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Da "WALTER GIANNO SPLINDER COM" del 31/10/10

Il petrolio siciliano

di Walter Giannò

Raffaele Lombardo, intervistato da Il Giornale, parlando di secessione, ha scatenato il finimondo, tant’é che ha dovuto chiarire quanto sostenuto di sera, attraverso il suo blog.

Si è trattata di una “provocazione”, ma c’è un argomento, tuttavia, che esula dal discorso “romantico” di una Sicilia a sé, inserendosi perfettamente nel tema del “Federalismo Fiscale“, bene sviluppato da Guido Gentili su Il Sole 24 ore.

Nell’articolo “Lombardo ora rilancia con la carta secessione“, si pone l’accento sulla “raffinazione del petrolio” e sulle entrate derivanti (che il governatore quantifica in 10 miliardi di euro).

Si legge: “La richiesta di riprendersi il gettito fiscale da petrolio figurava nel programma elettorale di Lombardo nel 2008, quando era alleato di Berlusconi e del Pdl. Già, perché la norma che prevedeva che i redditi prodotti in Sicilia venissero tassati e riscossi in loco, compare all’articolo 37 dello Statuto Speciale della Regione, entrato in vigore nel 1948 (un anticipo sostanzioso di federalismo)”.

E ancora: “La norma ha funzionato fino alla riforma fiscale del 1971-1973, di segno centralista, che l’ha congelata. Un decreto legislativo di attuazione del governo Berlusconi la riprende nel 2005 e nel 2008 interviene una sentenza favorevole della Corte Costituzione. Spunta anche in una delle bozze Calderoli sul federalismo fiscale, ma dopo le proteste del Nord e del resto del Sud, il problema è rinviato a quando verranno definite per le Regioni le forme di compartecipazione al gettito (e siamo arrivati a questa stagione)”.

L’interessante articolo di Gentili, poi , prosegue così: “Nel febbraio 2009 l’aula di Montecitorio discute e approva la mozione di un’ottantina di deputati del Pdl (primo firmatario il siciliano Enrico La Loggia, dal 2010 presidente della commissione bicamerale per il federalismo) che impegna il governo – che accetta la mozione – ad attuare il famosissimo articolo 37 dello Statuto siciliano. Cosa che chiedono con posizioni molto simili anche Pd, Idv, e Udc, tanto che già allora si comincia a discutere in concreto di partito trasversale del Sud”.

Dunque, “una questione del genere pone sul piano tecnico in termini di gettito problemi assai seri alle casse dello Stato”. Ma ha anche una valenza politica, perché le elezioni si vincono “nel Mezzogiorno e Palermo rappresenta uno snodo decisivo”.

Insomma, succo del discorso è che non si dice mai nulla per caso.

http://www.waltergianno.splinder.com/


Da una "FOTO" su Fb del 30/10/10

La mappa dell' "UNEP-MAP" con lo Stretto
di Sicilia da tutelare

di Guido Picchetti

Sul sito ufficiale dell'UNEP-MAP è stato pubblicato il verbale della riunione straordinaria del 1 Giugno 2010 del MAP che ha segnalato le 12 nuove "Aree di Protezione Speciale" del Mediterraneo, tra cui le due aree dello Stretto di Sicilia, evidenziate in giallo sulla mappa dell'UNEP-MAP qui allegata.

Al meeting il nostro Paese era rappresentato da Mrs. Daniela Addis (Legal Advisor Ministry for the Environment, Land and Sea) e il Prof. Giulio RELINI (Formerly Full Professor in Ecology University of Genova and Italian Soc. For Marine Biology). Questo il link al verbale disponibile in lingua inglese e francese: http://195.97.36.231/acrobatfiles/10WG348_5_Eng.pdf

http://www.facebook.com/profile.php?id=1063270409#!/photo.php?fbid=1583464460863&set=a.1444231620129.2056854.1063270409


Da "SICILIA PARCHI COM" del 29/10/10

Intervista - 26 Ottobre 2010

D'Alì: ''Appello per i fondi''

di Ivan Trovato

Il Sen. Antonino d’Ali' (PDL) guida la Commissione Ambiente del Senato dall’avvio della legislatura. Tra un briefing a Palazzo Madama sulle questioni politiche nazionali ed una audizione in Commissione sull’emergenza rifiuti, non tralascia di certo il problema fondi per le aree protette. Adesso che è certo che nell’Isola salterà la manovra d’autunno, nella quale speravano Parchi e riserve dopo il taglio da 8 milioni di euro nell’ultima finanziaria regionale, e nella consapevolezza della distinzione che va fatta tra parchi nazionali e regionali, chiediamo a lui, che è siciliano di Trapani, un parere.

- Senatore, come commentare le dimissioni del commissario del Parco delle Madonie Aliquò, rese per protesta contro i tagli ai bilanci degli Enti Parco regionali?
“Le sovvenzioni ai Parchi sono un problema non solo siciliano, ma nazionale. Ne abbiamo parlato con il ministro Prestigiacomo in Commissione, perché non si depotenzi il lavoro svolto da questi enti, che è fondamentale per la tutela della biodiversità e non solo.
Il testo del Bilancio è in discussione in questi giorni a Montecitorio. Lo scorso anno riuscimmo a scongiurare il rischio, quest’anno, purtroppo, a quanto ci risulta dalla bozza, i tagli ai parchi nazionali si attesteranno intorno ai 24 milioni di euro. Non solo questo si ripercuoterà sul funzionamento amministrativo degli enti, ma alcuni soggetti potrebbero rischiare addirittura di chiudere. Ecco perché abbiamo lanciato un appello al Governo tramite il Ministro Prestigiacomo, perché venga scongiurato il rischio azzeramento del lavoro sin qui svolto”.

- E’ una delle peggiori notizie che potessero giungere nell’anno della Biodiversità.
“Occorrerebbe avviare un’opera di pressing affinchè passi presso le sedi opportune il messaggio che la riduzione dei fondi alle aree protette rischia di causare danni ben più' rilevanti delle economie che vogliono ottenere. Stiamo parlando di patrimoni di interesse nazionale e mondiale”.

- Ci sono rischi sugli istituendi parchi nazionali?
“Secondo il testo inoltrato, al momento le somme destinate all’avviamento dei nuovi parchi nazionali in Sicilia non sono state intaccate”.

- In Sicilia come a Roma, è possibile ipotizzare una soluzione alternativa per uscire dalle secche della crisi finanziaria, come il progressivo coinvolgimento dei privati?
“Assolutamente si. Vorrei citare un solo esempio, quello del Parco delle Cinque Terre, le cui entrate in bilancio sono rappresentate per il 70 per cento da voci private, ed il restante 30 dal pubblico. In altri parchi le proporzioni sono esattamente invertite, se non totalmente sbilanciate sul pubblico. Direi che a fronte della situazione attuale, non solo per le ristrettezze dell'economia pubblica ma anche per un migliore utilizzo delle risorse ambientali da salvaguardare e promuovere, si impongono moderne forme di coinvolgimento del privato, nel rispetto dei valori istitutivi dei parchi”.

http://www.siciliaparchi.com/_newsArchivio.asp?voce=intervista&idNews=4901&back=yes&titolo=dal-appello-per-i-fondi

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Commenti su FB
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Post di Carmelo Nicoloso del 29/10/10
Ecco la sintesi per il reperimento delle risorse economiche per le Aree Protette formulata dal senatore D'Alì, presidente della Commissione Ambiente al Senato. Diverse questioni insistono in materia di tutela e gestione delle aree protette in Sicilia, comprese le Aree Marine Protette, e i Parchi Nazionali già decretati e in attesa di istituzione; una pesante minaccia incombe su detti ecosistemi e sulla biodiversità nel Mediterraneo: le trivelIazioni e le concessioni ratificate dal nostro governo per il Canale di Sicilia. E' importante un tavolo tecnico con la Commissione Europea e i governi di Italia, Tunisia e Malta.


Da "BLOG SICILIA" del 28/10/10

Occorre un colpo di reni del governo italiano

 Lo strumento per la difesa dello Stretto di Sicilia c’è:
è l’UNEP-MAP

di Guido Picchetti

28 ottobre 2010 - Lo sapete. È da qualche tempo ormai che mi sto impegnando, con il tempo e le forze che ancora mi restano, a favore dello Stretto di Sicilia, minacciato da un grosso problema che in realtà, specialmente qui a Pantelleria dove vivo, sembra davvero interessare a pochi.

Ma ciò che più mi dispiace è che gli strumenti per difendere questo prezioso specchio d’acqua compreso tra Sicilia, Tunisia e Malta (e che bagna quest’isola, le Pelagie e le Egadi, nonchè le coste siciliane che lo delimitano), ci sarebbero e anche efficaci.

Basterebbe che, con un minimo di volontà politica l’Italia decidesse di rispettare quegli impegni già presi quando, nel 1976, sottoscrisse la Convenzione di Barcellona, contribuendo poi a costituire, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, l’UNEP-MAP, un organismo di cui fanno parte 21 Stati che si bagnano nel Mediterraneo più l’Unione Europea, e che ha, proprio come sua finalità principale, la protezione del Mediterraneo da ogni forma di inquinamento.

L’UNEP-MAP nel Giugno di quest’anno ad Istambul ha indicato lo Stretto di Sicilia come area marina mediterranea che necessita di una speciale tutela ambientale (Specially Protected Area, SPA, così è definita), per una molteplicità di motivi che non sto ora a specificare, ma facilmente comprensibili. (Vedi la mappa qui unita).

Sembrerebbe fatta... ltro che area marina protetta, altro che parco nazionale dell’isola di Pantelleria... È l’ONU stessa che tramite il suo programma di tutela ambientale UNEP (United Nations Environment Program) segnala agli Stati membri firmatari dell’UNEP-MAP (Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Cipro, Egitto, la Comunità Europea, Francia, Grecia, Israele, Italia, Libano, Libia, Malta, Monaco, Montenegro, Marocco, Slovenia, Spagna, Siria, Tunisia, Turchia ed Unione Europea), cosa si deve fare per lo Stretto di Sicilia, un braccio di mare di importanza fondamentale per il benessere di tutto il Mediterraneo.

Ma tre di quegli Stati (Italia, Tunisia e Malta), proprio quelli lambiti dalle acque dello Stretto, tre Stati che avrebbero tutto l’interesse a difendere questo mare a vantaggio delle loro economie che non si basano certo sull’industria, cosa fanno invece?

Lasciano passare sotto silenzio quelle indicazioni di tutela che, per gli impegni presi come stati Membri del MAP (Movement Plan Action), dovrebbero contribuire essi stessi ad attuare, e si impegnano a lottizzare il 90% delle loro acque territoriali in concessioni di ricerca e sfruttamento petrolifero.

E questo per quanto riguarda il nostro Paese non è ancora tutto.

In una suddivisione di compiti diversi tra gli Stati membri dell’organismo, l’UNEP MAP aveva affidato all’Italia il funzionamento di una struttura, l’INFO/RAC, deputata a curare l’informazione relativa alle varie iniziative assunte dal MAP. Questa struttura, finanziata non poco e in massima parte dalle Nazioni Unite, fino allo scorso anno aveva sede a Palermo presso la Regione Sicilia.

Quest’anno è stata spostata a Roma, a quanto pare presso l’ISPRA , ma non ne sono certo. E non posso esserne sicuro in quanto il sito web dell’INFO/RAC in lingua italiana, ancora on line fino a un paio di settimane fa (sebbene non aggiornato da almeno due anni), è improvvisamente scomparso dalla rete.

Attualmente sul Web si trova soltanto il sito ufficiale dell’UNEP-MAP, la cui sede è ad Atene. E su di esso puoi consultare tutti i documenti ufficiali, i verbali, i protocolli, le iniziative, le news, etc., dell’organizzazione, disponibili però unicamente in inglese, francese ed arabo!

Si può facilmente immaginare che bella figura abbiamo fatto e stiamo facendo, come italiani, di fronte all’UNEP-MAP e non solo ! Siamo davvero il paese di Pulcinella e non ci smentiamo mai…

Per questa ragione, essendo certo che, se c’è una speranza di arrivare ad una protezione dello Stretto di Sicilia, essa può essere riposta solo nell’UNEP-MAP, nell’attesa che la situazione dell’INFO/RAC (dovunque abbia o avrà la sua nuova sede in Italia) si normalizzi e il suo sito web di informazione ritorni on line (speriamo con una migliore efficienza), mi sono preso la briga di riportare in un apposito spazio sul mio sito personale, debitamente e liberamente tradotti in italiano, i documenti istitutivi e informativi più importanti dell’UNEP-MAP, in modo che chiunque voglia, possa prenderne visione e capire di cosa stiamo parlando. .

Il link alla pagina introduttiva dell’UNEP-MAP è questo. E da essa si possono raggiungere le altre pagine web dove sono riportati in italiano i vari documenti dell’UNEP-MAP che possono aiutarci a comprenderne meglio funzioni e finalità.

http://www.blogsicilia.it/blog/lo-strumento-per-la-difesa-dello-stretto-di-sicilia-ce-e-lunep-map/12603/

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Commenti su FB
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Post di Roberto Giacalone del 28/10/10
Il problema come si gira e rigira è sempre lo stesso... La fonte del problema rimane celata dietro al disimpegno politico in fovore di questo e di quello... Intanto il mare soffre, ed è ormai prossimo al collasso, l'intero ecosistema in tutto il bacino del Mediterraneo, non solo alcune zone come alcuni pensano... Un ecosistema creatosi in millenni di continua evoluzione e che in pochissimo tempo stiamo distruggendo...
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Post di Peppe D'Aietti del 28/10/10
Grazie Guido... come sempre, i tuoi interventi sono colti ed efficaci! Speriamo bene, ma ho l'impressione che solo il passaggio all'idrogeno ci possa salvare! A presto!
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Post di Luca Siragusa del 28/10/10
Grazie... per la segnalazione, ma soprattutto per l'articolo!


Da una mia "NOTA" su FB del 24/10/10

I limiti delle acque territoriali intorno alle Pelagie

di Guido Picchetti

Come mettere d'accordo queste due mappe, in particolare intorno a Linosa e tra Malta e Italia? Qualcosa non quadra...Eppure si tratta di due documenti ufficiali.

Il primo grafico, che evidenzia la situazione delle concessioni petrolifere intorno a Malta, è ricavato dal sito della "MEDOIL GAS" una delle compagnie petrolifere titolari di concessioni in acque maltesi

Il secondo grafico mostra invece la delimitazione delle acque territoriali di Tunisia e Italia in base all'accordo firmato a Tunisi il 20 Agosto 1971 e ratificato dalla legge n° 347 del 3 Giugno 1978.

Delimitazione delle acque territoriali di Tunisia e Italia in base all'accordo firmato a Tunisi il 20 Agosto 1971, e ratificato dalla legge n° 347 del 3 Giugno 1978.

http://www.facebook.com/notes.php?id=1063270409&notes_tab=app_2347471856#!/note.php?note_id=169700966375060

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Post di Roberto Giacalone su " Si Al Parco Nazionale delle EGADI - NO alle piattaforme petrolifere" del 26/10/10
Caro Guido, fai bene ad evidenziare la situazione territoriale, il Mediterraneo non è così vasto... Oltretutto è quasi chiuso con poco riciclo, bisognerebbe cercare di sensibilizzare tutti i paesi bagnati da queste acque e anche quelli oltre certi confini che, attraverso i fiumi, scaricano veleni, metalli pesasanti, ecc. ...


Da "BLOG SICILIA" del 27/10/10

Dal Financial Times del 22 ottobre

La “Edison” accusata di inquinamento del Mediterraneo

di Eleonora De Sabata e Guy Dinmore
(traduzione di Guido Picchetti)

La “Edison“, una società energetica italo-francese, è stata accusata in tribunale di avere inquinato gravemente il fondale Mediterraneo con l’eliminazione dei residui di olio da perforazione durante le operazioni estrattive in uno dei suoi campi petroliferi offshore più grandi d’Italia.

È stato il Ministero dell’Ambiente italiano a chiamare in causa l’Edison, accusandola, in violazione delle convenzioni internazionali in materia di inquinamento marino, dello scarico di oltre 300.000 tonnellate di olio, di fanghi e di acque di sentina, derivanti dalla produzione del giacimento “Vega” sistemato davanti alle coste della Sicilia meridionale.

I rifiuti sono stati iniettati a 2.500 metri sotto il fondo marino in un periodo di quasi 20 anni, in una quantità valutata a quasi 150.000 tonnellate della cosiddetta “acqua di produzione” (acqua estratta con sostanze oleose); e il procedimento adottato ha consentito alla società un risparmio di 67 milioni di euro (pari a 93 milioni di dollari), una somma che avrebbe potuto essere spesa nel trattamento dei rifiuti.

Il procuratore di stato incaricato del caso ha tenuto la sua udienza preliminare a Modica, in Sicilia, giovedì scorso. Gli avvocati di difesa della “Edison” dovranno rispondere l’11 Febbraio 2011, dopo di che il giudice deciderà se il caso sarà archiviato o se ci sono gli estremi per andare in giudizio.

La “Edison”, la seconda al mondo tra le società produttrici di energia più “apprezzate” secondo la classifica dalla rivista “Fortune” di quest’anno, in una sua dichiarazione afferma di non avere infranto alcun regolamento contro l’inquinamento marino. Un portavoce ufficiale della società, che ha chiesto di non essere nominato, ha detto che l’”acqua di produzione” era stata iniettata in un giacimento petrolifero sicuro e a tenuta “ermetica” con l’autorizzazione del ministero dell’Industria. L’azienda è la più grande compagnia italiana produttrice di petrolio offshore e la più antica società energetica in Europa. Il campo estrattivo “Vega” è posseduto per il 60% da Edison e per il 40% da Eni, il gruppo di produzione energetica controllato dallo Stato italiano.

La Edison ha sottolineato il record del “Vega” in fatto di incidenti, mai verificatisi, precisando inoltre che da quando ha avuto inizio nel 1987 la piena attività produttiva non ci sia stata mai alcuna dispersione di sostanze petrolifere nell’ambiente. Il Ministero dell’Ambiente italiano dal canto suo dichiara sul suo sito web di non aver rilasciato alcun permesso alla Edison che consentisse alla società di smaltire i propri rifiuti, tra cui l’”acqua di produzione”, sotto il fondale.

Gli esperti del Ministero hanno anche dichiarato al “Financial Times” che il giacimento non era adatto a contenere un tale smaltimento, specialmente dopo che grandi quantità di acido erano state in esso riversate al fine di sciogliere le rocce e ingrandirlo. Essi prevedono che i rifiuti alla lunga potranno fuoriuscire nell’ambiente e fanno notare che le acque di sentina separate non possono mai e in alcuna circostanza essere di nuovo iniettate in un giacimento. E affermano che quando furono chiesti chiarimenti in merito allo scarico dei rifiuti, la "Edison" disse di non avere commenti da fare al riguardo.

Le operazioni sul campo “Vega” furono interrotte nel 2007 in seguito a delle ispezioni della Guardia Costiera, che avevano rilevato come la nave della Edison addetta allo stoccaggio del petrolio estratto fosse ampiamente corrosa e non soddisfacesse gli standard di settore. La produzione riprese poi lo scorso dicembre, dopo che una nuova nave di stoccaggio, la “Leonis”, fu costruita e, gestita da un consorzio locale, venne ormeggiata nei pressi del sito.

Negli ultimi 20 anni il campo Vega, che si trova 12 miglia al largo della punta meridionale della Sicilia in 120 metri d’acqua, ha prodotto 55 milioni di barili di olio pesante e si prevede possa ancora produrne 12 milioni di barili nel prossimo decennio.

http://www.blogsicilia.it/blog/la-edison-accusata-di-inquinamento-del-mediterraneo/12506/

L'articolo originale in lingua inglese pubblicato sul "FINANCIAL TIMES" del 22/101/10
Stesso articolo anche su "FINANCE UK" (in inglese) del 22/10/10


Da "BLOG SICILIA" del 27/10/10

Lo sostiene il vicepresidente della commissione nazionale antimafia

Granata: “La Regione vieti le trivellazioni petrolifere”

di BlogSicilia

26 ottobre 2010 - “La paventata ripresa delle trivellazioni petrolifere in Provincia di Ragusa, dopo la recente sentenza del Tribunale Amministrativo che ha visto soccombere il ricorrente Comune di Vittoria, riporta d’estrema attualità l’applicazione immediata del nuovo piano paesistico nell’area iblea”.

Lo sostiene l’on. Fabio Granata, V.Presidente della Commissione Nazionale Antimafia.

“Solo una rigida coerenza con le previsioni dello strumento di pianificazione territoriale potrà garantire che non si perpetri un ulteriore, grave scempio ai danni del territorio ragusano e dell’intero sudest”.

“Accanto alla chiamata a responsabilità di quanti sono istituzionalmente tenuti a rispettare le previsioni di piano, è necessario che la Regione intervenga al più presto per normare la materia delle ricerche petrolifere nel territorio siciliano, annullando l’obbrobrio amministrativo provocato dalle determinazioni dell’allora assessore Noè, e trasformando finalmente in legge, come avevo tentato di fare da Assessore Regionale ai Beni Culturali, il divieto assoluto di perforazione sul territorio siciliano”.

“Ritardi - ha continuato Granata - , omissioni, proteste strumentali, saranno solo condizioni di correità rispetto al gravissimo delitto che, nell’indifferenza generale, si sta perpetrando ai danni della Sicilia, della sua identità e del suo patrimonio naturalistico”.

“La battaglia di Sindaci coraggiosi, come Nicosia a Vittoria, va appoggiata e tutelata, mentre vanno additate come rigurgiti di basso populismo gli atteggiamenti di chi, come l’on. Riccardo Minardo, da un lato si esprime contro le trivellazioni ed inonda in tal senso di comunicati le redazioni, e poi si vanta di aver accompagnato dal Presidente Lombardo i dipendenti delle società concessionarie delle estrazioni che temono di perdere il lavoro in caso di blocco o revoca delle concessioni”.

“Nessuno in questa battaglia venga a proporre logiche di territorialità o di esclusività nell’analisi del problema, poiché la Provincia di Ragusa ed il sudest, patrimonio Unesco, sono beni che appartengono a tutta l’umanità e come tali vanno tutelati da tutti e senza tentennamenti o equivoci”.

“Per tale ragione la mia attenzione, anche nella qualità di vice Presidente della commissione Antimafia, sarà massima e si trasformerà nell’appoggio concreto ed assoluto a quanti, amministratori ed istituzioni, ma anche associazioni ed espressioni della società civile, avranno il coraggio e la determinazione per ribellarsi alle logiche imperanti del profitto anche a danno della salvaguardia del territorio”.

http://ragusa.blogsicilia.it/granata-la-regione-vieti-le-trivellazioni-petrolifere/12222/

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Commento di Guido Picchetti del 27/10/10 a margine dell'articolo
Lo Stretto di Sicilia, almeno in parte, appartiene alla Sicilia ? Se si, diamoci da fare…


Da "BLOG SICILIA" del 26/10/10

Malta e la moratoria sulle trivellazioni
nello Stretto di Sicilia

di Guido Picchetti

26 ottobre 2010 - Per avere un’idea di come si è andato sviluppando il dibattito a Malta riguardo le concessioni petrolifere off-shore è bene dare una scorsa agli ultimi articoli in tema usciti sul “Times of Malta“, il quotidiano dell’isola in lingua inglese che ha anche una sua edizione on line.

