che vengano utilizzati soltanto
dispositivi di controllo conformi alle più rigide norme in
materia di sicurezza. Attualmente, la normativa UE in
materia di sicurezza dei prodotti non si applica alle unità
mobili di trivellazione offshore.
4. Danni: le compagnie petrolifere dovranno porre
rimedio ai danni provocati alle specie marine protette e
all’habitat naturale fino ad un massimo di 200 miglia marine
dalla costa. Attualmente, la direttiva UE sulla
responsabilità ambientale non copre i pesci in quanto beni
commerciali, ma in quanto specie protette che vivono nella
zona entro le 12 miglia marine, nonché la qualità dell’acqua
della suddetta zona. L’Agenzia europea per la sicurezza
marittima (AESM), attualmente impegnata nella lotta
all’inquinamento provocato dalle navi, darà il proprio
contributo anche per limitare i danni causati dalle
piattaforme petrolifere.
5. Impegno internazionale: la Commissione si
adopererà per l’attuazione delle convenzioni internazionali
in vigore e le nuove iniziative comuni. Attualmente, il
protocollo relativo alla convenzione di Barcellona per
garantire la sicurezza delle piattaforme petrolifere nel
Mediterraneo non è ancora in vigore, poiché manca una firma.
Se l’Italia procederà alla ratifica del protocollo, come
annunciato, le suddette norme entreranno in vigore.
http://www.blogsicilia.it/blog/stretto-di-sicilia-i-5-temi-centrali-della-proposta-dellue/


Da "IL
RIFORMISTA IT" del 9/10/10 - (il 15/10/10 sul sito)
Ue: «Petrolio? Stop alle trivellazioni
nei nostri mari»
Esclusiva. Il
Riformista è in possesso del documento - firmato dal commissario
all’Energia Gunter Oettinger - con cui mercoledì si proporrà
agli Stati membri di sospendere la costruzione di nuovi impianti
offshore in Europa: «Dopo l’incidente di Deepwater Horizon
bisogna riscrivere le regole».
di Lorenzo Robustelli
Bruxelles.
Sospendere la costruzione di nuovi impianti petroliferi offshore
in Europa fino a quando non saranno state completamente chiarite
le cause del disastro della Deepwater Horizon e non si sarà
definito un nuovo sistema di sicurezza contro gli incidenti. Lo
chiederà la prossima settimana la Commissione europea agli Stati
membri, in una comunicazione sul tema della sicurezza delle
trivellazioni petrolifere in alto mare.
La proposta è stata definita dal commissario
all’Energia Gunter Oettinger, in un denso documento di
quattordici pagine del quale il Riformista è in possesso. Il
concetto di base per garantire la sicurezza di questi impianti è
che l’industria ne è la prima responsabile e deve garantire,
provando di avere i mezzi finanziari adeguati, di aver adottato
le massime misure di protezione possibili. Accanto a questo, e
perché il sistema possa funzionare, spiega il commissario, è
necessario che la legislazione europea sia uniforme, e non
frastagliata come è oggi.
Attualmente nelle acque europee del mar Mediterraneo, che
essendo un bacino sostanzialmente chiuso e relativamente piccolo
crea molte preoccupazioni, sono in funzione oltre 100 impianti
offshore, e altri sono in corso di progettazione attorno a Malta
e Cipro. Nell’Atlantico del Nord-est ce ne sono oltre mille. Le
trivellazioni di petrolio e gas in zone “facili” oramai sono un
ricordo del passato, afferma la Commissione, e sempre più si
lavora in condizioni estreme, in luoghi difficili, con rischi
che aumentano, e, se pure «non possono essere totalmente
eliminati, la massima protezione per i cittadini e per
l’ambiente deve essere garantita». La Commissione ammette che
attualmente la legislazione comunitaria «non copre molti aspetti
rilevanti», mentre quelle degli Stati sono spesso molto diverse,
anche dal punto di vista degli strumenti legislativi e tecnici
per garantire la sicurezza.
La proposta è di mettersi al lavoro da subito, e la Commissione
promette già per il 2010 la presentazione di uno studio sulla
attuale capacità di risposta ai disastri e definisce la strada
da seguire: modificare le procedure di autorizzazione, aumentare
i controlli delle pubbliche autorità, eliminare le differenze
nelle legislazioni vigenti, rafforzare la capacità comunitaria
di rispondere a disastri (potenziando la Protezione civile
europea) e promuovere la cooperazione internazionale.
Secondo Oettinger la sicurezza dei cittadini e la
protezione dell’ambiente «non possono essere affidate
all’autoregolazione delle industrie. Bisogna varare un quadro
normativo che assicuri che le compagnie rispettino regole
chiare, forti e ambiziose, con un alto livello di trasparenza».
Le misure di sicurezza, chiede il commissario, devono essere
rese pubbliche, nel rispetto dei segreti industriali, e dovranno
essere garantite «da adeguati mezzi finanziari». La nuova
legislazione legislazione, che la Commissione si impegna a
definire prima dell’estate del 2011, «dovrà prevedere
chiaramente le responsabilità per la ripulitura e l’assunzione
della responsabilità per ogni danno causato, scoraggiando gli
operatori dal sottostimare i rischi o prendere scorciatoie sulla
sicurezza».
Le industrie però devono agire in fretta, «ed entro il 2010
devono presentare piani di intervento individuali e una roadmap
collettiva che dettagli i tempi, il tipo, il contenuto e le
risorse necessarie per sviluppare i piani di sicurezza previsti,
costituendo un consorzio che definisca gli strumenti per un
intervento rapido in caso di incidenti».
Tutti gli interventi provvisori in attesa del nuovo quadro
regolamentare (che la Commissione auspica possa poi avere una
dimensione planetaria) , dice Oettinger, «devono essere
immediati, proporzionati al rischio e coordinati a livello Ue.
Dunque - e qui le industrie non saranno felici - chiediamo agli
Stati membri di sospendere le autorizzazioni alla costruzione di
nuovi impianti complessi fino a che le indagini tecniche sulle
cause dell’incidente di Deepwater Horizon saranno completate e
non sarà rivisto il sistema delle regole europee».
http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/274571_ue_petrolio_stop_alle_trivellazioni_nei_nostri_mari_di_lorenzo_robustelli/
______________________________
Post di
Guido Picchetti su FB del
15/10/10
L'articolo di Lorenzo Robustelli su "Il
Riformista" è di qualche giorno fa, ma vale la pena rileggerlo
alla luce di quanto pubblicato oggi su "Green Report" e
ripreso nel post che precede... Ne "Il Riformista" si parlava di
circa 100 trivelle in azione nel Mediterraneo, quando oggi
veniamo a sapere che solo in Italia ce ne sono 123, e in Europa
siamo superati solo da Gran Bretagna con le sue 486 piattaforme
nel Mare del Nord, e dall'Olanda con 18. Per cui il conto è
facile: tra gli stati europei per numero di piattaforme
off-shore nel Mediterraneo siamo i primi in classifica ... Un
ben triste primato... E il Governo ancora non si decide ad
apporre quella famosa firma sul protocollo della convenzione di
Barcellona che dovrebbe servire almeno a garantire la sicurezza
delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo...


Da "GREEN
REPORT IT" del 15/10/10
In Italia
123 piattaforme petrolifere offshore:
terza nell'Unione europea
BRUXELLES. Per
sostenere la necessità di una normativa europea sulle
piattaforme petrolifere, la Commissione Ue ha reso noti i numeri
delle attività di trivellazione petrolifera nei diversi Paesi
dell'Unione europea ed è venuto fuori che dei circa 900 impianti
offshore operativi nell'UE, 123 sono in Italia. Ci superano solo
la Gran Bretagna con le sue 486 piattaforme nel Mare del Nord, e
l'Olanda con 181. Seguono la Danimarca (61), poi si precipita
sotto i 10 pozzi: 7 in Romania, 4 in Spagna, 3 in Polonia, 2
ciascuno per Germania, Irlanda, Grecia, 1 in Bulgaria.
Anche Cipro e Malta, e negli ultimi giorni la Francia, prevedono
di intraprendere a breve attività di trivellazione.
Quindi il nostro Paese, che mette in guardia contro il rischio
di trivellazioni petrolifere in acque profonde in Libia, è uno
dei più petroliferi dell'Ue e solo forme di protezione a mare
nell'Arcipelago Toscano o la scarsità dei giacimento alle
Pelagie hanno impedito che la già preoccupante cartografia
(nell'immagine) resa nota dall'Ue si punteggiasse ancora più di
rosso.

Dei 12 Paesi dello Spazio
economico europeo (See) che svolgono operazioni di trivellazione
offshore, solo la Norvegia ha attività offshore in acque
profonde fino a 1 300 metri, però diversi Paesi prevedono di
farle: la Gran Bretagna ha pianificato prospezioni ad ovest
delle Isole Shetland in acque profonde fino a 1 600 metri, altre
sono previste vicino alle Isole Far Oer, ad una profondità di
1.100 metri. La Romania ha concesso un permesso di trivellazione
nel Mar Nero, ad una profondità di 1.000 metri. Nelle acque del
Mediterraneo, in Libia, sono già stati realizzati pozzi a 1 500
metri e oltre, ma sono previste trivellazioni anche in acque
profonde oltre 2 000 metri. In Egitto, sono stati progettati
pozzi in acque profonde fino a 2 700 metri.
«Poiché i sommozzatori possono operare soltanto fino ad un
massimo di 200-250 metri - spiega una nota della Commissione
europea - l'intervento in acque profonde in caso di incidente è
già difficile. Ad una profondità di 1000 metri, la pressione è
tale da rendere ardua anche un'operazione di salvataggio con
controllo a distanza».
Eppure la stesa Ue che ha detto no alla moratoria sulle
trivellazioni petrolifere offshore sottolinea che «Gli incidenti
offshore non conoscono frontiere. Se dovesse verificarsi
un'esplosione simile a quella nel Golfo del Messico, tale
catastrofe comporterebbe gravi conseguenze in molti Stati
membri. È nell'interesse di ogni cittadino che gli standard di
sicurezza più rigidi attualmente in vigore in una società o in
uno Stato membro diventino norme applicabili in tutta l'Unione
europea. Tuttavia, benché le piattaforme petrolifere siano già
soggette ad una serie di normative Ue, restano alcune lacune: se
si verifica un incidente su una piattaforma petrolifera situata
entro un massimo di 12 miglia marine dalla costa, la società
petrolifera dovrà risarcire e porre rimedio ai danni provocati,
ai sensi della direttiva Ue sulla responsabilità ambientale.
Oltre 12 miglia, non esistono norme Ue in materia».
Recentemente il nostro governo ha autorizzato le trivellazioni
petrolifere a 5 miglia della costa ed ha limitato il divieto di
12 miglia solo al largo delle Aree Marine Protette. La novità
confermata ieri è che la Commissione europea, per la prima
volta, prevede di adottare «Norme approfondite relative alle
piattaforme petrolifere in materia di prevenzione, capacità di
reazione e responsabilità finanziaria. Tali norme potrebbero
essere riunite in un unico testo legislativo».
La proposta della commissione prevede 5 temi centrali:
-
Permessi:
anche se gli Stati membri continueranno a concedere
permessi per le trivellazioni, dovranno tuttavia
applicare i criteri fondamentali dell'Unione. Le
compagnie petrolifere devono avere un piano di emergenza
e dimostrare di disporre delle risorse finanziarie per
far fronte ai danni ambientali provocati in caso di
incidenti.
-
Controlli:
le piattaforme petrolifere sono controllate dalle
autorità nazionali. Le attività di supervisione svolte
dalle autorità nazionali dovranno essere valutate da
esperti indipendenti: si tratta di un obbligo totalmente
nuovo.
-
Norme relative
ai dispositivi di sicurezza: le norme tecniche
garantiranno che vengano utilizzati soltanto dispositivi
di controllo conformi alle più rigide norme in materia
di sicurezza. Attualmente, la normativa UE in materia di
sicurezza dei prodotti non si applica alle unità mobili
di trivellazione offshore.
-
Danni:
le compagnie petrolifere dovranno porre rimedio ai danni
provocati alle specie marine protette e all'habitat
naturale fino ad un massimo di 200 miglia marine dalla
costa. Attualmente, la direttiva UE sulla responsabilità
ambientale non copre i pesci in quanto beni commerciali,
ma in quanto specie protette che vivono nella zona entro
le 12 miglia marine, nonché la qualità dell'acqua della
suddetta zona. L'Agenzia europea per la sicurezza
marittima (AESM), attualmente impegnata nella lotta
all'inquinamento provocato dalle navi, darà il proprio
contributo anche per limitare i danni.
-
Impegno
internazionale: la Commissione si adopererà per
l'attuazione delle convenzioni internazionali in vigore
e le nuove iniziative comuni. Attualmente, il protocollo
relativo alla convenzione di Barcellona per garantire la
sicurezza delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo
non è ancora in vigore, poiché manca una firma. Se
l'Italia procederà alla ratifica del protocollo, come
annunciato, le suddette norme entreranno in vigore».
http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=7141
Stessa notizia su "IL PANTECO"
di Novembre 2010
______________________________
Commenti su FB del
15/10/10
#
Post di
Guido Picchetti del
15/10/10
Un buon articolo che illustra molto
bene la situazione e le prospettive delle trivellazioni
petrolifere nell'UE, anche alla luce delle preannunciate nuove
normative europee, ma che, punto di maggiore importanza,
evidenzia in conclusione come la firma dell'Italia ancora
mancante possa essere determinate per ratificare e dare
efficacia attuativa al protocollo relativo alla convenzione di
Barcellona per garantire la sicurezza delle piattaforme
petrolifere nel Mediterraneo... Cosa aspetta il governo ad
apporre questa firma ?
#
Post di Anna ʚϊɞ Rita del
15/10/10
Mah....
#
Post di Maria Ghelia del
15/10/10
Disarmante e veramente inquietante, Guido. Non ci si salverà mai
da questa condanna a morte?
#
Post di Carmelo Nicoloso del
15/10/10
Ma e' chiaro Guido, il nostro governo ha difficoltà a firmare il
protocollo, perchè in relazione ai contenuti sostanziali in
materia di sicurezza, ha rilasciato concessioni a compagnie con
un capitale sociale veramente ridicolo, non aggiungiamo del
nostro Ministro per l'Ambiente che affonda le sue radici nel
petrolio.