Il 3 Ottobre u.s. è stato pubblicato su quel giornale un articolo a firma di Ivan Camilleri intitolato “Malta indecisa sulla moratoria“.

Ci si riferiva alla risoluzione che, a seguito dell’appello del Commissario dell’Energia Gunter Oettinger, il parlamento Europeo avrebbe dovuto votare nei giorni seguenti, e che, se approvata, avrebbe impegnato tutti gli Stati membri a rinviare eventuali piani di perforazione offshore, in modo che l’UE potesse valutare la situazione all’indomani della catastrofe della “Horizon” nel Golfo del Messico.

Ancora prima della votazione prevista la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha votato a favore della risoluzione, ma senza che nessun rappresentante di Malta fosse presente.

In quella occasione un portavoce del Ministero delle Risorse, responsabile della politica di esplorazione petrolifera di Malta, ha rifiutato di indicare la posizione del suo governo sulla possibile moratoria, pur affermando che “Malta è a favore di una revisione della normativa esistente in materia, che consenta attività di perforazioni off-shore in condizioni estreme.”

Ed ha aggiunto che tali revisioni dovrebbero prendere in considerazione l’esito delle indagini in corso sull’incidente della BP al largo deli Stati Uniti, e quindi valutare le situazioni caso per caso.

Secondo l’articolista, la verità è che, sebbene Malta non disponga di una vera e propria industria del petrolio, una moratoria in questa fase potrebbe disturbare i piani operativi delle due società cui sono state rilasciate concessioni per trivellazioni petrolifere in acque maltesi a sud dell’isola, rispettivamente alla “Heritage Oil” nel Dicembre 2007 e alla “Malta Oil Plc Lmt” nel Luglio 2008.

Finora queste due società hanno solo eseguite le attività di esplorazione nei settori assegnati, anche se entrambe hanno già dichiarato pubblicamente che intendono avviare al più presto le trivellazioni per lo sfruttamento.

In pratica anche la piccola Malta, se da un lato (ed è proprio il caso di dirlo) sulle sue coste a nord si sta impegnando nell’istituzione di Aree Marine Protette, quale il Santuario Marino di Cirkewwa, dall’altro lato, nelle acque a sud dell’isola è costretta a tenere un atteggiamento diverso sotto la pressione degli interessi economici legati alla produzione di petrolio.

Dieci giorni dopo, giorno 14 Ottobre u.s. a votazione del Parlamento Europeo avvenuta, sullo stesso “Times of Malta” esce un articolo a firma di Christian Peregin intitolato “Bruxelles abbassa i toni sulla moratoria”.

In esso si evidenzia come e perché la moratoria richiesta per le trivellazioni in Mediterraneo dal Parlamento Europeo sia divenuta un “optional”, e ogni decisione in merito condivisa da tutti gli Stati Membri dell’UE sia stata rinviata alla prossima primavera, quando dei nuovi regolamenti in grado di rendere sicure le attività di trivellazioni off-shore in Europa dovrebbero essere emanati.

Riporto dal testo ufficiale del comunicato: “The European Commission has proposed an “optional” moratorium on future oil and gas explorations until next spring when it will issue regulations to ensure “state of the art” practices across Europe”. In altri termini: “Campa cavallo che l’erba cresce…”

Un’ultima considerazione riguarda il nostro Paese che, come Tunisia, Libia e Malta, hanno iniziative e interessi nel campo dell’industria petrolifera, condividendone non solo una delle aree marine mediterranee a maggior rischio ambientale, lo Stretto di Sicilia, ma anche i rischi che da un sempre possibile incidente potrebbero derivarne.

Ed è questa: grazie al “Times of Malta” abbiamo potuto conoscere la posizione del governo maltese nel dibattito svoltosi al Parlamento Europeo, ma, a quanto mi consta, poco o nulla si è saputo della posizione assunta sulla questione dai nostri rappresentanti a Bruxelles. Possibile che invece dalla nostra stampa dobbiamo sapere tutto di Montecarlo e di Antigua?

E, per finire, una domanda senza risposta: se davvero la moratoria richiesta è ora diventata per gli Stati Europei un “Optional” come dichiarato dalla UE, perché la Regione Sicilia non la fa sua nel pieno rispetto della propria autonomia ?

http://www.blogsicilia.it/blog/malta-e-la-moratoria-sulle-trivellazioni-nello-stretto-di-sicilia/12138/


Da "ASCA IT" del 25/10/10

AMBIENTE

 IDV, DA TRIVELLAZIONI IN SICILIA ENORME PERICOLO PER COSTE

(ASCA) - Roma, 25 ott - ''I meravigliosi litorali della costa agrigentina rischiano danni irreparabili dall'assalto delle trivelle in cerca di petrolio''. E' il commento indignato dell'On. Scilipoti (IDV), in riferimento alle numerose richieste di trivellazione da parte di società italiane e straniere, interessate all'ipotetica massa di petrolio contenuta dalla fascia meridionale e occidentale delle coste siciliane.

''Siamo fermamente contrari e pronti ad ogni battaglia per impedire lo scempio dei litorali di Licata, Palma di Montechiaro, Porto Empedocle, Siculiana, Sciacca, Lampedusa, Linosa e di ogni pezzo del territorio siciliano. Già 241 pozzi succhiano dalle arterie siciliane 600 mila tonnellate di greggio l'anno - continua il deputato di Italia dei Valori - e portano 300 milioni di euro nelle tasche delle ricche compagnie petrolifere: alla Sicilia va solo una manciata di spiccioli; in compenso, vedi le aree di Priolo, Milazzo, Gela, si arrecano enormi danni alla salute e al territorio dei siciliani''.

''Quando c'e' da saccheggiare la Sicilia, tutto va avanti rapidamente. Quando si debbono costruire autostrade, collegamenti ferroviari, aeroporti, creare posti di lavoro, mercato ai prodotti dell'agricoltura, sostegno all'economia, all'artigianato, al turismo, passano decenni senza nulla vedere''. Conclude Scilipoti: ''Ecco Agrigento, la provincia più povera d'Italia. Contro la logica del profitto, contro lo scempio delle coste, contro lo sfruttamento coloniale, contro l'inquinamento e il disastro ambientale del territorio e del mare della Sicilia, intervenga il Governo a tutelarla negando il rilascio di ulteriori autorizzazioni alle trivelle''.

http://www.asca.it/regioni-AMBIENTE__IDV__DA_TRIVELLAZIONI_IN_SICILIA_ENORME_PERICOLO_PER_COSTE-544527-sicilia-16.html25-10-2010


Da "BLOG SICILIA" del 25/10/10


Trivelle nello Stretto di Sicilia, ecco cosa accade a Malta

di Guido Picchetti

25 ottobre 2010 - Dopo aver presentato la situazione delle concessioni petrolifere in Tunisia nello Stretto di Sicilia, ecco, allegata all’articolo in inglese di “Energy-pedia.com” che qui segnaliamo, il grafico che mostra le due concessioni off-shore rilasciate nel 2007 dal governo di Malta alla “Heritage Oil“.

Su queste concessioni, terminate le prospezioni che hanno confermato la bontà dei giacimenti esistenti nella zona, la stessa società ha dichiarato nel Gennaio di quest’anno l’intenzione di iniziare le operazioni di sfruttamento entro la fine del 2010.

Le aree interessate distano una settantina di km 70 Km dal porto de La Valletta, molto meno dei 600 km di distanza dalle coste italiane delle trivellazioni offshore previste dalla Libia, che pur tanto scalpore nei mesi scorsi avevano suscitato nel nostro Paese. Come spiegarlo?

Ma quel che è peggio è che il grafico lascia intravvedere come anche intorno a Malta le trivelle non scherzano affatto… Povero Stretto di Sicilia…

http://www.blogsicilia.it/blog/trivelle-nello-stretto-di-sicilia-ecco-cosa-accade-a-malta/11753/


Da "IL CORRIERE DELLA SERA IT" del 24/10/10

 IL REPORTAGE

Sull'isola (d'acciaio) che non ha paura del petrolio
Sulla piattaforma Vega-A, nel canale di Sicilia, tra orgoglio e frustrazione

di Paolo Ligammari

VEGA-A (Canale di Sicilia) - «Mai è stata versata una sola goccia di petrolio in mare, in oltre vent’anni di attività». Sulla piattaforma Vega-A, che sorge al largo di Pozzallo, nel Canale di Sicilia, l’hanno presa male. Il rinvio a giudizio dei responsabili della struttura di Edison, accusati dalla Procura di Modica di aver sversato in mare rifiuti pericolosi («con modalità illecite e nocive per l’ecosistema, ma che avrebbero consentito risparmi per decine di milioni di euro»), è considerato disonorante. Eppure non perdono la serenità: «La Procura parla di sversamenti in mare - osservano dalla società di Foro Buonaparte – quando invece si tratta di reiniezione di acque di strato all’interno del giacimento». In pratica, per un certo periodo, dai pozzi insieme al petrolio è venuta fuori acqua, reintrodotta nel giacimento dai tecnici della compagnia per ripristinare la pressione interna e favorire l’uscita del greggio. «Si tratta di una pratica comune nell’industria petrolifera. Che non crea problemi all’ambiente», spiega Sten Stromberg, capo di Edison in Sicilia, un ingegnere svedese di 46 anni, nel gruppo dal 2001. Il problema è che il materiale di risulta, una volta estratta da una cava o da un pozzo petrolifero, che sia terra o l’acqua di un giacimento, diventa un «rifiuto»: va cioè smaltita secondo norme precise e non può essere reintrodotta nell’ambiente se non seguendo specifiche procedure o in base a autorizzazioni amministrative. «Proprio quelle che all’epoca dei fatti mancavano», osserva Stromberg.

FRUSTAZIONE E AMBIZIONE – Fare il petroliere, dunque, conviene. Ma non è sempre facile. Basti pensare che Vega-A ha ripreso a produrre petrolio da meno di un anno, dopo uno stop di 24 mesi. Nessun problema a bordo della piattaforma, maestosa nell’azzurro del Canale, con i suoi 50 metri di altezza (fuori dalle onde, e altri 120 sotto il livello del mare): è stato necessario sostituire la nave-cisterna, in gergo Fso (Floating storage oil), che serve a immagazzinare il greggio pompato dal giacimento e a rifornire le piccole petroliere che fanno la spola con le raffinerie (soprattutto il petrolchimico di Gela). La vecchia “Vega-oil” non era equipaggiata con il doppio scafo e, pur non essendo dotata di motore, per la Capitaneria di porto non rispettava più le norme di sicurezza (altra inchiesta della Procura). Così Edison ha provveduto a equipaggiarne una nuova e a sostituirla: oggi, agganciata alla moderna boa a 2,5 miglia dal grattacielo di tubi gialli, container e gru, c’è la “Leonis”. «Come dimostrano questi episodi i controlli non mancano, anzi – spiega Stromberg – E sono bene accetti da noi tutti. È soprattutto nostro interesse fare in modo che tutti fili per il verso giusto, senza incidenti, incertezze e rischi». Però, dopo l’incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che ha provocato un disastro ecologico del quale si sta ancora cercando di delineare i contorni, controlli e iter per autorizzazioni si sono fatti ancora più complessi e farraginosi. Addirittura “troppo”, per il responsabile di Edison in Trinacria: «Ho lavorato quasi ovunque, dal Mare del Nord al Delta del Niger - rileva l'ingegnere - e posso assicurarvi che i controlli e i metodi delle autorità italiane sono in assoluto i migliori. Ma le attività di ricerca e di esplorazione, con il nuovo regime, sono diventati praticamente impossibili. Ci sono vincoli fisici, ovvero una certa distanza da oasi ambientali o coste, e altri di tipo amministrativo. Per dirne una, Adriatico e Ionio con le nuove norme sono praticamente off-limits. E anche gran parte del mare attorno alla Sicilia».

MORATORIA E TRIVELLE - E va ancora bene che non sia ancora stata approvata una moratoria totale in Europa, dove si contano un migliaio di piattaforme tra Atlantico e Mare del Nord e un centinaio all’interno delle colonne d’Ercole. Il commissario Ue per l’Energia, Gunther Oettinger, pretende lo stop finché le regole dei differenti Paesi in materia non siano armonizzate. Al tempo stesso, in America il presidente Obama, ha deciso di riaprire la danza delle trivelle con un paio di mesi di anticipo sul previsto dopo lo stop dovuto al caso Bp. Insomma, l’incertezza domina sovrana. «E le cause del disastro non sono ancora state chiarite».

MOTO PERPETUO - Ma allora non sarebbe meglio fermare tutto e rivedersi tra un po’, quando ci sarà qualche certezza in più? «Noi siamo convinti di lavorare al meglio, in totale sicurezza – incalza l’ingegnere – Non siamo dei criminali né dei folli che amano il pericolo». Sulla piattaforma, in effetti, l’attività è continua: i parametri “vitali” continuamente monitorati e squadre di operai e tecnici specializzati sono perennemente al lavoro: «Vega è una macchina complessa che non si ferma mai – Spiega Salvatore Torneo, a bordo dal primo giorno e oggi capo piattaforma – È un po’ come la fabbrica del Duomo di Milano: c’è sempre qualcuno al lavoro, per la manutenzione ordinaria e straordinaria dei vari apparati e delle strutture portanti». Lavoro continuo, dalla cima della torcia (a 50 metri d'altezza sul livello del mare) che brucia il gas estratto col greggio, fino ai grandi artigli del jacket, il trespolo che fissa la megastruttura sul fondale. E però di perforare e trivellare per ora non se parla. Conviene accontentarsi del vecchio giacimento, che produce a un ritmo di 1,2 milioni di barili all’anno e ne avrà ancora per una decina di anni. «Peccato – dice Stromberg – perché in Sicilia ci sono ancora buone occasioni off-shore da sfruttare, dal mare al largo delle Egadi fino a quello tra Pantelleria e Libia». O anche qui vicino, al campo Vega-B, a poche miglia dalla piattaforma, e raggiungibile, con le moderne tecnologie, anche da trivellazioni orizzontali, senza spostare nemmeno di un millimetro la cattedrale nel mare di Pozzallo. Insomma, non sarà come diceva Enrico Mattei, che amava ripetere che la «Sicilia galleggiava sul petrolio», ma questi mari caldi e pescosi nascondono forzieri pieni di oro (nero). Che resteranno sigillati, ancora per un po’.

   

I due video che corredano il servizio de "IL CORRIERE DELLA SERA"

http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_24/piattaforma-vega-liga_bfee2eec-dfb6-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml

Stesso servizio su "RADIORMT IT" del 25/10/10

Articolo sullo stesso argomento, ma di tono diverso, su "ECOBLOG IT" del 26/10710

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Commento di Guido Picchetti su FB del 25/10/10 a margine dell'articolo
Un bell'articolo... niente da dire, che riporta giustamente la voce di chi lavora materialmente sulle piattaforme... Ma ciò che ci deve preoccupare, tutti indistintamente, è il numero e la dislocazione delle piattaforme al di qua delle "Colonne d'Ercole", in verità ben superiore al numero indicato nel servizio; e, soprattutto, la loro dislocazione in zone di importanza vitale per la sopravvivenza stessa del Mediterraneo... Le possibilità di incidenti dipendono direttamente dal numero degli impianti, come le conseguenze ambientali ed economiche dipendono dalla loro dislocazione... Ed è quest'ultimo fattore che occorre tenere maggiormente presente ...

Altri post a seguire su FB
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Post di Eleonora de Sabata

il Corriere non accenna minimamente all'accusa più grave: Edison ha sotterrato 340.000 tonnellate di "morchia" della petroliera sotto il mare. Cosa che è vietata dalla convenzione di Londra. Ma questo i PR non lo dicono! Leggi il mio pezzo sul Financial Times di venerdì, riportato qui:
http://www.ft.com/cms/s/0/26245108-dde3-11df-8354-00144feabdc0.html
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Post di Guido Picchetti

Grazie Eleonora... Darò sicuramente una letta al tuo pezzo appena avrò messo in rete le novità di stamane che non sono nè poche, nè prive di interesse.. Ma perchè, mi viene da dire, non mi dai una mano anche tu, segnalandomi e postando le notizie che in tema ti sembrano più utili alla causa?
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Post di Eleonora de Sabata

Hai ragione, m'è passato di mente!
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Post di Guido Picchetti

E aggiungo, avendo appena aperto il tuo link, che sarebbe bene postare le note, se non in dialetto..., almeno in italiano... Altrimenti la battaglia la facciamo fuori casa e siamo sconfitti in partenza... Dal canto mio, proprio per questa r...agione, sto traducendo e mettendo in rete tutti i documenti dell'UNEP-MAP, dopo che l'INFO/RAC italiano che dovrebbe curare la diffusione nel nostro Paese delle decisioni del MAP, dopo due anni di inattività, adesso ha chiuso addirittura il suo sito web. E dell'UNEP-MAP l'Italia è membro effettivo... e dovrebbe rispettarne le indicazioni..
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Post di Eleonora de Sabata

Si, Guido, hai ragione, ma il tempo è quello che è...


Da "AGRIGENTO WEB" del 22/10/10

Anche il comune di Lampedusa dice no
alle trivellazioni nelle Pelagie


“L’amministrazione comunale di Lampedusa e Linosa è vicina a coloro che hanno organizzato e preso parte al No Trivella Day, tra questi Legambiente e diverse associazioni locali, per dire no alle ricerche di idrocarburi nei mari delle Pelagie”. E’ quanto afferma il sindaco Bernardino De Rubeis, sottolineando come già nei mesi passati, il Comune aveva espresso grande perplessità su tutte le trivellazioni che venivano effettuate nel Mediterraneo. Preoccupazione per le conseguenze sul difficilissimo e fragile ecosistema. “Condividiamo le ragioni della protesta e non permetteremo che i nostri mari, che rappresentano la nostra migliore risorsa in termini turistici e commerciali, vengano messi a rischio. Ci opporremo a qualunque forma di trivellazione che avvenga a una distanza inferiore a 300 chilometri dalle nostre coste”.

http://www.agrigentoweb.it/anche-il-comune-di-lampedusa-dice-no-alle-trivellazioni-nelle-pelagie_60640/


Da "BLOG SICILIA" del 22/10/10

"No Trivella Day" promosso da Lega Ambiente

Lampedusa per lo Stretto di Sicilia

di Guido Picchetti

22 ottobre 2010 - Si è svolta ieri a Lampedusa la manifestazione del “No Trivella Day” promossa dalla sezione locale di Lega Ambiente, con la collaborazione di numerose associazioni. “Giovani Lampedusa, “Askavusa“, “Alternativa Giovani“, “Cittadinanza Attiva“, “Libera Espressione“, e “Diving Center Pelagos“.

Questi i vari gruppi partecipanti, che hanno inteso con il loro appoggio all’iniziativa dare un segnale forte che servisse a sensibilizzare e stimolare la partecipazione di tutta la popolazione isolana alla difesa del loro territorio e dell’economia locale, entrambi gravemente minacciati dalle prospezioni petrolifere già autorizzate nel Febbraio del 2009 intorno alle isole Pelagie, a poche miglia di distanza dai confini dell’Area Marina Protetta già istituita...

La manifestazione è stata ripresa dalle telecamere della Rai di Linea Blu, che dovrebbe andare in onda nella puntata di domani sabato 30 ottobre a partire dalle 14.30.

Anche le telecamere dell’associazione locale “Libera Espressione” hanno registrato un video della manifestazione con alcune interviste agli organizzatori, video già pubblicato da “Lampedusa On Line” su “You Tube” dove può esser visionato collegandosi al link:
http://www.youtube.com/watch?v=bvrLFKbur4E

Un report sul “Lampedusa No Trivella Day” è stato infine appena pubblicato da “Green Report“, il notiziario di Lega Ambiente, intitolato “No Trivella Day a Lampedusa. Ma è a rischio petrolio anche il mare di Pantelleria“.

È un titolo significativo, da non sottovalutare. Che finalmente ci si stia rendendo conto che la minaccia non è solo per una zona o per l’altra, ma che è tutto lo Stretto di Sicilia ad essere a rischio, dalla costa tunisina ad ovest alle coste siciliane ad est, e dal banco Skerki a nord fin sotto il Golfo di Hammamet a sud ? Per non parlare poi di Malta e delle sue isolette, che, pur nazione a parte, è bagnata dallo stesso mare, racchiudendo a sud-est lo Stretto di Sicilia...

Questo il link al report in questione: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=+07272

http://www.blogsicilia.it/blog/lampedusa-per-lo-stretto-di-sicilia/11363/


Da "GREEN REPORT" del 22/10/10

22 ottobre 2010 - Aree protette e biodiversità

No trivella day a Lampedusa. Ma è a rischio petrolio
anche il mare di Pantelleria

LAMPEDUSA (Agrigento). «Ce l'abbiamo fatta! Il primo "No trivella day" delle Pelagie è andato bene!». E' soddisfatta Legambiente Lampedusa che insieme ai Giovani Lampedusa, Askavusa, Alternativa Giovani, Cittadinanza attiva, e Libera Espressione e il Diving center PelagosLibera Espressione e diving center Pelagos ha organizzato la protesta contro la pretesa della Puma petroleum, la filiale della piccola multinazionale australiana Key Petroleum di trivellare 2 pozzi petroliferi offshore a sud delle Pelagie.

«E' servito come segnale forte per iniziare la mobilitazione di tutti i cittadini! Siamo stati tutti bravissimi, bellissimi e colorati», dice Giusi Nicolini di Legambiente che è indaffaratissima a seguire le troupe di Linea Blu che sta facendo riprese nella Riserva naturale e nell'isola per un servizio che dovrebbe andare in onda il 30 ottobre.

Ma intanto Giusi trova il tempo di scrivere per "Greenreport" cosa vorrebbe fare la Key/Puma Petroleum al largo di Lampedusa, 2000 ettari circa e delle isole Pelagie, un arcipelago che avrebbe un regime vincolistico che sembrerebbe inattaccabile dalle trivelle australiane: Area Marina Protetta istituita nel 2002 dal ministero dell'ambiente; Riserva Naturale Terrestre regionale istituita nel 1996; Sito di Importanza Comunitaria (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS), istituite ai sensi delle direttiva comunitaria per la protezione di specie ed habitat minacciate di estinzione e della Direttiva Uccelli.

«Eppure - spiega l'esponente del Cigno Verde - ci sono 2 Progetti di ricerca finalizzati all'escavazione di pozzi petroliferi nelle Isole Pelagie approvati dal ministero dello sviluppo economico. Il ministero dell'Ambiente sinora ha rilasciato nel febbraio 2009 soltanto le autorizzazioni ad effettuare le ricerche, mentre ha stabilito che l'escavazione dei pozzi deve essere sottoposta a procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. L'estensione delle 2 aree di intervento: una 70.000 e l'altra 71.000, per un totale di oltre 140.000 ettari. I pozzi dovrebbero essere scavati a 2.800 m di profondità! Localizzazione delle aree di intervento: Tutto il fronte sud verso l'Africa e l'area compresa tra Lampedusa e Lampione».

Ma non ci sono solo le isole Pelagie, in Sicilia sono oltre 20 le autorizzazioni rilasciate e tutte le isole minori sono coinvolte. Giusi Nicolini spiega che «A seguito delle proteste scatenate in tutta Italia dalle associazioni ambientaliste, dai Comitati No Triv, dalle popolazioni interessate, il ministro Prestigiacomo ha emesso un decreto entrato in vigore ad agosto 2010, che stabilisce il divieto per le trivelle entro 12 miglia dal perimetro esterno delle aree costiere protette. Però, tale divieto non si estende ai progetti già autorizzati prima, come quelli delle Pelagie, Pantelleria, ecc. e 12 miglia non offrirebbero comunque un margine serio di sicurezza se si pensa al disastro ambientale successo nel Messico. La giunta regionale siciliana del Governo Lombardo, su proposta dell'Assessore al Territorio e Ambiente ha espresso la propria contrarietà ai progetti di trivellazione che interessano le coste e le isole minori della Sicilia. Da ultimo, è stata presentata una mozione al Parlamento Europeo per chiedere la sospensione delle trivellazioni in corso e di quelle che stanno per iniziare».

Intanto l'ultimo rapporto di un'altra compagnia australiana che ha preso di mira il mare tra la Sicilia e l'Africa, l'ADX Energy Limited, riporta le prime stime sulle potenziali risorse dei due campi petroliferi di Lambouka e Dougga su cui ha effettuato nei mesi scorsi le trivellazioni esplorative nello Stretto di Sicilia, appena fuori delle acque territoriali italiane. I risultati sembrano buoni per l'ADX che infatti prevede partire dal 2011, di unire le risorse dei due campi in un 'unica ulteriore operazione di esplorazione e di successivo sfruttamento.

All''ADX Energy Limited sono state rilasciate concessioni esplorative in Tunisia, da Capo Bon fino al limite delle acque territoriali tunisine, e in Italia, a nord e ad ovest di Pantelleria. All'interno queste aree sono stati individuati due giacimenti petroliferi nei campi di ricerca Lambouka e Dougga che si estendono per molte miglia in acque territoriali italiane in direzione sud-est, arrivando fino a 7 miglia circa dall'isola di Pantelleria.

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=+07272

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Commenti su FB
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Post di Guido Picchetti del 21/10/10
Meno male... Pare che si stia andando nella giusta direzione... E ci stiamo cominciando a rendere conto che il problema è comune, e non solo di una zona o di un'altra... E' tutto lo Stretto di Sicilia che è a rischio, dalla costa tunisina ad ovest alle coste siciliane ad est, e dal banco Skerki a nord fin sotto il Golfo di Hammamet a sud...


Da "YOU TUBE" del 22/10/10


Il video di "Lampedusa No Trivella Day"

21 ottobre 2010 - Le telecamere di LIBERAESPRESSIONE al "NO TRIVELLA DAY" a Lampedusa, Piazza Castello, dalle ore 11. In gioco c'è il futuro dell'arcipelago delle Pelagie, che, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, è uno straordinario serbatoio di biodiversità ed è al centro delle rotte migratorie per balene, delfini, tartarughe.

Promotore dell'iniziativa: Legambiente, sezione di Lampedusa. Con la collaborazione di: Libera Espressione - Giovani Lampedusa - Associazione Pescatori di Lampedusa - Arci Askavusa - Cittadinanza Attiva - Alternativa Giovani

lampedusaonline
http://www.youtube.com/watch?v=bvrLFKbur4E
Stesso video con articolo su "CANICATTI WEB" del 22/10/10


Dalla Bacheca su FB di "NO TRIVELLA DAY LAMPEDUSA" del 21/10/10

La mappa di Legambiente che mostra i siti di estrazione
di petrolio in Italia (Luglio 2010)

postata da Luca Siragusa il 21/10/10


http://www.facebook.com/event.php?eid=134440416607634

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Post di Guido Picchetti del 21/10/10

Da questa mappa di Lega Ambiente sembra proprio che Pantelleria e le Pelagie non facciano parte dell'Italia... Che tristezza...
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Post di Toni Pusateri del 21/10/10

Penso che l'Unità d'Italia non si sia mai concretizzata... Che tristezza...


Da "BLOG SICILIA" del 21/10/10

In difesa dello Stretto di Sicilia

A Lampedusa il “No Trivella Day”

di Guido Picchetti

21 ottobre 2010 - Finalmente anche Lampedusa e le Pelagie hanno deciso di impegnarsi in questa battaglia comune in difesa dello Stretto di Sicilia. In mare non ci sono confini e gli interessi sono comuni.

Auguri a tutti noi, abitanti delle isole (Pelagie, Egadi e Pantelleria) e delle coste dello Stretto (anche di quelle tunisine oltre che siciliane), sebbene le speranze di successo sono in questo momento davvero basse.

Forse solo l’impegno dell’UNEP-MAP, sotto l’egida delle Nazioni Unite, e di cui fa parte l’Unione Europea e i cui dettami 21 Paesi Mediterranei (tra cui l’Italia e la stessa Unione Europea) si sono impegnati a rispettare, potrà portare a qualche risultato utile.

La manifestazione è indetta da Legambiente, Associazione dei Pescatori di Lampedusa e associazioni giovanili locali e sarà trasmessa durante il programma Linea Blu (Rai1), nel servizio dedicato all’isola di Lampedusa.

L’appuntamento è per le ore 11,00 in Piazza Castello, a Lampedusa.

http://www.blogsicilia.it/blog/a-lampedusa-il-no-trivella-day/11018/

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Precisazione su FB di "Giovani Lampedusa e su "BLOG SICILIA"  del 21/10/10
21/10/10 - "NO TRIVELLA DAY" a Lampedusa, Piazza Castello, dalle ore 11. In gioco c’è il futuro dell’arcipelago delle Pelagie, che, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, è uno straordinario serbatoio di biodiversità ed è al centro delle rotte migratorie per balene, delfini, tartarughe.
Promotore dell'iniziativa: Legambiente, sezione di Lampedusa
Con la collaborazione di: Giovani Lampedusa - Associazione Pescatori di Lampedusa - Arci Askavusa - Cittadinanza Attiva - Alternativa Giovani - Libera Espressione

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Commenti sulla Bacheca di "Giovani Lampedusa"
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Post di Sabrina Pistillo
Sono lontana.. ma tanto vicina a chi vuole preservare queste isole splendide!!
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Post di Véronique Touchot Schoenhentz-Kzink
Je suis a plusieurs heures d'avion mais de tout coeur avec ceux qui font tout leur possible pour proteger cette ile magique...
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Post di Claudio Piola
La British Petroleum, da parte sua, ha confermato la volontà di effettuare delle trivellazioni del primo di cinque pozzi esplorativi, ma che ancora non c’è nessuna data specifica per la partenza dei lavori. Un portavoce della BP ha minimizzato la questione della moratoria spiegando, sempre al Financial Times, che "nessuno l’ha suggerita" e che "non c’è nessuna autorità per il Mediterraneo" sottolineando di fatto, ha osservato FT, la mancanza di un meccanismo istituzionale di coordinamento delle politiche del Mediterraneo... Il ministro degli Esteri Franco Frattini, ha ricordato il quotidiano britannico, ha suggerito che la questione venga deferita all’Unione per il Mediterraneo, ma l’organismo "ha sempre avuto un parto difficile bloccato dalle rivalità tra paesi europei e dalle tensioni tra Israele e i vicini paesi arabi".
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Post di Guido Picchetti
Ripeto quanto ho già detto a Luca ringraziandolo per l''invito alla manifestazione odierna del "No Trivella Day" a Lampedusa.
Bravo Luca... Sono lieto che finalmente anche Lampedusa si impegni in questa battaglia comune in difesa dello Stretto di Sicilia... In mare non ci sono confini e gli interessi sono comuni... Auguri a tutti noi, sebbene le speranze di successo sono in questo momento davvero basse ... Forse solo l'impegno dell'UNEP-MAP, sotto l'egida delle Nazioni Unite, e di cui fa parte l'Unione Europea, e i cui dettami 21 Paesi Mediterranei (tra cui l'Italia e la stessa Unione Europea) si sono impegnati a rispettare, potrà portare a qualche risultato utile... Auguri per l'iniziativa...

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Post di Franca Santaterra
Come se mi trovassi lì con voi, speriamo in una ampia partecipazione. Bisogna trovare altre forme più incisive per contare e salvare le nostre isole. Es. un buon trafiletto su punta sottile e spedirlo al nostro presidente della Repubblica, con foto della partecipazione, oppure registrare la puntata, se è incentrata su questo problema, ed anche questa farla pervenire alle autorità, (ai nostri politici dx, sx e centro), di modo che non possano dire che non sapevano nulla, e chiedendo di prendere posizione in merito, magari abbinando gli ultimi eventi disastrosi nel mondo. Ciao Mimmo.
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Post di Guido Picchetti
Rispondo a Claudio Piola. Non è esatto quanto affermato dal Financial Times circa la mancanza di un meccanismo istituzionale di coordinamento delle politiche del Mediterraneo... Quest'organismo c'è ed è l' UNEP-MAP, cui ho fatto cenno nel post precedente. E' un organismo riconosciuto dalle Nazioni Unite sotto la cui egida opera, emanazione diretta della "Convenzione di Barcellona" per la protezione del Mar Mediterraneo dall'inquinamento, firmata nel 1975 dall'Unione Europea e da altre 16 Paesi costieri mediterranei.
Oggi, a trent'anni di distanza, i Paesi membri di quest'organismo sono diventati 23, Unione Europea compresa, tutti impegnati, in qualità di membri firmatari, alla protezione del Mediterraneo attraverso una serie di protocolli specifici. Ed è proprio l'UNEP-MAP che ha individuato nel Giugno scorso le aree più a rischio del Mediterraneo richiedendone la tutela ai Paesi interessati. E di tali aree due comprendo proprio tutto lo Stretto di Sicilia:
Lo strumento c'è, quindi... E, possiamo ben dirlo, è l'unico in cui oggi possiamo sperare. Ciò che manca invece è la volontà e la capacità politica da parte di alcuni Paesi membri, l'Italia tra questi, di rispettare gli impegni presi, sotto la pressione certamente di forti interessi, ma approfittando soprattutto dell'ignoranza che su questi temi spesso regna sovrana...
Il sito web ufficiale dell'UNEP-MAP d'altronde è in tre lingue (francese, inglese ed arabo), e questo certamente non facilita la diffusione delle informazioni sull'attività di questo organismo, che, tra l'altro, ha la sua sede ad Atene. Ed è stata proprio questa la ragione per cui nei giorni scorsi ho deciso di riportare, in apposito spazio dedicato sul mio sito personale (ancora in via di completamento, i documenti più importanti e interessanti pubblicati dall'UNEP-MAP tradotti nella nostra lingua. Questo l'url cui può collegarsi chiunque ha interesse a conoscerli: http://www.guidopicchetti.it/Il%20CPPM%20di%20Pnt/News%202010/111010_UNEP_Map.htm.


Da "GIOVANI LAMPEDUSA IT" del 20/10/10

No Trivella Day a Lampedusa

Comunicato Lega Ambiente

Giorno 21 Ottobre a Lampedusa, Piazza Castello, dalle ore 11 ci sarà la manifestazione "No Trivella Day". La manifestazione è indetta da Legambiente, Associazione dei Pescatori di Lampedusa e Associazioni Giovanili locali.

Nelle Isole Pelagie sono stati rilasciati n. 2 permessi per ricerche petrolifere alla Società Puma Petroleum. Il Ministero dell’Ambiente ha stabilito che le trivellazioni dei pozzi dovranno essere sottoposte a procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, ma per le ricerche preliminari è stato dato il via libera già nel febbraio del 2009.

L’estensione complessiva delle aree di ricerca è di oltre 140.000 ettari e riguarda tutto il fronte meridionale dell’arcipelago e il tratto di mare compreso tra Lampedusa e Lampione. La profondità prevista di escavazione sarà superiore ai 2.800 m. Le Pelagie sono situate in una zona di mare di importanza vitale per tutto il bacino del Mediterraneo e un eventuale incidente potrebbe avere effetti dannosi inimmaginabili e irreparabili.

Nessuna garanzia sull’osservanza delle più restrittive norme sulla sicurezza, nessuna assicurazione sul rispetto delle disposizioni in materia di controlli preventivi, nessuna promessa di trasparenza e correttezza nello svolgimento delle operazioni in mare, ci farà desistere dall’opporci senza se e senza ma alle trivellazioni nel nostro mare. Il dramma causato dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico è solo l’ultimo di una lunga serie di disastri avvenuti negli anni in varie parti del pianeta che dimostrano in modo inoppugnabile che non esistono procedure che rendano sicure le attività estrattive.

A seguito delle proteste scatenate in tutta Italia dalle associazioni ambientaliste, dai Comitati NO TRIV, dalle popolazioni interessate (in Sicilia sono oltre 20 le autorizzazioni rilasciate e tutte le isole minori sono coinvolte), il Ministro Prestigiacomo ha emesso un decreto entrato in vigore ad agosto 2010, che stabilisce il divieto per le trivelle entro 12 miglia dal perimetro esterno delle aree costiere protette. Ma è importante precisare che tale divieto non si estende ai progetti già autorizzati prima, come quelli delle Pelagie, Pantelleria, ecc. e che 12 miglia non offrirebbero comunque un margine serio di sicurezza se si pensa al disastro ambientale successo nel Messico.

In gioco c’è il futuro dell’arcipelago delle Pelagie, che per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, è uno straordinario serbatoio di biodiversità ed è al centro delle rotte migratorie per balene, delfini, tartarughe. Il destino di queste isole non può essere condizionato o compromesso da scelte miopi e ciniche, che guardano ancora al petrolio come unica fonte energetica.

http://www.giovanilampedusa.it/blog/267-no-trivella-day-a-lampedusa-comunicato-legambiente.html

Post di Guido Picchetti del 21/10/10
Bravo Luca... Sono lieto che finalmente anche Lampedusa si impegni in questa battaglia comune in difesa dello Stretto di Sicilia... In mare non ci sono confini e gli interessi sono comuni... Auguri a tutti noi, sebbene le speranze di successo sono in questo momento davvero basse ... Forse solo l'impegno dell 'UNEP-MAP, sotto l'egida delle Nazioni Unite, e di cui fa parte l'Unione Europea, e di cui dettami 21 Paesi Mediterranei (tra cui l'Italia e la stessa Unione Europea) si sono impegnati a rispettare, potrà portare a qualche risultato utile... Auguri per l'iniziativa...
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Post di Carmelo Nicoloso del 21/10/10

Caro Guido, ho inviato tramite email a D. Bianchi, il nostro ultimo comunicato di Pro Natura, giacche' si trova a Lampedusa per girare una puntata di Lineablu, l'ho invitato a parlare della questione, speriamo che questo amico possa essere contattato e confermare le nostre preoccupazioni e il nostro travagliato iter per concretizzare la tutela del Canale di Sicilia
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Post di Guido Picchetti del 21/10/10

Se posso esprimere un ultimo augurio è che occorre ancora che su questo problema si svegli anche Malta, altro membro firmatario dell'UNEPMAP, al pari di Italia, Tunisia, Unione Europea e altri 18 Paesi del Mediterraneo... Possibile che su quell'isola non ci sia nessuno che si preoccupi di quel che può accadere al "loro" mare e alle loro coste ?


Da "BLOG SICILIA" del 18/10/10

Il convegno si terrà a Taormina

La Sicilia verso una nuova politica di gestione delle coste

di Guido Picchetti

18 ottobre 2010 - “Verso una nuova politica di gestione delle coste”: questo il titolo del convegno promosso dalla Presidenza della Regione Siciliana, che il Palazzo dei Congressi di Taormina ospiterà venerdi e sabato prossimi, e che vedrà raccolti intorno un tavolo tutti i soggetti che, con vari gradi di responsabilità ed interesse, avranno un ruolo concreto nella costruzione del nuovo sistema gestionale dei territori costieri siciliani.

A presentare il nuovo Piano Coste della Regione Sicilia saranno il Presidente On. Raffaele Lombardo e il Prof. Giovanni Randazzo dell’Università degli Studi di Palermo, suo consulente in materia.

Il programma dei lavori prevede lo svolgimento di tre seminari su “Turismo e Cultura”, “Porti e Infrastrutture” e “Erosione e Ambiente”, con la partecipazione di numerosi esperti.

Si tratta di tre temi fondamentali per una corretta gestione degli ambienti costieri dell’isola, la cui responsabilità è stata in gran parte affidata dalla riforma costituzionale del 2001 agli istituti regionali con compiti politici, legislativi e amministrativi concernenti le aree marine e costiere, per la loro difesa e tutela soprattutto a fini turistico e ricreativi.

Nella mattinata di sabato concluderà i lavori una Tavola Rotonda sul tema “Le nuove prospettive per la valorizzazione delle coste”.

Ad introdurla l’On. Giuseppe Maria Reina, sottosegretario di Stato del Ministero Infrastrutture e Trasporti. Tra i relatori, il Prof. Sebastiano Missineo, assessore regionale ai BB.CC., l’Avv. Pier Carmelo Russo, assessore alle Infrastrutture e Mobilità della Regione Sicilia, il Dott. Gianmaria Sparma, assessore regionale all’Ambiente e Territorio, il Prof. Daniele Tranchida, assessore regionale al Turismo, nonché l’Avv. Francesco Attagulle, responsabile per la Regione Sicilia dei rapporti con l’Unione Europea.

Una presenza, quest’ultima, che lascia sperare che il convegno di Taormina possa essere l’occasione giusta per sollecitare il governo italiano a ratificare l’ “ICMZ”, ossia quel protocollo denominato “Integrated Coastal Zone Management”, già sottoscritto dall’Unione Europea e da altri quattro Paesi membri (Slovenia, Francia, Albania e Spagna), ma cui occorre ancora una firma perchè entri in funzione e diventi vincolante per tutti i Paesi aderenti alla Convenzione di Barcellona che si affacciano sul Mediterraneo. Cosa aspetta l’Italia ? Vorremmo fatti, non parole… 

Il programma del Convegno.

http://www.blogsicilia.it/blog/la-sicilia-verso-una-nuova-politica-di-gestione-delle-coste/10213/


Da "BLOG SICILIA" del 17/10/10

E poi si dice che L'Italia non ha risorse energetiche ...

di Guido Picchetti

Da un articolo dell'americano Gene Kliewer, pubblicato il 1 Aprile 2010 nella rubrica "Geosciences" del sito "offshore" della Pennwell, riporto in estratto la parte del testo che riguarda la sacca petrolifera "Sambuca", sulla quale, pur restando nello specchio d'acqua di competenza tunisina, ha operato a 13 miglia da Pantelleria nei mesi scorsi la piattaforma "Lambouka-1.

Il giacimento "Sambuca" è chiaramente indicato nella mappa a lato, che evidenzia come esso si estenda principalmente in acque italiane fino a poche miglia da Pantelleria. Ma ciò che maggiormente deve preoccupare chiunque abbia a cuore l'integrità dello Stretto di Sicilia, è quanto viene riferito nell'articolo in questione a proposito delle potenzialità di quel giacimento, peraltro confermate dalle recenti trivellazioni esplorative, laddove si precisa che il "Sambuca" costituisce uno dei più vasti giacimenti ancora vergini esistenti nel Mediterraneo.

A scanso di ogni equivoco, riporto il testo originale in inglese:

(omissis)
Tunisia: AuDAX Resources Ltd. has contracted PGS to acquire 670 sq km (259 sq mi) of 3D seismic data using Geostreamer technology in the Kerkouane permit offshore Tunisia. Work expected to start in mid-March. Previous exploration in the Pantelleria and Kerkouane permits shows several prospects and leads, says AuDAX, the most prospective being the Sambuca prospect extending east into the adjacent Pantelleria permit across the Italian-Tunisian maritime border. This structure appears to be one of the largest undrilled structures in the Mediterranean Sea.
(omissis)

approfondimento:
http://www.offshore-mag.com/index/article-display/6297380130/articles/offshore/volume-70/Issue-4/departments/geosciences/GEOSCIENCES.html 

http://www.blogsicilia.it/blog/e-poi-si-dice-che-litalia-non-ha-risorse-energetiche/10124/

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ost di Maria Ghelia del 18/10/10
E se trivelleranno, magari senza "se", ci toglieranno letteralmente la terra da sotto i piedi dell'isola!


Da "ECQUO" del 14/10/10 (16/10/10 sul sito)

La Commissione europea si sveglia:
“Norme più severe per le trivellazioni in mare aperto”

Norme più severe e più controlli perchè le compagnie petrolifere possano ottenere l’autorizzazione per nuove trivellazioni offshore, ma nessuna richiesta di moratoria come invece si vociferava a Bruxelles dopo il disastro ambientale provocato nel Golfo del Messico dall’esplosione della piattaforma petrolifera della British Petroleum. È il contenuto della comunicazione della Commissione europea presentata oggi dal commissario Ue all’energia Guenther Oettinger.

A prevalere, secondo quanto riportato da fonti vicine al dossier, sarebbe stato il 'no' imposto dalla Gran Bretagna, paese della Bp. A opporsi e chiedere di eliminare il termine 'moratoria' dal documento di Bruxelles sarebbe stata infatti la vicepresidente della Commissione Ue e Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, la britannica Catherine Ashton.

Nel testo di Bruxelles, infatti, non compare una sola volta la parola 'moratoria', mentre si invita solo gli stati membri ad adottare un “approccio rigoroso di cautela nella concessione di nuove autorizzazioni” e di “esaminare se è necessaria la possibilità di sospensione delle autorizzazioni per le nuove trivellazioni” sino a quando non sarà fatta chiarezza sulle condizioni di sicurezza degli impianti offshore.

“Sono realista, la nostra proposta riguarda le nuove piattaforme e quelle non ancora in funzione, in quanto penso che bloccare impianti già attivi può essere più difficoltoso e renderci per altro più dipendenti dalle importazioni di petrolio”, ha ammesso Oettinger, che negli scorsi mesi si era invece mostrato favorevole a uno stop alle trivellazioni in mare aperto dopo il disastro del Golfo del Messico.