Da "MARSALA IT" del 14/10/10
E' stata la Tunisia ad autorizzare le
trivellazioni
vicino Pantelleria
«La piattaforma petrolifera che ha operato sul
sito denominato Lambouka-I era posizionata in una zona di mare
ricadente nella piattaforma continentale tunisina, poco oltre il
limite delle 13 miglia dall'isola di Pantelleria che segna il
confine tra la piattaforma continentale italiana e quella del
Paese nordafricano».
Lo ha riferito il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia
rispondendo mercoledì scorso all'interrogazione parlamentare
presentata il 16 settembre dal sen. Antonio d'Alì relativamente
alle indagini petrolifere svolte dalla società Adx Energy al
largo di Pantelleria e in seguito alle quali ad agosto si è
creato un vasto movimento di opinione che ha portato alla
giornata del «No trivella day».
«Il giacimento Lambouka-I - ha concluso Menia - è un blocco di
70 km quadrati contenente tre potenziali serbatoi di idrocarburi
e uno dei giacimenti potrebbe estendersi fino a 6 o 7 miglia
dalle coste pantesche. Circostanza per cui si dovrà tenere conto
tanto dell'accordo italo-tunisino tanto della Convenzione di
Barcellona sulla protezione del Mediterraneo dall'inquinamento
marino del 1976».
Alla luce di quanto affermato dal sottosegretario all'Ambiente
per il sen. D'Alì si rende necessaria una interlocuzione con il
governo tunisino. «Visto - ha affermato d'Alì - che per quanto
riguarda l'estensione dell'ambiente marino e del sottosuolo è
possibile uno sconfinamento in acque italiane si ritiene che
interloquendo con Tunisi e nelle sedi internazionali
appropriate, anche euromediterranee, il governo italiano si
debba spendere per un accordo generale volto ad evitare
un'attività elusiva dei trattati così da vietare in via
definitiva ulteriori attività di perforazione adiacenti le
nostre acque".
D'Alì si riferisce a quanto stabilito
dall'accordo italo-tunisino che prevede che le due Nazioni
devono concertare un ulteriore accordo qualora i giacimenti di
risorse naturali si estendano dalle due parti della linea di
delimitazione della piattaforma continentale con la conseguenza
che quelle individuate in un'area appartenente a uno Stato
possono essere sfruttate dal lato della piattaforma continentale
appartenente all'altro Stato». Il parlamentare trapanese, che è
presidente della Commissione Ambiente, presenterà una
interrogazione al ministro degli Esteri per chiedere che si
raggiunga una intesa di moratoria tanto delle prospezioni quanto
delle trivellazioni.
FIORENZA. "Chiediamo al
governo Regionale di intervenire in sede di Consiglio dei
Ministri, ai sensi dell'art. 21 dello Statuto della Regione
Siciliana, al fine di tutelare ed evitare che possano
verificarsi disastri ecologici, simili a quelli accaduti nel
golfo del Messico, lungo le coste del mar Mediterraneo". Lo ha
detto il parlamentare regionale Dino Fiorenza, Vice Presidente
della Commissione antimafia e Presidente del Gruppo misto, al
fine di illustrare la propria Interpellanza in tema di
trivellazioni petrolifere al largo delle coste siciliane.
Per Fiorenza, ''tutto il mondo e' a caccia di petrolio nel
canale di Sicilia in barba alle più elementari misure di
sicurezza". "Tale situazione - conclude - rappresenta un
rilevante pericolo per l'ecosistema dell'Isola, dato dal fatto
che il mar Mediterraneo rappresenta un bacino marino chiuso, con
un ricambio lentissimo di acque e con un rilevante traffico
interno riguardo al trasporto marittimo e commerciale".
IACOLINO. Dopo
l'approvazione in plenaria a Bruxelles della risoluzione sulla
prospezione e l'estrazione di petrolio, l'On. Salvatore Iacolino
ha espresso piena soddisfazione per il largo consenso ricevuto a
un emendamento orale al testo, da lui proposto e sostenuto dal
Partito Popolare Europeo, con il quale si pone attenzione alla
specificità del Mediterraneo.
"Con questa risoluzione il Parlamento si é espresso a favore di
maggiore protezione e garanzia per le future trivellazioni in
tutti i mari - ha affermato l'eurodeputato siciliano - ma
soprattutto di quelli come il Mediterraneo, per sua natura
chiuso e con poco ricambio di acqua, la cui specificità deve
essere tenuta in debito conto."
"È significativo il fatto che si siano volute richiamare la
responsabilità e la capacità finanziaria degli operatori, per
evitare che possa accadere nei nostri mari ciò che è accaduto
nel Golfo del Messico. Protezione dell'ambiente non significa
evidentemente negare il diritto all'iniziativa imprenditoriale
ma occorre un approccio cautelativo e precauzionale – come
suggerito dal Commissario Öttinger – nella cooperazione tra gli
Stati membri e con i Paesi terzi per garantire la sicurezza
delle attività nei nostri mari e il naturale equilibrio
ambientale" ha concluso l'On. Iacolino.
http://a.marsala.it/cronaca/ambiente/18593-e-stata-la-tunisia-ad-autorizzare-le-trivellazioni-vicino-pantelleria.html
______________________________
Post di
Guido Picchetti su FB del
14/10/10
Finalmente iniziamo a scoprire l'acqua
calda... Ma perchè non si vuol dire nulla della lottizzazione
totale per concessioni petrolifere e delle attività connesse che
già ci sono nelle acque tunisine dello Stretto di Sicilia,
davanti a Capo Bon e nel Golfo di Hammamet ? E' da qui che
derivano i maggiori pericoli in caso... di incidenti per tutti,
e per le isole italiane dello Stretto in particolare...


Da "MAZARA
ON LINE" del 13/10/10
Dall’Unione Europea giunge la proposta
di moratoria sulle trivellazioni
D’Alì: “Ora si avvii anche una forte
azione diplomatica
con in paesi mediterranei extra UE”
di Fabio Pace
TRAPANI.
«La proposta di moratoria delle trivellazioni off-shore, con
particolare riferimento nel Mediterraneo, sollecitata dal
responsabile dell’energia Günther Oettinger – ha commentato il
senatore Antonio d’Alì appresa la notizia – risponde con
sollecitudine alle nostre sollecitazioni avanzate, oltre che in
sede di parlamento nazionale, anche nel corso dell’incontro dei
presidenti delle commissioni ambiente dei parlamenti europei,
svoltosi a Bruxelles il 4 ottobre».
«È chiaro che da oggi si debba avviare anche da
parte dell’Unione Europea una forte attività diplomatica verso i
paesi extra UE del Mediterraneo dai quali dipende che questa
proposta abbia un seguito di concretezza e di efficacia. Negli
ultimi giorni, abbiamo avuto conferma che le iniziative più
recenti sono dovute, infatti, a licenze rilasciate dai governi
tunisino e libico. È per questa ragione – conclude il presidente
della Commissione Ambiente che nei prossimi giorni presenterà un
atto ispettivo al Ministero degli Esteri – che solleciteremo la
diplomazia italiana ad attivarsi anche autonomamente nell’ambito
delle previsioni dei rispettivi trattati bilaterali perché Libia
e Tunisia mettano in atto una immediata moratoria sulle
trivellazioni ed in particolar modo quelle che più da vicino
minacciano l’integrità dei nostri mari e delle nostre coste,
come ad esempio quelle in prossimità dell’isola di Pantelleria».
http://www.mazaraonline.it/public_html/?p=16618&cpage=1


Da "DIRETTA
NEWS" del 13/10/10
Mediterraneo, l’Italia a difesa dell’ecosistema marittimo
Rompendo gli indugi che avevano frenato negli
ultimi tempi l’adozione di iniziative in campo marittimo,
l’Italia ha finalmente imboccato con coraggio la via della
protezione ecologica dei mari di propria giurisdizione. Il
nostro paese si è infatti candidato ad assumere un ruolo guida,
nel Mediterraneo, per la regolamentazione delle attività
petrolifere offshore. A distanza di molti anni dalla stipula
degli accordi sulla delimitazione della piattaforma
continentale con la ex Jugoslavia, l’Albania, la Grecia, la
Tunisia e la Spagna, l’Italia torna, con la prossima istituzione
di una Zona di Protezione Ecologica (Zpe), sulla scena marittima
mediterranea assieme alla Francia, che condivide le stesse
priorità ambientali.
L’Italia rompe gli indugi
Il
comunicato sulla prossima istituzione della prima Zpe italiana
emanato dopo il Consiglio dei Ministri dello scorso 7 ottobre fa
cenno ad “uno schema di regolamento, sul quale sarà acquisito il
parere del Consiglio di Stato, per istituire la Zona di
protezione ecologica del Mediterraneo nord-occidentale, del Mar
Ligure e del Mar Tirreno (Santuario dei cetacei)”
A breve avremo quindi nel Tirreno centrale, un’area in cui,
sulla base della Legge n. 61 dell’8 febbraio 2006 concernente
appunto l’istituzione di Zpe negli spazi extraterritoriali,
l’Italia eserciterà giurisdizione in materia di conservazione
dell’ambiente marino, compreso il patrimonio archeologico, in
conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del
mare del 1982 e alla Convenzione di Parigi del 2001 sulla
protezione del patrimonio culturale. Nella nuova zona si
applicheranno, nei confronti delle navi di qualsiasi bandiera,
le norme internazionali sulla prevenzione e repressione di tutti
i tipi di inquinamento, nonché quelle sulla protezione dei
mammiferi e della biodiversità, pesca esclusa. I controlli
saranno affidati principalmente al Corpo delle Capitanerie di
Porto ed alla Marina Militare che dispone già di Unità
antinquinamento.
L’estensione di questa prima Zpe sarà probabilmente limitata ad
un’area che si mantiene al di qua della ipotetica mediana con la
Francia e la Spagna e che non si estende a sud della Sardegna e
della Sicilia; non interferisce quindi con aree teoricamente
spettanti ad Algeria, Tunisia e Malta. Vi sarà compresa la
porzione italiana del “santuario dei Cetacei” istituito nel 1999
assieme a Francia e Monaco.
Il ruolo della Francia
Alla Francia deve essere riconosciuto un ruolo rilevante nella
protezione dell’ambiente marino del Mediterraneo, per aver
stipulato con l’Italia, nel 1997, quell’accordo sul santuario
dei cetacei tra la Sardegna, la Corsica ed il Mar Ligure che è
il più adeguato ad un habitat naturalistico davvero unico. Ed
anche per aver istituito per prima nel 2004, nelle aree
adiacenti lo stesso santuario, una sua Zpe. In quell’occasione
la Francia chiese all’Italia di intavolare trattative per
un’iniziativa parallela e concordata che portasse a definire il
confine delle due zone.
Perplessità sull’opportunità di modificare la tradizionale
politica in favore del mantenimento dello status quo delle zone
di alto mare del Mediterraneo, hanno probabilmente impedito al
nostro paese di accogliere con tempestività la proposta
francese. E forse trattative per un confine concordato con la
Francia sono state effettivamente avviate, arenandosi poi su
qualche problema tutto sommato marginale, come l’effetto da
assegnare ad una qualche isola dell’Arcipelago toscano. Sta di
fatto che l’Italia è giunta con ritardo al traguardo della Zpe e
lo ha dovuto fare, sia pur obtorto collo, con un
provvedimento unilaterale e provvisorio.
La sintonia con la Francia in materia di protezione
dell’ambiente marino resta tuttavia solida. Tant’è che i due
paesi, dopo il vertice bilaterale del 9 aprile 2010, hanno
emesso una Dichiarazione d’intenti sul parco marino
italo-francese delle Bocche di Bonifacio, con cui si sono
impegnati a rilanciarne la creazione. Risulta che Italia e
Francia abbiano anche valutato la possibilità, compatibilmente
con il regime internazionale di transito vigente nelle Bocche,
di evitare i rischi derivanti dal passaggio nello stretto di
certe categorie di navi.
Se nel Tirreno centro-settentrionale la tutela ecologica si
avvia a diventare una realtà, non altrettanto può dirsi per il
Mediterraneo centrale. Nessuno Stato nord africano ha proclamato
Zpe né lo ha fatto Malta, pur avendo in qualche modo ampliato la
sua giurisdizione marittima con una legge del 2005. Solo
l’Egitto e il Libano hanno già delimitato la loro Zpe con Cipro.
Nel frattempo è divampata la polemica sull’inizio delle
trivellazioni da parte della BP sulla piattaforma continentale
libica, all’interno del Golfo della Sirte, in acque profonde
circa 1700 mt.
Sull’onda della polemica successiva all’incidente della
piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico, sono stati
evidenziati i gravissimi pericoli che un evento simile
causerebbe al fragile equilibrio dell’ecosistema mediterraneo.
Il sito in cui opererà la BP è infatti a qualche centinaio di
miglia dalla Tunisia, da Malta, dalla Sicilia e dalla Grecia.
Peraltro le attività offshore nel Mediterraneo, per evidenti
ragioni commerciali, avevano già fatto registrare un incremento
nei fondali più bassi della piattaforma continentale tunisina,
italiana, croata e in quella cipriota (nonostante le proteste
avanzate dalla Turchia nell’ambito del noto contenzioso
dell’Egeo). La Francia solo di recente ha deciso di avviare una
campagna di ricerche al largo della Provenza, a circa 1.000 mt.
di profondità.
Iniziative italiane
I timori di una catastrofe ecologica che in Mediterraneo avrebbe
sicuri effetti nefasti, hanno indotto il governo a considerare
attentamente il problema, emanando anzitutto un provvedimento di
divieto delle trivellazioni nei mari italiani in una fascia di 5
miglia lungo le coste nazionali, estesa a 12 miglia nelle aree
marine protette.
Nel contempo, è stata avanzata la proposta di adottare, tra
tutti i paesi mediterranei, una moratoria delle attività
offshore, tenendo conto dell’elevato numero di piattaforme
estrattive (ben 223) già operanti. Si sono espressi in questo
senso sia il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo che
il presidente della Commissione ambiente del Senato, Antonio
d’Alì, in sintonia con il commissario europeo all’energia
Günther Oettinger, che lo ha proposto agli Stati membri della Ue
in una comunicazione dedicata alle misure precauzionali per
evitare i rischi offshore.
Il ministro degli esteri Franco Frattini ha invece chiesto che
il problema sia discusso nell’ambito dell’Unione per il
Mediterraneo (UpM), sostenendo che “Noi, comunque, non abbiamo
alcun titolo per chiedere delle informazioni alla Bp su queste
trivellazioni. È un passo che spetta all’Unione per il
Mediterraneo”.
Un Protocollo da ratificare
La proposta italiana, orientata com’è alla realtà delle
relazioni mediterranee, non può non tener conto dell’interesse
francese a rilanciare il ruolo dell’Upm. La Francia, per parte
sua, non può rinunciare a questa opportunità, considerando anche
il suo tradizionale impegno internazionale nel settore
dell’ambiente marino. Dunque i due paesi possono realmente
giocare un ruolo leader in un campo che è scevro di
controindicazioni politiche, ma che presenta rilevanti
implicazioni economico-finanziarie. Da questo punto di vista,
più che di una moratoria, si potrebbe parlare di un’attività
limitata a fondali compatibili con tecniche estrattive sicure.
Per compiere questo passo è tuttavia necessario uscire dalla
genericità delle intese di principio. A questo fine va ricordato
che uno strumento giuridico per far fronte alle eventuali
emergenze esiste, ma non è ancora attivo. Si tratta del
Protocollo di Madrid del 1994 sulla Protezione del Mediterraneo
contro l’inquinamento da attività offshore facente parte del
“Sistema di Barcellona” incentrato, nell’ambito del “Piano di
azione per il Mediterraneo” (Map), sulla Convenzione del 1976
sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento.
Questo Protocollo stabilisce proprio gli adempimenti necessari a
fronteggiare qualsiasi emergenza, come misure di sicurezza e
piani di contingenza, nonché la mutua collaborazione tra gli
Stati aderenti e l’assunzione di responsabilità da parte degli
operatori commerciali anche mediante specifica copertura
assicurativa. Esso è stato sinora ratificato da Tunisia,
Marocco, Cipro e, non a caso, dalla Libia. Alla sua entrata in
vigore manca una sola ratifica.
Non sappiamo in che modo si parlerà di attività offshore al
prossimo vertice dell’Upm che si terrà a novembre a Barcellona.
Ma è auspicabile che lo si faccia partendo proprio dalla
questione dell’oblio in cui versa il Protocollo di Madrid. Un
chiarimento è necessario, perché o i paesi interessati procedono
rapidamente alla sua ratifica o, se hanno dubbi sui principi che
lo animano, possono avviarne la revisione nelle parti ritenute
non adeguate alla realtà dell’industria estrattiva, magari
estendendone il campo di applicazione alle pipelines
sottomarine.
(Da AffarInternazionali.it)
http://www.direttanews.it/2010/10/12/ambiente-mediterraneo-litalia-a-difesa-dellecosistema-marittimo/
______________________________
Commento di Guido Picchetti sul sito di "Diretta News" del 13 ottobre 2010 - 06:06
Sembrerebbe un passo importante, e in realtà lo è, ma quanto
viene riferito nell’articolo serve solo ad accrescere la
confusione su dei problemi per la cui risoluzione occorrerebbe
cercare di fare opportunamente un pò di chiarezza…
Cerchiamo di farla partendo dall’argomento finale, ossia da
quello strumento giuridico necessario per far fronte alle
trivelle selvagge off-shore tipiche di questi ultimi tempi e
alle loro possibili conseguenze. Uno strumento che esiste, ma
che non sarebbe ancora attivo. Si tratta del “Protocollo di
Madrid del 1994 sulla Protezione del Mediterraneo contro
l’inquinamento da attività offshore”, incentrato sulla
“Convenzione di Barcellona” del 1976 sulla protezione del
Mediterraneo dall’inquinamento, e predisposto dall’UNEP-MAP (United
Nations Environment Protection – Moviment Plan Action),
l’organismo per la protezione dell’ambiente delle Nazioni Unite,
che si occupa specificamente della tutela del Mediterraneo con
sede ad Atene.
E’ vero: a quel protocollo per entrare in funzione occorre
ancora una sola ratifica, che venga ad aggiungersi alle quattro
già date da Tunisia, Marocco, Cipro e Libia. Ma, strana
coincidenza, a leggere i comunicati ufficiali della UNEP-MAP,
qualcosa di simile accade anche per il protocollo ICZM (Integrated
Coastal Zone Management) predisposto dalla stessa UNEP-MAP per
la protezione delle coste mediterranee dai fenomeni di
urbanizzazione selvaggia, per la cui entrata in funzione ci sono
già cinque adesioni (Slovenia, Francia, Albania, Spagna e Unione
Europea), e si è in attesa della sesta perchè il provvedimento
possa avere piena efficacia con tutti i paesi firmatari della
Convenzione di Barcellona. L’UNEP-MAP tuttavia si dichiara
ottimista, e l’arrivo di queste ulteriori singole firme dovrebbe
avvenire a breve, come riportato in un breve estratto proprio
ieri dal sottoscritto su Blog Sicilia (http://www.blogsicilia.it/blog/nuovo-strumento-legislativo-per-la-protezione-delle-coste-del-mediterraneo/).
La lettura delle carte dell’UNEP-MAP (vedi
http://www.unepmap.org/index.php) è davvero interessante. Ma in
proposito c’è un rilievo da fare ed è che l’informazione in
Italia al riguardo è totalmente carente. E ciò nonostante ci sia
un organismo, l’INFO/RAC-MAP, che l’UNEP-MAP ha affidato da anni
proprio all’Italia , seconda nazione dopo la Francia per importo
contributivo al MAP, e che è deputato alla diffusione delle
notizie riguardanti l’attività e le iniziative tra tutti gli
stati mediterranei membri. Ma a tutt’oggi il sito dell’INFO-RAC
(con sede fino allo scorso anno presso la Regione Sicilia, e
attualmente presso l’ISPRA di Roma) risulta aggiornato solo fino
al 2008. Provare per credere. Questo l’url,
http://www.inforac.org , stramente fino ad ieri sera pienamente
funzionante, ma stamane non più…


Da "BLOG
SICILIA" del 12/10/10
Ratificato dall'Unione Europea
Nuovo strumento legislativo per la
protezione
delle coste del Mediterraneo
di Guido Picchetti
12
ottobre 2010 - Pochi giorni prima del “Coast Day 2010” (il 25
Settembre u.s.), celebrato senza che quasi nessuno nel nostro
Paese se ne accorgesse (presi tutti come siamo dai problemi dei
finiani e della famigerata casa di Montecarlo), l’Unione Europea
ha ratificato un importante strumento legale per la protezione
delle coste mediterranee dell’Unione.
Si tratta dell’ ICMZ, l’ “Integrated Coastal Zone
Management” previsto dal Protocollo di Barcellona.
Questa ratifica dell’UE porta a 5 il totale delle adesioni già
ottenute da questo documento.
Ma, affinchè il dispositivo del protocollo possa entrare in
funzione, occorrono che le ratifiche siano almeno sei. L’attesa
per quest’ultima adesione, tuttavia, non dovrebbe essere lunga.
Slovenia, Francia, Albania e Spagna hanno già ratificato il
Protocollo, e stanno per giungere le ratifiche da parte degli
altri 12 Paesi che hanno firmato il 16 Febbraio 1976 a
Barcellona la Convenzione per la protezione del Mar Mediterraneo
dai rischi dell’inquinamento. Tra esse anche quella dell’Italia
che ratificò la Convenzione di Barcellona il 3 Febbraio 1979 con
la legge n° 30 del 25/1/79.
La ratifica del protocollo da parte dell’UE ha tuttavia già di
per sè non poca rilevanza. Infatti, esso diventa parte della
legislazione europea, e avrà efficacia vincolante per tutti gli
Stati membri dell’Unione. Esso prevede alcuni dispositivi legali
che potranno aiutare gli stati membri dell’Unione nella difesa
delle loro coste, come ad esempio il divieto assoluto di
edificare a meno di 100 metri dal mare.
Approfondimento.
http://www.blogsicilia.it/blog/nuovo-strumento-legislativo-per-la-protezione-delle-coste-del-mediterraneo/


Da "PANTECO
BLOG" del 10/10/10
Tutelare il mare di Pantelleria
"Abbiamo dato parere favorevole con alcune
condizioni soprattutto di carattere economico" allo schema di
decreto legislativo che dovrà dare attuazione alla direttiva
quadro Ue sull'azione comunitaria nel campo della politica per
l'ambiente marino. La commissione Ambiente del Senato presieduta
da Antonio D'Ali' ha esaminato il provvedimento. La commissione,
in particolare, si e' soffermata sulla necessità di assicurare
la disponibilità di nuovi fondi per attuare politiche di
sviluppo delle conoscenze scientifiche e di tecnologie di
prevenzione e ha esortato il governo a realizzare una
razionalizzazione e un coordinamento interistituzionale delle
attività di monitoraggio ed antinquinamento marino, promuovendo
anche accordi sovranazionali per la tutela del mare soprattutto
per quanto riguarda lo sfruttamento off-shore dei fondali,
ratificando la Convenzione di Barcellona "per tutelare il mare
anche per quanto riguarda le trivellazioni", ha ricordato il
presidente della commissione.
Proprio sulle trivellazioni, in commissione, ha risposto il
sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia all'interrogazione
presentata dal senatore D'Alì su alcune trivellazioni a circa 13
miglia da Pantelleria effettuate dalla società Audax Energy
s.r.l. Si tratta del sito denominato Lambouka-1, di circa 70
chilometri quadrati che risulta essere posizionato in una zona
di mare ricadente all'interno della piattaforma continentale
tunisina ma a cavallo con la piattaforma continentale italiana.
E uno dei giacimenti potrebbe estendersi fino a sei o sette
miglia dalle coste di Pantelleria, all'interno di un'area già
interessata da un permesso di ricerca a suo tempo rilasciato dal
ministero dello Sviluppo economico ma attualmente sospeso. "La
concessione è stata data dal governo tunisino fuori dalle acque
territoriale italiane - ha spiegato D'Alì- . Tuttavia, la vastità
del campo porta a 'sconfinare' anche in acque italiane. Per
queste riteniamo occorra un accordo anche con il governo
italiano ed evitare così uno sfruttamento 'elusivo',
interloquendo con Tunisi ma anche nelle sedi internazionali,
come scritto anche nel parere".
http://ilpantecoblog.blogspot.com/2010/10/tutelare-il-mare-di-pantelleria.html


Da "PROFUMO
DI MARE" del 9/10/10
Mozione per Pantelleria
Su richiesta del nostro socio Guido Picchetti,
che da anni si sta battendo per la salvaguardia dell'area marina
di Pantelleria, vi invio la mozione approvata dall'Assemblea dei
Soci SIBM di Rapallo. Mi auguro che alcuni nostri soci, in
particolare i siciliani, possano aiutare Guido. Cordiali saluti.
Prof. Giulio Relini
Società Italiana di Biologia Marina
c/o Dip.Te.Ris., Univ. di Genova
La Società Italiana di
Biologia Marina:
Esprime viva
preoccupazione per le iniziative e le progettualità in
corso, riguardanti lo sviluppo di piani di
approvvigionamento energetico nel tratto del Canale di
Sicilia circostante l’isola di Pantelleria ed il banco
omonimo, che prevedono sia trivellazioni per lo sfruttamento
di combustibili fossili, sia la messa in opera di vasti
impianti offshore di energia rinnovabile, di varia fonte e
concezione.
Sottolinea che il
tratto di mare in questione, per le sue peculiarità
oceanografiche biologiche ed ecologiche, è stato individuato
come area di reperimento per l’istituzione di un’area marina
protetta, che andrebbe ad integrare le aree protette
terrestri dell’isola di Pantelleria, e che le attività
di cui al punto precedente potrebbero mettere a rischio o
comunque alterare profondamente un’area di gran pregio
ambientale, hot spot di biodiversità del Mediterraneo e
cruciale per l’interscambio biologico ed oceanografico
complessivo fra bacino occidentale ed orientale di questo
mare, importante anche per la pesca professionale.
Auspica che le autorità
competenti sospendano o comunque limitino drasticamente
molte delle iniziative e progettualità di cui sopra,
sollecitando valutazioni ambientali articolate e
approfondite e, comunque, basate sul principio di
precauzione.
Il punto
di vista di Guido Picchetti:
L'attuale situazione nello Stretto di Sicilia, da me
elaborata su documenti ufficiali delle società petrolifere
interessate, comprende, oltre alle "concessioni" più importanti
già rilasciate dal governo italiano intorno a Pantelleria, anche
le quelle rilasciate dal governo tunisino da Capo Bon e nel
golfo di Hammamet, fino al limite delle sue acque territoriali.
Ed anche quelle poche aree che appaiono ancora libere, in realtà
non lo sono più.