La nuove norme richieste da Bruxelles, che saranno trasformate in proposte legislative a inizio 2011, prevedono quindi che le compagnie che vogliono effettuare trivellazioni rispettino rigidi requisiti di sicurezza fissati dall’Ue, abbiano un piano d’emergenza e i mezzi finanziari per risarcire gli eventuali danni ambientali. Inoltre i controlli di sicurezza effettuati dalle autorità nazionali dovranno sottostare a loro volta a una supervisione europea. Altro obiettivo di Bruxelles è quello di fare adottare la futura legislazione europea anche ai paesi terzi vicini, in particolare nel Mediterraneo e Mare del Nord. Sono infatti circa 900 le piattaforme petrolifere nell’Ue, di cui 486 in Gran Bretagna, 181 in Olanda, 123 in Italia e 61 in Danimarca.

http://magazine.quotidiano.net/ecquo/ecquo/2010/10/14/la-commissione-europea-si-sveglia-norme-piu-severe-per-le-trivellazioni-in-mare-aperto/

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Post di Roberto Giacalone del 20/10
Non è mai troppo tardi... ma quasi quasi lo sarà...


Da "BLOG SICILIA" dell'8/10/10 (il 16/10/10 sul sito)

Catania, conferenza stampa dell'On. Fiorenza
sulle trivellazioni petrolifere

8 ottobre 2010 - Si è svolta oggi, alla sede catanese dell’Assemblea Regionale Siciliana, la conferenza stampa indetta dall’on. Dino Fiorenza, V. Presidente della Commissione antimafia e Presidente del Gruppo misto, al fine di illustrare la propria Interpellanza in tema di trivellazioni petrolifere al largo delle coste siciliane.

Con tale iniziativa, l’on. Fiorenza chiede al governo Regionale di intervenire in sede di Consiglio dei Ministri, ai sensi dell’art. 21 dello Statuto della Regione Siciliana, al fine di tutelare ed evitare che possano verificarsi disastri ecologici, simili a quelli accaduti nel golfo del Messico, lungo le coste del mar Mediterraneo.

In particolare, alle 6 piattaforme già attive, l’on. Fiorenza sottolinea come il Governo Nazionale ha concesso ben 20 permessi di ricerca a varie società offshore (tra cui una società con appena 10.000,00 euro di capitale sociale) lungo le coste meridionali della regione dalle Egadi a Pozzallo e al largo dell’isola di Lampedusa.

“Tutto il mondo è a caccia di petrolio nel canale di Sicilia in barba alle più elementari misure di sicurezza, quali interessi si voglio agevolare con tali interessi? È interessante notare che potrebbero nascondersi dei legami tra le società destinatarie di tali permessi e personaggi influenti che si affacciano nel mercato finanziario italiano ed europeo. La Libia ad esempio, fino a poco tempo fa era fuori da questo sistema, in soli due anni, ha acquistato quote sociali pari al 7% di UNICREDIT (che ha assorbito il BDS) e il 7,5% della Juventus FC, e che oggi guarda con interesse a società quali Telecom Italia, Finmeccanica ed Eni (e di qualche settimana fa la notizia che il governo di Tripoli ha concesso alla Eni un concessione per l’utilizzo delle risorse energetiche per un periodo pari a 25 anni.)”

L’on. Fiorenza conclude che tale situazione rappresenta un rilevante pericolo per l’ecosistema dell’Isola, dato dal fatto che il mar Mediterraneo rappresenta un bacino marino chiuso, con un ricambio lentissimo di acque e con un rilevante traffico interno riguardo al trasporto marittimo e commerciale.

http://www.blogsicilia.it/comunicati/catania-conferenza-stampa-sulle-trivellazioni-petrolifere/8221/#comment-4321
Notizia simile su "
IL CORRIERE DEL SUD" dell'8/10/10

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Post di Guido Picchetti  e anche su "BLOG SICILIA" del 15/10/10

Mi viene spontaneo un commento in merito alla conferenza stampa dell'On. Dino Fiorenza dell'8/10 a Catania. Consiste in due domande che mi sarebbe piaciuto rivolgergli. La prima riguarda gli interessi nascosti che si celerebbero dietro all'intesa attività di ricerca petrolifera nelle acque dello Stretto di Sicilia, ed è questa.
Va bene guardare in alto alla Libia, tirando in ballo Unicredit, Juventus, Telecom, Finmeccanica ed Eni... Ma, più terra terra, perchè non cercare di capire anche come sia potuto avvenire il rilascio delle concessioni petrolifere ad ADX e alla Northern Petroleum intorno a Pantelleria, pur in presenza del procedimento istitutivo di un'Area Marina Protetta prevista addirittura dalla 394 del 1991 ? E chi (tra Regione, Provincia e Comune) sapeva di queste concessioni richieste nel 2004 e ha non ha mosso ciglio, lasciando, o facendo in modo, che fossero autorizzare da chi di competenza, senza neppure che venisse attuato il procedimento per la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) previsto per legge ?
Seconda domanda: perchè ci si preoccupa tanto delle trivelle off-shore della Libia previste ad oltre 600 km di distanza dall'Italia, e si evita invece di parlare della ben più grave situazione che c'è attualmente a poche bracciate da casa nostra, nelle acque territoriali tunisine dello Stretto di Sicilia, dove tutto lo specchio di mare che va da Capo Bon al limite delle acque territoriali italiane (a sole 13 miglia da Pantelleria), estendendosi poi a sud fino alle coste del Golfo di Hammamet, è totalmente interessato da concessioni di ricerca e di sfruttamento petrolifero, con minacce ben più gravi per le coste italiane prima, e per l'intero bacino del Mediterraneo poi, in caso di malaugurati incidenti ?

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P
ost di Maria Ghelia del 16/10/10
Grazie Guido! Ottime domande.
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Post di Roberto Giacalone del 20/10/10
Guido, i tuoi punti di domanda su cui ti interroghi credo che... chi più e chi meno, tutti ce li poniamo; ovviamente una delle risposte su tutte è: chissà quali interessi economici ci sono dietro... !!!


Da "BLOG SICILIA" del 15/10/10

Stretto di Sicilia, i 5 temi centrali della proposta dell’UE

di Guido Picchetti

15 ottobre 2010 - Da Bruxelles arriva la notizia che la Commissione europea, per la prima volta, prevede di adottare delle «Norme approfondite relative alle piattaforme petrolifere in materia di prevenzione, capacità di reazione e responsabilità finanziaria. Tali norme potrebbero essere riunite in un unico testo legislativo».

È certamente una buona notizia, che viene presentata sul sito di Green Report corredata da una mappa (qui allegata) che illustra in modo sommario, ma sufficientemente chiaro, la situazione attuale delle trivellazioni petrolifere nei mari che contornano gli stati dell’Unione Europea.

Dalla mappa risulta evidente che tra le aree dove più si addensano attualmente le trivellazioni c’è nel Mediterraneo lo Stretto di Sicilia, dove l’isola di Pantelleria e le Pelagie appaiono contornate da una significativa corona di punti rossi, che indubbiamente non lascia sperare in nulla di buono.

Siamo tra l’altro in una zona di mare (l’abbiamo detto più volte...) di importanza vitale per tutto il bacino del Mediterraneo, e un eventuale incidente (sempre possibile... ormai lo sappiamo), potrebbe avere effetti dannosi inimmaginabili...

La proposta della Commissione Europea prevede 5 temi centrali che qui a seguire riportiamo, non senza però prima evidenziare il punto conclusivo, a mio giudizio di maggiore importanza, che afferma come una firma ancora mancante da parte dell’ Italia possa risultare determinante per dare efficacia attuativa al protocollo relativo alla convenzione di Barcellona per garantire la sicurezza delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo... Ma cosa aspetta il governo ad apporre questa firma ?

Ecco in cinque punti cosa prevede la proposta della commissione della U.E.:

1. Permessi: anche se gli Stati membri continueranno a concedere permessi per le trivellazioni, dovranno tuttavia applicare i criteri fondamentali dell’Unione. Le compagnie petrolifere devono avere un piano di emergenza e dimostrare di disporre delle risorse finanziarie per far fronte ai danni ambientali provocati in caso di incidenti.

2. Controlli: le piattaforme petrolifere sono controllate dalle autorità nazionali. Le attività di supervisione svolte dalle autorità nazionali dovranno essere valutate da esperti indipendenti: si tratta di un obbligo totalmente nuovo.

3. Norme relative ai dispositivi di sicurezza: le norme tecniche garantiranno che vengano utilizzati soltanto dispositivi di controllo conformi alle più rigide norme in materia di sicurezza. Attualmente, la normativa UE in materia di sicurezza dei prodotti non si applica alle unità mobili di trivellazione offshore.

4. Danni: le compagnie petrolifere dovranno porre rimedio ai danni provocati alle specie marine protette e all’habitat naturale fino ad un massimo di 200 miglia marine dalla costa. Attualmente, la direttiva UE sulla responsabilità ambientale non copre i pesci in quanto beni commerciali, ma in quanto specie protette che vivono nella zona entro le 12 miglia marine, nonché la qualità dell’acqua della suddetta zona. L’Agenzia europea per la sicurezza marittima (AESM), attualmente impegnata nella lotta all’inquinamento provocato dalle navi, darà il proprio contributo anche per limitare i danni causati dalle piattaforme petrolifere.

5. Impegno internazionale: la Commissione si adopererà per l’attuazione delle convenzioni internazionali in vigore e le nuove iniziative comuni. Attualmente, il protocollo relativo alla convenzione di Barcellona per garantire la sicurezza delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo non è ancora in vigore, poiché manca una firma. Se l’Italia procederà alla ratifica del protocollo, come annunciato, le suddette norme entreranno in vigore.

http://www.blogsicilia.it/blog/stretto-di-sicilia-i-5-temi-centrali-della-proposta-dellue/


Da "IL RIFORMISTA IT" del 9/10/10 - (il 15/10/10 sul sito)

Ue: «Petrolio? Stop alle trivellazioni nei nostri mari»

Esclusiva. Il Riformista è in possesso del documento - firmato dal commissario all’Energia Gunter Oettinger - con cui mercoledì si proporrà agli Stati membri di sospendere la costruzione di nuovi impianti offshore in Europa: «Dopo l’incidente di Deepwater Horizon bisogna riscrivere le regole».

di Lorenzo Robustelli

Bruxelles. Sospendere la costruzione di nuovi impianti petroliferi offshore in Europa fino a quando non saranno state completamente chiarite le cause del disastro della Deepwater Horizon e non si sarà definito un nuovo sistema di sicurezza contro gli incidenti. Lo chiederà la prossima settimana la Commissione europea agli Stati membri, in una comunicazione sul tema della sicurezza delle trivellazioni petrolifere in alto mare.

La proposta è stata definita dal commissario all’Energia Gunter Oettinger, in un denso documento di quattordici pagine del quale il Riformista è in possesso. Il concetto di base per garantire la sicurezza di questi impianti è che l’industria ne è la prima responsabile e deve garantire, provando di avere i mezzi finanziari adeguati, di aver adottato le massime misure di protezione possibili. Accanto a questo, e perché il sistema possa funzionare, spiega il commissario, è necessario che la legislazione europea sia uniforme, e non frastagliata come è oggi.

Attualmente nelle acque europee del mar Mediterraneo, che essendo un bacino sostanzialmente chiuso e relativamente piccolo crea molte preoccupazioni, sono in funzione oltre 100 impianti offshore, e altri sono in corso di progettazione attorno a Malta e Cipro. Nell’Atlantico del Nord-est ce ne sono oltre mille. Le trivellazioni di petrolio e gas in zone “facili” oramai sono un ricordo del passato, afferma la Commissione, e sempre più si lavora in condizioni estreme, in luoghi difficili, con rischi che aumentano, e, se pure «non possono essere totalmente eliminati, la massima protezione per i cittadini e per l’ambiente deve essere garantita». La Commissione ammette che attualmente la legislazione comunitaria «non copre molti aspetti rilevanti», mentre quelle degli Stati sono spesso molto diverse, anche dal punto di vista degli strumenti legislativi e tecnici per garantire la sicurezza.

La proposta è di mettersi al lavoro da subito, e la Commissione promette già per il 2010 la presentazione di uno studio sulla attuale capacità di risposta ai disastri e definisce la strada da seguire: modificare le procedure di autorizzazione, aumentare i controlli delle pubbliche autorità, eliminare le differenze nelle legislazioni vigenti, rafforzare la capacità comunitaria di rispondere a disastri (potenziando la Protezione civile europea) e promuovere la cooperazione internazionale.

Secondo Oettinger la sicurezza dei cittadini e la protezione dell’ambiente «non possono essere affidate all’autoregolazione delle industrie. Bisogna varare un quadro normativo che assicuri che le compagnie rispettino regole chiare, forti e ambiziose, con un alto livello di trasparenza». Le misure di sicurezza, chiede il commissario, devono essere rese pubbliche, nel rispetto dei segreti industriali, e dovranno essere garantite «da adeguati mezzi finanziari». La nuova legislazione legislazione, che la Commissione si impegna a definire prima dell’estate del 2011, «dovrà prevedere chiaramente le responsabilità per la ripulitura e l’assunzione della responsabilità per ogni danno causato, scoraggiando gli operatori dal sottostimare i rischi o prendere scorciatoie sulla sicurezza».
Le industrie però devono agire in fretta, «ed entro il 2010 devono presentare piani di intervento individuali e una roadmap collettiva che dettagli i tempi, il tipo, il contenuto e le risorse necessarie per sviluppare i piani di sicurezza previsti, costituendo un consorzio che definisca gli strumenti per un intervento rapido in caso di incidenti».

Tutti gli interventi provvisori in attesa del nuovo quadro regolamentare (che la Commissione auspica possa poi avere una dimensione planetaria) , dice Oettinger, «devono essere immediati, proporzionati al rischio e coordinati a livello Ue. Dunque - e qui le industrie non saranno felici - chiediamo agli Stati membri di sospendere le autorizzazioni alla costruzione di nuovi impianti complessi fino a che le indagini tecniche sulle cause dell’incidente di Deepwater Horizon saranno completate e non sarà rivisto il sistema delle regole europee».

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/274571_ue_petrolio_stop_alle_trivellazioni_nei_nostri_mari_di_lorenzo_robustelli/

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Post di Guido Picchetti su FB del 15/10/10
L'articolo di Lorenzo Robustelli su "Il Riformista" è di qualche giorno fa, ma vale la pena rileggerlo alla luce di quanto pubblicato oggi su "Green Report" e ripreso nel post che precede... Ne "Il Riformista" si parlava di circa 100 trivelle in azione nel Mediterraneo, quando oggi veniamo a sapere che solo in Italia ce ne sono 123, e in Europa siamo superati solo da Gran Bretagna con le sue 486 piattaforme nel Mare del Nord, e dall'Olanda con 18. Per cui il conto è facile: tra gli stati europei per numero di piattaforme off-shore nel Mediterraneo siamo i primi in classifica ... Un ben triste primato... E il Governo ancora non si decide ad apporre quella famosa firma sul protocollo della convenzione di Barcellona che dovrebbe servire almeno a garantire la sicurezza delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo...


Da "GREEN REPORT IT" del 15/10/10

 In Italia 123 piattaforme petrolifere offshore:
terza nell'Unione europea

BRUXELLES. Per sostenere la necessità di una normativa europea sulle piattaforme petrolifere, la Commissione Ue ha reso noti i numeri delle attività di trivellazione petrolifera nei diversi Paesi dell'Unione europea ed è venuto fuori che dei circa 900 impianti offshore operativi nell'UE, 123 sono in Italia. Ci superano solo la Gran Bretagna con le sue 486 piattaforme nel Mare del Nord, e l'Olanda con 181. Seguono la Danimarca (61), poi si precipita sotto i 10 pozzi: 7 in Romania, 4 in Spagna, 3 in Polonia, 2 ciascuno per Germania, Irlanda, Grecia, 1 in Bulgaria.  Anche Cipro e Malta, e negli ultimi giorni la Francia, prevedono di intraprendere a breve attività di trivellazione.

Quindi il nostro Paese, che mette in guardia contro il rischio di trivellazioni petrolifere in acque profonde in Libia, è uno dei più petroliferi dell'Ue e solo forme di protezione a mare nell'Arcipelago Toscano o la scarsità dei giacimento alle Pelagie hanno impedito che la già preoccupante cartografia (nell'immagine) resa nota dall'Ue si punteggiasse ancora più di rosso.

Dei 12 Paesi dello Spazio economico europeo (See) che svolgono operazioni di trivellazione offshore, solo la Norvegia ha attività offshore in acque profonde fino a 1 300 metri, però diversi Paesi prevedono di farle: la Gran Bretagna ha pianificato prospezioni ad ovest delle Isole Shetland in acque profonde fino a 1 600 metri, altre sono previste vicino alle Isole Far Oer, ad una profondità di 1.100 metri. La Romania ha concesso un permesso di trivellazione nel Mar Nero, ad una profondità di 1.000 metri. Nelle acque del Mediterraneo, in Libia, sono già stati realizzati pozzi a 1 500 metri e oltre, ma sono previste trivellazioni anche in acque profonde oltre 2 000 metri. In Egitto, sono stati progettati pozzi in acque profonde fino a 2 700 metri.

«Poiché i sommozzatori possono operare soltanto fino ad un massimo di 200-250 metri - spiega una nota della Commissione europea - l'intervento in acque profonde in caso di incidente è già difficile. Ad una profondità di 1000 metri, la pressione è tale da rendere ardua anche un'operazione di salvataggio con controllo a distanza».

Eppure la stesa Ue che ha detto no alla moratoria sulle trivellazioni petrolifere offshore sottolinea che «Gli incidenti offshore non conoscono frontiere. Se dovesse verificarsi un'esplosione simile a quella nel Golfo del Messico, tale catastrofe comporterebbe gravi conseguenze in molti Stati membri. È nell'interesse di ogni cittadino che gli standard di sicurezza più rigidi attualmente in vigore in una società o in uno Stato membro diventino norme applicabili in tutta l'Unione europea. Tuttavia, benché le piattaforme petrolifere siano già soggette ad una serie di normative Ue, restano alcune lacune: se si verifica un incidente su una piattaforma petrolifera situata entro un massimo di 12 miglia marine dalla costa, la società petrolifera dovrà risarcire e porre rimedio ai danni provocati, ai sensi della direttiva Ue sulla responsabilità ambientale. Oltre 12 miglia, non esistono norme Ue in materia».

Recentemente il nostro governo ha autorizzato le trivellazioni petrolifere a 5 miglia della costa ed ha limitato il divieto di 12 miglia solo al largo delle Aree Marine Protette. La novità confermata ieri è che la Commissione europea, per la prima volta, prevede di adottare «Norme approfondite relative alle piattaforme petrolifere in materia di prevenzione, capacità di reazione e responsabilità finanziaria. Tali norme potrebbero essere riunite in un unico testo legislativo».

La proposta della commissione prevede 5 temi centrali:

  1. Permessi: anche se gli Stati membri continueranno a concedere permessi per le trivellazioni, dovranno tuttavia applicare i criteri fondamentali dell'Unione. Le compagnie petrolifere devono avere un piano di emergenza e dimostrare di disporre delle risorse finanziarie per far fronte ai danni ambientali provocati in caso di incidenti.

  2. Controlli: le piattaforme petrolifere sono controllate dalle autorità nazionali. Le attività di supervisione svolte dalle autorità nazionali dovranno essere valutate da esperti indipendenti: si tratta di un obbligo totalmente nuovo.

  3. Norme relative ai dispositivi di sicurezza: le norme tecniche garantiranno che vengano utilizzati soltanto dispositivi di controllo conformi alle più rigide norme in materia di sicurezza. Attualmente, la normativa UE in materia di sicurezza dei prodotti non si applica alle unità mobili di trivellazione offshore.

  4. Danni: le compagnie petrolifere dovranno porre rimedio ai danni provocati alle specie marine protette e all'habitat naturale fino ad un massimo di 200 miglia marine dalla costa. Attualmente, la direttiva UE sulla responsabilità ambientale non copre i pesci in quanto beni commerciali, ma in quanto specie protette che vivono nella zona entro le 12 miglia marine, nonché la qualità dell'acqua della suddetta zona. L'Agenzia europea per la sicurezza marittima (AESM), attualmente impegnata nella lotta all'inquinamento provocato dalle navi, darà il proprio contributo anche per limitare i danni.

  5. Impegno internazionale: la Commissione si adopererà per l'attuazione delle convenzioni internazionali in vigore e le nuove iniziative comuni. Attualmente, il protocollo relativo alla convenzione di Barcellona per garantire la sicurezza delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo non è ancora in vigore, poiché manca una firma. Se l'Italia procederà alla ratifica del protocollo, come annunciato, le suddette norme entreranno in vigore».

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=7141
Stessa notizia su "IL PANTECO" di Novembre 2010

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Commenti su FB del 15/10/10
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Post di Guido Picchetti del 15/10/10

Un buon articolo che illustra molto bene la situazione e le prospettive delle trivellazioni petrolifere nell'UE, anche alla luce delle preannunciate nuove normative europee, ma che, punto di maggiore importanza, evidenzia in conclusione come la firma dell'Italia ancora mancante possa essere determinate per ratificare e dare efficacia attuativa al protocollo relativo alla convenzione di Barcellona per garantire la sicurezza delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo... Cosa aspetta il governo ad apporre questa firma ?
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Post di Anna ʚϊɞ Rita del 15/10/10

Mah....
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Post di Maria Ghelia del 15/10/10

Disarmante e veramente inquietante, Guido. Non ci si salverà mai da questa condanna a morte?
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Post di Carmelo Nicoloso del 15/10/10

Ma e' chiaro Guido, il nostro governo ha difficoltà a firmare il protocollo, perchè in relazione ai contenuti sostanziali in materia di sicurezza, ha rilasciato concessioni a compagnie con un capitale sociale veramente ridicolo, non aggiungiamo del nostro Ministro per l'Ambiente che affonda le sue radici nel petrolio.


Da "MARSALA IT" del 14/10/10

E' stata la Tunisia ad autorizzare le trivellazioni
vicino Pantelleria

«La piattaforma petrolifera che ha operato sul sito denominato Lambouka-I era posizionata in una zona di mare ricadente nella piattaforma continentale tunisina, poco oltre il limite delle 13 miglia dall'isola di Pantelleria che segna il confine tra la piattaforma continentale italiana e quella del Paese nordafricano».

Lo ha riferito il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia rispondendo mercoledì scorso all'interrogazione parlamentare presentata il 16 settembre dal sen. Antonio d'Alì relativamente alle indagini petrolifere svolte dalla società Adx Energy al largo di Pantelleria e in seguito alle quali ad agosto si è creato un vasto movimento di opinione che ha portato alla giornata del «No trivella day».

«Il giacimento Lambouka-I - ha concluso Menia - è un blocco di 70 km quadrati contenente tre potenziali serbatoi di idrocarburi e uno dei giacimenti potrebbe estendersi fino a 6 o 7 miglia dalle coste pantesche. Circostanza per cui si dovrà tenere conto tanto dell'accordo italo-tunisino tanto della Convenzione di Barcellona sulla protezione del Mediterraneo dall'inquinamento marino del 1976».