L'United
Nations Environment Programme (UNEP) è un organismo
istituzionale, istituito nel 1972, cui è attribuito il fine
generale della tutela ambientale e dell'utilizzo sostenibile
delle risorse naturali, nel quadro del complesso sistema
organizzativo delle Nazioni Unite.Il suo quartier generale è a
Nairobi, in Kenya.
Opera in coordinamento con gli altri programmi ed
agenzie delle Nazioni Unite, con le altre organizzazioni
internazionali, con gli Stati nazionali, con le ONG e con gli
esponenti del settore privato e della società civile.
Le funzioni principali di UNEP riguardano:
- la realizzazione di studi volti a monitorare le condizioni
ambientali a livello nazionale, regionale (su scala
continentale) e globale;
- il rafforzamento delle istituzioni per una corretta gestione
delle fonti energetiche;
- il trasferimento di conoscenze e tecnologie nell'ambito del
c.d. sviluppo sostenibile;
- l' attivazione di partenariati tra le autorità pubbliche, il
settore privato e la società civile.

Nella cartina: le nuove aree marine mediterranee
per le quali l’organizzazione “Mediterranean Action Plan” dell’UNEP
(United
Nations Environment Program) ha richiesto la tutela
ambientale ai sensi della Convenzione di Barcellona durante il
meeting
svoltosi ad Istanbul nel giugno scorso.

In rosso le concessioni petrolifere dell'ADX, la società che ha recentemente concluso con esito positivo le
trivellazioni
esplorative al limite delle acque territoriali italiane a poco
più di 13 miglia da Pantelleria, e ha in programma il
prossimo
anno di dare inizio allo sfruttamento dei giacimenti rinvenuti
nella zona, colorate in giallo nella mappa. (dal sito web dell'ADX)
La "storia infinita" continuerà fino a quando? I
potenti della terra forse non hanno visto questo disegno. Che
pianeta stanno preparando da consegnare ai loro figli? Avrà, se
lo avrà, un futuro il nostro vecchio pianeta?

Ecco come vede il pianeta un ragazzo cinese di
14 anni...
http://profumodimare.forumfree.it/?%20t=51261028


Da "MAZARA
ON LINE" dell'8/10/10
Trivellazioni a Pantelleria. La
risposta del sottosegretario Menia all’interrogazione di d’Alì
di Fabio Pace
TRAPANI. Il sottosegretario
Roberto Menia rispondendo ieri alla interrogazione, presentata
lo scorso 16 settembre dal senatore Antonio d’Alì, relativa alle
indagini petrolifere della società ADX ENERGY (già “Audax
Energy) al largo di Pantelleria ha confermato “che la
piattaforma petrolifera che ha operato sul sito denominato
Lambouka-l, risulta essere stata posizionata in una zona di mare
ricadente all’interno della piattaforma continentale tunisina,
poco oltre il limite delle tredici miglia dall’isola di
Pantelleria che segna il confine tra la piattaforma continentale
italiana e quella tunisina (accordo italo-tunisino sulle acque
di rispettiva giurisdizione, legge n. 347 del 3 giugno 1978)”.
Il giacimento Lambouka-I, ha
però spiegato il sottosegretario citando fonti della stessa ADX
ENERGY, “è un grande blocco di 70 chilometri quadrati contenente
tre potenziali serbatoi di idrocarburi e uno dei giacimenti
potrebbe estendersi fino a sei o sette miglia dalle coste di
Pantelleria”. Circostanza per cui si dovrà tenere conto tanto
dell’accordo italo-tunisino, tanto della Convenzione di
Barcellona sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento
marino del 1976.
“La concessione è stata data
dal Governo tunisino fuori dalle acque territoriale italiane –
ha commentato D’Alì -. Tuttavia, la vastità del campo porta a
’sconfinare’ anche in acque italiane specialmente per quanto
riguarda l’estensione dell’ambiente marino e del sottosuolo
interessato. Per queste riteniamo che, interloquendo con Tunisi
ma anche nelle sedi internazionali appropriate e meglio ancora a
livello EuroMediterraneo, il Governo italiano si debba spendere
per un accordo generale volto ad evitare un’attività elusiva dei
trattati, per vietare in via definitiva ulteriori attività di
perforazione adiacenti alle nostre acque ed evitare conseguenze
perniciose dal punto di vista ambientale”.
D’Alì fa implicitamente riferimento all’art. 4 dell’accordo
italo-tunisino: qualora i giacimenti di risorse naturali si
estendano dalle due parti della linea di delimitazione della
piattaforma continentale, con la conseguenza che le risorse
individuate in un’area appartenente a uno Stato potrebbero
essere sfruttate dal lato della piattaforma continentale
appartenente all’altro Stato, è previsto che Italia e Tunisia
debbano concertare un ulteriore accordo. Poiché appare opportuno
che il Governo Italiano attivi immediatamente una interlocuzione
con le autorità tunisine d’Alì ha preannunciato un suo prossimo
intervento presso il Ministero degli esteri perché si raggiunga
subito una intesa di moratoria tanto delle prospezioni quanto
delle trivellazioni.
D’Alì, infine, dichiarandosi
soddisfatto della articolata risposta del sottosegretario Menia
ha comunque voluto ricordare che per il futuro “a seguito
dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 128 del 2010
non deve considerarsi più possibile adottare decisioni di
esclusione dalla procedura VIA di progetti relativi ad attività
di ricerca di idrocarburi”. Il riferimento è all’intervento sul
Testo unico ambientale, dallo stesso d’Alì sollecitato, operato
attraverso la commissione ambiente e recepito dal Governo, che
tra l’altro vieta la concessione di nuove autorizzazioni di
ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia dalle aree marine e
costiere protette.
Il testo integrale
della interrogazione
Atto n. 3-01566 (in Commissione). Pubblicato il 16 settembre
2010. Seduta n. 424
D’ALI’ – Ai Ministri
dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e
dello sviluppo economico. -
Premesso che:
il mar Mediterraneo è ad oggi il mare al mondo con il più
alto tasso di inquinamento di catrame pelagico (32.4
milligrammi su metro cubo contro una media di 3/4
milligrammi degli altri mari del mondo);
nelle ultime settimane la piattaforma petrolifera
“Lambouka-1″ si è posizionata a circa 13 miglia dalle coste
dell’isola di Pantelleria per effettuare trivellazioni
sperimentali finalizzate alla ricerca di idrocarburi in quel
tratto di mare;
da notizie di stampa si apprende che la compagnia di
riferimento “Adx Energy lmt”, titolare della piattaforma,
abbia ricevuto regolare autorizzazione da parte del Governo;
la suddetta piattaforma e la contestuale attività di ricerca
e perforazione in zone di mare antistanti l’isola di
Pantelleria ha procurato forti e motivati allarmi nonché
consequenziali e reiterate manifestazioni di protesta in
seno alla locale comunità isolana;
come comunicato dalla stessa compagnia Adx in data 7
settembre 2010 l’attività di esplorazione e perforazione
avrebbe dato esito positivo e quindi avrebbe condotto alla
localizzazione di un giacimento di idrocarburi nella zona di
mare oggetto delle perforazioni a 13 miglia nord ovest
dall’isola di Pantelleria;
come comunicato dalla stessa compagnia Adx in data 14
settembre si apprende che la stessa piattaforma petrolifera
avrebbe abbandonato la sua postazione cessando l’attività di
perforazione finalizzata alla ricerca, e non si ha motivo di
ritenere che intenda sostituirle con strutture per
l’estrazione,
si chiede di sapere:
quale sia stata l’autorizzazione alla base delle suddette
attività di ricerca perforazione e prospezione effettuate
dalla compagnia Adx Energy lmt;
quale esito le suddette attività abbiano prodotto e quali
siano gli intendimenti del Governo in merito alla
prosecuzione delle attività di ricerca;
se tale attività si sia svolta tenuto conto delle nuove
disposizioni in materia di cui al decreto legislativo n. 128
del 29 giugno 2010, art. 2, comma 17, che modificano il
testo unico in materia ambientale di cui al decreto
legislativo n. 152 del 2006;
se le suddette attività di ricerca abbiano causato, ed
eventualmente in che misura, un’anomala presenza di
idrocarburi nel tratto di mare interessato;
se le suddette attività abbiano ricevuto il doveroso
controllo da parte delle autorità di vigilanza ambientale e
se l’allontanamento della piattaforma abbia comportato la
contestuale chiusura delle attività di perforazione
eventualmente effettuate e se queste siano state eseguite
con la doverosa cautela anche al fine di evitare il rischio
di dispersione di idrocarburi in quel tratto di mare;
se siano previste ulteriori attività di ricerca e
perforazione nella stessa zona di mare prospiciente
all’isola di Pantelleria;
in caso affermativo, se non ritenga di doverne decidere
l’immediata sospensione e di attivarsi perché gli Stati
rivieraschi del Mediterraneo, eventualmente coinvolti nelle
procedure autorizzative, ed in particolare Tunisia e Libia,
adottino eguali provvedimenti di immediata moratoria di ogni
tipo di ricerca e trivellazione in mare.
La risposta del sottosegretario
Menia
Legislatura 16º – 13ª Commissione permanente – Resoconto
sommario n. 208 del 06/10/2010
Il sottosegretario di Stato MENIA risponde
all’interrogazione 3-01566, presentata dal presidente D’Alì
e riguardante le attività di ricerca petrolifera nel
Mediterraneo ed in modo particolare le esplorazioni al largo
dell’isola di Pantelleria, rilevando che nel Mediterraneo
sono in corso numerose attività di ricerca e di coltivazione
di idrocarburi e la piattaforma continentale prospiciente la
Tunisia e la Libia si è rivelata di notevole interesse
petrolifero.
Per quanto attiene l’attività di ricerca di idrocarburi
nella zona di mare antistante l’isola di Pantelleria, a
seguito di parere favorevole della Commissione VIA circa
l’esclusione del progetto dalla procedura di VIA, è stato
rilasciato dal Ministero dello sviluppo economico, con
decreto ministeriale 12 novembre 2002, un permesso di
ricerca per idrocarburi in acque territoriali italiane,
denominato convenzionalmente “GR.15.PU”, alla Puma Petroleum,
successivamente trasferito alla Società Audax Energy s.r.l.,
che, ancora oggi, ne risulta titolare.
Nell’area del permesso, però, non risulta essere stato
svolto alcun lavoro, né di ricerca, né di perforazione, né
tantomeno di installazione di piattaforma per l’estrazione
di idrocarburi, perché la Società Audax ne ha chiesto la
sospensione, autorizzata con decreto del 17 novembre 2008, e
allo stato attuale non vi è stata nessuna richiesta per la
loro ripresa. Riguardo all’applicazione delle disposizioni
di cui all’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo n.
128 del 2010, c’è da evidenziare che lo stesso fa salvi i
titoli già rilasciati e, pertanto, non può essere applicato
al permesso di ricerca in questione.
Diversa è la questione in ordine all’eventuale successiva
richiesta di autorizzazione alla coltivazione di giacimenti
rinvenuti, in quanto questa, a legislazione vigente, dovrà
essere sottoposta ad una ulteriore procedura di valutazione
di impatto ambientale e ottenere un distinto titolo
abilitativo da parte del Ministero dello sviluppo economico.
Operazioni, queste che dovranno tenere conto delle
limitazioni introdotte dal citato articolo 6, comma 17, del
decreto legislativo n. 128 del 2010.
Si può ragionevolmente ritenere che le notizie stampa,
relative all’attività di una piattaforma al largo di
Pantelleria, si riferiscano a lavori svolti al di fuori
delle acque territoriali italiane, nell’offshore tunisino,
nella parte confinante con il permesso di ricerca “GR.15.PU”.
Infatti, dalle notizie fornite dalla Capitaneria di porto di
Trapani, la piattaforma petrolifera che ha operato al largo
di Pantelleria, sul sito denominato Lambouka-l, risulta
essere stata posizionata in una zona di mare ricadente
all’interno della piattaforma continentale tunisina, poco
oltre il limite delle tredici miglia dall’isola di
Pantelleria che segna il confine tra la piattaforma
continentale italiana e quella tunisina, di cui alla legge
n. 347 del 3 giugno 1978 (ratifica dell’accordo
italo-tunisino sulle acque di rispettiva giurisdizione).
Non si hanno notizie dirette delle attività di ricerca e
coltivazione di idrocarburi che si svolgono al di fuori dei
confini nazionali, però, secondo quanto riferito dalla
predetta Capitaneria di porto, da una serie di rapporti
periodici sull’attività esplorativa pubblicati sul sito web
della società ADX ENERGY (già “Audax Energy), si evincerebbe
che “Lambouka” è un grande blocco di 70 chilometri quadrati
contenente tre potenziali serbatoi di idrocarburi e che uno
dei giacimenti potrebbe estendersi fino a sei o sette miglia
dalle coste di Pantelleria, all’interno dell’area già
interessata dal permesso di ricerca a suo tempo rilasciato
dal Ministero dello sviluppo economico e, attualmente,
sospeso.
Qualora i giacimenti di risorse naturali si estendano dalle
due parti della linea di delimitazione della piattaforma
continentale, con la conseguenza che le risorse individuate
in un’area appartenente a uno Stato potrebbero essere
sfruttate dal lato della piattaforma continentale
appartenente all’altro Stato, l’articolo 4, della predetta
legge n. 347 del 3 giugno 1978, prevede che i due Stati
firmatari debbano concertare un ulteriore accordo che
determini le condizioni di un eventuale sfruttamento, dopo
aver consultato gli eventuali concessionari. In merito al
pericolo di inquinamento marittimo, dai controlli effettuati
dall’Ufficio circondariale marittimo di Pantelleria, non
sono state rilevate anomale presenze di idrocarburi nel
tratto di mare interessato, sia durante che alla fine
dell’attività esplorativa.
La disciplina dello sfruttamento delle risorse minerarie dei
fondali marini è contenuta nella Convenzione delle Nazioni
Unite sul diritto internazionale del mare del 1982 (Parte VI),
che, sul punto, è unanimemente considerata riproduttiva del
diritto internazionale consuetudinario. In estrema sintesi,
per il diritto internazionale del mare spetta allo Stato
costiero l’esercizio di competenze sovrane in materia di
sfruttamento delle risorse minerarie che si trovano nei
fondali rientranti nelle sue acque interne, nel suo mare
territoriale e nella sua piattaforma continentale.
L’esercizio di queste competenze non incontra limiti per
quanto riguarda la scelta dei luoghi di prospezione ed
esplorazione e le connesse modalità tecniche e giuridiche
(incluse quelle ambientali), fatto salvo il rispetto del
diritto di posa di cavi e condotte sottomarini.
La Convenzione del 1982, nella parte XII, dedica numerosi
articoli alla protezione ambientale, prevedendo vincoli di
natura giuridica convenzionale e dunque relativi solo agli
Stati partecipanti della Convenzione. Alcune disposizioni
sono anche relative alla prevenzione ed al contrasto
dell’inquinamento marino derivante da attività di
sfruttamento dei fondali marini nelle aree sottoposte alla
giurisdizione statale (articolo 208).
Allo Stato costiero viene imposto di adottare misure
legislative interne per prevenire, ridurre e controllare
questo tipo di inquinamento che devono essere in linea con
gli standards internazionali, nonché si richiede agli Stati
stessi di sviluppare, attraverso le organizzazioni
internazionali competenti ed attraverso conferenze
internazionali, regole comuni e condivise. In questo
contesto si inserisce la Convenzione di Barcellona sulla
protezione del Mediterraneo dall’inquinamento marino del
1976 (poi successivamente modificata), che contiene una
serie di obblighi generali in capo agli Stati. La
Convenzione è completata da vari protocolli, tra cui uno è
dedicato all’inquinamento da sfruttamento del sottosuolo
marino, che, però, non è ancora entrato in vigore.
Naturalmente, gli Stati membri dell’Unione europea sono
anche obbligati al rispetto delle norme comunitarie in
materia di protezione ambientale. Conseguentemente, le
attività di prospezione o di sfruttamento dei fondali marini
nel Mediterraneo (tutti compresi nelle piattaforme
continentali dei suoi Stati costieri, data l’esiguità delle
dimensioni di questo bacino) per essere legittime, ai sensi
del diritto internazionale, devono essere conformi alle
disposizioni convenzionali sopra menzionate. Si sottolinea,
peraltro, che la stragrande maggioranza degli Stati costieri
del Mediterraneo, tranne la Libia e la Turchia, è parte
della Convenzione del 1982, mentre tutti gli Stati
mediterranei sono contraenti della Convenzione di
Barcellona.
Alla luce di quanto illustrato, va pertanto valutata la
compatibilità delle attività di esplorazione mineraria con
la normativa internazionale; ne deriva che ogni altra
considerazione sul mantenimento dell’integrità dell’ambiente
marino del Mediterraneo e sugli eventuali rischi connessi
alla medesima attività di esplorazione, anche alla luce
delle profondità dei fondali marini da trivellare, dovranno
essere sempre oggetto di attente consultazioni circa
l’opportunità delle stesse da parte di tutti gli Stati
costieri, a livello bilaterale e multilaterale.
In relazione alle possibili iniziative da intraprendere al
fine di coinvolgere gli Stati rivieraschi per eventuali
provvedimenti, vi è da segnalare che in ambito europeo il
commissario all’energia Gunter Oettinger ha già
rappresentato l’opportunità di una iniziativa europea per
l’esame dei rischi e la predisposizione di piani di
emergenza comuni per l’estrazione petrolifera in ambito
mediterraneo.
A tale riguardo è stato attivato un tavolo di confronto con
tutti gli Stati mediterranei al fine di armonizzare le
diverse azioni di tutela ambientale e di sicurezza per le
attività petrolifere offshore, in una logica di sistema
integrato per l’emergenza. In tale contesto potrebbe trovare
poi applicazione la creazione di uno specifico fondo rischi
per l’emergenza delle attività upstream (ricerca e
coltivazione di idrocarburi), di natura mutualistica tra gli
operatori, al fine di poter disporre di risorse finanziarie
private adeguate e prontamente utilizzabili.
Infatti, eventuali moratorie per le attività ad olio in alti
fondali da parte solo italiana, mentre rimangono in corso
quelle nei paesi nordafricani, non hanno ragione di essere
in quanto tali azioni assumono significato solo se adottate
a livello mediterraneo. La definizione di una strategia
comune a livello europeo appare pienamente condivisibile ed
è quanto mai urgente, soprattutto in relazione alle rigorose
misure introdotte con il decreto legislativo 29 giugno 2010,
n. 128, particolarmente incisive sull’attività di ricerca e
coltivazione di idrocarburi nei mari italiani e cautelative
al fine di minimizzare gli effetti di eventuali incidenti ma
che trovano il proprio limite di applicazione nelle acque
territoriali italiane e, pertanto, non salvaguardano i mari
italiani da eventuali incidenti in acque di Paesi
mediterranei che hanno particolare contiguità e vicinanza
con le coste italiane.
Da ultimo, si rappresenta che, per quanto riguarda la
presenza di ulteriori attività di ricerca e perforazione
nella stessa zona prospiciente all’isola di Pantelleria,
allo stato non risultano in corso nuove istanze di VIA,
mentre risulta essere stato conferito alla società North
Petroleum Limited, in data 30 settembre 2004, dal Ministero
dello sviluppo economico il permesso di ricerca denominato
“CR 147 NP”, scaduto il 30 settembre 2010. Tale intervento è
stato, a suo tempo, escluso dalla VIA con provvedimento del
13 settembre 2004.
La replica del Senatore Antonio
d’Alì al sottosegretario Menia
Il presidente D’ALI’ si dichiara soddisfatto della
risposta resa dal sottosegretario Menia facendo presente che
non sembra peraltro sostenibile che il comma 17
dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 128 del 2010 non
si applichi a nuove fasi o a nuovi passaggi procedurali di
attività per le quali il titolo sia già stato rilasciato.
Per quanto concerne la piattaforma petrolifera che ha
operato sul sito Lambouka-1, giacché il giacimento occupa
verosimilmente anche uno spazio rientrante nelle acque di
giurisdizione italiana, appare opportuno che il Governo
attivi immediatamente una interlocuzione con le autorità
tunisine, ai sensi dell’articolo 4 della legge n. 347 del
1978, al fine di concertare le attività di perforazione e
quelle correlate. Sottolinea quindi la necessità di attivare
la clausola sulle misure legislative interne prevista dalla
Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto internazionale
del mare del 1982 e di adoperarsi per l’entrata in vigore
del protocollo sull’inquinamento del sottosuolo marino che
completa la Convenzione di Barcellona sulla protezione del
Mediterraneo dall’inquinamento marino del 1976. Fa presente,
infine, che a seguito dell’entrata in vigore del decreto
legislativo n. 128 del 2010 non deve considerarsi più
possibile adottare decisioni di esclusione dalla procedura
VIA di progetti relativi ad attività di ricerca di
idrocarburi.
http://www.mazaraonline.it/public_html/?p=16468
Notizia simile su "TRAPANI
OGGI" del 7/10/10
______________________________
Commenti all'articolo sulla mia
bacheca su FB
#
Post di Guido Picchetti dell'8/10/10
Un servizio sulla replica del
sottosegretario Menia all'interrogazione del Sen. D'Alì sulle
trivellazioni nello Stretto molto più completo, che ci induce a
porre due domande... Ma è possibile che a livello governativo
non si sappia nulla di quanto sta accadendo nelle acque di Capo
Bon e del Golfo di Hammamet, e dei pericoli che ne derivano per
lo Stretto di Sicilia ? E pensano davvero che il limite delle 13
miglia costituisce una reale difesa per le nostre coste ? La
soddisfazione del Sen. D'Alì mi sembra del tutto ingiustificata,
mi dispiace dirlo ...
#
Post di Carmelo Nicoloso dell'8/10/10
Vorremmo capire a chi sta a cuore
la tutela e la salvaguardia del Mare Nostrum; è veramente
estenuante questa telenovela sulle trivellazioni nel
Mediterraneo, ma l'UNEP e i suoi preposti che fanno? La storia
infinita delle 3(c) ambientali: (c)onvegni,-(c)hiacchiere e
(c)arte...
#
Post di Roberto Giacalone dell'8/10/10
Il fatto è che la dove vi sono grossi
introiti, azionisti, investimenti, ecc., succede che molti da
una parte danno il contentino all'opinione pubblica e dall'altra
guardano ai ricavi di tali operazioni... quindi convegni e
chiacchiere, e certi personaggi ci vanno a nozze....
______________________________
Corrispondenza e-mail
relativa
#
E-mail di Carmelo Nicoloso in data 7/10/10 di trasmissione del
documento "Trivellazioni a Pantelleria. La risposta del
sottosegretario Menia all’interrogazione di d’Alì" a Mauro
Furlani, presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, e in
c.c. a Gabriele Benassi, Abele De Luca, Giuseppe Ferraro,
Catello Filosa, Ernesto Freiles, Maria Ghelia, Carmelo Giuffrida,
Luciano Lisa, Michele Palazzo, Guido Picchetti, Vincenzo Rizzi,
Franco Tassi. e Pro Natura.
Carissimo Mauro,
integro immediatamente alla mia e-mail di ieri su "Il Ministero
non risponde", precisando che non risponde alle associazioni
ambientaliste, giacchè il sen. D'Ali' (presidente commissione
Ambiente al Senato) aveva inoltrato un'interrogazione
parlamentare il 16 settembre u.s. (vedi sotto), a cui ha
risposto il sottosegretario Menia, che puoi leggere sotto.
Ritengo che le risposte siano poco chiare in relazione allo
stato di conservazione naturalistico/ambientale nel Canale di
Sicilia, e sono sempre più convinto che l'interazione con
realtà internazionali (associazioni-organizzazioni- enti,
ecc..) sia fondamentale per concretizzare il nostro obiettivo.
Per quanto mi riguarda ho già avuto qualche contatto con un
giornalista di Malta (già aveva comunicato con la segreteria
nazionale), quindi mi appresto a recuperare qualche elenco di
queste entità concretamente attive per la salvaguardia del Mare
Nostrum. Spero presto possiamo integrare insieme con il nostro
documento che stai elaborando. Contestualmente auspico che
Daclon, il quale tiene i rapporti con gli organismi
internazionali, possa fornirci il suo elenco delle
organizzazioni con cui si interfaccia.
Scusami l'insistenza, ma la questione e l'emergenza su questo
tratto di Mediterraneo necessita di concretezza e una mirata
divulgazione presso gli organismi preposti. Ciao Carmelo.