Alla luce di quanto affermato dal sottosegretario all'Ambiente per il sen. D'Alì si rende necessaria una interlocuzione con il governo tunisino. «Visto - ha affermato d'Alì - che per quanto riguarda l'estensione dell'ambiente marino e del sottosuolo è possibile uno sconfinamento in acque italiane si ritiene che interloquendo con Tunisi e nelle sedi internazionali appropriate, anche euromediterranee, il governo italiano si debba spendere per un accordo generale volto ad evitare un'attività elusiva dei trattati così da vietare in via definitiva ulteriori attività di perforazione adiacenti le nostre acque".

D'Alì si riferisce a quanto stabilito dall'accordo italo-tunisino che prevede che le due Nazioni devono concertare un ulteriore accordo qualora i giacimenti di risorse naturali si estendano dalle due parti della linea di delimitazione della piattaforma continentale con la conseguenza che quelle individuate in un'area appartenente a uno Stato possono essere sfruttate dal lato della piattaforma continentale appartenente all'altro Stato». Il parlamentare trapanese, che è presidente della Commissione Ambiente, presenterà una interrogazione al ministro degli Esteri per chiedere che si raggiunga una intesa di moratoria tanto delle prospezioni quanto delle trivellazioni.

FIORENZA. "Chiediamo al governo Regionale di intervenire in sede di Consiglio dei Ministri, ai sensi dell'art. 21 dello Statuto della Regione Siciliana, al fine di tutelare ed evitare che possano verificarsi disastri ecologici, simili a quelli accaduti nel golfo del Messico, lungo le coste del mar Mediterraneo". Lo ha detto il parlamentare regionale Dino Fiorenza, Vice Presidente della Commissione antimafia e Presidente del Gruppo misto, al fine di illustrare la propria Interpellanza in tema di trivellazioni petrolifere al largo delle coste siciliane.

Per Fiorenza, ''tutto il mondo e' a caccia di petrolio nel canale di Sicilia in barba alle più elementari misure di sicurezza". "Tale situazione - conclude - rappresenta un rilevante pericolo per l'ecosistema dell'Isola, dato dal fatto che il mar Mediterraneo rappresenta un bacino marino chiuso, con un ricambio lentissimo di acque e con un rilevante traffico interno riguardo al trasporto marittimo e commerciale".

IACOLINO. Dopo l'approvazione in plenaria a Bruxelles della risoluzione sulla prospezione e l'estrazione di petrolio, l'On. Salvatore Iacolino ha espresso piena soddisfazione per il largo consenso ricevuto a un emendamento orale al testo, da lui proposto e sostenuto dal Partito Popolare Europeo, con il quale si pone attenzione alla specificità del Mediterraneo.

"Con questa risoluzione il Parlamento si é espresso a favore di maggiore protezione e garanzia per le future trivellazioni in tutti i mari - ha affermato l'eurodeputato siciliano - ma soprattutto di quelli come il Mediterraneo, per sua natura chiuso e con poco ricambio di acqua, la cui specificità deve essere tenuta in debito conto."

"È significativo il fatto che si siano volute richiamare la responsabilità e la capacità finanziaria degli operatori, per evitare che possa accadere nei nostri mari ciò che è accaduto nel Golfo del Messico. Protezione dell'ambiente non significa evidentemente negare il diritto all'iniziativa imprenditoriale ma occorre un approccio cautelativo e precauzionale – come suggerito dal Commissario Öttinger – nella cooperazione tra gli Stati membri e con i Paesi terzi per garantire la sicurezza delle attività nei nostri mari e il naturale equilibrio ambientale" ha concluso l'On. Iacolino.

http://a.marsala.it/cronaca/ambiente/18593-e-stata-la-tunisia-ad-autorizzare-le-trivellazioni-vicino-pantelleria.html

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Post di Guido Picchetti su FB del 14/10/10
Finalmente iniziamo a scoprire l'acqua calda... Ma perchè non si vuol dire nulla della lottizzazione totale per concessioni petrolifere e delle attività connesse che già ci sono nelle acque tunisine dello Stretto di Sicilia, davanti a Capo Bon e nel Golfo di Hammamet ? E' da qui che derivano i maggiori pericoli in caso... di incidenti per tutti, e per le isole italiane dello Stretto in particolare...


Da "MAZARA ON LINE" del 13/10/10

Dall’Unione Europea giunge la proposta di moratoria sulle trivellazioni
D’Alì: “Ora si avvii anche una forte azione diplomatica
con in paesi mediterranei extra UE”

di Fabio Pace

TRAPANI. «La proposta di moratoria delle trivellazioni off-shore, con particolare riferimento nel Mediterraneo, sollecitata dal responsabile dell’energia Günther Oettinger – ha commentato il senatore Antonio d’Alì appresa la notizia – risponde con sollecitudine alle nostre sollecitazioni avanzate, oltre che in sede di parlamento nazionale, anche nel corso dell’incontro dei presidenti delle commissioni ambiente dei parlamenti europei, svoltosi a Bruxelles il 4 ottobre».

«È chiaro che da oggi si debba avviare anche da parte dell’Unione Europea una forte attività diplomatica verso i paesi extra UE del Mediterraneo dai quali dipende che questa proposta abbia un seguito di concretezza e di efficacia. Negli ultimi giorni, abbiamo avuto conferma che le iniziative più recenti sono dovute, infatti, a licenze rilasciate dai governi tunisino e libico. È per questa ragione – conclude il presidente della Commissione Ambiente che nei prossimi giorni presenterà un atto ispettivo al Ministero degli Esteri – che solleciteremo la diplomazia italiana ad attivarsi anche autonomamente nell’ambito delle previsioni dei rispettivi trattati bilaterali perché Libia e Tunisia mettano in atto una immediata moratoria sulle trivellazioni ed in particolar modo quelle che più da vicino minacciano l’integrità dei nostri mari e delle nostre coste, come ad esempio quelle in prossimità dell’isola di Pantelleria».

http://www.mazaraonline.it/public_html/?p=16618&cpage=1


Da "DIRETTA NEWS" del 13/10/10


Mediterraneo, l’Italia a difesa dell’ecosistema marittimo

Rompendo gli indugi che avevano frenato negli ultimi tempi l’adozione di iniziative in campo marittimo, l’Italia ha finalmente imboccato con coraggio la via della protezione ecologica dei mari di propria giurisdizione. Il nostro paese si è infatti candidato ad assumere un ruolo guida, nel Mediterraneo, per la regolamentazione delle attività petrolifere offshore. A distanza di molti anni dalla stipula degli accordi sulla delimitazione della piattaforma
continentale con la ex Jugoslavia, l’Albania, la Grecia, la Tunisia e la Spagna, l’Italia torna, con la prossima istituzione di una Zona di Protezione Ecologica (Zpe), sulla scena marittima mediterranea assieme alla Francia, che condivide le stesse priorità ambientali.

L’Italia rompe gli indugi

Il comunicato sulla prossima istituzione della prima Zpe italiana emanato dopo il Consiglio dei Ministri dello scorso 7 ottobre fa cenno ad “uno schema di regolamento, sul quale sarà acquisito il parere del Consiglio di Stato, per istituire la Zona di protezione ecologica del Mediterraneo nord-occidentale, del Mar Ligure e del Mar Tirreno (Santuario dei cetacei)”

A breve avremo quindi nel Tirreno centrale, un’area in cui, sulla base della Legge n. 61 dell’8 febbraio 2006 concernente appunto l’istituzione di Zpe negli spazi extraterritoriali, l’Italia eserciterà giurisdizione in materia di conservazione dell’ambiente marino, compreso il patrimonio archeologico, in conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 e alla Convenzione di Parigi del 2001 sulla protezione del patrimonio culturale. Nella nuova zona si applicheranno, nei confronti delle navi di qualsiasi bandiera, le norme internazionali sulla prevenzione e repressione di tutti i tipi di inquinamento, nonché quelle sulla protezione dei mammiferi e della biodiversità, pesca esclusa. I controlli saranno affidati principalmente al Corpo delle Capitanerie di Porto ed alla Marina Militare che dispone già di Unità antinquinamento.

L’estensione di questa prima Zpe sarà probabilmente limitata ad un’area che si mantiene al di qua della ipotetica mediana con la Francia e la Spagna e che non si estende a sud della Sardegna e della Sicilia; non interferisce quindi con aree teoricamente spettanti ad Algeria, Tunisia e Malta. Vi sarà compresa la porzione italiana del “santuario dei Cetacei” istituito nel 1999 assieme a Francia e Monaco.

Il ruolo della Francia

Alla Francia deve essere riconosciuto un ruolo rilevante nella protezione dell’ambiente marino del Mediterraneo, per aver stipulato con l’Italia, nel 1997, quell’accordo sul santuario dei cetacei tra la Sardegna, la Corsica ed il Mar Ligure che è il più adeguato ad un habitat naturalistico davvero unico. Ed anche per aver istituito per prima nel 2004, nelle aree adiacenti lo stesso santuario, una sua Zpe. In quell’occasione la Francia chiese all’Italia di intavolare trattative per un’iniziativa parallela e concordata che portasse a definire il confine delle due zone.

Perplessità sull’opportunità di modificare la tradizionale politica in favore del mantenimento dello status quo delle zone di alto mare del Mediterraneo, hanno probabilmente impedito al nostro paese di accogliere con tempestività la proposta francese. E forse trattative per un confine concordato con la Francia sono state effettivamente avviate, arenandosi poi su qualche problema tutto sommato marginale, come l’effetto da assegnare ad una qualche isola dell’Arcipelago toscano. Sta di fatto che l’Italia è giunta con ritardo al traguardo della Zpe e lo ha dovuto fare, sia pur obtorto collo, con un provvedimento unilaterale e provvisorio.

La sintonia con la Francia in materia di protezione dell’ambiente marino resta tuttavia solida. Tant’è che i due paesi, dopo il vertice bilaterale del 9 aprile 2010, hanno emesso una Dichiarazione d’intenti sul parco marino italo-francese delle Bocche di Bonifacio, con cui si sono impegnati a rilanciarne la creazione. Risulta che Italia e Francia abbiano anche valutato la possibilità, compatibilmente con il regime internazionale di transito vigente nelle Bocche, di evitare i rischi derivanti dal passaggio nello stretto di certe categorie di navi.

Se nel Tirreno centro-settentrionale la tutela ecologica si avvia a diventare una realtà, non altrettanto può dirsi per il Mediterraneo centrale. Nessuno Stato nord africano ha proclamato Zpe né lo ha fatto Malta, pur avendo in qualche modo ampliato la sua giurisdizione marittima con una legge del 2005. Solo l’Egitto e il Libano hanno già delimitato la loro Zpe con Cipro.

Nel frattempo è divampata la polemica sull’inizio delle trivellazioni da parte della BP sulla piattaforma continentale libica, all’interno del Golfo della Sirte, in acque profonde circa 1700 mt.

Sull’onda della polemica successiva all’incidente della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico, sono stati evidenziati i gravissimi pericoli che un evento simile causerebbe al fragile equilibrio dell’ecosistema mediterraneo. Il sito in cui opererà la BP è infatti a qualche centinaio di miglia dalla Tunisia, da Malta, dalla Sicilia e dalla Grecia.

Peraltro le attività offshore nel Mediterraneo, per evidenti ragioni commerciali, avevano già fatto registrare un incremento nei fondali più bassi della piattaforma continentale tunisina, italiana, croata e in quella cipriota (nonostante le proteste avanzate dalla Turchia nell’ambito del noto contenzioso dell’Egeo). La Francia solo di recente ha deciso di avviare una campagna di ricerche al largo della Provenza, a circa 1.000 mt. di profondità.

Iniziative italiane

I timori di una catastrofe ecologica che in Mediterraneo avrebbe sicuri effetti nefasti, hanno indotto il governo a considerare attentamente il problema, emanando anzitutto un provvedimento di divieto delle trivellazioni nei mari italiani in una fascia di 5 miglia lungo le coste nazionali, estesa a 12 miglia nelle aree marine protette.

Nel contempo, è stata avanzata la proposta di adottare, tra tutti i paesi mediterranei, una moratoria delle attività offshore, tenendo conto dell’elevato numero di piattaforme estrattive (ben 223) già operanti. Si sono espressi in questo senso sia il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo che il presidente della Commissione ambiente del Senato, Antonio d’Alì, in sintonia con il commissario europeo all’energia Günther Oettinger, che lo ha proposto agli Stati membri della Ue in una comunicazione dedicata alle misure precauzionali per evitare i rischi offshore.

Il ministro degli esteri Franco Frattini ha invece chiesto che il problema sia discusso nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), sostenendo che “Noi, comunque, non abbiamo alcun titolo per chiedere delle informazioni alla Bp su queste trivellazioni. È un passo che spetta all’Unione per il Mediterraneo”.

Un Protocollo da ratificare

La proposta italiana, orientata com’è alla realtà delle relazioni mediterranee, non può non tener conto dell’interesse francese a rilanciare il ruolo dell’Upm. La Francia, per parte sua, non può rinunciare a questa opportunità, considerando anche il suo tradizionale impegno internazionale nel settore dell’ambiente marino. Dunque i due paesi possono realmente giocare un ruolo leader in un campo che è scevro di controindicazioni politiche, ma che presenta rilevanti implicazioni economico-finanziarie. Da questo punto di vista, più che di una moratoria, si potrebbe parlare di un’attività limitata a fondali compatibili con tecniche estrattive sicure.

Per compiere questo passo è tuttavia necessario uscire dalla genericità delle intese di principio. A questo fine va ricordato che uno strumento giuridico per far fronte alle eventuali emergenze esiste, ma non è ancora attivo. Si tratta del Protocollo di Madrid del 1994 sulla Protezione del Mediterraneo contro l’inquinamento da attività offshore facente parte del “Sistema di Barcellona” incentrato, nell’ambito del “Piano di azione per il Mediterraneo” (Map), sulla Convenzione del 1976 sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento.

Questo Protocollo stabilisce proprio gli adempimenti necessari a fronteggiare qualsiasi emergenza, come misure di sicurezza e piani di contingenza, nonché la mutua collaborazione tra gli Stati aderenti e l’assunzione di responsabilità da parte degli operatori commerciali anche mediante specifica copertura assicurativa. Esso è stato sinora ratificato da Tunisia, Marocco, Cipro e, non a caso, dalla Libia. Alla sua entrata in vigore manca una sola ratifica.

Non sappiamo in che modo si parlerà di attività offshore al prossimo vertice dell’Upm che si terrà a novembre a Barcellona. Ma è auspicabile che lo si faccia partendo proprio dalla questione dell’oblio in cui versa il Protocollo di Madrid. Un chiarimento è necessario, perché o i paesi interessati procedono rapidamente alla sua ratifica o, se hanno dubbi sui principi che lo animano, possono avviarne la revisione nelle parti ritenute non adeguate alla realtà dell’industria estrattiva, magari estendendone il campo di applicazione alle pipelines sottomarine.

(Da AffarInternazionali.it)
http://www.direttanews.it/2010/10/12/ambiente-mediterraneo-litalia-a-difesa-dellecosistema-marittimo/

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Commento di Guido Picchetti sul sito di "Diretta News" del 13 ottobre 2010 - 06:06

Sembrerebbe un passo importante, e in realtà lo è, ma quanto viene riferito nell’articolo serve solo ad accrescere la confusione su dei problemi per la cui risoluzione occorrerebbe cercare di fare opportunamente un pò di chiarezza…

Cerchiamo di farla partendo dall’argomento finale, ossia da quello strumento giuridico necessario per far fronte alle trivelle selvagge off-shore tipiche di questi ultimi tempi e alle loro possibili conseguenze. Uno strumento che esiste, ma che non sarebbe ancora attivo. Si tratta del “Protocollo di Madrid del 1994 sulla Protezione del Mediterraneo contro l’inquinamento da attività offshore”, incentrato sulla “Convenzione di Barcellona” del 1976 sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, e predisposto dall’UNEP-MAP (United Nations Environment Protection – Moviment Plan Action), l’organismo per la protezione dell’ambiente delle Nazioni Unite, che si occupa specificamente della tutela del Mediterraneo con sede ad Atene.

E’ vero: a quel protocollo per entrare in funzione occorre ancora una sola ratifica, che venga ad aggiungersi alle quattro già date da Tunisia, Marocco, Cipro e Libia. Ma, strana coincidenza, a leggere i comunicati ufficiali della UNEP-MAP, qualcosa di simile accade anche per il protocollo ICZM (Integrated Coastal Zone Management) predisposto dalla stessa UNEP-MAP per la protezione delle coste mediterranee dai fenomeni di urbanizzazione selvaggia, per la cui entrata in funzione ci sono già cinque adesioni (Slovenia, Francia, Albania, Spagna e Unione
Europea), e si è in attesa della sesta perchè il provvedimento possa avere piena efficacia con tutti i paesi firmatari della Convenzione di Barcellona. L’UNEP-MAP tuttavia si dichiara ottimista, e l’arrivo di queste ulteriori singole firme dovrebbe avvenire a breve, come riportato in un breve estratto proprio ieri dal sottoscritto su Blog Sicilia (http://www.blogsicilia.it/blog/nuovo-strumento-legislativo-per-la-protezione-delle-coste-del-mediterraneo/).

La lettura delle carte dell’UNEP-MAP (vedi http://www.unepmap.org/index.php) è davvero interessante. Ma in proposito c’è un rilievo da fare ed è che l’informazione in Italia al riguardo è totalmente carente. E ciò nonostante ci sia un organismo, l’INFO/RAC-MAP, che l’UNEP-MAP ha affidato da anni proprio all’Italia , seconda nazione dopo la Francia per importo contributivo al MAP, e che è deputato alla diffusione delle notizie riguardanti l’attività e le iniziative tra tutti gli stati mediterranei membri. Ma a tutt’oggi il sito dell’INFO-RAC (con sede fino allo scorso anno presso la Regione Sicilia, e attualmente presso l’ISPRA di Roma) risulta aggiornato solo fino al 2008. Provare per credere. Questo l’url, http://www.inforac.org , stramente fino ad ieri sera pienamente funzionante, ma stamane non più…


Da "BLOG SICILIA" del  12/10/10

Ratificato dall'Unione Europea

Nuovo strumento legislativo per la protezione
delle coste del Mediterraneo

di Guido Picchetti

12 ottobre 2010 - Pochi giorni prima del “Coast Day 2010” (il 25 Settembre u.s.), celebrato senza che quasi nessuno nel nostro Paese se ne accorgesse (presi tutti come siamo dai problemi dei finiani e della famigerata casa di Montecarlo), l’Unione Europea ha ratificato un importante strumento legale per la protezione delle coste mediterranee dell’Unione.

Si tratta dell’ ICMZ, l’ “Integrated Coastal Zone Management” previsto dal Protocollo di Barcellona.

Questa ratifica dell’UE porta a 5 il totale delle adesioni già ottenute da questo documento.

Ma, affinchè il dispositivo del protocollo possa entrare in funzione, occorrono che le ratifiche siano almeno sei. L’attesa per quest’ultima adesione, tuttavia, non dovrebbe essere lunga.

Slovenia, Francia, Albania e Spagna hanno già ratificato il Protocollo, e stanno per giungere le ratifiche da parte degli altri 12 Paesi che hanno firmato il 16 Febbraio 1976 a Barcellona la Convenzione per la protezione del Mar Mediterraneo dai rischi dell’inquinamento. Tra esse anche quella dell’Italia che ratificò la Convenzione di Barcellona il 3 Febbraio 1979 con la legge n° 30 del 25/1/79.

La ratifica del protocollo da parte dell’UE ha tuttavia già di per sè non poca rilevanza. Infatti, esso diventa parte della legislazione europea, e avrà efficacia vincolante per tutti gli Stati membri dell’Unione. Esso prevede alcuni dispositivi legali che potranno aiutare gli stati membri dell’Unione nella difesa delle loro coste, come ad esempio il divieto assoluto di edificare a meno di 100 metri dal mare.

Approfondimento.

http://www.blogsicilia.it/blog/nuovo-strumento-legislativo-per-la-protezione-delle-coste-del-mediterraneo/


Da "PANTECO BLOG" del 10/10/10


Tutelare il mare di Pantelleria

"Abbiamo dato parere favorevole con alcune condizioni soprattutto di carattere economico" allo schema di decreto legislativo che dovrà dare attuazione alla direttiva quadro Ue sull'azione comunitaria nel campo della politica per l'ambiente marino. La commissione Ambiente del Senato presieduta da Antonio D'Ali' ha esaminato il provvedimento. La commissione, in particolare, si e' soffermata sulla necessità di assicurare la disponibilità di nuovi fondi per attuare politiche di sviluppo delle conoscenze scientifiche e di tecnologie di prevenzione e ha esortato il governo a realizzare una razionalizzazione e un coordinamento interistituzionale delle attività di monitoraggio ed antinquinamento marino, promuovendo anche accordi sovranazionali per la tutela del mare soprattutto per quanto riguarda lo sfruttamento off-shore dei fondali, ratificando la Convenzione di Barcellona "per tutelare il mare anche per quanto riguarda le trivellazioni", ha ricordato il presidente della commissione.

Proprio sulle trivellazioni, in commissione, ha risposto il sottosegretario all'Ambiente Roberto Menia all'interrogazione presentata dal senatore D'Alì su alcune trivellazioni a circa 13 miglia da Pantelleria effettuate dalla società Audax Energy s.r.l. Si tratta del sito denominato Lambouka-1, di circa 70 chilometri quadrati che risulta essere posizionato in una zona di mare ricadente all'interno della piattaforma continentale tunisina ma a cavallo con la piattaforma continentale italiana. E uno dei giacimenti potrebbe estendersi fino a sei o sette miglia dalle coste di Pantelleria, all'interno di un'area già interessata da un permesso di ricerca a suo tempo rilasciato dal ministero dello Sviluppo economico ma attualmente sospeso. "La concessione è stata data dal governo tunisino fuori dalle acque territoriale italiane - ha spiegato  D'Alì- . Tuttavia, la vastità del campo porta a 'sconfinare' anche in acque italiane. Per queste riteniamo occorra un accordo anche con il governo italiano ed evitare così uno sfruttamento 'elusivo', interloquendo con Tunisi ma anche nelle sedi internazionali, come scritto anche nel parere".

http://ilpantecoblog.blogspot.com/2010/10/tutelare-il-mare-di-pantelleria.html


Da "PROFUMO DI MARE" del 9/10/10


Mozione per Pantelleria

Su richiesta del nostro socio Guido Picchetti, che da anni si sta battendo per la salvaguardia dell'area marina di Pantelleria, vi invio la mozione approvata dall'Assemblea dei Soci SIBM di Rapallo. Mi auguro che alcuni nostri soci, in particolare i siciliani, possano aiutare Guido. Cordiali saluti.
                                                       Prof. Giulio Relini
                                                       Società Italiana di Biologia Marina
                                                       c/o Dip.Te.Ris., Univ. di Genova

La Società Italiana di Biologia Marina:

Esprime viva preoccupazione per le iniziative e le progettualità in corso, riguardanti lo sviluppo di piani di approvvigionamento energetico nel tratto del Canale di Sicilia circostante l’isola di Pantelleria ed il banco omonimo, che prevedono sia trivellazioni per lo sfruttamento di combustibili fossili, sia la messa in opera di vasti impianti offshore di energia rinnovabile, di varia fonte e concezione.