Da "BLOG
SICILIA" del 7/10/10
Area mediterranea dello Stretto di
Sicilia,
il Ministero non risponde
di Guido Picchetti
Il
1 settembre scorso 19 associazioni ambientalistiche italiane,
non poche delle quali emanazioni dirette di organizzazioni di
settore di rilevante livello internazionale (quali “Green Peace”
e il “WWF”, tanto per fare due nomi), hanno inviato al Ministero
dell’Ambiente e della Tutela del Territorio la richiesta di un
incontro al fine di potersi confrontare con i responsabili del
dicastero in merito alle direttive e circolari di
interpretazione ed attuazione dell’art. 2 comma 17 del decreto
legge 128/2010 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’11
agosto scorso, che istituisce zone di interdizione alle attività
di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e
gassosi in mare e obbliga all’espletamento della procedura VIA.
È una richiesta che avrebbe meritato una risposta urgente, alla
luce della situazione venutasi a creare in particolare nello
Stretto di Sicilia, da una parte individuato nel Giugno scorso
dal meeting di Istanbul dall’UNEP-MAP (l‘organismo delle Nazioni
Unite per la protezione ambientale) quale area marina
mediterranea da tutelare, e dall’altra oggetto di una
lottizzazione selvaggia da parte di Italia e Tunisia, come la
mappa qui unita evidenzia, per arrivare allo sfruttamento delle
risorse energetiche che si celano in questo braccio di mare di
importanza vitale per tutto il bacino del Mediterraneo.
Invece, ad oltre un mese di distanza, dal Ministero ancora
nessuna risposta alla richiesta delle associazioni. Ma neppure,
mi sembra di poter dire, nessuna reazione da parte delle
associazioni ambientalistiche a questa assoluta mancanza di
considerazione che il silenzio del Ministero indubbiamente
testimonia…
E tutto tace in merito, fuorchè le società impegnate nelle
operazioni petrolifere nell’area marina dello Stretto, che
settimanalmente certificano con assoluta trasparenza, nei loro
report ufficiali su Internet, i progressi raggiunti dalle loro
trivelle in azione…
Ricordiamole queste associazioni ambientalistiche, insieme ai
nomi dei loro esponenti nel nostro Paese che hanno sottoscritto
la richiesta del 1 Settembre u.s., firmata per tutti da Stefano
Leoni, Presidente del “WWF Italia”.
Sono: il “CTS” (Luigi Vedovato), il “FAI” (Ilaria Borletti
Buitoni), il “Fare Verde” (Massimo De Maio), la “Federazione
Italiana Pro Natura” (Mauro Furlani), la “FIAB” (Antonio Dalla
Venezia), il “Greenaccord” (Gian Paolo Marchetti), “Greenpeace
Italia” (Giuseppe Onufrio), l’ “INU” (Federico Oliva), “Italia
Nostra” (Alessandra Mottola Molfino), “Legambiente” (Vittorio
Cogliati Dezza), “Marevivo” (Rosalba Giugni), “Movimento
Azzurro” (Rocco Chiriaco), il “Touring Club” (Franco Iseppi), e
il “VAS” (Guido Pollice).
E se le ricordiamo, non è certamente per spirito di polemica, ma
unicamente per tentare di avvalorare ulteriormente la loro
richiesta nella speranza che l’incontro con chi di dovere possa
esserci presto, e portare a un risultato utile per lo Stretto di
Sicilia prima che sia troppo tardi.
http://www.blogsicilia.it/blog/area-mediterranea-dello-stretto-di-sicilia-il-ministero-non-risponde/
______________________________
Corrispondenza e-mail
relativa
#
E-mail di Carmelo Nicoloso in data 7/10/10 di trasmissione del
documento "Il Ministero non risponde" a Mauro Furlani,
presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, e in c.c. a
Maria Ghelia, Michele Palazzo, Guido Picchetti; Franco Tassi, e
Pro Natura.
Carissimo Mauro, mi sono
permesso di mettere in cc. alcune persone con le quali
condividiamo da diversi mesi questa logorante questione legata
al Mare Nostrum ed in particolare al Canale di Sicilia, trovi
anche il mio amico Michele Palazzo presidente della neo Pro
Natura Mare Nostrum.
Mi permetto di insistere nei tuoi confronti, quale presidente
della Federazione Nazionale Pro Natura, affinchè possiamo
produrre un documento che sia espressione della cultura
naturalistico ambientale che caratterizza la storia del nostro
movimento, quindi attraverso le varie documentazioni fin qui
prodotte e veicolate, credo che tu possa ottimizzare gli
elementi di sintesi per l'elaborazione di questo documento. Ti
riporto di seguito una nota pubblicata su FB dal mio amico Guido
Picchetti. Spero al più presto possiamo proporre alle altre
associazioni la condivisione di questo nostro elaborato. Ciao
Carmelo.
#
E-mail ricevuta Carmelo Nicoloso in data 6/10/10 da Mauro
Forlani, presidente della Federazione Nazionale Pro Natura,
allegata alla e-mail di Carmelo Nicoloso del 7/10/10 di cui
sopra.
Caro Carmelo, grazie per
il materiale che mi invii, grazie al quale sto elaborando un
documento per sottoporre anche ad altre associazioni nazionali.
Credo tuttavia che sarebbe molto più efficace, puntuale e
preciso se fosse direttamente, magari con il tuo ausilio, Guido
Picchetti a produrre un documento che vedo da molto tempo si
occupa della questione. Noi potremmo riadattare e assumere
quanto da lui/voi prodotto evitando così di essere imprecisi e
superficiali. Io non ho problemi ad elaborare il documento,
tuttavia sono costretto a documentarmi su scritti di altri, in
altri termini si tratta di una seconda mano. Cosa ne pensi di
coinvolgere, se hai contatti, direttamente Guido Picchetti e
magari la Società di Biologia Marina Siciliana? a presto, Mauro.
#
E-mail di Guido Picchetti in data 7/10/10 di risposta a Carmelo
Nicoloso in c.c. a Mauro Furlani, Maria Ghelia, Michele Palazzo,
Franco Tassi, e Pro Natura.
Caro Carmelo, ti ringrazio
per la considerazione che dimostri per il mio ultimo intervento
su FB, e apprezzo altrettanto, per quanto merita, la risposta
del dott. Forlani. Debbo tuttavia al riguardo farti notare che i
materiali che possono servire ad elaborare un eventuale
documento sono disponibili per chiunque in rete sul mio sito
web, dove, come tu ben sai, l’ho tutto pazientemente raccolto
(con un motore di ricerca interno al sito che può anche aiutarti
nella opportuna cernita...). Un’elaborazione tuttavia che, a mio
giudizio, va fatta una volta individuato il destinatario del
documento.
E qui casca l’asino. Il grosso problema in questa fase a mio
giudizio sta proprio nel trovare le persone giuste disposte ad
ascoltarti e poi con potere e voglia di intervenire presso chi
ha il compito istituzionale di muovere tutti quei passi
necessari per raggiungere l’obiettivo, nell’interesse del nostro
Paese ma soprattutto di quell’ambiente naturale che lo circonda,
il Mediterraneo, da cui dipendiamo (il più delle volte anche
senza rendercene conto...), e che è oggi minacciato gravemente
proprio in quel suo braccio di mare più sensibile ed importante
che è lo Stretto di Sicilia.
Inutile farsi illusioni. Qui sono i rapporti internazionali in
gioco, tra Tunisia ed Italia anzitutto... E che vuoi che possa
fare il sottoscritto oltre che documentare quanto accade, con la
massima serietà possibile e senza alcuna animosità o vis
polemica nei confronti di chicchessia, ma unicamente preoccupato
dell’ accelerazione esponenziale che certe decisioni operative
dell’industria energetica off-shore stanno avendo in questi
ultimi tempi nel Mediterraneo e nello Stretto di Sicilia in
particolare ?
Chiarisco meglio cosa intendo. La UNEP-MAP nel suo meeting di
Giugno ad Istambul ha identificato le 10 nuove aree del
Mediterraneo che necessitano di tutela ambientale, e tra queste
lo Stretto di Sicilia appunto. Un ottima decisione ! Esse vanno
ad aggiungersi a quelle già proposte e approvate in precedenza
dalla Convenzione di Barcellona. Ma sai quando queste nuove 10
aree mediterranee saranno di fatto approvate e istituite? In
occasione della prossima riunione ufficiale dell’UNEP prevista
verso la fine del 2012 !!! Per quell’epoca c’è solo da sperare
che ci sia ancora nello Stretto di Sicilia qualche pezzo di mare
da tutelare libero da concessioni varie, e che non sia già
successo qualche brutto guaio da qualche parte...
Scusa il pessimismo… ma non c’è da essere allegri... Ne sono
cosciente, ma continuo a lottare... contro i mulini a vento (la
mia specialità a dire di molti...)
Ti abbraccio, Guido.
PS. – Non esiste una sezione siciliana della SIBM, ma solo tanti
soci biologi marini di origine siciliana o che operano in
Sicilia. Ed ad essi che la SIBMha indirizzato l’invito a
impegnarsi in favore di quanto indicato nella Mozione... Sarà
raccolto l’invito ? Lo spero...


Da una "NOTA"
sulla mia pagina su FB del 5/10/10
La scomparsa di Eugenio Fresi. Un
ricordo...
di Guido Picchetti
Dalla Società Italiana di
Biologia Marina, di cui mi onoro esser socio sin dalla
fondazione,ricevo, a distanza di un giorno, due comunicazioni,
una davvero triste e inaspettata, e una che non può non darmi
qualche speranza per un problema, quello della difesa delle
acque dello Stretto di Sicilia, che (come sapete) mi sta
particolarmente a cuore.... Andiamo per ordine.
La prima comunicazione
riguarda la scomparsa del prof. Eugenio Fresi, un biologo marino
che conobbi tanti anni fa, quando ebbi la fortuna di frequentare
la Stazione Zoologica di Napoli su invito del prof. Pietro Dohrn,
per accompagnare settimanalmente sott'acqua gli studiosi
italiani e stranieri che, ospiti dell'istituto, effettuavano
immersioni per i loro fini di ricerca. Parlo degli anni '60 e di
biologi marini subacquei ce n'erano allora davvero pochi… Per me
fu un periodo che ricordo con tanta gratitudine per quegli
straordinari "compagni" d'immersione. Furono essi che mi fecero
meglio conoscere ed amare il mare e i suoi abitanti. E ciò in
cambio di un compito preciso, ma tutto sommato piuttosto
semplice: ricordare loro quando e come risalire in superficie,
evitando quei rischi che la passione e l'entusiasmo che ci
animava per quanto si andava a scoprire sui fondali, ci facesse
dimenticare il tempo che correva veloce sul fondo.
Eugenio Fresi era uno di questi speciali compagni d'immersione,
con i quali ci trovavamo di solito il venerdi alle 5 di mattina
al molo di Mergellina per l'uscita in mare. Con l' "Anton Dohrn",
una delle imbarcazioni della Stazione Zoologica, ci recavamo sul
punto di immersione prescelto nel Golfo di Napoli, che non di
rado veniva per la prima volta visitato da dei subacquei. E con
Eugenio Fresi, c'erano spesso, ricordo, Andrew Packard, grande
specialista nello studio dei polpi, Hajo Schmidt specialista in
attinie, oggi luminare della materia all'Università di
Heidelberg, Duri Rungger, oggi professore al dipartimento di
zoologia e biologia animale dell'Università di Ginevra,
Francesco Cinelli, professore all'Università di Pisa, oggi molto
noto per le sue iniziative anche nell'ambiente subacqueo
italiano comune, ed altri ancora...
Ma c'è ancora un altro flash
che mi piace qui ricordare a proposito di quei tempi. E' quello
che vede Eugenio Fresi e gli altri compagni d'immersione della
Stazione Zoologica di Napoli a più riprese impegnati la domenica
con una comune barca di pescatori a rilevare i fondali
antistanti Punta Tresino in prossimità di S.Maria di
Castellabate, servendoci dello scandaglio scrivente di cui era
dotata quell'imbarcazione appartenente ad Archimede, un
pescatore del luogo, altro caro amico oggi scomparso. E ciò al
fine di completare la documentazione necessaria a richiedere
alle autorità competenti l'istituzione di un'Area di Tutela
Biologica su quella zona, della cui particolarità e del cui
interesse noi subacquei, biologi e non biologi, frequentando
settimanalmente quei fondali, c'eravamo convinti. E, grazie
anche all'appoggio del prof. Pietro Dohrn, coinvolto
nell'iniziativa dai biologi marini subacquei del suo istituto,
la Zona di Tutela Biologica di Punta Tresino venne ufficialmente
istituita.
E poi successe che... Ma questa è un'altra storia e lasciamola
perdere... Quello che qui si può dire è che la suddetta Zona di
Tutela Biologica fu il germe dell' Area Marina Protetta di
S.Maria di Castellabate che, istituita pochi anni fa per legge,
sta proprio in questi giorni finalmente arrivando ad una sua
concreta realizzazione, e ciò grazie all'impulso del prof.
Gianni Russo, oggi membro del Direttivo della SIBM, ma in quegli
anni '60 socio junior del CESUB di S.Maria di Castellabate, di
quello stesso CESUB di cui Eugenio Fresi era allora socio
sostenitore... Ed è questa la ragione che Eugenio Fresi e il suo
impegno per l’AMP di S. Maria di Castellabate non vanno
dimenticati...
Veniamo alla nota positiva. Mi è pervenuta oggi e ve la
trascrivo integralmente. Eccola:
AI
SOCI SIBM
Su richiesta del nostro
socio Guido Picchetti, che da anni si sta battendo per la
salvaguardia dell'area marina di Pantelleria, vi invio la
mozione approvata dall'Assemblea dei Soci SIBM di Rapallo.
Mi auguro che alcuni nostri soci, in particolare i
siciliani, possano aiutare Guido.
Cordiali saluti. Giulio Relini
Prof. Giulio Relini
Società Italiana di Biologia Marina
c/o Dip.Te.Ris., Univ. di Genova
Viale Benedetto XV, 3
16132 Genova, Italy
Tel. e fax +39 010 3533016
sibmzool@unige.it
www.sibm.it
MOZIONE PER PANTELLERIA
La Società Italiana di
Biologia Marina:
Esprime viva preoccupazione per le iniziative e le
progettualità in corso, riguardanti lo sviluppo di piani di
approvvigionamento energetico nel tratto del Canale di
Sicilia circostante l’isola di Pantelleria ed il banco
omonimo, che prevedono sia trivellazioni per lo sfruttamento
di combustibili fossili, sia la messa in opera di vasti
impianti offshore di energia rinnovabile, di varia fonte e
concezione.
Sottolinea che il tratto di mare in questione, per le sue
peculiarità oceanografiche biologiche ed ecologiche, è stato
individuato come area di reperimento per l’istituzione di
un’area marina protetta, che andrebbe ad integrare le aree
protette terrestri dell’isola di Pantelleria, e che le
attività di cui al punto precedente potrebbero mettere a
rischio o comunque alterare profondamente un’area di gran
pregio ambientale, hot spot di biodiversità del Mediterraneo
e cruciale per l’interscambio biologico ed oceanografico
complessivo fra bacino occidentale ed orientale di questo
mare, importante anche per la pesca professionale.
Auspica che le autorità competenti sospendano o comunque
limitino drasticamente molte delle iniziative e
progettualità di cui sopra, sollecitando valutazioni
ambientali articolate e approfondite e, comunque, basate sul
principio di precauzione.
Questo è tutto. Che altro dire
? Questa è la vita... Un susseguirsi di notizie, tristi e
liete... E l'unico conforto per ognuno di noi è quello di poter
dire di non essere stati inutili e di aver lasciato nel nostro
passaggio un sia pur piccolo segno che valga a dar valore alla
nostra esistenza ... Anche se poi saranno in pochi a
ricordarlo...
http://www.facebook.com/notes.php?id=1063270409¬es_tab=app_2347471856#!/note.php?note_id=164628726882284


Da "PROFUMO
DI MARE" del 1/10/10
Chi salverà lo Stretto di Sicilia?
di Guido Picchetti
Non
è certamente da oggi che nasce il problema... Ma i rischi di
possibili incidenti petroliferi in questo braccio di mare di
importanza vitale per il Mediterraneo stanno aumentando con un
ritmo esponenziale, lo stesso ritmo che caratterizza il numero
delle concessioni, esplorative prima e di sfruttamento poi,
concesse dalle due nazioni principali che costeggiano lo Stretto
di Sicilia, Italia e Tunisia per intenderci. Ma nessuno sembra
preoccuparsene troppo. Il mese scorso in molti qui a Pantelleria
si sono improvvisamente accorti che a 13 miglia dall'isola, sul
limite che separa le nostre acque territoriali dalle acque
tunisine, c'era una piattaforma petrolifera in azione.
Nelle serate più limpide la struttura era
chiaramente visibile dalle coste di Pantelleria. Ma dopo che,
una decina di giorni fa, la piattaforma del sito "Lambouka-1" ,
terminati i suoi sondaggi con esito positivo, si è allontanata,
sembra quasi che non ci sia più alcuna ragione di
preoccuparsi per le acque dello Stretto... Il mare è grande...
Ci si penserà l'anno prossimo quando inizieranno le operazioni
di sfruttamento... D'altro canto che ci vuoi fare ? L'auto la
vogliamo, la benzina pure, e quindi... Ma il problema c'è
ed è gravissimo. Dalle condizioni dello Stretto di Sicilia
dipende tutto il Mediterraneo e non per nulla l'UNEP,
l'organizzazione delle Nazioni Unite per la protezione
dell'ambiente, in un meeting svoltosi ad Istambul nel Giugno ha
indicato lo Stretto di Sicilia come Zona di Protezione ai sensi
della Convenzione di Barcellona, specificandone, con apposite
mappe, anche superfici e limiti delle aree dello Stretto su cui
va prevista la tutela ambientale.