Sottolinea che il tratto di mare in questione, per le sue peculiarità oceanografiche biologiche ed ecologiche, è stato individuato come area di reperimento per l’istituzione di un’area marina protetta, che andrebbe ad integrare le aree protette terrestri  dell’isola di Pantelleria, e che le attività di cui al punto precedente potrebbero mettere a rischio o comunque alterare profondamente un’area di gran pregio ambientale, hot spot di biodiversità del Mediterraneo e cruciale per l’interscambio biologico ed oceanografico complessivo fra bacino occidentale ed orientale di questo mare, importante anche per la pesca professionale.

Auspica che le autorità competenti sospendano o comunque limitino drasticamente molte delle iniziative e progettualità di cui sopra, sollecitando valutazioni ambientali articolate e approfondite e, comunque, basate sul principio di precauzione.

Il punto di vista di Guido Picchetti:
L'attuale situazione nello Stretto di Sicilia, da me elaborata su documenti ufficiali delle società petrolifere interessate, comprende, oltre alle "concessioni" più importanti già rilasciate dal governo italiano intorno a Pantelleria, anche le quelle rilasciate dal governo tunisino da Capo Bon e nel golfo di Hammamet, fino al limite delle sue acque territoriali. Ed anche quelle poche aree che appaiono ancora libere, in realtà non lo sono più.


 

L'United Nations Environment Programme (UNEP) è un organismo istituzionale, istituito nel 1972, cui è attribuito il fine generale della tutela ambientale e dell'utilizzo sostenibile delle risorse naturali, nel quadro del complesso sistema organizzativo delle Nazioni Unite.Il suo quartier generale è a Nairobi, in Kenya.

Opera in coordinamento con gli altri programmi ed agenzie delle Nazioni Unite, con le altre organizzazioni internazionali, con gli Stati nazionali, con le ONG e con gli esponenti del settore privato e della società civile.

Le funzioni principali di UNEP riguardano:
- la realizzazione di studi volti a monitorare le condizioni ambientali a livello nazionale, regionale (su scala continentale) e globale;
- il rafforzamento delle istituzioni per una corretta gestione delle fonti energetiche;
- il trasferimento di conoscenze e tecnologie nell'ambito del c.d. sviluppo sostenibile;
- l' attivazione di partenariati tra le autorità pubbliche, il settore privato e la società civile.

Nella cartina: le nuove aree marine mediterranee per le quali l’organizzazione “Mediterranean Action Plan” dell’UNEP (United
Nations Environment Program)  ha richiesto  la tutela ambientale  ai sensi  della Convenzione di Barcellona durante il meeting
svoltosi ad Istanbul nel giugno scorso.


In rosso   le  concessioni   petrolifere   dell'ADX,  la società  che ha  recentemente concluso  con esito positivo  le trivellazioni
esplorative  al limite  delle acque territoriali italiane  a poco più di 13 miglia  da Pantelleria,  e ha in programma  il prossimo
anno di dare inizio allo sfruttamento dei giacimenti rinvenuti nella zona, colorate in giallo nella mappa. (dal sito web dell'ADX)

La "storia infinita" continuerà fino a quando? I potenti della terra forse non hanno visto questo disegno. Che pianeta stanno preparando da consegnare ai loro figli? Avrà, se lo avrà, un futuro il nostro vecchio pianeta?


Ecco come vede il pianeta un ragazzo cinese di 14 anni...

http://profumodimare.forumfree.it/?%20t=51261028 


Da "MAZARA ON LINE" dell'8/10/10

Trivellazioni a Pantelleria. La risposta del sottosegretario Menia all’interrogazione di d’Alì

di Fabio Pace

TRAPANI. Il sottosegretario Roberto Menia rispondendo ieri alla interrogazione, presentata lo scorso 16 settembre dal senatore Antonio d’Alì, relativa alle indagini petrolifere della società ADX ENERGY (già “Audax Energy) al largo di Pantelleria ha confermato “che la piattaforma petrolifera che ha operato sul sito denominato Lambouka-l, risulta essere stata posizionata in una zona di mare ricadente all’interno della piattaforma continentale tunisina, poco oltre il limite delle tredici miglia dall’isola di Pantelleria che segna il confine tra la piattaforma continentale italiana e quella tunisina (accordo italo-tunisino sulle acque di rispettiva giurisdizione, legge n. 347 del 3 giugno 1978)”.

Il giacimento Lambouka-I, ha però spiegato il sottosegretario citando fonti della stessa ADX ENERGY, “è un grande blocco di 70 chilometri quadrati contenente tre potenziali serbatoi di idrocarburi e uno dei giacimenti potrebbe estendersi fino a sei o sette miglia dalle coste di Pantelleria”. Circostanza per cui si dovrà tenere conto tanto dell’accordo italo-tunisino, tanto della Convenzione di Barcellona sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento marino del 1976.

“La concessione è stata data dal Governo tunisino fuori dalle acque territoriale italiane – ha commentato D’Alì -. Tuttavia, la vastità del campo porta a ’sconfinare’ anche in acque italiane specialmente per quanto riguarda l’estensione dell’ambiente marino e del sottosuolo interessato. Per queste riteniamo che, interloquendo con Tunisi ma anche nelle sedi internazionali appropriate e meglio ancora a livello EuroMediterraneo, il Governo italiano si debba spendere per un accordo generale volto ad evitare un’attività elusiva dei trattati, per vietare in via definitiva ulteriori attività di perforazione adiacenti alle nostre acque ed evitare conseguenze perniciose dal punto di vista ambientale”.

D’Alì fa implicitamente riferimento all’art. 4 dell’accordo italo-tunisino: qualora i giacimenti di risorse naturali si estendano dalle due parti della linea di delimitazione della piattaforma continentale, con la conseguenza che le risorse individuate in un’area appartenente a uno Stato potrebbero essere sfruttate dal lato della piattaforma continentale appartenente all’altro Stato, è previsto che Italia e Tunisia debbano concertare un ulteriore accordo. Poiché appare opportuno che il Governo Italiano attivi immediatamente una interlocuzione con le autorità tunisine d’Alì ha preannunciato un suo prossimo intervento presso il Ministero degli esteri perché si raggiunga subito una intesa di moratoria tanto delle prospezioni quanto delle trivellazioni.

D’Alì, infine, dichiarandosi soddisfatto della articolata risposta del sottosegretario Menia ha comunque voluto ricordare che per il futuro “a seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 128 del 2010 non deve considerarsi più possibile adottare decisioni di esclusione dalla procedura VIA di progetti relativi ad attività di ricerca di idrocarburi”. Il riferimento è all’intervento sul Testo unico ambientale, dallo stesso d’Alì sollecitato, operato attraverso la commissione ambiente e recepito dal Governo, che tra l’altro vieta la concessione di nuove autorizzazioni di ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia dalle aree marine e costiere protette.

Il testo integrale della interrogazione

Atto n. 3-01566 (in Commissione). Pubblicato il 16 settembre 2010. Seduta n. 424

D’ALI’ – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il mar Mediterraneo è ad oggi il mare al mondo con il più alto tasso di inquinamento di catrame pelagico (32.4 milligrammi su metro cubo contro una media di 3/4 milligrammi degli altri mari del mondo);
nelle ultime settimane la piattaforma petrolifera “Lambouka-1″ si è posizionata a circa 13 miglia dalle coste dell’isola di Pantelleria per effettuare trivellazioni sperimentali finalizzate alla ricerca di idrocarburi in quel tratto di mare;
da notizie di stampa si apprende che la compagnia di riferimento “Adx Energy lmt”, titolare della piattaforma, abbia ricevuto regolare autorizzazione da parte del Governo;
la suddetta piattaforma e la contestuale attività di ricerca e perforazione in zone di mare antistanti l’isola di Pantelleria ha procurato forti e motivati allarmi nonché consequenziali e reiterate manifestazioni di protesta in seno alla locale comunità isolana;
come comunicato dalla stessa compagnia Adx in data 7 settembre 2010 l’attività di esplorazione e perforazione avrebbe dato esito positivo e quindi avrebbe condotto alla localizzazione di un giacimento di idrocarburi nella zona di mare oggetto delle perforazioni a 13 miglia nord ovest dall’isola di Pantelleria;
come comunicato dalla stessa compagnia Adx in data 14 settembre si apprende che la stessa piattaforma petrolifera avrebbe abbandonato la sua postazione cessando l’attività di perforazione finalizzata alla ricerca, e non si ha motivo di ritenere che intenda sostituirle con strutture per l’estrazione,

si chiede di sapere:

quale sia stata l’autorizzazione alla base delle suddette attività di ricerca perforazione e prospezione effettuate dalla compagnia Adx Energy lmt;
quale esito le suddette attività abbiano prodotto e quali siano gli intendimenti del Governo in merito alla prosecuzione delle attività di ricerca;
se tale attività si sia svolta tenuto conto delle nuove disposizioni in materia di cui al decreto legislativo n. 128 del 29 giugno 2010, art. 2, comma 17, che modificano il testo unico in materia ambientale di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006;
se le suddette attività di ricerca abbiano causato, ed eventualmente in che misura, un’anomala presenza di idrocarburi nel tratto di mare interessato;
se le suddette attività abbiano ricevuto il doveroso controllo da parte delle autorità di vigilanza ambientale e se l’allontanamento della piattaforma abbia comportato la contestuale chiusura delle attività di perforazione eventualmente effettuate e se queste siano state eseguite con la doverosa cautela anche al fine di evitare il rischio di dispersione di idrocarburi in quel tratto di mare;
se siano previste ulteriori attività di ricerca e perforazione nella stessa zona di mare prospiciente all’isola di Pantelleria;
in caso affermativo, se non ritenga di doverne decidere l’immediata sospensione e di attivarsi perché gli Stati rivieraschi del Mediterraneo, eventualmente coinvolti nelle procedure autorizzative, ed in particolare Tunisia e Libia, adottino eguali provvedimenti di immediata moratoria di ogni tipo di ricerca e trivellazione in mare.


La risposta del sottosegretario Menia

Legislatura 16º – 13ª Commissione permanente – Resoconto sommario n. 208 del 06/10/2010

Il sottosegretario di Stato MENIA risponde all’interrogazione 3-01566, presentata dal presidente D’Alì e riguardante le attività di ricerca petrolifera nel Mediterraneo ed in modo particolare le esplorazioni al largo dell’isola di Pantelleria, rilevando che nel Mediterraneo sono in corso numerose attività di ricerca e di coltivazione di idrocarburi e la piattaforma continentale prospiciente la Tunisia e la Libia si è rivelata di notevole interesse petrolifero.

Per quanto attiene l’attività di ricerca di idrocarburi nella zona di mare antistante l’isola di Pantelleria, a seguito di parere favorevole della Commissione VIA circa l’esclusione del progetto dalla procedura di VIA, è stato rilasciato dal Ministero dello sviluppo economico, con decreto ministeriale 12 novembre 2002, un permesso di ricerca per idrocarburi in acque territoriali italiane, denominato convenzionalmente “GR.15.PU”, alla Puma Petroleum, successivamente trasferito alla Società Audax Energy s.r.l., che, ancora oggi, ne risulta titolare.

Nell’area del permesso, però, non risulta essere stato svolto alcun lavoro, né di ricerca, né di perforazione, né tantomeno di installazione di piattaforma per l’estrazione di idrocarburi, perché la Società Audax ne ha chiesto la sospensione, autorizzata con decreto del 17 novembre 2008, e allo stato attuale non vi è stata nessuna richiesta per la loro ripresa. Riguardo all’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo n. 128 del 2010, c’è da evidenziare che lo stesso fa salvi i titoli già rilasciati e, pertanto, non può essere applicato al permesso di ricerca in questione.

Diversa è la questione in ordine all’eventuale successiva richiesta di autorizzazione alla coltivazione di giacimenti rinvenuti, in quanto questa, a legislazione vigente, dovrà essere sottoposta ad una ulteriore procedura di valutazione di impatto ambientale e ottenere un distinto titolo abilitativo da parte del Ministero dello sviluppo economico. Operazioni, queste che dovranno tenere conto delle limitazioni introdotte dal citato articolo 6, comma 17, del decreto legislativo n. 128 del 2010.

Si può ragionevolmente ritenere che le notizie stampa, relative all’attività di una piattaforma al largo di Pantelleria, si riferiscano a lavori svolti al di fuori delle acque territoriali italiane, nell’offshore tunisino, nella parte confinante con il permesso di ricerca “GR.15.PU”. Infatti, dalle notizie fornite dalla Capitaneria di porto di Trapani, la piattaforma petrolifera che ha operato al largo di Pantelleria, sul sito denominato Lambouka-l, risulta essere stata posizionata in una zona di mare ricadente all’interno della piattaforma continentale tunisina, poco oltre il limite delle tredici miglia dall’isola di Pantelleria che segna il confine tra la piattaforma continentale italiana e quella tunisina, di cui alla legge n. 347 del 3 giugno 1978 (ratifica dell’accordo italo-tunisino sulle acque di rispettiva giurisdizione).

Non si hanno notizie dirette delle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi che si svolgono al di fuori dei confini nazionali, però, secondo quanto riferito dalla predetta Capitaneria di porto, da una serie di rapporti periodici sull’attività esplorativa pubblicati sul sito web della società ADX ENERGY (già “Audax Energy), si evincerebbe che “Lambouka” è un grande blocco di 70 chilometri quadrati contenente tre potenziali serbatoi di idrocarburi e che uno dei giacimenti potrebbe estendersi fino a sei o sette miglia dalle coste di Pantelleria, all’interno dell’area già interessata dal permesso di ricerca a suo tempo rilasciato dal Ministero dello sviluppo economico e, attualmente, sospeso.
Qualora i giacimenti di risorse naturali si estendano dalle due parti della linea di delimitazione della piattaforma continentale, con la conseguenza che le risorse individuate in un’area appartenente a uno Stato potrebbero essere sfruttate dal lato della piattaforma continentale appartenente all’altro Stato, l’articolo 4, della predetta legge n. 347 del 3 giugno 1978, prevede che i due Stati firmatari debbano concertare un ulteriore accordo che determini le condizioni di un eventuale sfruttamento, dopo aver consultato gli eventuali concessionari. In merito al pericolo di inquinamento marittimo, dai controlli effettuati dall’Ufficio circondariale marittimo di Pantelleria, non sono state rilevate anomale presenze di idrocarburi nel tratto di mare interessato, sia durante che alla fine dell’attività esplorativa.

La disciplina dello sfruttamento delle risorse minerarie dei fondali marini è contenuta nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto internazionale del mare del 1982 (Parte VI), che, sul punto, è unanimemente considerata riproduttiva del diritto internazionale consuetudinario. In estrema sintesi, per il diritto internazionale del mare spetta allo Stato costiero l’esercizio di competenze sovrane in materia di sfruttamento delle risorse minerarie che si trovano nei fondali rientranti nelle sue acque interne, nel suo mare territoriale e nella sua piattaforma continentale. L’esercizio di queste competenze non incontra limiti per quanto riguarda la scelta dei luoghi di prospezione ed esplorazione e le connesse modalità tecniche e giuridiche (incluse quelle ambientali), fatto salvo il rispetto del diritto di posa di cavi e condotte sottomarini.

La Convenzione del 1982, nella parte XII, dedica numerosi articoli alla protezione ambientale, prevedendo vincoli di natura giuridica convenzionale e dunque relativi solo agli Stati partecipanti della Convenzione. Alcune disposizioni sono anche relative alla prevenzione ed al contrasto dell’inquinamento marino derivante da attività di sfruttamento dei fondali marini nelle aree sottoposte alla giurisdizione statale (articolo 208).

Allo Stato costiero viene imposto di adottare misure legislative interne per prevenire, ridurre e controllare questo tipo di inquinamento che devono essere in linea con gli standards internazionali, nonché si richiede agli Stati stessi di sviluppare, attraverso le organizzazioni internazionali competenti ed attraverso conferenze internazionali, regole comuni e condivise. In questo contesto si inserisce la Convenzione di Barcellona sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento marino del 1976 (poi successivamente modificata), che contiene una serie di obblighi generali in capo agli Stati. La Convenzione è completata da vari protocolli, tra cui uno è dedicato all’inquinamento da sfruttamento del sottosuolo marino, che, però, non è ancora entrato in vigore.

Naturalmente, gli Stati membri dell’Unione europea sono anche obbligati al rispetto delle norme comunitarie in materia di protezione ambientale. Conseguentemente, le attività di prospezione o di sfruttamento dei fondali marini nel Mediterraneo (tutti compresi nelle piattaforme continentali dei suoi Stati costieri, data l’esiguità delle dimensioni di questo bacino) per essere legittime, ai sensi del diritto internazionale, devono essere conformi alle disposizioni convenzionali sopra menzionate. Si sottolinea, peraltro, che la stragrande maggioranza degli Stati costieri del Mediterraneo, tranne la Libia e la Turchia, è parte della Convenzione del 1982, mentre tutti gli Stati mediterranei sono contraenti della Convenzione di Barcellona.

Alla luce di quanto illustrato, va pertanto valutata la compatibilità delle attività di esplorazione mineraria con la normativa internazionale; ne deriva che ogni altra considerazione sul mantenimento dell’integrità dell’ambiente marino del Mediterraneo e sugli eventuali rischi connessi alla medesima attività di esplorazione, anche alla luce delle profondità dei fondali marini da trivellare, dovranno essere sempre oggetto di attente consultazioni circa l’opportunità delle stesse da parte di tutti gli Stati costieri, a livello bilaterale e multilaterale.

In relazione alle possibili iniziative da intraprendere al fine di coinvolgere gli Stati rivieraschi per eventuali provvedimenti, vi è da segnalare che in ambito europeo il commissario all’energia Gunter Oettinger ha già rappresentato l’opportunità di una iniziativa europea per l’esame dei rischi e la predisposizione di piani di emergenza comuni per l’estrazione petrolifera in ambito mediterraneo.

A tale riguardo è stato attivato un tavolo di confronto con tutti gli Stati mediterranei al fine di armonizzare le diverse azioni di tutela ambientale e di sicurezza per le attività petrolifere offshore, in una logica di sistema integrato per l’emergenza. In tale contesto potrebbe trovare poi applicazione la creazione di uno specifico fondo rischi per l’emergenza delle attività upstream (ricerca e coltivazione di idrocarburi), di natura mutualistica tra gli operatori, al fine di poter disporre di risorse finanziarie private adeguate e prontamente utilizzabili.

Infatti, eventuali moratorie per le attività ad olio in alti fondali da parte solo italiana, mentre rimangono in corso quelle nei paesi nordafricani, non hanno ragione di essere in quanto tali azioni assumono significato solo se adottate a livello mediterraneo. La definizione di una strategia comune a livello europeo appare pienamente condivisibile ed è quanto mai urgente, soprattutto in relazione alle rigorose misure introdotte con il decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128, particolarmente incisive sull’attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi nei mari italiani e cautelative al fine di minimizzare gli effetti di eventuali incidenti ma che trovano il proprio limite di applicazione nelle acque territoriali italiane e, pertanto, non salvaguardano i mari italiani da eventuali incidenti in acque di Paesi mediterranei che hanno particolare contiguità e vicinanza con le coste italiane.

Da ultimo, si rappresenta che, per quanto riguarda la presenza di ulteriori attività di ricerca e perforazione nella stessa zona prospiciente all’isola di Pantelleria, allo stato non risultano in corso nuove istanze di VIA, mentre risulta essere stato conferito alla società North Petroleum Limited, in data 30 settembre 2004, dal Ministero dello sviluppo economico il permesso di ricerca denominato “CR 147 NP”, scaduto il 30 settembre 2010. Tale intervento è stato, a suo tempo, escluso dalla VIA con provvedimento del 13 settembre 2004.


La replica del Senatore Antonio d’Alì al sottosegretario Menia

Il presidente D’ALI’ si dichiara soddisfatto della risposta resa dal sottosegretario Menia facendo presente che non sembra peraltro sostenibile che il comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo n. 128 del 2010 non si applichi a nuove fasi o a nuovi passaggi procedurali di attività per le quali il titolo sia già stato rilasciato. Per quanto concerne la piattaforma petrolifera che ha operato sul sito Lambouka-1, giacché il giacimento occupa verosimilmente anche uno spazio rientrante nelle acque di giurisdizione italiana, appare opportuno che il Governo attivi immediatamente una interlocuzione con le autorità tunisine, ai sensi dell’articolo 4 della legge n. 347 del 1978, al fine di concertare le attività di perforazione e quelle correlate. Sottolinea quindi la necessità di attivare la clausola sulle misure legislative interne prevista dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto internazionale del mare del 1982 e di adoperarsi per l’entrata in vigore del protocollo sull’inquinamento del sottosuolo marino che completa la Convenzione di Barcellona sulla protezione del Mediterraneo dall’inquinamento marino del 1976. Fa presente, infine, che a seguito dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 128 del 2010 non deve considerarsi più possibile adottare decisioni di esclusione dalla procedura VIA di progetti relativi ad attività di ricerca di idrocarburi.

http://www.mazaraonline.it/public_html/?p=16468
Notizia simile su "TRAPANI OGGI" del 7/10/10

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Commenti all'articolo sulla mia bacheca su FB
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Post di Guido Picchetti dell'8/10/10
Un servizio sulla replica del sottosegretario Menia all'interrogazione del Sen. D'Alì sulle trivellazioni nello Stretto molto più completo, che ci induce a porre due domande... Ma è possibile che a livello governativo non si sappia nulla di quanto sta accadendo nelle acque di Capo Bon e del Golfo di Hammamet, e dei pericoli che ne derivano per lo Stretto di Sicilia ? E pensano davvero che il limite delle 13 miglia costituisce una reale difesa per le nostre coste ? La soddisfazione del Sen. D'Alì mi sembra del tutto ingiustificata, mi dispiace dirlo ...
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Post di Carmelo Nicoloso dell'8/10/10
Vorremmo capire a chi sta a cuore la tutela e la salvaguardia del Mare Nostrum; è veramente estenuante questa telenovela sulle trivellazioni nel Mediterraneo, ma l'UNEP e i suoi preposti che fanno? La storia infinita delle 3(c) ambientali: (c)onvegni,-(c)hiacchiere e (c)arte...
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Post di Roberto Giacalone dell'8/10/10
Il fatto è che la dove vi sono grossi introiti, azionisti, investimenti, ecc., succede che molti da una parte danno il contentino all'opinione pubblica e dall'altra guardano ai ricavi di tali operazioni... quindi convegni e chiacchiere, e certi personaggi ci vanno a nozze....