piattaforma petrolifera ADX
Italia e Tunisia fanno parte dell'ONU, hanno
sottoscritto la Convenzione di Barcellona, e si ritiene
comunemente che siano due nazioni civili, impegnate nel rispetto
dellì'ambiente. E invece... Guardate un pò cosa succede nelle
acque dello Stretto di Sicilia... Del versante italiano dello
Stretto ne abbiamo già parlato abbondantemente negli ultimi
mesi.
Sono sorti numerosi comitati spontanei, i "NOTRIV", che si sono
impegnati a fondo per tentare di bloccare le richieste di
concessioni esplorative che, sempre più numerose lungo le coste
siciliane (ma non solo...), sono state presentate al nostro
ministero competente, quello delle Arttività Produttive.
A Pantelleria invece non sapevamo niente, e ci siamo accorti
improvvisamente che le concessioni esplorative per l'oro nero
erano già state rilasciate da tempo a varie società a poche
miglia dalle coste dell'isola, e questo all'insaputa di tutti.
Per fortuna, almeno fino ad oggi, queste trivellazioni
eplorative intorno all'isola non sono state ancora utilizzate...
Ma è una fortuna del tutto relativa. Cosa cambia ? Nel mare le
frontiere sono aperte... E prima o poi..., inutile farsi
illusioni...
Per rendersene conto basta dare un occhiata alla situazione
attuale del versante tunisino dello Stretto. Ce lo mostra, solo
in parte, la mappa qui allegata. E già a prima vista si può
notare come, in barba ad ogni misura di protezione ambientale
per le acque delo Stretto, tutto il suo mare, dalla costa
africana fino al limite delle acque territoriali tunisine, sia
quasi totalmente lottizzatto da concessioni assegnate a diverse
società petrolifere.
Anzitutto c'è l'ADX, la società australiana che, in
compartecipazioni con altre società, possiede concessioni sia in
acque tunisine (il "Kerkouane Permit") che in acque italiane
intorno a Pantelleria, e che ha condotto le operazioni su sito
"Lambouka-1", contando l'anno prossimo di iniziare lo
sfruttamento di questo campo petrolifero "Lambouka-1" insieme a
quello di un altro suo campo vicino, il "Dougga".

Sotto il "Kerkouane Permit", in questo versante
tunisino dello Stretto di Sicilia, ci sono altre due vaste aree
marine occupate da concessioni petrolifere, che si estendono
entrambe nella baia di Hammamet a partire da Capo Bon. Sono il "Bargou
Exploration Permit" ad est e l' "Hammamet Permit" a ovest.
Contitolari delle concessioni, non tutte riportate nella mappa
allegata, sono numerose società petrolifere quasi sempre in
compartecipazione con altre, tra cui la "Cooper Energy Lmt", la
"Jacka Resources Lmt", la "Lundin Petroleum", oltre alla stessa
ADX che proprio di recente ha stretto un accordo con la "Jacka
Resources Lmt" per l'esplorazione e lo sfruttamento (sia on
shore che offshore) del cosiddetto blocco di Bargou, che
interessa un'area di 4.616 Km2 sulla parte più settentrionale
della concessione. L'"Hammamet Permit" copre invece un'area di
ben 6.476 Km2 più al largo delle coste tunisine.
Ad est con il campo petrilfero Tazerka arriva a sfiorare il
limite della acque territoriali italiane, risultando adiacente
alla concessione di sfruttamento dell'Agip, dove in acque
italiane già operava fino a una decina di anni fa il pozzo
petrolifero denominato "Zibibbo". La profondità
dell'area marina interessata dall' "Hammamet Permit" varia tra
gli 80 e 350 metri, e in essa nel 2007 sono stati individuati
tutta una serie di campi petroliferi di notevole interesse, su
molti dei quali si prevede a breve scadenza l'inizio delle
operazioni di sfruttamento.

Licenza di esplorazione in Sicilia della Northern Petroleum’s
offshore
Interesse: 35% 35%
Partecipante Stato: Non-Operatore
Permesso Tipo: Licenza di esplorazione (PSC)
Località: Offshore Offshore
Profondità dell'acqua: 80-350 metri
Area:4.676 km quadrati
Data di aggiudicazione: 23 settembre 2005
Titolarità: periodo iniziale di 5 anni, 2 periodi di rinnovo
ogni 3 anni
Anno in corso: 5
Impegni: 1 pozzetto (compiuto con la perforazione di Fuchsia-1)
200 km 2 3D (soddisfatte)
300 km 2 3D dovuta in periodo di proroga
Data di scadenza: 22 settembre 2012
(2 di proroga per il periodo iniziale)
Tre licenze operative infine sono state
rilasciate, sempre nel Golfo di Hammamet, alla "Lundin Petroleum",
sebbene nella mappa allegata non risultino ancora riportate.
Interessano in particolare tre campi petroliferi già
identificati, quelli di Oudna e Birda ad est (quest'ultimo
prossimo al limite delle acque territoriali tra Tunisia e
Italia); e il campo petrolifero di Zelfa, scoperto recentemente
a poca distanza dalla costa tunisina, in prossimità del "Maamoura
Field", un campo petrolifero gestito dall'ENI. Ce n'è quanto
basta... o no ?
Si ringrazia Guido Picchetti per l'autorizzazione alla
pubblicazione del testo.
Ricerca e commento alle immagini: Harley
http://www.profumodimare.forumfree.it/?t=51142442


Da "IL GIORNALE" del 20 Luglio 2008
Sicilia, l’ultima frontiera
dell’eolico: 115 mega torri in mezzo al mare
L’impianto sarà costruito da
un consorzio pubblico e privato e fornirà 1150 kilowatt di
elettricità:
il fabbisogno di 390mila famiglie. Le pale avranno un diametro
di 100 metri e saranno
ancorate al fondale marino a sole tre miglia dalla costa
di Natale Bruno
Il parco eolico marino off-shore immaginato nel
golfo di Gela è avveniristico e destinato ad essere uno dei
primi del Mediterraneo: 115 pale eoliche produrranno energia
elettrica per 1.150 chilowattora, un «tot» capace di soddisfare
la richiesta di 390mila famiglie, evitando emissioni di anidride
carbonica per oltre 800mila tonnellate. A realizzarlo sarà una
joint-venture composta da Enel, che farà la parte da leone, con
il 57%, e «Moncada costruzione» che detiene, invece, il 43%.
«Questo innovativo progetto - ha affermato l’amministratore
delegato di Enel, Fulvio Conti - raddoppierà la capacità
installata di Enel nel settore eolico in Italia e rappresenta un
esempio virtuoso di collaborazione tra impresa, istituzioni
locali e associazioni amiche dell’ambiente. Crediamo nell’eolico
e vogliamo giocare un ruolo da protagonisti nello sviluppo di
questa fonte di energia anche nel nostro Paese».
Alla notizia, che dà ufficialità alla
realizzazione del parco eolico marino, si dicono favorevoli gli
ambientalisti di Legambiente, purché però il parco venga
costruito con le opportune opere di mitigazione. «A Gela -
spiegano i vertici di Legambiente Sicilia - come in ogni altro
sito ad alto rischio ambientale, ogni intervento deve comportare
necessariamente una riduzione dell’inquinamento sia localmente
che su scala regionale. Per questo apriamo le braccia ai
progetti di eolico off-shore, perché con la loro presenza ci
aspettiamo la rottamazione dell’inceneritore di “petcoke”
(l’ultimo prodotto delle attività di trasformazione del
petrolio) operante nella raffineria di Gela». Gli ambientalisti
hanno le idee chiare: «Occorrerà discutere approfonditamente
sulle opere di mitigazione - spiegano -. Riteniamo che le pale
debbano necessariamente essere localizzate oltre le attuali
piattaforme petrolifere dell’Eni, cioè oltre i 10 chilometri
dalla linea di costa». Di miglia, tra i siti individuati per la
posa delle pale eoliche e la costa, il progetto ne prevede
appena tre. Le torri, sulle quali poggeranno rotori del diametro
di 110 metri, saranno alte oltre 100 metri, e saranno ancorate
in fondali profondi fino a 30 metri. Sono anche allo studio
sistemi di integrazione del parco eolico con le aree marine in
cui verrà installato, per garantire la salvaguardia degli
ecosistemi coinvolti. I comuni interessati sono a cavallo tra le
province di Caltanissetta e Agrigento: si tratta di Gela, Licata
e Bufera.
http://www.ilgiornale.it/interni/sicilia_lultima_frontiera_delleolico_115_mega_torri_mezzo_mare/20-07-2008/articolo-id=277335-page=0-comments=1
Notizia simile su "PEPPE CARIDI
2" del 20/07/08
______________________________
Commenti all'articolo sulla mia
bacheca su FB
#
Post di Guido Picchetti del 1/10/10
E' un articolo un pò vecchiotto... Risale
al 20/7/08 addirittura... Ma pare che proprio in questi giorni
la provincia di Trapani abbia approvato qualche impianto eolico
off-shore... Spero sia solo una voce... Non bastavano le
trivelle petrolifere in questo tormentato mare dello Stretto di
Sicilia... E poi c'è chi rifiuta la protezione...
#
Post di Carmelo Nicoloso del 1/10/10
Guido fortunatamente da quelle parti c'e'
Sgarbi che si oppone in modo deciso alle "croci" dell'eolico,
purtroppo ormai sulla nostra zona orientale, sono arrivati a
ridosso del Parco dei Nebrodi, per non parlare degli Iblei ed
Erei, il PAESAGGIO interessa a pochi.
#
Post di Guido Picchetti del 1/10/10
Rettifico... Secondo Daniela Ercolani
(vedi il suo post su PANTELVOICE - LA VOCE DI PANTELLERIA)
sarebbe la Capitaneria di Porto di Trapani ad aver già dato
parere favorevole agli impianti eolici offshore su Banco di
Pantelleria, Banco Talbot e Banco Avventura... e mancherebbe
solo l'approvazione del Ministero dell'Ambiente... Addio Banchi
di Sicilia...
Se poi penseranno che le torri eoliche possono essere utilizzate
anche come paletti per competizioni slalomistiche spettacolari
di grossi e veloci motoscafi, chi li ferma più e chi volete che
si opporrà ? Il naso sott'acqua tanto non ce lo mette nessuno a
vedere cosa accade... Ci sono le meduse... E poi tra monnezza
... e monnezzari tutto fa brodo... e nel mare brodo e petrolio
si disperdono...
#
Post di Marco Cirinesi del 1/10/10
Con tutto lo spazio che abbiamo sulla terraferma... bah...
#
Post di Maria Ghelia del 1/10/10
Incredibile, non so proprio più in che cosa credere se non nella
capacità che l'uomo ha di autodistruzione...
#
Post di Francesco Lezzi del 1/10/10
Speriamo che il vento non manchi mai !!! Ma sai quanta fauna
troverai ai piedi di queste PALE ?
Post sulla Bacheca di "PANTELVOICE-LA VOCE DI PANTELLERIA"
#
Post di Jan Devili del 1/10/10
E dopo l'eolico in Sardegna, l'eolico in Sicilia. Ma vanno in
ordine alfabetico?
#
Post di Pantel Voice del 1/10/10
Tra un po' lo metteranno anche in viale Zara a Milano allora!
#
Post di Jan Devili del 1/10/10
Che c'entrano le vie di città coi nomi di regione?
#
Post di Pantel Voice del 2/10/10
C'entrano come le pale eoliche sull'acqua!
#
Post di Jan Devili
del 2/10/10
Se i pozzi petroliferi possono sussistere sia in terra ferma che
sul mare, non vedo quale ragione impedisca di piazzare le pale
eoliche in un posto ventoso come il mare aperto. L'unico
problema che al momento intravvedo è il cavidotto elettrico e la
conseguente dispersione in base alla distanza, cosa in parte
superata negli ultimi anni.
#
Post di Pantel Voice del 2/10/10
Ci chiediamo perchè l'eolico presente in Sicilia (sappiamo tutti
dov'è) sia assolutamente non produttivo ma esistente. A che pro
questo nuovo progetto? Forse lo scambio monetario è talmente
alto da non poterlo rifiutare? Perchè costruire nuovi impianti
se quelli già esistenti non producono?


Da "MEGAVIDEO"
del 1/10/10
Pantelleria - Pozzi al confine
un video di Davide Fiorentini
E' il documentario televisivo che Davide
Fiorentini ha realizzato sul "NO TRIVELLA DAY" svoltosi a
Pantelleria il 25 Agosto u.s., coordinatrice Mimmy Panzarella,
con la partecipazione del gruppo "No-Triv" di Sciacca guidato
dall'ing. Mario di Giovanna.
Per vedere il video cliccare sul seguente url:
http://www.megavideo.com/?v=5PAMA5KE. Un consiglio per una buona visione: se non avete un
collegamento ADSL veloce, guardatelo in standard quality.
Lo stesso reportage video di Davide Fiorentini
sulle trivellazioni petrolifere al largo di Pantelleria "Pantelleria - Pozzi al confine" from
Associazione "L'altra Sciacca" - Agosto 2010 - è
visibile anche su "CALOGERO PARLAPIANO" del 6/10/10
e su "VIMEO
COM" del 7/10/10
______________________________
Commenti sulla mia
bacheca su FB
a margine della condivisione del video
#
Post di Guido Picchetti del 1/10/10
Un buon documentario sulla giornata
del "No-Trivella Day" del 25 Agosto u.s. a Pantelleria, con
delle testimonianze di particolare interesse specialmente nelle
parole di due degli intervistati.
Anzitutto in quelle di Alberto Zaccagni che dichiara più volte
di aver rilevato con il suo GPS la posizione della piattaforma
petrolifera dell'ADX a 12 miglia e mezzo dalle coste di
Pantelleria. Se così fosse, e non vedo motivi per dubitarne, le
trivellazioni della "Lambouka-1" sarebbero state effettuate in
acque territoriali italiane, e non tunisine come più volte è
stato affermato. Infatti il limite delle acque territoriali tra
Tunisia e Pantelleria è fissato per legge a 13 miglia dalle
coste dell'isola, e non a 12 come avviene per le altre fasce
costiere italiane. E sarebbe un fatto certamente grave,
meritevole di accertamenti da parte delle autorità preposte.
Accertamenti, tuttavia, non più tanto facili da effettuare dopo
che la settimana scorsa la piattaforma si è allontanata dal sito
operativo avendo terminato la sua missione esplorativa.
Le altre parole che meritano una precisazione sono quelle
dell'ex ministro Visco, laddove si afferma che per le zone
marine soggette a tutela ambientale (e quelle di Pantelleria a
suo dire lo sarebbero, in quanto già esiste la legge che
istituisce il Parco Nazionale dell'Isola di Pantelleria, sebbene
ancora inapplicata...), sarebbero previste delle fasce di
salvaguardia di 20 miglia... Un lapsus, certamente, dovuto ad un
apprezzabile ottimismo, in quanto in realtà l'ultima legge al
riguardo emanata nel Giugno scorso dal Ministro dell'Ambiente
prevede fasce di salvaguardia intorno alle aree marine protette
soltanto di 12 miglia, contro le 5 miglia previste nelle altre
zone costiere prive di tutela...


Da una "NOTA"
sulla mia pagina su FB del 1/10/10
Chi salverà lo Stretto di Sicilia ?
di Guido Picchetti
Non è certamente da oggi che nasce il problema...
Ma i rischi di possibili incidenti petroliferi in questo braccio
di mare di importanza vitale per il Mediterraneo stanno
aumentando con un ritmo esponenziale, lo stesso ritmo che
caratterizza il numero delle concessioni, esplorative prima e di
sfruttamento poi, concesse dalle due nazioni principali che
costeggiano lo Stretto di Sicilia, Italia e Tunisia per
intenderci. Ma nessuno sembra preoccuparsene troppo.
Il mese scorso in molti qui a Pantelleria si sono
improvvisamente accorti che a 13 miglia dall'isola, sul limite
che separa le nostre acque territoriali dalle acque tunisine,
c'era una piattaforma petrolifera in azione. Nelle serate più
limpide la struttura era chiaramente visibile dalle coste di
Pantelleria. Ma dopo che, una decina di giorni fa, la
piattaforma del sito "Lambouka-1", terminati i suoi sondaggi con
esito positivo, si è allontanata, sembra quasi che non ci sia
più alcuna ragione di preoccuparsi per le acque dello Stretto...
Il mare è grande... Ci si penserà l'anno prossimo quando
inizieranno le operazioni di sfruttamento... D'altro canto che
ci vuoi fare ? L'auto la vogliamo, la benzina pure, e quindi...
Ma il problema c'è ed è gravissimo. Dalle
condizioni dello Stretto di Sicilia dipende tutto il
Mediterraneo e non per nulla l'UNEP, l'organizzazione delle
Nazioni Unite per la protezione dell'ambiente, in un meeting
svoltosi ad Istambul nel Giugno promosso dal MAP (Mediterranean
Plan Action), braccio operativo dell’UNEP per il Mediterraneo,
ha indicato lo Stretto di Sicilia come Zona di Protezione ai
sensi della Convenzione di Barcellona, specificandone, con
apposite mappe, anche superfici e limiti delle aree dello
Stretto su cui va prevista la tutela ambientale.
Italia e Tunisia fanno parte dell'ONU, hanno sottoscritto la
Convenzione di Barcellona, e si ritiene comunemente che siano
due nazioni civili, impegnate nel rispetto dell'ambiente. E
invece... Guardate un pò cosa succede nelle acque dello Stretto
di Sicilia...
Del versante italiano dello Stretto ne abbiamo
già parlato abbondantemente negli ultimi mesi. Sono sorti
numerosi comitati spontanei, i "NOTRIV", che si sono impegnati a
fondo per tentare di bloccare le richieste di concessioni
esplorative che, sempre più numerose lungo le coste siciliane
(ma non solo...), sono state presentate al nostro ministero
competente, quello delle Attività Produttive.
A Pantelleria invece non sapevamo niente, e ci siamo accorti
improvvisamente che le concessioni esplorative per l'oro nero
erano già state rilasciate da tempo a varie società a poche
miglia dalle coste dell'isola, e questo all'insaputa di tutti.
Per fortuna, almeno fino ad oggi, queste trivellazioni
esplorative intorno all'isola non sono state ancora
utilizzate... Ma è una fortuna del tutto relativa. Cosa cambia ?
Nel mare le frontiere sono aperte... E prima o poi..., inutile
farsi illusioni...
Per rendersene conto basta dare un occhiata alla situazione
attuale del versante tunisino dello Stretto. Ce lo mostra, solo
in parte, la mappa qui allegata. E già a prima vista si può
notare come, in barba ad ogni misura di protezione ambientale
per le acque dello Stretto, tutto il suo mare, dalla costa
africana fino al limite delle acque territoriali tunisine, sia
quasi totalmente lottizzato da concessioni assegnate a diverse
società petrolifere.

Anzitutto c'è l'ADX, la società australiana che,
in compartecipazioni con altre società, possiede concessioni sia
in acque tunisine (il "Kerkouane Permit") che in acque italiane
intorno a Pantelleria, e che ha condotto le operazioni su sito
"Lambouka-1", contando l'anno prossimo di iniziare lo
sfruttamento di questo campo petrolifero "Lambouka-1" insieme a
quello di un altro suo campo vicino, il "Dougga".
Sotto il "Kerkouane Permit", in questo versante tunisino dello
Stretto di Sicilia, ci sono altre due vaste aree marine occupate
da concessioni petrolifere, che si estendono entrambe nella baia
di Hammamet a partire da Capo Bon. Sono il "Bargou Exploration
Permit" ad est e l'"Hammamet Permit" a ovest. Contitolari delle
concessioni, non tutte riportate nella mappa allegata, sono
numerose società petrolifere quasi sempre in compartecipazione
con altre, tra cui la "Cooper Energy Lmt", la "Jacka Resources
Lmt", la "Lundin Petroleum", oltre alla stessa ADX che proprio
di recente ha stretto un accordo con la "Jacka Resources Lmt"
per l'esplorazione e lo sfruttamento (sia on shore che offshore)
del cosiddetto blocco di Bargou, che interessa un'area di 4.616
Km2 sulla parte più settentrionale della concessione.
L'"Hammamet Permit" copre invece un'area di ben 6.476 Km2 più al
largo delle coste tunisine. Ad est con il campo petrolifero
Tazerka arriva a sfiorare il limite della acque territoriali
italiane, risultando adiacente alla concessione di sfruttamento
dell'Agip, dove in acque italiane già operava fino a una decina
di anni fa il pozzo petrolifero denominato "Zibibbo". La
profondità dell'area marina interessata dall' "Hammamet Permit"
varia tra gli 80 e 350 metri, e in essa nel 2007 sono stati
individuati tutta una serie di campi petroliferi di notevole
interesse, su molti dei quali si prevede a breve scadenza
l'inizio delle operazioni di sfruttamento.
Tre licenze operative infine sono state rilasciate, sempre nel
Golfo di Hammamet, alla "Lundin Petroleum", sebbene nella mappa
allegata non risultino ancora riportate. Interessano in
particolare tre campi petroliferi già identificati, quelli di
Oudna e Birda ad est (quest'ultimo prossimo al limite delle
acque territoriali tra Tunisia e Italia); e il campo petrolifero
di Zelfa, scoperto recentemente a poca distanza dalla costa
tunisina, in prossimità del "Maamoura Field", un campo
petrolifero gestito dall'ENI. Ce n'è quanto basta... o no ?
Link approfondimenti:
"JACKA
RESOURCES LIMITED" -
"COOPER
ENERGY" -
"LUNDIN
PETROLEUM COM" -
Stessa notizia su "BLOG
SICILIA TRAPANI" del 1/10/10 e su "Il
PANTECO" di Novembre 2010
______________________________
Commenti su FB
a margine della nota
#
Post di Antonio Colacino del 1/10/10
Allucinante, ho condiviso e diffondo, grazie!
#
Post di Roberto Giacalone del 1/10/10
Idem...
#
Post di Maria Ghelia del 1/10/10
Grazie Guido, purtroppo è da tanto tempo che questa condanna ci
sta sulla testa... La situazione è veramente
incredibile, ed è evidente che gli interessi bloccheranno
qualsiasi operazione contraria alle trivellazioni !
#
Post di Toni Pusateri del 1/10/10
Da quando ero bambino a Palermo si parlava del ponte, quanta
gente si è arricchita solo con i progetti?
Non avevo letto... discariche tossiche sul fondo del mare, case
vicino a depositi di immondizia tossica, dietro le montagne
piemontesi una centrale nucleare francese col maestrale che
soffia verso l'Italia, basi nucleari, inquinamento da frequenze
di vario tipo... la lista è lunga, finchè non si capisce che
siamo interconnessi con tutto sarà sempre così. Per il sistema
terra
siamo un bel tumore maligno questo è certo!
#
Post di Maria Ghelia del 1/10/10
E siamo arrivati all'inizio della fine! E quale vita si prepara
per i nostri figli, nipoti, pronipoti se il Mediterraneo viene
ridotto
ad una marea nera?
#
Post di Maria Lilla Russomando del 1/10/10
E' davvero molto triste questa prospettiva. Possibile che non si
riesca a far qualcosa ?
#
Post di Maria Ghelia del 1/10/10
Sono anni che ci si batte, con l'unico risultato che i nostri
governanti hanno fatto tutto in sordina...
#
Post di Lilli Thewolf del 6/10/10
SIETE CIRCONDATI... PAZZESCO...
#
Post di Roberto Giacalone del 6/10/10
Follia....
#
Post di Profumodimare Forumfree del 6/10/10
La follia sta di casa purtroppo agli amici di "papino"
hihihihihihihihi


Da "IL
PANTECO" - Ottobre 2010
AMBIENTE
La Società Italiana di Biologia Marina
a favore dello Stretto di Sicilia
di G.P.
Questo
il testo ufficiale della mozione approvata all’unanimità
dall’Assemblea dei Soci della SIBM (Società Italiana di Biologia
Marina) in occasione dell’ultimo Congresso svoltosi a Rapallo lo
scorso Giugno. La mozione, inserita nel verbale dell’Assemblea
dei Soci, sarà prossimamente inoltrata al Ministero
dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare...
La Società Italiana di
Biologia Marina:
Esprime viva preoccupazione per le iniziative e le
progettualità in corso, riguardanti lo sviluppo di piani di
approvvigionamento energetico nel tratto del Canale di
Sicilia circostante l’isola di Pantelleria ed il banco
omonimo, che prevedono sia trivellazioni per lo sfruttamento
di combustibili fossili, sia la messa in opera di vasti
impianti offshore di energia rinnovabile, di varia fonte e
concezione.
Sottolinea che il
tratto di mare in questione, per le sue peculiarità
oceanografiche biologiche ed ecologiche, è stato individuato
come area di reperimento per l’istituzione di un’area marina
protetta, che andrebbe ad integrare le aree protette
terrestri dell’isola di Pantelleria, e che le attività di
cui al punto precedente potrebbero mettere a rischio o
comunque alterare profondamente un’area di gran pregio
ambientale, hot spot di biodiversità del Mediterraneo e
cruciale per l’interscambio biologico ed oceanografico
complessivo fra bacino occidentale ed orientale di questo
mare, importante anche per la pesca professionale.
Auspica che le autorità
competenti sospendano o comunque limitino drasticamente
molte delle iniziative e progettualità di cui sopra,
sollecitando valutazioni ambientali articolate e
approfondite e, comunque, basate sul principio di
precauzione.
Nella cartina: le nuove aree
marine mediterranee per le quali l’organizzazione “Mediterranean
Action Plan” dell’UNEP (United Nations Environment Program) ha
richiesto la tutela ambientale ai sensi della Convenzione di
Barcellona nel giugno scorso.
http://www.ilpanteco.it/wordpress/?page_id=31
______________________________
PANTELLERIA
Alunni e mare,
insieme vincenti a Pantelleria
di Guido Picchetti
Sarà
firmato da quattro giovani studenti della Scuola Media “Dante
Alighieri” di Pantelleria il poster ufficiale della 38° edizione
del “Festival Mondial de L’image Sous Marine 2011″ che, diffuso
in decine di migliaia di copie in tutto il mondo, reclamizzerà
il prossimo anno l’importante manifestazione. Ne vediamo a lato
l’immagine. Ne sono autori Lucrezia Errera, Anna Lo Pinto,
Alessia Teresi ed Andrea Costa, che hanno elaborato la loro
opera sotto la guida della insegnante Antonella Licari. La
premiazione dei quattro studenti è prevista durante la serata
conclusiva del Festival de l’Image Sous Marine 2010, in
calendario a “le Palais du Pharo” di Marsiglia dal 27 al 31
octobre p.v.
La vittoria dei quattro giovani studenti panteschi premia
l’impegno di quanti da anni (insegnanti ed organizzatori) hanno
promosso e sostenuto in Italia il concorso “Poster di Antibes”,
una iniziativa volta a sensibilizzare i giovani all’amore per il
mare e le sue creature, che, partita proprio da Pantelleria nel
lontano 2001 e traferitasi poi a Torino nel 2006, nelle dieci
edizioni svoltesi fino ad oggi, ha visto premiare più volte
alunni e studenti delle scuole pantesche, ma solo quest’anno per
la prima volta raggiungere il gradino più alto del podio, con la
scelta da parte della giuria internazionale, riunitasi il mese
scorso in Francia, di un loro elaborato per un poster ufficiale
del Festival .
http://www.ilpanteco.it/wordpress/?page_id=13