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Corrispondenza e-mail relativa
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E-mail di Carmelo Nicoloso in data 7/10/10 di trasmissione del documento "Trivellazioni a Pantelleria. La risposta del sottosegretario Menia all’interrogazione di d’Alì" a Mauro Furlani, presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, e in c.c. a Gabriele Benassi, Abele De Luca, Giuseppe Ferraro, Catello Filosa, Ernesto Freiles, Maria Ghelia, Carmelo Giuffrida, Luciano Lisa, Michele Palazzo, Guido Picchetti, Vincenzo Rizzi, Franco Tassi. e Pro Natura
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Carissimo Mauro,
integro immediatamente alla mia e-mail di ieri su "Il Ministero non risponde", precisando che non risponde alle associazioni ambientaliste, giacchè il sen. D'Ali' (presidente commissione Ambiente al Senato) aveva inoltrato un'interrogazione parlamentare il 16 settembre u.s. (vedi sotto), a cui ha risposto il sottosegretario Menia, che puoi leggere sotto.
Ritengo che le risposte siano poco chiare in relazione allo stato di conservazione naturalistico/ambientale nel Canale di Sicilia, e sono sempre più convinto che l'interazione con realtà internazionali (associazioni-organizzazioni- enti, ecc..) sia fondamentale per concretizzare il nostro obiettivo. Per quanto mi riguarda ho già avuto qualche contatto con un giornalista di Malta (già aveva comunicato con la segreteria nazionale), quindi mi appresto a recuperare qualche elenco di queste entità concretamente attive per la salvaguardia del Mare Nostrum. Spero presto possiamo integrare insieme con il nostro documento che stai elaborando. Contestualmente auspico che Daclon, il quale tiene i rapporti con gli organismi internazionali, possa fornirci il suo elenco delle organizzazioni con cui si interfaccia.
Scusami l'insistenza, ma la questione e l'emergenza su questo tratto di Mediterraneo necessita di concretezza e una mirata divulgazione presso gli organismi preposti. Ciao Carmelo.


Da "BLOG SICILIA" del 7/10/10

Area mediterranea dello Stretto di Sicilia,
il Ministero non risponde

di Guido Picchetti

Il 1 settembre scorso 19 associazioni ambientalistiche italiane, non poche delle quali emanazioni dirette di organizzazioni di settore di rilevante livello internazionale (quali “Green Peace” e il “WWF”, tanto per fare due nomi), hanno inviato al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio la richiesta di un incontro al fine di potersi confrontare con i responsabili del dicastero in merito alle direttive e circolari di interpretazione ed attuazione dell’art. 2 comma 17 del decreto legge 128/2010 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’11 agosto scorso, che istituisce zone di interdizione alle attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare e obbliga all’espletamento della procedura VIA.


È una richiesta che avrebbe meritato una risposta urgente, alla luce della situazione venutasi a creare in particolare nello Stretto di Sicilia, da una parte individuato nel Giugno scorso dal meeting di Istanbul dall’UNEP-MAP (l‘organismo delle Nazioni Unite per la protezione ambientale) quale area marina mediterranea da tutelare, e dall’altra oggetto di una lottizzazione selvaggia da parte di Italia e Tunisia, come la mappa qui unita evidenzia, per arrivare allo sfruttamento delle risorse energetiche che si celano in questo braccio di mare di importanza vitale per tutto il bacino del Mediterraneo.

Invece, ad oltre un mese di distanza, dal Ministero ancora nessuna risposta alla richiesta delle associazioni. Ma neppure, mi sembra di poter dire, nessuna reazione da parte delle associazioni ambientalistiche a questa assoluta mancanza di considerazione che il silenzio del Ministero indubbiamente testimonia…

E tutto tace in merito, fuorchè le società impegnate nelle operazioni petrolifere nell’area marina dello Stretto, che settimanalmente certificano con assoluta trasparenza, nei loro report ufficiali su Internet, i progressi raggiunti dalle loro trivelle in azione…

Ricordiamole queste associazioni ambientalistiche, insieme ai nomi dei loro esponenti nel nostro Paese che hanno sottoscritto la richiesta del 1 Settembre u.s., firmata per tutti da Stefano Leoni, Presidente del “WWF Italia”.

Sono: il “CTS” (Luigi Vedovato), il “FAI” (Ilaria Borletti Buitoni), il “Fare Verde” (Massimo De Maio), la “Federazione Italiana Pro Natura” (Mauro Furlani), la “FIAB” (Antonio Dalla Venezia), il “Greenaccord” (Gian Paolo Marchetti), “Greenpeace Italia” (Giuseppe Onufrio), l’ “INU” (Federico Oliva), “Italia Nostra” (Alessandra Mottola Molfino), “Legambiente” (Vittorio Cogliati Dezza), “Marevivo” (Rosalba Giugni), “Movimento Azzurro” (Rocco Chiriaco), il “Touring Club” (Franco Iseppi), e il “VAS” (Guido Pollice).

E se le ricordiamo, non è certamente per spirito di polemica, ma unicamente per tentare di avvalorare ulteriormente la loro richiesta nella speranza che l’incontro con chi di dovere possa esserci presto, e portare a un risultato utile per lo Stretto di Sicilia prima che sia troppo tardi.

http://www.blogsicilia.it/blog/area-mediterranea-dello-stretto-di-sicilia-il-ministero-non-risponde/

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Corrispondenza e-mail relativa
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E-mail di Carmelo Nicoloso in data 7/10/10 di trasmissione del documento "Il Ministero non risponde" a Mauro Furlani, presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, e in c.c. a Maria Ghelia, Michele Palazzo, Guido Picchetti; Franco Tassi, e Pro Natura.
Carissimo Mauro, mi sono permesso di mettere in cc. alcune persone con le quali condividiamo da diversi mesi questa logorante questione legata al Mare Nostrum ed in particolare al Canale di Sicilia, trovi anche il mio amico Michele Palazzo presidente della neo Pro Natura Mare Nostrum.
Mi permetto di insistere nei tuoi confronti, quale presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, affinchè possiamo produrre un documento che sia espressione della cultura naturalistico ambientale che caratterizza la storia del nostro movimento, quindi attraverso le varie documentazioni fin qui prodotte e veicolate, credo che tu possa ottimizzare gli elementi di sintesi per l'elaborazione di questo documento. Ti riporto di seguito una nota pubblicata su FB dal mio amico Guido Picchetti. Spero al più presto possiamo proporre alle altre associazioni la condivisione di questo nostro elaborato. Ciao Carmelo.
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E-mail ricevuta Carmelo Nicoloso in data 6/10/10 da Mauro Forlani, presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, allegata alla e-mail di Carmelo Nicoloso del 7/10/10 di cui sopra.
Caro Carmelo, grazie per il materiale che mi invii, grazie al quale sto elaborando un documento per sottoporre anche ad altre associazioni nazionali. Credo tuttavia che sarebbe molto più efficace, puntuale e preciso se fosse direttamente, magari con il tuo ausilio, Guido Picchetti a produrre un documento che vedo da molto tempo si occupa della questione. Noi potremmo riadattare e assumere quanto da lui/voi prodotto evitando così di essere imprecisi e superficiali. Io non ho problemi ad elaborare il documento, tuttavia sono costretto a documentarmi su scritti di altri, in altri termini si tratta di una seconda mano. Cosa ne pensi di coinvolgere, se hai contatti, direttamente Guido Picchetti e magari la Società di Biologia Marina Siciliana? a presto, Mauro.
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E-mail di Guido Picchetti in data 7/10/10 di risposta a Carmelo Nicoloso in c.c. a Mauro Furlani, Maria Ghelia, Michele Palazzo, Franco Tassi, e Pro Natura.
Caro Carmelo, ti ringrazio per la considerazione che dimostri per il mio ultimo intervento su FB, e apprezzo altrettanto, per quanto merita, la risposta del dott. Forlani. Debbo tuttavia al riguardo farti notare che i materiali che possono servire ad elaborare un eventuale documento sono disponibili per chiunque in rete sul mio sito web, dove, come tu ben sai, l’ho tutto pazientemente raccolto (con un motore di ricerca interno al sito che può anche aiutarti nella opportuna cernita...). Un’elaborazione tuttavia che, a mio giudizio, va fatta una volta individuato il destinatario del documento.
E qui casca l’asino. Il grosso problema in questa fase a mio giudizio sta proprio nel trovare le persone giuste disposte ad ascoltarti e poi con potere e voglia di intervenire presso chi ha il compito istituzionale di muovere tutti quei passi necessari per raggiungere l’obiettivo, nell’interesse del nostro Paese ma soprattutto di quell’ambiente naturale che lo circonda, il Mediterraneo, da cui dipendiamo (il più delle volte anche senza rendercene conto...), e che è oggi minacciato gravemente proprio in quel suo braccio di mare più sensibile ed importante che è lo Stretto di Sicilia.
Inutile farsi illusioni. Qui sono i rapporti internazionali in gioco, tra Tunisia ed Italia anzitutto... E che vuoi che possa fare il sottoscritto oltre che documentare quanto accade, con la massima serietà possibile e senza alcuna animosità o vis polemica nei confronti di chicchessia, ma unicamente preoccupato dell’ accelerazione esponenziale che certe decisioni operative dell’industria energetica off-shore stanno avendo in questi ultimi tempi nel Mediterraneo e nello Stretto di Sicilia in particolare ?
Chiarisco meglio cosa intendo. La UNEP-MAP nel suo meeting di Giugno ad Istambul ha identificato le 10 nuove aree del Mediterraneo che necessitano di tutela ambientale, e tra queste lo Stretto di Sicilia appunto. Un ottima decisione ! Esse vanno ad aggiungersi a quelle già proposte e approvate in precedenza dalla Convenzione di Barcellona. Ma sai quando queste nuove 10 aree mediterranee saranno di fatto approvate e istituite? In occasione della prossima riunione ufficiale dell’UNEP prevista verso la fine del 2012 !!! Per quell’epoca c’è solo da sperare che ci sia ancora nello Stretto di Sicilia qualche pezzo di mare da tutelare libero da concessioni varie, e che non sia già successo qualche brutto guaio da qualche parte...
Scusa il pessimismo… ma non c’è da essere allegri... Ne sono cosciente, ma continuo a lottare... contro i mulini a vento (la mia specialità a dire di molti...)
Ti abbraccio, Guido.
PS. – Non esiste una sezione siciliana della SIBM, ma solo tanti soci biologi marini di origine siciliana o che operano in Sicilia. Ed ad essi che la SIBMha indirizzato l’invito a impegnarsi in favore di quanto indicato nella Mozione... Sarà raccolto l’invito ? Lo spero...


Da una "NOTA" sulla mia pagina su FB del 5/10/10

La scomparsa di Eugenio Fresi. Un ricordo...

di Guido Picchetti

Dalla Società Italiana di Biologia Marina, di cui mi onoro esser socio sin dalla fondazione,ricevo, a distanza di un giorno, due comunicazioni, una davvero triste e inaspettata, e una che non può non darmi qualche speranza per un problema, quello della difesa delle acque dello Stretto di Sicilia, che (come sapete) mi sta particolarmente a cuore.... Andiamo per ordine.

La prima comunicazione riguarda la scomparsa del prof. Eugenio Fresi, un biologo marino che conobbi tanti anni fa, quando ebbi la fortuna di frequentare la Stazione Zoologica di Napoli su invito del prof. Pietro Dohrn, per accompagnare settimanalmente sott'acqua gli studiosi italiani e stranieri che, ospiti dell'istituto, effettuavano immersioni per i loro fini di ricerca. Parlo degli anni '60 e di biologi marini subacquei ce n'erano allora davvero pochi… Per me fu un periodo che ricordo con tanta gratitudine per quegli straordinari "compagni" d'immersione. Furono essi che mi fecero meglio conoscere ed amare il mare e i suoi abitanti. E ciò in cambio di un compito preciso, ma tutto sommato piuttosto semplice: ricordare loro quando e come risalire in superficie, evitando quei rischi che la passione e l'entusiasmo che ci animava per quanto si andava a scoprire sui fondali, ci facesse dimenticare il tempo che correva veloce sul fondo.

Eugenio Fresi era uno di questi speciali compagni d'immersione, con i quali ci trovavamo di solito il venerdi alle 5 di mattina al molo di Mergellina per l'uscita in mare. Con l' "Anton Dohrn", una delle imbarcazioni della Stazione Zoologica, ci recavamo sul punto di immersione prescelto nel Golfo di Napoli, che non di rado veniva per la prima volta visitato da dei subacquei. E con Eugenio Fresi, c'erano spesso, ricordo, Andrew Packard, grande specialista nello studio dei polpi, Hajo Schmidt specialista in attinie, oggi luminare della materia all'Università di Heidelberg, Duri Rungger, oggi professore al dipartimento di zoologia e biologia animale dell'Università di Ginevra, Francesco Cinelli, professore all'Università di Pisa, oggi molto noto per le sue iniziative anche nell'ambiente subacqueo italiano comune, ed altri ancora...

Ma c'è ancora un altro flash che mi piace qui ricordare a proposito di quei tempi. E' quello che vede Eugenio Fresi e gli altri compagni d'immersione della Stazione Zoologica di Napoli a più riprese impegnati la domenica con una comune barca di pescatori a rilevare i fondali antistanti Punta Tresino in prossimità di S.Maria di Castellabate, servendoci dello scandaglio scrivente di cui era dotata quell'imbarcazione appartenente ad Archimede, un pescatore del luogo, altro caro amico oggi scomparso. E ciò al fine di completare la documentazione necessaria a richiedere alle autorità competenti l'istituzione di un'Area di Tutela Biologica su quella zona, della cui particolarità e del cui interesse noi subacquei, biologi e non biologi, frequentando settimanalmente quei fondali, c'eravamo convinti. E, grazie anche all'appoggio del prof. Pietro Dohrn, coinvolto nell'iniziativa dai biologi marini subacquei del suo istituto, la Zona di Tutela Biologica di Punta Tresino venne ufficialmente istituita.

E poi successe che... Ma questa è un'altra storia e lasciamola perdere... Quello che qui si può dire è che la suddetta Zona di Tutela Biologica fu il germe dell' Area Marina Protetta di S.Maria di Castellabate che, istituita pochi anni fa per legge, sta proprio in questi giorni finalmente arrivando ad una sua concreta realizzazione, e ciò grazie all'impulso del prof. Gianni Russo, oggi membro del Direttivo della SIBM, ma in quegli anni '60 socio junior del CESUB di S.Maria di Castellabate, di quello stesso CESUB di cui Eugenio Fresi era allora socio sostenitore... Ed è questa la ragione che Eugenio Fresi e il suo impegno per l’AMP di S. Maria di Castellabate non vanno dimenticati...

Veniamo alla nota positiva. Mi è pervenuta oggi e ve la trascrivo integralmente. Eccola:

AI SOCI SIBM

Su richiesta del nostro socio Guido Picchetti, che da anni si sta battendo per la salvaguardia dell'area marina di Pantelleria, vi invio la mozione approvata dall'Assemblea dei Soci SIBM di Rapallo. Mi auguro che alcuni nostri soci, in particolare i siciliani, possano aiutare Guido.
Cordiali saluti. Giulio Relini

Prof. Giulio Relini
Società Italiana di Biologia Marina
c/o Dip.Te.Ris., Univ. di Genova
Viale Benedetto XV, 3
16132 Genova, Italy
Tel. e fax +39 010 3533016
sibmzool@unige.it
www.sibm.it

MOZIONE PER PANTELLERIA

La Società Italiana di Biologia Marina:

Esprime viva preoccupazione per le iniziative e le progettualità in corso, riguardanti lo sviluppo di piani di approvvigionamento energetico nel tratto del Canale di Sicilia circostante l’isola di Pantelleria ed il banco omonimo, che prevedono sia trivellazioni per lo sfruttamento di combustibili fossili, sia la messa in opera di vasti impianti offshore di energia rinnovabile, di varia fonte e concezione.

Sottolinea che il tratto di mare in questione, per le sue peculiarità oceanografiche biologiche ed ecologiche, è stato individuato come area di reperimento per l’istituzione di un’area marina protetta, che andrebbe ad integrare le aree protette terrestri dell’isola di Pantelleria, e che le attività di cui al punto precedente potrebbero mettere a rischio o comunque alterare profondamente un’area di gran pregio ambientale, hot spot di biodiversità del Mediterraneo e cruciale per l’interscambio biologico ed oceanografico complessivo fra bacino occidentale ed orientale di questo mare, importante anche per la pesca professionale.

Auspica che le autorità competenti sospendano o comunque limitino drasticamente molte delle iniziative e progettualità di cui sopra, sollecitando valutazioni ambientali articolate e approfondite e, comunque, basate sul principio di precauzione.

Questo è tutto. Che altro dire ? Questa è la vita... Un susseguirsi di notizie, tristi e liete... E l'unico conforto per ognuno di noi è quello di poter dire di non essere stati inutili e di aver lasciato nel nostro passaggio un sia pur piccolo segno che valga a dar valore alla nostra esistenza ... Anche se poi saranno in pochi a ricordarlo...

http://www.facebook.com/notes.php?id=1063270409&notes_tab=app_2347471856#!/note.php?note_id=164628726882284


Da "PROFUMO DI MARE" del 1/10/10

Chi salverà lo Stretto di Sicilia?

di Guido Picchetti

Non è certamente da oggi che nasce il problema... Ma i rischi di possibili incidenti petroliferi in questo braccio di mare di importanza vitale per il Mediterraneo stanno aumentando con un ritmo esponenziale, lo stesso ritmo che caratterizza il numero delle concessioni, esplorative prima e di sfruttamento poi, concesse dalle due nazioni principali che costeggiano lo Stretto di Sicilia, Italia e Tunisia per intenderci. Ma nessuno sembra preoccuparsene troppo. Il mese scorso in molti qui a Pantelleria si sono improvvisamente accorti che a 13 miglia dall'isola, sul limite che separa le nostre acque territoriali dalle acque tunisine, c'era una piattaforma petrolifera in azione.

Nelle serate più limpide la struttura era chiaramente visibile dalle coste di Pantelleria. Ma dopo che, una decina di giorni fa, la piattaforma del sito "Lambouka-1" , terminati i suoi sondaggi con esito positivo, si è allontanata, sembra quasi che non ci sia più alcuna ragione di  preoccuparsi per le acque dello Stretto... Il mare è grande... Ci si penserà l'anno prossimo quando inizieranno le operazioni di sfruttamento... D'altro canto che ci vuoi fare ? L'auto la vogliamo, la benzina pure, e quindi...  Ma il problema c'è ed è gravissimo. Dalle condizioni dello Stretto di Sicilia dipende tutto il Mediterraneo e non per nulla l'UNEP, l'organizzazione delle Nazioni Unite per la protezione dell'ambiente, in un meeting svoltosi ad Istambul nel Giugno ha indicato lo Stretto di Sicilia come Zona di Protezione ai sensi della Convenzione di Barcellona, specificandone, con apposite mappe, anche superfici e limiti delle aree dello Stretto su cui va prevista la tutela ambientale.


piattaforma petrolifera ADX

Italia e Tunisia fanno parte dell'ONU, hanno sottoscritto la Convenzione di Barcellona, e si ritiene comunemente che siano due nazioni civili, impegnate nel rispetto dellì'ambiente. E invece... Guardate un pò cosa succede nelle acque dello Stretto di Sicilia... Del versante italiano dello Stretto ne abbiamo già parlato abbondantemente negli ultimi mesi.
Sono sorti numerosi comitati spontanei, i "NOTRIV", che si sono impegnati a fondo per tentare di bloccare le richieste di concessioni esplorative che, sempre più numerose lungo le coste siciliane (ma non solo...), sono state presentate al nostro ministero competente, quello delle Arttività Produttive.
A Pantelleria invece non sapevamo niente, e ci siamo accorti improvvisamente che le concessioni esplorative per l'oro nero erano già state rilasciate da tempo a varie società a poche miglia dalle coste dell'isola, e questo all'insaputa di tutti. Per fortuna, almeno fino ad oggi, queste trivellazioni eplorative intorno all'isola non sono state ancora utilizzate... Ma è una fortuna del tutto relativa. Cosa cambia ? Nel mare le frontiere sono aperte... E prima o poi..., inutile farsi illusioni...
Per rendersene conto basta dare un occhiata alla situazione attuale del versante tunisino dello Stretto. Ce lo mostra, solo in parte, la mappa qui allegata. E già a prima vista si può notare come, in barba ad ogni misura di protezione ambientale per le acque delo Stretto, tutto il suo mare, dalla costa africana fino al limite delle acque territoriali tunisine, sia quasi totalmente lottizzatto da concessioni assegnate a diverse società petrolifere.
Anzitutto c'è l'ADX, la società australiana che, in compartecipazioni con altre società, possiede concessioni sia in acque tunisine (il "Kerkouane Permit") che in acque italiane intorno a Pantelleria, e che ha condotto le operazioni su sito "Lambouka-1", contando l'anno prossimo di iniziare lo sfruttamento di questo campo petrolifero "Lambouka-1" insieme a quello di un altro suo campo vicino, il "Dougga".

Sotto il "Kerkouane Permit", in questo versante tunisino dello Stretto di Sicilia, ci sono altre due vaste aree marine occupate da concessioni petrolifere, che si estendono entrambe nella baia di Hammamet a partire da Capo Bon. Sono il "Bargou Exploration Permit" ad est e l' "Hammamet Permit" a ovest. Contitolari delle concessioni, non tutte riportate nella mappa allegata, sono numerose società petrolifere quasi sempre in compartecipazione con altre, tra cui la "Cooper Energy Lmt", la "Jacka Resources Lmt", la "Lundin Petroleum", oltre alla stessa ADX che proprio di recente ha stretto un accordo con la "Jacka Resources Lmt" per l'esplorazione e lo sfruttamento (sia on shore che offshore) del cosiddetto blocco di Bargou, che interessa un'area di 4.616 Km2 sulla parte più settentrionale della concessione. L'"Hammamet Permit" copre invece un'area di ben 6.476 Km2 più al largo delle coste tunisine.
Ad est con il campo petrilfero Tazerka arriva a sfiorare il limite della acque territoriali italiane, risultando adiacente alla concessione di sfruttamento dell'Agip, dove in acque italiane già operava fino a una decina di anni fa il pozzo petrolifero denominato "Zibibbo". La profondità
dell'area marina interessata dall' "Hammamet Permit" varia tra gli 80 e 350 metri, e in essa nel 2007 sono stati individuati tutta una serie di campi petroliferi di notevole interesse, su molti dei quali si prevede a breve scadenza l'inizio delle operazioni di sfruttamento.


Licenza di esplorazione in Sicilia della Northern Petroleum’s offshore

Interesse: 35% 35%
Partecipante Stato: Non-Operatore
Permesso Tipo: Licenza di esplorazione (PSC)
Località: Offshore Offshore
Profondità dell'acqua: 80-350 metri
Area:4.676 km quadrati
Data di aggiudicazione: 23 settembre 2005
Titolarità: periodo iniziale di 5 anni, 2 periodi di rinnovo ogni 3 anni
Anno in corso: 5
Impegni: 1 pozzetto (compiuto con la perforazione di Fuchsia-1)
200 km 2 3D (soddisfatte)
300 km 2 3D dovuta in periodo di proroga
Data di scadenza: 22 settembre 2012
(2 di proroga per il periodo iniziale)

Tre licenze operative infine sono state rilasciate, sempre nel Golfo di Hammamet, alla "Lundin Petroleum", sebbene nella mappa allegata non risultino ancora riportate. Interessano in particolare tre campi petroliferi già identificati, quelli di Oudna e Birda ad est (quest'ultimo prossimo al limite delle acque territoriali tra Tunisia e Italia); e il campo petrolifero di Zelfa, scoperto recentemente a poca distanza dalla costa tunisina, in prossimità del "Maamoura Field", un campo petrolifero gestito dall'ENI. Ce n'è quanto basta... o no ?

Si ringrazia Guido Picchetti per l'autorizzazione alla pubblicazione del testo.
Ricerca e commento alle immagini: Harley

http://www.profumodimare.forumfree.it/?t=51142442


Da "IL GIORNALE" del 20 Luglio 2008

Sicilia, l’ultima frontiera dell’eolico: 115 mega torri in mezzo al mare

L’impianto sarà costruito da un consorzio pubblico e privato e fornirà 1150 kilowatt di elettricità:
il fabbisogno di 390mila famiglie. Le pale avranno un diametro di 100 metri e saranno
ancorate al fondale marino a sole tre miglia dalla costa

di  Natale Bruno

Il parco eolico marino off-shore immaginato nel golfo di Gela è avveniristico e destinato ad essere uno dei primi del Mediterraneo: 115 pale eoliche produrranno energia elettrica per 1.150 chilowattora, un «tot» capace di soddisfare la richiesta di 390mila famiglie, evitando emissioni di anidride carbonica per oltre 800mila tonnellate. A realizzarlo sarà una joint-venture composta da Enel, che farà la parte da leone, con il 57%, e «Moncada costruzione» che detiene, invece, il 43%. «Questo innovativo progetto - ha affermato l’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti - raddoppierà la capacità installata di Enel nel settore eolico in Italia e rappresenta un esempio virtuoso di collaborazione tra impresa, istituzioni locali e associazioni amiche dell’ambiente. Crediamo nell’eolico e vogliamo giocare un ruolo da protagonisti nello sviluppo di questa fonte di energia anche nel nostro Paese».

Alla notizia, che dà ufficialità alla realizzazione del parco eolico marino, si dicono favorevoli gli ambientalisti di Legambiente, purché però il parco venga costruito con le opportune opere di mitigazione. «A Gela - spiegano i vertici di Legambiente Sicilia - come in ogni altro sito ad alto rischio ambientale, ogni intervento deve comportare necessariamente una riduzione dell’inquinamento sia localmente che su scala regionale. Per questo apriamo le braccia ai progetti di eolico off-shore, perché con la loro presenza ci aspettiamo la rottamazione dell’inceneritore di “petcoke” (l’ultimo prodotto delle attività di trasformazione del petrolio) operante nella raffineria di Gela». Gli ambientalisti hanno le idee chiare: «Occorrerà discutere approfonditamente sulle opere di mitigazione - spiegano -. Riteniamo che le pale debbano necessariamente essere localizzate oltre le attuali piattaforme petrolifere dell’Eni, cioè oltre i 10 chilometri dalla linea di costa». Di miglia, tra i siti individuati per la posa delle pale eoliche e la costa, il progetto ne prevede appena tre. Le torri, sulle quali poggeranno rotori del diametro di 110 metri, saranno alte oltre 100 metri, e saranno ancorate in fondali profondi fino a 30 metri. Sono anche allo studio sistemi di integrazione del parco eolico con le aree marine in cui verrà installato, per garantire la salvaguardia degli ecosistemi coinvolti. I comuni interessati sono a cavallo tra le province di Caltanissetta e Agrigento: si tratta di Gela, Licata e Bufera.

http://www.ilgiornale.it/interni/sicilia_lultima_frontiera_delleolico_115_mega_torri_mezzo_mare/20-07-2008/articolo-id=277335-page=0-comments=1  
Notizia simile su "PEPPE CARIDI 2" del 20/07/08

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Commenti all'articolo sulla mia bacheca su FB
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Post di Guido Picchetti del 1/10/10

E' un articolo un pò vecchiotto... Risale al 20/7/08 addirittura... Ma pare che proprio in questi giorni la provincia di Trapani abbia approvato qualche impianto eolico off-shore... Spero sia solo una voce... Non bastavano le trivelle petrolifere in questo tormentato mare dello Stretto di Sicilia... E poi c'è chi rifiuta la protezione...
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Post di Carmelo Nicoloso del 1/10/10

Guido fortunatamente da quelle parti c'e' Sgarbi che si oppone in modo deciso alle "croci" dell'eolico, purtroppo ormai sulla nostra zona orientale, sono arrivati a ridosso del Parco dei Nebrodi, per non parlare degli Iblei ed Erei, il PAESAGGIO interessa a pochi.
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Post di Guido Picchetti del 1/10/10

Rettifico... Secondo Daniela Ercolani (vedi il suo post su PANTELVOICE - LA VOCE DI PANTELLERIA) sarebbe la Capitaneria di Porto di Trapani ad aver già dato parere favorevole agli impianti eolici offshore su Banco di Pantelleria, Banco Talbot e Banco Avventura... e mancherebbe solo l'approvazione del Ministero dell'Ambiente... Addio Banchi di Sicilia...
Se poi penseranno che le torri eoliche possono essere utilizzate anche come paletti per competizioni slalomistiche spettacolari di grossi e veloci motoscafi, chi li ferma più e chi volete che si opporrà ? Il naso sott'acqua tanto non ce lo mette nessuno a vedere cosa accade... Ci sono le meduse... E poi tra monnezza ... e monnezzari tutto fa brodo... e nel mare brodo e petrolio si disperdono...
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Post di Marco Cirinesi del 1/10/10

Con tutto lo spazio che abbiamo sulla terraferma... bah...
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Post di Maria Ghelia del 1/10/10

Incredibile, non so proprio più in che cosa credere se non nella capacità che l'uomo ha di autodistruzione...
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Post di Francesco Lezzi del 1/10/10

Speriamo che il vento non manchi mai !!! Ma sai quanta fauna troverai ai piedi di queste PALE ?

Post sulla Bacheca di "PANTELVOICE-LA VOCE DI PANTELLERIA"
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Post di Jan Devili del 1/10/10

E dopo l'eolico in Sardegna, l'eolico in Sicilia. Ma vanno in ordine alfabetico?
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Post di Pantel Voice del 1/10/10

Tra un po' lo metteranno anche in viale Zara a Milano allora!
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Post di Jan Devili del 1/10/10

Che c'entrano le vie di città coi nomi di regione?
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Post di Pantel Voice del 2/10/10

C'entrano come le pale eoliche sull'acqua!
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Post di Jan Devili
del 2/10/10
Se i pozzi petroliferi possono sussistere sia in terra ferma che sul mare, non vedo quale ragione impedisca di piazzare le pale eoliche in un posto ventoso come il mare aperto. L'unico problema che al momento intravvedo è il cavidotto elettrico e la conseguente dispersione in base alla distanza, cosa in parte superata negli ultimi anni.
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Post di Pantel Voice del 2/10/10

Ci chiediamo perchè l'eolico presente in Sicilia (sappiamo tutti dov'è) sia assolutamente non produttivo ma esistente. A che pro questo nuovo progetto? Forse lo scambio monetario è talmente alto da non poterlo rifiutare? Perchè costruire nuovi impianti se quelli già esistenti non producono?


Da "MEGAVIDEO" del 1/10/10


Pantelleria - Pozzi al confine

un video di Davide Fiorentini

E' il documentario televisivo che Davide Fiorentini ha realizzato sul "NO TRIVELLA DAY" svoltosi a Pantelleria il 25 Agosto u.s., coordinatrice Mimmy Panzarella,  con la partecipazione del gruppo "No-Triv" di Sciacca guidato dall'ing. Mario di Giovanna.

Per vedere il video cliccare sul seguente url:  http://www.megavideo.com/?v=5PAMA5KE. Un consiglio per una buona visione: se non avete un collegamento ADSL veloce, guardatelo in standard quality.

Lo stesso reportage video di Davide Fiorentini sulle trivellazioni petrolifere al largo di Pantelleria "Pantelleria - Pozzi al confine" from Associazione "L'altra Sciacca" - Agosto 2010 - è visibile anche su "CALOGERO PARLAPIANO" del 6/10/10 e su "VIMEO COM" del 7/10/10

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Commenti sulla mia bacheca su FB a margine della condivisione del video
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Post di Guido Picchetti del 1/10/10
Un buon documentario sulla giornata del "No-Trivella Day" del 25 Agosto u.s. a Pantelleria, con delle testimonianze di particolare interesse specialmente nelle parole di due degli intervistati.
Anzitutto in quelle di Alberto Zaccagni che dichiara più volte di aver rilevato con il suo GPS la posizione della piattaforma petrolifera dell'ADX a 12 miglia e mezzo dalle coste di Pantelleria. Se così fosse, e non vedo motivi per dubitarne, le trivellazioni della "Lambouka-1" sarebbero state effettuate in acque territoriali italiane, e non tunisine come più volte è stato affermato. Infatti il limite delle acque territoriali tra Tunisia e Pantelleria è fissato per legge a 13 miglia dalle coste dell'isola, e non a 12 come avviene per le altre fasce costiere italiane. E sarebbe un fatto certamente grave, meritevole di accertamenti da parte delle autorità preposte. Accertamenti, tuttavia, non più tanto facili da effettuare dopo che la settimana scorsa la piattaforma si è allontanata dal sito operativo avendo terminato la sua missione esplorativa.
Le altre parole che meritano una precisazione sono quelle dell'ex ministro Visco, laddove si afferma che per le zone marine soggette a tutela ambientale (e quelle di Pantelleria a suo dire lo sarebbero, in quanto già esiste la legge che istituisce il Parco Nazionale dell'Isola di Pantelleria, sebbene ancora inapplicata...), sarebbero previste delle fasce di salvaguardia di 20 miglia... Un lapsus, certamente, dovuto ad un apprezzabile ottimismo, in quanto in realtà l'ultima legge al riguardo emanata nel Giugno scorso dal Ministro dell'Ambiente prevede fasce di salvaguardia intorno alle aree marine protette soltanto di 12 miglia, contro le 5 miglia previste nelle altre zone costiere prive di tutela...


Da una "NOTA" sulla mia pagina su FB del 1/10/10

Chi salverà lo Stretto di Sicilia ?

di Guido Picchetti

Non è certamente da oggi che nasce il problema... Ma i rischi di possibili incidenti petroliferi in questo braccio di mare di importanza vitale per il Mediterraneo stanno aumentando con un ritmo esponenziale, lo stesso ritmo che caratterizza il numero delle concessioni, esplorative prima e di sfruttamento poi, concesse dalle due nazioni principali che costeggiano lo Stretto di Sicilia, Italia e Tunisia per intenderci. Ma nessuno sembra preoccuparsene troppo.

Il mese scorso in molti qui a Pantelleria si sono improvvisamente accorti che a 13 miglia dall'isola, sul limite che separa le nostre acque territoriali dalle acque tunisine, c'era una piattaforma petrolifera in azione. Nelle serate più limpide la struttura era chiaramente visibile dalle coste di Pantelleria. Ma dopo che, una decina di giorni fa, la piattaforma del sito "Lambouka-1", terminati i suoi sondaggi con esito positivo, si è allontanata, sembra quasi che non ci sia più alcuna ragione di preoccuparsi per le acque dello Stretto... Il mare è grande... Ci si penserà l'anno prossimo quando inizieranno le operazioni di sfruttamento... D'altro canto che ci vuoi fare ? L'auto la vogliamo, la benzina pure, e quindi...

Ma il problema c'è ed è gravissimo. Dalle condizioni dello Stretto di Sicilia dipende tutto il Mediterraneo e non per nulla l'UNEP, l'organizzazione delle Nazioni Unite per la protezione dell'ambiente, in un meeting svoltosi ad Istambul nel Giugno promosso dal MAP (Mediterranean Plan Action), braccio operativo dell’UNEP per il Mediterraneo, ha indicato lo Stretto di Sicilia come Zona di Protezione ai sensi della Convenzione di Barcellona, specificandone, con apposite mappe, anche superfici e limiti delle aree dello Stretto su cui va prevista la tutela ambientale.

Italia e Tunisia fanno parte dell'ONU, hanno sottoscritto la Convenzione di Barcellona, e si ritiene comunemente che siano due nazioni civili, impegnate nel rispetto dell'ambiente. E invece... Guardate un pò cosa succede nelle acque dello Stretto di Sicilia...

Del versante italiano dello Stretto ne abbiamo già parlato abbondantemente negli ultimi mesi. Sono sorti numerosi comitati spontanei, i "NOTRIV", che si sono impegnati a fondo per tentare di bloccare le richieste di concessioni esplorative che, sempre più numerose lungo le coste siciliane (ma non solo...), sono state presentate al nostro ministero competente, quello delle Attività Produttive.

A Pantelleria invece non sapevamo niente, e ci siamo accorti improvvisamente che le concessioni esplorative per l'oro nero erano già state rilasciate da tempo a varie società a poche miglia dalle coste dell'isola, e questo all'insaputa di tutti. Per fortuna, almeno fino ad oggi, queste trivellazioni esplorative intorno all'isola non sono state ancora utilizzate... Ma è una fortuna del tutto relativa. Cosa cambia ? Nel mare le frontiere sono aperte... E prima o poi..., inutile farsi illusioni...

Per rendersene conto basta dare un occhiata alla situazione attuale del versante tunisino dello Stretto. Ce lo mostra, solo in parte, la mappa qui allegata. E già a prima vista si può notare come, in barba ad ogni misura di protezione ambientale per le acque dello Stretto, tutto il suo mare, dalla costa africana fino al limite delle acque territoriali tunisine, sia quasi totalmente lottizzato da concessioni assegnate a diverse società petrolifere.

Anzitutto c'è l'ADX, la società australiana che, in compartecipazioni con altre società, possiede concessioni sia in acque tunisine (il "Kerkouane Permit") che in acque italiane intorno a Pantelleria, e che ha condotto le operazioni su sito "Lambouka-1", contando l'anno prossimo di iniziare lo sfruttamento di questo campo petrolifero "Lambouka-1" insieme a quello di un altro suo campo vicino, il "Dougga".

Sotto il "Kerkouane Permit", in questo versante tunisino dello Stretto di Sicilia, ci sono altre due vaste aree marine occupate da concessioni petrolifere, che si estendono entrambe nella baia di Hammamet a partire da Capo Bon. Sono il "Bargou Exploration Permit" ad est e l'"Hammamet Permit" a ovest. Contitolari delle concessioni, non tutte riportate nella mappa allegata, sono numerose società petrolifere quasi sempre in compartecipazione con altre, tra cui la "Cooper Energy Lmt", la "Jacka Resources Lmt", la "Lundin Petroleum", oltre alla stessa ADX che proprio di recente ha stretto un accordo con la "Jacka Resources Lmt" per l'esplorazione e lo sfruttamento (sia on shore che offshore) del cosiddetto blocco di Bargou, che interessa un'area di 4.616 Km2 sulla parte più settentrionale della concessione.

L'"Hammamet Permit" copre invece un'area di ben 6.476 Km2 più al largo delle coste tunisine. Ad est con il campo petrolifero Tazerka arriva a sfiorare il limite della acque territoriali italiane, risultando adiacente alla concessione di sfruttamento dell'Agip, dove in acque italiane già operava fino a una decina di anni fa il pozzo petrolifero denominato "Zibibbo". La profondità dell'area marina interessata dall' "Hammamet Permit" varia tra gli 80 e 350 metri, e in essa nel 2007 sono stati individuati tutta una serie di campi petroliferi di notevole interesse, su molti dei quali si prevede a breve scadenza l'inizio delle operazioni di sfruttamento.

Tre licenze operative infine sono state rilasciate, sempre nel Golfo di Hammamet, alla "Lundin Petroleum", sebbene nella mappa allegata non risultino ancora riportate. Interessano in particolare tre campi petroliferi già identificati, quelli di Oudna e Birda ad est (quest'ultimo prossimo al limite delle acque territoriali tra Tunisia e Italia); e il campo petrolifero di Zelfa, scoperto recentemente a poca distanza dalla costa tunisina, in prossimità del "Maamoura Field", un campo petrolifero gestito dall'ENI. Ce n'è quanto basta... o no ?

Link approfondimenti:
"JACKA RESOURCES LIMITED" - "COOPER ENERGY" - "LUNDIN PETROLEUM COM" -
Stessa notizia su "BLOG SICILIA TRAPANI" del 1/10/10 e su "Il PANTECO"  di Novembre 2010

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Commenti su FB a margine della nota
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Post di Antonio Colacino del 1/10/10

Allucinante, ho condiviso e diffondo, grazie!
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Post di Roberto Giacalone del 1/10/10

Idem...
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Post di Maria Ghelia del 1/10/10

Grazie Guido, purtroppo è da tanto tempo che questa condanna ci sta sulla testa... La situazione è veramente incredibile, ed è evidente che gli interessi bloccheranno qualsiasi operazione contraria alle trivellazioni !
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Post di Toni Pusateri del 1/10/10

Da quando ero bambino a Palermo si parlava del ponte, quanta gente si è arricchita solo con i progetti? Non avevo letto... discariche tossiche sul fondo del mare, case vicino a depositi di immondizia tossica, dietro le montagne piemontesi una centrale nucleare francese col maestrale che soffia verso l'Italia, basi nucleari, inquinamento da frequenze di vario tipo... la lista è lunga, finchè non si capisce che siamo interconnessi con tutto sarà sempre così. Per il sistema terra siamo un bel tumore maligno questo è certo!

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Post di Maria Ghelia del 1/10/10

E siamo arrivati all'inizio della fine! E quale vita si prepara per i nostri figli, nipoti, pronipoti se il Mediterraneo viene ridotto ad una marea nera?
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Post di Maria Lilla Russomando del 1/10/10

E' davvero molto triste questa prospettiva. Possibile che non si riesca a far qualcosa ?
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Post di Maria Ghelia del 1/10/10

Sono anni che ci si batte, con l'unico risultato che i nostri governanti hanno fatto tutto in sordina...
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Post di Lilli Thewolf del 6/10/10

SIETE CIRCONDATI... PAZZESCO...
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Post di Roberto Giacalone del 6/10/10

Follia....
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Post di Profumodimare Forumfree del 6/10/10

La follia sta di casa purtroppo agli amici di "papino" hihihihihihihihi


Da "IL PANTECO" - Ottobre 2010

AMBIENTE

La Società Italiana di Biologia Marina a favore dello Stretto di Sicilia

di G.P.

Questo il testo ufficiale della mozione approvata all’unanimità dall’Assemblea dei Soci della SIBM (Società Italiana di Biologia Marina) in occasione dell’ultimo Congresso svoltosi a Rapallo lo scorso Giugno. La mozione, inserita nel verbale dell’Assemblea dei Soci, sarà prossimamente inoltrata al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare...

La Società Italiana di Biologia Marina:

Esprime viva preoccupazione per le iniziative e le progettualità in corso, riguardanti lo sviluppo di piani di approvvigionamento energetico nel tratto del Canale di Sicilia circostante l’isola di Pantelleria ed il banco omonimo, che prevedono sia trivellazioni per lo sfruttamento di combustibili fossili, sia la messa in opera di vasti impianti offshore di energia rinnovabile, di varia fonte e concezione.

Sottolinea che il tratto di mare in questione, per le sue peculiarità oceanografiche biologiche ed ecologiche, è stato individuato come area di reperimento per l’istituzione di un’area marina protetta, che andrebbe ad integrare le aree protette terrestri dell’isola di Pantelleria, e che le attività di cui al punto precedente potrebbero mettere a rischio o comunque alterare profondamente un’area di gran pregio ambientale, hot spot di biodiversità del Mediterraneo e cruciale per l’interscambio biologico ed oceanografico complessivo fra bacino occidentale ed orientale di questo mare, importante anche per la pesca professionale.

Auspica che le autorità competenti sospendano o comunque limitino drasticamente molte delle iniziative e progettualità di cui sopra, sollecitando valutazioni ambientali articolate e approfondite e, comunque, basate sul principio di precauzione.

Nella cartina: le nuove aree marine mediterranee per le quali l’organizzazione “Mediterranean Action Plan” dell’UNEP (United Nations Environment Program) ha richiesto la tutela ambientale ai sensi della Convenzione di Barcellona nel giugno scorso.

http://www.ilpanteco.it/wordpress/?page_id=31
 

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PANTELLERIA

Alunni e mare, insieme vincenti a Pantelleria

di Guido Picchetti

Sarà firmato da quattro giovani studenti della Scuola Media “Dante Alighieri” di Pantelleria il poster ufficiale della 38° edizione del “Festival Mondial de L’image Sous Marine 2011″ che, diffuso in decine di migliaia di copie in tutto il mondo, reclamizzerà il prossimo anno l’importante manifestazione. Ne vediamo a lato l’immagine. Ne sono autori Lucrezia Errera, Anna Lo Pinto, Alessia Teresi ed Andrea Costa, che hanno elaborato la loro opera sotto la guida della insegnante Antonella Licari. La premiazione dei quattro studenti è prevista durante la serata conclusiva del Festival de l’Image Sous Marine 2010, in calendario a “le Palais du Pharo” di Marsiglia dal 27 al 31 octobre p.v.

La vittoria dei quattro giovani studenti panteschi premia l’impegno di quanti da anni (insegnanti ed organizzatori) hanno promosso e sostenuto in Italia il concorso “Poster di Antibes”, una iniziativa volta a sensibilizzare i giovani all’amore per il mare e le sue creature, che, partita proprio da Pantelleria nel lontano 2001 e traferitasi poi a Torino nel 2006, nelle dieci edizioni svoltesi fino ad oggi, ha visto premiare più volte alunni e studenti delle scuole pantesche, ma solo quest’anno per la prima volta raggiungere il gradino più alto del podio, con la scelta da parte della giuria internazionale, riunitasi il mese scorso in Francia, di un loro elaborato per un poster ufficiale del Festival .


http://www.ilpanteco.it/wordpress/?page_id=13


(copyright Guido Picchetti) 

Questa pagina è stata aggiornata il 01/01/11 .